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NOTIZIE

Bonus mamme 2026, domande aperte: 60 euro al mese fino a 720 euro, come fare entro il 31 dicembre

Bonus mamma

Il bonus mamme 2026 è operativo: con il messaggio INPS n. 3343 del 20 ottobre 2026 è stato aperto il servizio per presentare la domanda. Il contributo è di 60 euro al mese, fino a un massimo di 720 euro, pagati in un’unica soluzione a dicembre 2026. La domanda va inviata entro il 31 dicembre 2026.

Le istruzioni operative sono contenute nella circolare INPS n. 106 del 16 ottobre 2026. La misura è rivolta alle madri lavoratrici con almeno due figli e prevede un limite di reddito da lavoro di 40.000 euro.

In sintesi

  • Importo: 60 euro per ogni mese (o frazione di mese) di lavoro, fino a 720 euro nel 2026.
  • Chi può averlo: madri lavoratrici, dipendenti o autonome, con almeno due figli.
  • Limite di reddito: 40.000 euro di reddito da lavoro nel 2026.
  • Scadenza: domanda entro il 31 dicembre 2026 (31 gennaio 2027 se il requisito si perfeziona a dicembre).
  • Pagamento: in un’unica soluzione, a dicembre 2026.

Indice dei contenuti

  1. Cosa prevede il bonus mamme 2026?
  2. Chi ha diritto al bonus mamme 2026?
  3. Quali lavoratrici sono incluse e quali escluse dal bonus?
  4. Qual è il limite di reddito per il bonus mamme 2026?
  5. Come si presenta la domanda del bonus mamme 2026 e entro quando?
  6. Domande frequenti sul bonus mamme 2026
  7. Fonti

Cosa prevede il bonus mamme 2026?

Il bonus mamme 2026 è un’integrazione al reddito pensata per le lavoratrici madri. In pratica, l’INPS riconosce 60 euro per ogni mese, o frazione di mese, in cui c’è un rapporto di lavoro dipendente o autonomo attivo. Sommando i dodici mesi si arriva al tetto di 720 euro nell’anno.

Le somme relative al periodo dal 1° gennaio al 31 dicembre 2026 non arrivano mese per mese: vengono liquidate in un’unica soluzione a dicembre 2026, insieme al pagamento della mensilità dello stesso mese. Per approfondire la misura nel suo complesso, puoi consultare la guida Bonus Mamme Lavoratrici 2 Figli 2026: Guida Completa ai 60 Euro.

Chi ha diritto al bonus mamme 2026?

Hanno diritto al bonus mamme 2026 le madri che lavorano e hanno figli in una delle due situazioni indicate dall’INPS. Il requisito riguarda il numero e l’età dei figli, che viene valutato al 1° gennaio 2026 oppure entro il 31 dicembre 2026. Sono equiparati ai figli naturali anche i figli adottati e quelli in affidamento preadottivo.

  • Due figli: il figlio più piccolo deve avere meno di 10 anni.
  • Tre o più figli: il figlio più piccolo deve avere meno di 18 anni.

Per fare un esempio, una lavoratrice con due figli, il più piccolo di 8 anni, rientra nel requisito anagrafico. Una lavoratrice con tre figli, il più piccolo di 15 anni, rientra anch’essa. Restano però da rispettare il requisito lavorativo e il limite di reddito.

Quali lavoratrici sono incluse e quali escluse dal bonus?

Il contributo spetta alle lavoratrici dipendenti, pubbliche e private, e alle lavoratrici autonome iscritte a una gestione previdenziale obbligatoria. Non sono comprese le lavoratrici domestiche, come colf e badanti.

Un caso particolare riguarda le madri con tre o più figli e contratto a tempo indeterminato: per loro è già previsto l’esonero contributivo, cioè lo sconto sui contributi previdenziali a carico della lavoratrice, e il nuovo contributo non si somma. Sul tema delle misure per le madri con tre figli puoi leggere anche l’approfondimento sul bonus assunzione madri con tre figli.

Qual è il limite di reddito per il bonus mamme 2026?

Il limite è di 40.000 euro di reddito da lavoro relativo al 2026. Nel calcolo rientrano anche i redditi assoggettati a tassazione sostitutiva o agevolata, mentre non contano le indennità di disoccupazione e le pensioni. Per le dipendenti il reddito si considera al netto dei contributi previdenziali obbligatori.

Il bonus è non imponibile ai fini fiscali e contributivi e non incide sull’ISEE, l’indicatore che misura la situazione economica della famiglia. Significa che non fa aumentare le tasse e non peggiora l’accesso ad altre prestazioni legate all’ISEE.

Come si presenta la domanda del bonus mamme 2026 e entro quando?

La domanda del bonus mamme 2026 va presentata all’INPS entro il 31 dicembre 2026. Se il requisito si perfeziona a dicembre 2026, il termine slitta al 31 gennaio 2027. L’INPS indica tre canali: il portale dell’istituto, con accesso tramite SPID (almeno livello 2), CIE, CNS o eIDAS, il Contact Center (803 164 da rete fissa, 06 164 164 da mobile) e gli istituti di patronato.

Nel portale INPS il percorso indicato è “Sostegni, Sussidi e Indennità”, poi “Per genitori” e “Nuovo Bonus mamme 2026”. Per le altre misure collegate alla maternità e ai premi di produttività, è disponibile anche l’articolo sui bonus mamme, premi e fringe benefit della manovra 2027.

Domande frequenti sul bonus mamme 2026

Quanto vale il bonus mamme 2026?

Vale 60 euro per ogni mese o frazione di mese di lavoro, fino a un massimo di 720 euro nel 2026, pagati in un’unica soluzione a dicembre 2026.

Entro quando si fa domanda per il bonus mamme 2026?

Entro il 31 dicembre 2026. Se il requisito si perfeziona a dicembre 2026, entro il 31 gennaio 2027.

Il bonus mamme 2026 conta ai fini ISEE?

No. Il contributo non è imponibile ai fini fiscali e contributivi e non rileva per l’ISEE.

Le lavoratrici domestiche possono ottenere il bonus mamme 2026?

No, le lavoratrici domestiche, come colf e badanti, non sono comprese tra le beneficiarie.

Fonti

  • INPS, messaggio n. 3343 del 20 ottobre 2026, avvio della presentazione delle domande del Nuovo bonus mamme 2026: testo del messaggio su inps.it
  • INPS, circolare n. 106 del 16 ottobre 2026, istruzioni sul Nuovo bonus mamme 2026: testo della circolare su inps.it

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

Ottobre 21, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale
https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2026/01/bonus-mamma.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-10-21 17:00:002026-10-21 09:25:51Bonus mamme 2026, domande aperte: 60 euro al mese fino a 720 euro, come fare entro il 31 dicembre
PARTITA IVA, PARTITA IVA CON REGIME FORFETTARIO

Commercialista per forfettario 2026: costo, cosa è compreso e come scegliere

Notizie fiscali CAF Centro Fiscale

Il costo commercialista forfettario nel 2026 non ha un prezzo fisso: le tariffe professionali sono state abolite e il compenso si concorda liberamente, quindi la cifra dipende soprattutto da quali adempimenti sono compresi nel servizio. Un’assistenza completa per un forfettario dovrebbe includere almeno la dichiarazione dei redditi con il quadro LM, il calcolo e gli F24 di imposta sostitutiva e acconti, i contributi INPS, i bolli sulle fatture elettroniche e un minimo di consulenza sulle soglie del regime. Prima di confrontare i prezzi, quindi, conviene confrontare cosa c’è dentro.

In sintesi

  • Nessuna tariffa di legge: il compenso è libero, ma il professionista deve darti un preventivo scritto o digitale.
  • Il servizio base dovrebbe coprire quadro LM, imposta sostitutiva e acconti (30 giugno e 30 novembre), contributi INPS, bolli e controllo della soglia di 85.000 euro.
  • Apertura, variazioni, chiusura, ravvedimenti e dichiarazioni integrative sono spesso costi extra: chiedi sempre cosa è escluso.
  • Nel forfettario il compenso del commercialista non si deduce: il reddito si calcola con il coefficiente di redditività.
  • Segnali di allarme: niente preventivo scritto, acconti calcolati al 40/60, riduzione del 35% applicata alla Gestione Separata, dove non spetta.

In questa guida vediamo voce per voce cosa deve comprendere il servizio, quali sono i costi extra più frequenti, quali domande fare prima di firmare l’incarico e quali segnali di allarme devono metterti in guardia. Ogni sezione si può leggere anche da sola. Capire bene da cosa dipende il costo commercialista forfettario è il modo più semplice per evitare sorprese a giugno e a novembre.

Cerchi un confronto tra le tariffe? Qui parliamo di cosa deve esserci dentro il servizio. Se vuoi mettere a confronto studio tradizionale, servizi online e CAF, leggi la nostra guida su quanto costa il commercialista per il forfettario: studio, online o CAF.

Indice dei contenuti

  1. Quanto costa il commercialista per il forfettario nel 2026?
  2. Cosa deve comprendere il servizio del commercialista per un forfettario?
  3. Quali costi extra può chiedere il commercialista al forfettario?
  4. Quali domande fare prima di scegliere il commercialista per il forfettario?
  5. Quali segnali di allarme non bisogna sottovalutare?
  6. Il software di fatturazione è compreso nel costo commercialista forfettario?
  7. Commercialista o CAF: come scegliere l’assistenza per il forfettario?
  8. Domande frequenti sul costo del commercialista per il forfettario
  9. Fonti

Quanto costa il commercialista per il forfettario nel 2026?

La risposta onesta è che il costo commercialista forfettario varia in base ai servizi inclusi. Dal 2012 le tariffe professionali non esistono più: l’art. 9 del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1 le ha abrogate e ha stabilito che il compenso si pattuisce al momento dell’incarico. La stessa norma, al comma 4, obbliga il professionista a comunicare al cliente un preventivo in forma scritta o digitale, con la complessità dell’incarico e le voci di costo.

Ti capiterà di sentir citare il DM Giustizia 140/2012. Attenzione: non è un listino prezzi. È il regolamento che fissa i parametri che il giudice usa per liquidare i compensi dei professionisti vigilati dal Ministero della Giustizia quando c’è una controversia o manca un accordo. Può servire come riferimento, ma non indica quanto devi pagare per la gestione annuale di una partita IVA forfettaria.

In pratica il preventivo dipende da pochi fattori concreti: il numero di fatture, il tipo di attività (professionista iscritto alla Gestione Separata INPS oppure ditta artigiana o commerciale iscritta alla Camera di Commercio), la presenza di altri redditi (lavoro dipendente, affitti, investimenti all’estero), il fatto di essere al primo anno di attività e chi si occupa materialmente degli F24.

Immagina Giulia, grafica freelance con una quarantina di fatture l’anno e nessun altro reddito, e Marco, idraulico artigiano con contributi fissi trimestrali e un appartamento in affitto. Sono entrambi nel regime forfettario, ma il lavoro richiesto al professionista è molto diverso, e così il preventivo. Per questo confrontare due cifre senza sapere cosa comprendono porta quasi sempre a una scelta sbagliata.

Cosa deve comprendere il servizio del commercialista per un forfettario?

Il regime forfettario è disciplinato dalla legge 23 dicembre 2014, n. 190, articolo 1, commi 54-89. È un regime semplificato: niente IVA in fattura, niente registri IVA, un’unica imposta sostitutiva. Semplificato, però, non vuol dire senza adempimenti. Vediamo le voci che un servizio completo dovrebbe coprire e che conviene ritrovare scritte nel preventivo.

Apertura, variazioni e chiusura della partita IVA

All’inizio servono la dichiarazione di inizio attività con la scelta del codice ATECO e, a seconda dei casi, l’iscrizione alla Gestione Separata INPS, alla cassa del proprio albo oppure alla Camera di Commercio con le gestioni artigiani o commercianti. Durante la vita della partita IVA possono servire variazioni (indirizzo, attività, PEC) e, alla fine, la chiusura della partita IVA. Spesso queste pratiche sono fatturate a parte: verifica se nel canone sono comprese o no.

Dichiarazione dei redditi con il quadro LM

Il forfettario dichiara il suo reddito nel quadro LM del Modello Redditi Persone Fisiche, approvato per quest’anno con il provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate del 27 febbraio 2026. Il reddito non si calcola sottraendo le spese reali, ma applicando ai compensi incassati il coefficiente di redditività, cioè una percentuale fissa stabilita per legge in base all’attività (ad esempio il 78% per le attività professionali). Dal risultato si sottraggono i contributi previdenziali obbligatori versati. Per il 2026 l’invio del Modello Redditi scade il 2 novembre 2026, perché il 31 ottobre cade di sabato. Il servizio dovrebbe comprendere anche il quadro RR per i contributi INPS e chiarire se include gli altri redditi del contribuente.

F24, imposta sostitutiva e acconti

L’imposta sostitutiva è una tassa unica che prende il posto di IRPEF, addizionali e IRAP: è del 15%, ridotta al 5% per i primi cinque anni di una nuova attività in presenza dei requisiti di legge. Si paga con il modello F24: saldo e primo acconto entro il 30 giugno, secondo acconto entro il 30 novembre. Per i forfettari gli acconti sono due rate del 50% ciascuna, come previsto dall’art. 58 del decreto-legge 26 ottobre 2019, n. 124. Il prossimo appuntamento è il secondo acconto entro il 30 novembre 2026. Nel primo anno di attività non si versano acconti, ma l’anno dopo arrivano insieme saldo e primo acconto: è la cosiddetta doppia botta, che un buon servizio ti segnala in anticipo.

Contributi INPS

Per i professionisti senza cassa la Gestione Separata INPS nel 2026 prevede un’aliquota del 26,07% (24% per chi ha già un’altra copertura pensionistica), fissata dalla circolare INPS n. 8 del 3 febbraio 2026, senza contributi minimi fissi e senza alcuna riduzione del 35%. Per artigiani e commercianti la circolare INPS n. 14 del 9 febbraio 2026 fissa aliquote del 24% e del 24,48% e un reddito minimale di 18.808 euro, che si traduce in contributi fissi di 4.521,36 euro (artigiani) e 4.611,64 euro (commercianti). Solo in queste due gestioni i forfettari possono chiedere la riduzione del 35%. Il servizio dovrebbe calcolare saldo e acconti e preparare i relativi F24.

Imposta di bollo sulle fatture elettroniche

Le fatture del forfettario sono emesse senza IVA: per questo, se l’importo supera 77,47 euro, va applicata l’imposta di bollo da 2 euro. Con la fattura elettronica il bollo si paga ogni trimestre con F24, usando i codici tributo 2521, 2522, 2523 e 2524 (uno per trimestre). È un adempimento piccolo ma facile da dimenticare: chiedi se il conteggio e la preparazione dell’F24 sono compresi.

Fatturazione elettronica ed esterometro

Dal 1° gennaio 2024 la fattura elettronica è obbligatoria per tutti i forfettari, senza soglie, in base all’art. 1, comma 3, del D.Lgs. 127/2015 come modificato dall’art. 18 del DL 36/2022. Con l’obbligo è venuto meno anche l’esonero dall’esterometro: gli acquisti dall’estero (ad esempio pubblicità online o abbonamenti a software esteri) si trasmettono allo SdI con le autofatture TD17, TD18 o TD19. Chiarisci se il professionista controlla queste operazioni o se restano a tuo carico.

Consulenza e controllo delle soglie

Infine la consulenza: rispondere ai dubbi durante l’anno e soprattutto tenere d’occhio le soglie. Se superi 85.000 euro di compensi o ricavi esci dal regime dall’anno successivo; oltre i 100.000 euro l’uscita è immediata, con IVA dovuta dall’operazione che fa superare il limite. Contano anche il limite di 35.000 euro di redditi da lavoro dipendente nell’anno precedente e quello di 20.000 euro di spese per il personale. Un servizio che non ti avvisa per tempo non sta facendo il suo lavoro.

Quali costi extra può chiedere il commercialista al forfettario?

Molte differenze di prezzo nascono da ciò che resta fuori dal canone. Non è scorretto che alcune attività si paghino a parte: è scorretto scoprirlo solo quando arriva la fattura. Ecco le voci che più spesso vengono addebitate come costi extra rispetto al costo commercialista forfettario di base.

  • Apertura, variazione e chiusura della partita IVA, comprese le pratiche presso Camera di Commercio e INPS.
  • Altri redditi in dichiarazione: lavoro dipendente, affitti, quadro RW per conti e investimenti all’estero.
  • Ravvedimenti operosi per versamenti dimenticati o in ritardo e dichiarazioni integrative.
  • Gestione di avvisi, comunicazioni e cartelle dell’Agenzia delle Entrate o dell’INPS.
  • Software di fatturazione, invii al Sistema Tessera Sanitaria per i professionisti sanitari, emissione delle fatture per conto del cliente.
  • Uscita dal regime e passaggio al regime ordinario, che cambia completamente la contabilità.

Un ultimo aspetto spesso frainteso: nel regime forfettario il compenso pagato al commercialista non è deducibile. Il reddito, infatti, è già calcolato in modo forfettario con il coefficiente di redditività, che tiene conto in modo convenzionale di tutte le spese. L’unica voce che si sottrae davvero sono i contributi previdenziali obbligatori. Quando valuti il preventivo, quindi, considera che quella spesa pesa per intero sul tuo bilancio.

Quali domande fare prima di scegliere il commercialista per il forfettario?

Il modo più efficace per confrontare due offerte è fare a entrambi le stesse domande e chiedere le risposte per iscritto. In questo modo il costo commercialista forfettario diventa paragonabile: non due cifre isolate, ma due elenchi di servizi.

  • Il canone comprende il Modello Redditi con quadro LM e quadro RR? E gli altri miei redditi?
  • Chi calcola e prepara gli F24 di imposta sostitutiva, acconti, contributi INPS e bolli? Chi li invia e come vengo avvisato?
  • Mi segnalate in anticipo il totale da versare a giugno e a novembre, così posso accantonare la cifra?
  • Quali attività sono escluse e quanto costano a parte?
  • Come posso contattarvi durante l’anno e in quanto tempo rispondete?
  • Il prezzo resta uguale se aumentano le fatture o se il primo anno arriva la doppia botta di saldo e acconto?

Per alcune categorie conviene aggiungere domande specifiche. Psicologi, fisioterapisti e altri sanitari, ad esempio, devono gestire anche il Sistema Tessera Sanitaria: ne parliamo nelle guide su commercialista o CAF per gli psicologi e commercialista o CAF per i fisioterapisti.

Quali segnali di allarme non bisogna sottovalutare?

Un prezzo basso non è di per sé un problema, così come un prezzo alto non garantisce qualità. Ci sono però alcuni segnali di allarme che indicano un servizio poco affidabile, a prescindere dal costo commercialista forfettario proposto.

  • Nessun preventivo scritto o un incarico vago, senza l’elenco dei servizi compresi.
  • Acconti calcolati al 40% e 60%: per i forfettari la ripartizione è 50% e 50%.
  • Riduzione del 35% applicata alla Gestione Separata: spetta solo ad artigiani e commercianti.
  • Nessun avviso prima delle scadenze o F24 consegnati il giorno stesso del pagamento.
  • Promesse di risparmi fiscali non spiegate o consigli di non fatturare.

Un altro elemento da verificare è la tutela in caso di errore. Il professionista iscritto all’albo deve avere una assicurazione di responsabilità civile professionale: puoi chiedere gli estremi della polizza. Approfondisci il tema nella guida sull’assicurazione RC professionale obbligatoria. Se più segnali si presentano insieme, meglio fermarsi e chiedere un secondo parere.

Il software di fatturazione è compreso nel costo commercialista forfettario?

Quasi mai in automatico. Il costo commercialista forfettario riguarda di solito dichiarazione, versamenti e consulenza, mentre le fatture elettroniche le emette il contribuente con un proprio programma. Conviene quindi chiedere se il professionista lavora con un software preciso, se può accedere alle tue fatture e se il programma ti aiuta con bolli e scadenze. Un buon software non sostituisce la consulenza, ma riduce gli errori e il tempo speso a passare documenti avanti e indietro.

Per trasparenza: il CAF Centro Fiscale ha contribuito a progettare e consiglia Fatturazione Italia, un software di fatturazione elettronica pensato anche per i forfettari. Il piano Start costa 49 € + IVA (59,78 € IVA inclusa) l’anno, con 150 fatture SDI, e comprende la simulazione di imposte e contributi, i bolli trimestrali con l’F24 già compilato (il pagamento lo fai tu) e i promemoria delle scadenze. Si può provare per 14 giorni gratis, senza carta.

Per chi preferisce delegare esiste anche la gestione fiscale completa con il CAF: dichiarazione dei redditi, F24 di tasse e contributi, Sistema TS e consulenza. Se ne occupa il CAF, con il software compreso in un unico canone annuale su preventivo personalizzato.

Commercialista o CAF: come scegliere l’assistenza per il forfettario?

Per una partita IVA forfettaria la scelta non è tanto tra un’etichetta e l’altra, quanto tra servizi più o meno adatti alla tua situazione. Se hai un’attività semplice, poche fatture e nessun reddito complesso, conta soprattutto avere scadenze chiare e F24 pronti per tempo. Se invece hai più redditi, investimenti all’estero, dipendenti o stai per superare le soglie, serve una consulenza più strutturata. In entrambi i casi il criterio è lo stesso: confrontare il costo commercialista forfettario solo dopo aver confrontato cosa comprende.

Il CAF Centro Fiscale di Udine segue la gestione della partita IVA in regime forfettario: dichiarazione con quadro LM, calcolo di imposta sostitutiva e acconti, contributi INPS, bolli e consulenza durante l’anno. Ti consegniamo un preventivo personalizzato con l’elenco scritto di cosa è compreso e cosa no, così sai fin dall’inizio quanto spendi.

Hai bisogno di assistenza per il regime forfettario? Il CAF Centro Fiscale di Udine è a tua disposizione, sia in ufficio che online in tutta Italia. Contattaci al 0432 1638640, scrivici su WhatsApp al 366 6018121 oppure prenota un appuntamento.

Domande frequenti sul costo del commercialista per il forfettario

Il commercialista per il forfettario ha una tariffa fissa stabilita per legge?

No. Le tariffe professionali sono state abrogate dall’art. 9 del DL 1/2012 e il compenso si concorda liberamente. Il professionista deve però comunicare il preventivo in forma scritta o digitale. Il DM 140/2012 contiene solo i parametri che il giudice usa in caso di contestazione, non un listino di mercato.

Il costo del commercialista è deducibile nel regime forfettario?

No. Nel regime forfettario il reddito si calcola applicando il coefficiente di redditività ai compensi o ricavi incassati, quindi le spese reali, compreso il compenso del commercialista, non si deducono. Si deducono solo i contributi previdenziali obbligatori versati.

La dichiarazione dei redditi del forfettario è compresa nel canone annuale?

Dipende dal contratto. Un servizio completo dovrebbe comprendere il Modello Redditi PF con il quadro LM e, se dovuti, i contributi INPS nel quadro RR. Verifica sempre se sono compresi anche altri redditi, come quelli da lavoro dipendente, da immobili o da investimenti esteri.

Chi paga gli F24 del forfettario: io o il commercialista?

Il debito è sempre del contribuente. Il servizio può limitarsi a preparare gli F24 oppure comprendere anche l’invio telematico con addebito sul tuo conto. Chiedi per iscritto chi si occupa del pagamento e come vieni avvisato prima delle scadenze, ad esempio prima del secondo acconto del 30 novembre 2026.

Posso cambiare commercialista a metà anno?

Sì. È utile chiedere al precedente professionista copia delle dichiarazioni, degli F24 pagati e delle fatture emesse e ricevute, e verificare il codice destinatario registrato per ricevere le fatture elettroniche. Chi subentra deve conoscere gli acconti già versati per calcolare correttamente il saldo.

Fonti

  • Legge 23 dicembre 2014, n. 190, art. 1, commi 54-89 (regime forfettario), Normattiva.
  • Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate del 27 febbraio 2026, approvazione del modello Redditi PF 2026 (quadro LM).
  • Decreto-legge 26 ottobre 2019, n. 124, art. 58 (acconti in due rate del 50%), Normattiva.
  • Decreto legislativo 5 agosto 2015, n. 127, art. 1, comma 3, e decreto-legge 30 aprile 2022, n. 36, art. 18 (fattura elettronica per i forfettari), Normattiva.
  • Circolare INPS n. 14 del 9 febbraio 2026, contributi 2026 di artigiani e commercianti.
  • Decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, art. 9 (abrogazione delle tariffe professionali e preventivo), Normattiva.
  • Decreto del Ministero della Giustizia 20 luglio 2012, n. 140 (parametri per la liquidazione giudiziale dei compensi), Normattiva.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

Ottobre 21, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale
https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-10-21 15:00:002026-10-19 21:43:04Commercialista per forfettario 2026: costo, cosa è compreso e come scegliere
Infermieri, PARTITA IVA, PARTITA IVA CON REGIME FORFETTARIO, Professionisti Sanitari

Commercialista infermieri o CAF? Partita IVA online: guida 2026

Notizie fiscali CAF Centro Fiscale

Stai pensando alla libera professione e ti chiedi se ti serve un commercialista infermieri, cioè qualcuno che conosca bene le regole fiscali e previdenziali della tua categoria? È una delle domande che riceviamo più spesso da chi lavora in corsia e vuole affiancare (o sostituire) il contratto da dipendente con la partita IVA. Assistenza domiciliare, turni in RSA, collaborazioni con cooperative, ambulatori o studi privati: in tutti questi casi serve una posizione fiscale aperta e gestita nel modo corretto.

La buona notizia è che per la maggior parte degli infermieri liberi professionisti la strada è il regime forfettario, un regime fiscale semplificato che prevede una tassa unica al posto di IRPEF e addizionali. Un regime semplice non richiede per forza uno studio professionale: può essere seguito da un CAF con esperienza specifica, anche completamente online.

In questo articolo ti spieghiamo con chiarezza la differenza tra commercialista per infermieri e CAF, cosa fa concretamente il CAF Centro Fiscale per la tua partita IVA infermiere, quali sono i dati corretti su codice ATECO e cassa ENPAPI e quanto costa il servizio. Per gli aspetti tecnici di dettaglio (requisiti, calcolo delle tasse, esempi completi) trovi la nostra guida alla partita IVA per infermieri 2026. Qui ci concentriamo su una domanda precisa: commercialista infermieri o CAF, chi può seguirti davvero?

Indice dei contenuti

  1. Commercialista infermieri o CAF: da dove nasce il dubbio
  2. Il CAF non è un commercialista: cosa fa Centro Fiscale per gli infermieri
  3. ATECO 86.94.01 e cassa ENPAPI: i dati corretti per gli infermieri
  4. Quanto costa la partita IVA infermiere gestita dal CAF
  5. Partita IVA infermiere gestita online: come lavoriamo
  6. Fatturazione elettronica per infermieri e Sistema TS
  7. Domande frequenti su commercialista infermieri e CAF
  8. Apri la tua partita IVA da infermiere con il CAF Centro Fiscale

Commercialista infermieri o CAF: da dove nasce il dubbio

Chi digita commercialista infermieri su Google di solito ha tre esigenze molto concrete. La prima è aprire la partita IVA senza errori, con il codice attività e la cassa previdenziale giusti. La seconda è sapere in anticipo quanto pagherà tra tasse e contributi. La terza è avere qualcuno che si occupi della dichiarazione dei redditi e delle scadenze, così da potersi concentrare sul lavoro con i pazienti.

Sono esigenze legittime, ma la vera domanda non è “quale titolo ha chi mi segue”, bensì quale livello di assistenza serve alla mia attività. Un infermiere in regime forfettario non tiene la contabilità ordinaria: non registra le spese, non gestisce l’IVA sulle prestazioni sanitarie e paga le tasse su un reddito calcolato in modo forfettario. Si tratta di una gestione lineare, che richiede precisione e rispetto delle scadenze più che operazioni contabili complesse.

Facciamo un esempio. Nel forfettario il reddito si calcola con il coefficiente di redditività, una percentuale fissa stabilita per legge che indica quale parte dei tuoi incassi viene considerata reddito. Per gli infermieri il coefficiente è del 78%: il restante 22% copre in modo presunto le spese, senza bisogno di documentarle. Se Giulia, infermiera domiciliare, incassa 30.000 euro in un anno, il suo reddito imponibile è di 23.400 euro (30.000 × 78%). Su questa base si calcolano i contributi ENPAPI e l’imposta sostitutiva, cioè la tassa unica del forfettario.

Ci sono però alcuni paletti da verificare prima di partire: il limite di 85.000 euro di ricavi annui e, per chi è anche dipendente (situazione frequentissima tra gli infermieri), il tetto di 35.000 euro di redditi da lavoro dipendente nell’anno precedente. Chi lavora nel pubblico deve inoltre verificare con il proprio ente la compatibilità dell’attività libero professionale. Sono controlli che un CAF esperto fa nel primo colloquio, prima ancora di aprire la posizione.

Il CAF non è un commercialista: cosa fa Centro Fiscale per gli infermieri

Partiamo da un chiarimento importante, perché la trasparenza viene prima di tutto. Il commercialista è una professione ordinistica: per esercitarla bisogna essere iscritti all’Albo dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili. Il CAF (Centro di Assistenza Fiscale) è invece una struttura autorizzata a prestare assistenza fiscale ai contribuenti. Il CAF Centro Fiscale non è uno studio di commercialisti e non si presenta come tale.

Detto questo, per un infermiere in regime forfettario il CAF può seguire tutto ciò che serve davvero, dall’apertura alla dichiarazione annuale. Chi cerca un commercialista infermieri spesso scopre che ciò di cui ha bisogno è proprio questo: un referente unico che conosca la professione sanitaria, la cassa di categoria e le scadenze del forfettario. Ecco cosa facciamo concretamente per te:

  • Verifica iniziale dei requisiti del forfettario, compreso il tetto dei redditi da lavoro dipendente se hai anche un contratto in ospedale o in struttura.
  • Apertura della partita IVA con il codice ATECO 86.94.01, quello corretto per gli infermieri.
  • Supporto all’iscrizione ENPAPI e gestione degli adempimenti verso la cassa.
  • Calcolo e preparazione degli F24 per imposta sostitutiva, contributi, saldi e acconti.
  • Dichiarazione dei redditi annuale (Modello Redditi PF con quadro LM, quello dedicato al forfettario).
  • Monitoraggio delle scadenze e della soglia di 85.000 euro, con consulenza via WhatsApp ed email durante l’anno.

Quando è meglio rivolgersi a un commercialista

Vogliamo essere onesti anche su questo. Se la tua attività esce dal perimetro del forfettario, ad esempio perché superi le soglie, costituisci una società o uno studio associato, oppure hai situazioni contabili particolarmente articolate, può essere opportuno valutare un commercialista. Nel primo colloquio analizziamo il tuo caso e, se il servizio CAF non è la soluzione adatta, te lo diciamo subito e con chiarezza.

ATECO 86.94.01 e cassa ENPAPI: i dati corretti per gli infermieri

Due elementi fanno la differenza tra una partita IVA infermiere aperta bene e una da correggere dopo: il codice ATECO e la cassa previdenziale. Il codice ATECO è una sequenza di numeri che identifica l’attività economica che svolgi: serve all’Agenzia delle Entrate per classificarti e, nel forfettario, per individuare il coefficiente di redditività.

Dal 1° gennaio 2025 è in vigore la nuova classificazione ATECO 2025, operativa per l’Agenzia delle Entrate dal 1° aprile 2025. Per gli infermieri il codice corretto è 86.94.01. In rete circolano ancora due errori: il codice 86.94.00, che non esiste, e il vecchio ex 86.90.29 (ATECO 2007), che non è più in uso. Chi aveva già la partita IVA è stato riclassificato d’ufficio. Per il coefficiente di redditività del 78%, fino al nuovo decreto resta il riferimento il codice ATECO 2007 corrispondente: il risultato per te non cambia.

ENPAPI: chi si iscrive e quanto si versa

L’ENPAPI è l’Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza della Professione Infermieristica, cioè la cassa pensionistica privata della categoria. È un ente a perimetro chiuso: vi si iscrivono soltanto infermieri, infermieri pediatrici e assistenti sanitari che esercitano la libera professione. Attenzione a un punto spesso frainteso: l’iscrizione alla cassa dipende dall’albo professionale di appartenenza, non dal codice ATECO scelto in fase di apertura.

I contributi ENPAPI principali sono due. Il contributo soggettivo è pari al 16% del reddito professionale e finanzia la tua futura pensione. Il contributo integrativo è pari al 4% dei compensi e viene addebitato in fattura ai clienti. Sono comunque dovuti i contributi minimi annui in quota fissa: 1.600 euro di soggettivo e 150 euro di integrativo, anche negli anni con redditi bassi. Tornando all’esempio di Giulia, con 23.400 euro di reddito il soggettivo vale indicativamente 3.744 euro. Il calcolo esatto, anno per anno, lo prepariamo noi.

Quanto costa la partita IVA infermiere gestita dal CAF

Uno dei motivi per cui molti infermieri cercano un commercialista infermieri online è capire in anticipo i costi. Al CAF Centro Fiscale il listino è pubblico e senza sorprese. I prezzi che seguono sono tutti IVA inclusa:

  • Apertura della partita IVA per i professionisti: 120-150 euro, una tantum.
  • Gestione annuale del forfettario: a partire da 350 euro l’anno IVA inclusa, con la dichiarazione dei redditi compresa.
  • Software di fatturazione elettronica: non fa parte della gestione, è un abbonamento separato che scegli tu. Se affidi al CAF la gestione fiscale completa della partita IVA, Fatturazione Italia ha un prezzo convenzionato: 40 € IVA inclusa l’anno con il piano Start e 70 € IVA inclusa l’anno con il piano Pro.

Nella gestione annuale rientrano la dichiarazione dei redditi con quadro LM, il calcolo e la preparazione degli F24 per imposta sostitutiva, contributi e acconti, il monitoraggio delle scadenze con avvisi personalizzati, la gestione dei rapporti con la cassa previdenziale e la consulenza durante tutto l’anno. È un costo dichiarato in anticipo, così sai esattamente quanto mettere a budget.

Il software di fatturazione, invece, va considerato a parte e non è compreso nella gestione: ne parliamo più avanti, insieme al prezzo convenzionato riservato a chi affida al CAF la gestione fiscale completa.

Partita IVA infermiere gestita online: come lavoriamo

Gli infermieri hanno turni, reperibilità e orari difficili da conciliare con gli appuntamenti in ufficio. Per questo la partita IVA infermiere può essere gestita dal CAF interamente online, tramite WhatsApp, email e firma digitale, da qualsiasi città italiana. Se preferisci il contatto di persona, ti aspettiamo nelle sedi di Udine (Viale Tullio 13) e di Cividale del Friuli, dal lunedì al venerdì.

Il percorso è pensato per farti perdere meno tempo possibile. In genere si svolge in questi passaggi:

  1. Primo contatto: ci racconti la tua situazione (solo libera professione o anche lavoro dipendente, tipo di clienti, incassi previsti).
  2. Verifica dei requisiti del forfettario e delle eventuali incompatibilità.
  3. Raccolta documenti: documento d’identità, codice fiscale, dati di iscrizione all’albo OPI ed eventuale contratto di lavoro dipendente.
  4. Apertura della partita IVA con ATECO 86.94.01 e supporto all’iscrizione ENPAPI.
  5. Gestione annuale: scadenze, F24 e dichiarazione dei redditi.

La procedura richiede attenzione, perché un errore nel codice attività o nella cassa si trascina per anni. Per questo è il nostro team a occuparsi di ogni passaggio. Se vuoi approfondire le regole generali del regime, leggi la guida al regime forfettario 2026 e quella su come aprire la partita IVA. Per una valutazione del tuo caso puoi rivolgerti al CAF Centro Fiscale di Udine oppure prenotare un appuntamento, in sede o da remoto.

Fatturazione elettronica per infermieri e Sistema TS

Una volta aperta la partita IVA dovrai emettere le fatture. Verso strutture, cooperative e aziende si usa la fattura elettronica trasmessa tramite il Sistema di Interscambio (SdI), il canale dell’Agenzia delle Entrate. Per le prestazioni sanitarie rese ai pazienti privati, invece, vale il divieto di fattura elettronica via SdI a tutela della privacy: i dati delle spese vanno comunicati al Sistema Tessera Sanitaria (Sistema TS), con invio annuale entro il 31 gennaio. Tutti i dettagli sono nella guida alla partita IVA infermiere.

Come abbiamo detto, il software di fatturazione non fa parte della gestione CAF. Chi lo desidera può affiancarle Fatturazione Italia, il software che consigliamo ai nostri clienti forfettari. Il piano Start costa 49 € + IVA l’anno (59,78 € IVA inclusa) con 150 fatture; il piano Pro costa 89 € + IVA l’anno (108,58 € IVA inclusa) con fino a 500 fatture e ha il Sistema TS incluso nel piano Pro, utile proprio per le professioni sanitarie. Solo abbonamento annuale; i prezzi di listino sono bloccati 3 anni per contratto e c’è una prova gratuita di 14 giorni senza carta di credito. Se invece affidi al CAF Centro Fiscale la gestione fiscale completa della tua partita IVA, il software ha un prezzo convenzionato: 40 € IVA inclusa l’anno per lo Start e 70 € IVA inclusa l’anno per il Pro, con il Sistema TS incluso nel Pro.

Come avere il prezzo convenzionato: è riservato agli infermieri che affidano al CAF Centro Fiscale la gestione fiscale completa della partita IVA. Scrivici su WhatsApp al 366 6018121, mandaci una mail a info@centrofiscale.com oppure compila il modulo di richiesta.

Con il piano Pro emetti ai pazienti fatture sanitarie in PDF, senza SdI, e alle strutture fatture elettroniche via SdI; invii le spese al Sistema TS con un clic, con variazioni, cancellazioni e invio automatico notturno a scelta, e l’opposizione del paziente è gestita. Per il contributo integrativo ENPAPI puoi scegliere se va in aggiunta al prezzo o se è già compreso nella tua tariffa, riga per riga (un rimborso spese resta fuori).

Puoi confrontare i piani nella pagina prezzi di Fatturazione Italia, leggere la nostra recensione di Fatturazione Italia oppure consultare il confronto sul miglior software di fatturazione elettronica 2026, dove trovi anche le alternative presenti sul mercato.

Fonti

  • Legge 23 dicembre 2014, n. 190, art. 1, commi 54-89 – Regime forfetario (limiti di 85.000 e 35.000 euro, coefficienti)
  • Decreto legislativo 12 giugno 2025, n. 81, art. 2 – Divieto di fattura elettronica per le prestazioni sanitarie inviate al Sistema TS
  • Decreto legislativo 12 giugno 2025, n. 81, art. 5 – Termine annuale di invio al Sistema Tessera Sanitaria
  • Decreto legislativo 10 febbraio 1996, n. 103 – Tutela previdenziale dei liberi professionisti (base istitutiva dell’ENPAPI)
  • ENPAPI, Tipologia dei contributi (soggettivo 16%, integrativo 4% e minimi)

Domande frequenti su commercialista infermieri e CAF

Un infermiere ha bisogno del commercialista per la partita IVA?

Non necessariamente. Se rientri nel regime forfettario, la gestione è semplificata e può essere seguita da un CAF come Centro Fiscale, che si occupa di apertura, F24 e dichiarazione dei redditi. Il CAF non è un commercialista: se la tua situazione richiede una contabilità più complessa, te lo segnaliamo nel primo colloquio.

Quanto costa aprire la partita IVA da infermiere con il CAF?

L’apertura costa 120-150 euro una tantum, IVA inclusa. La gestione annuale del forfettario costa a partire da 350 euro l’anno IVA inclusa, dichiarazione dei redditi compresa. Il software di fatturazione è un costo separato: con la gestione fiscale completa affidata al CAF, Fatturazione Italia costa 40 € IVA inclusa l’anno con il piano Start e 70 € IVA inclusa l’anno con il piano Pro.

ENPAPI o Gestione Separata INPS: dove si iscrive l’infermiere?

L’infermiere libero professionista iscritto all’albo si iscrive all’ENPAPI, la cassa della professione infermieristica, che copre solo infermieri, infermieri pediatrici e assistenti sanitari. La Gestione Separata INPS riguarda invece le professioni sanitarie senza una cassa propria, come i fisioterapisti. L’iscrizione dipende dall’albo, non dal codice ATECO.

Cosa comprende la gestione CAF della partita IVA forfettaria?

Comprende la dichiarazione dei redditi con quadro LM, il calcolo e la preparazione degli F24 per imposta sostitutiva, contributi e acconti, il monitoraggio delle scadenze, la gestione dei rapporti con la cassa previdenziale e la consulenza via WhatsApp ed email durante l’anno. Il software di fatturazione elettronica non è compreso: a chi sceglie la gestione completa del CAF, Fatturazione Italia è disponibile a un prezzo convenzionato, 40 € (Start) o 70 € (Pro) IVA inclusa l’anno.

Qual è il codice ATECO corretto per l’infermiere?

Con la classificazione ATECO 2025 il codice è 86.94.01. Il codice 86.94.00 non esiste, mentre l’ex 86.90.29 appartiene alla vecchia classificazione ATECO 2007. Il coefficiente di redditività per il forfettario resta del 78%.

Posso gestire tutto online anche se non abito a Udine?

Sì. Il servizio è disponibile online in tutta Italia tramite WhatsApp, email e firma digitale. Chi preferisce può venire nelle sedi di Udine o Cividale del Friuli.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

Apri la tua partita IVA da infermiere con il CAF Centro Fiscale

Cercare un commercialista infermieri è il primo passo, ma ciò che conta è trovare chi segua la tua partita IVA forfettaria con competenza e costi chiari. Il CAF Centro Fiscale apre la posizione con il codice ATECO corretto, ti supporta nell’iscrizione ENPAPI e si occupa della dichiarazione dei redditi ogni anno, sia in ufficio a Udine che online in tutta Italia.

Servizio Partita IVA forfettaria per infermieri: apertura 120-150 euro, gestione annuale a partire da 350 euro l’anno con dichiarazione dei redditi compresa (prezzi IVA inclusa). Scopri tutti i dettagli nella pagina del servizio Partita IVA forfettario e compila il form di richiesta, oppure scrivici su WhatsApp al 366 6018121.

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Per la fatturazione puoi provare Fatturazione Italia gratis per 14 giorni, senza carta di credito: il Sistema TS è incluso nel piano Pro, pensato anche per le professioni sanitarie, che costa 70 € IVA inclusa l’anno se affidi al CAF la gestione fiscale completa. Scopri Fatturazione Italia.

Hai bisogno di assistenza per la partita IVA da infermiere? Il CAF Centro Fiscale di Udine è a tua disposizione, sia in ufficio che online. Contattaci al 0432 1638640 o scrivici su WhatsApp al 366 6018121, oppure prenota un appuntamento.

Richiedi la gestione completa e il prezzo convenzionato di Fatturazione Italia: compila il modulo, ti ricontattiamo noi.

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    Ottobre 21, 2026/0 Commenti/da Andrea Damiani
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    Assegno unico, conguaglio di ottobre 2026: chi lo riceve e come leggere l’importo

    ASSEGNO UNICO UNIVERSALEASSEGNO UNICO UNIVERSALE

    L’assegno unico conguaglio ottobre 2026 riguarda le famiglie il cui importo mensile è cambiato rispetto alla rata precedente: per una variazione dell’ISEE, della composizione del nucleo familiare, dei figli a carico o delle maggiorazioni. Il conguaglio non è un pagamento a parte: è la differenza, in più o in meno, che l’INPS calcola e include nella rata, e che si legge nel dettaglio dei pagamenti in MyINPS e nell’app INPS Mobile.

    Il pagamento ordinario per chi ha la domanda in corso e nessuna variazione è fissato al 21 e 22 ottobre 2026, secondo il calendario del messaggio INPS n. 3931 del 24 dicembre 2025.

    In sintesi

    • Il conguaglio è la differenza tra quanto spettava e quanto già versato: può essere un aumento o una riduzione dell’importo.
    • Lo ricevono le famiglie con variazioni di ISEE, nucleo, numero o età dei figli, maggiorazioni.
    • Il pagamento ordinario di ottobre è il 21 e 22 ottobre 2026; per le rate con variazioni controlla le date nel dettaglio su MyINPS.
    • L’importo si legge nel dettaglio pagamenti di MyINPS e di INPS Mobile, distinguendo rata ordinaria, arretrati e recuperi.
    • Gli importi base 2026 vanno da 203,80 euro a 58,30 euro al mese per figlio minorenne (Circolare INPS n. 7/2026).

    Indice dei contenuti

    • Chi riceve il conguaglio dell’assegno unico a ottobre 2026?
    • Perché l’importo dell’assegno unico può cambiare?
    • Come si legge l’importo dell’assegno unico su MyINPS?
    • Come si legge il dettaglio nell’app INPS Mobile?
    • Quando arriva l’assegno unico di ottobre 2026?
    • Domande frequenti
    • Fonti

    Chi riceve il conguaglio dell’assegno unico a ottobre 2026?

    Il conguaglio dell’assegno unico riguarda i nuclei per i quali l’INPS ha ricalcolato l’importo. L’assegno unico e universale è la prestazione mensile per i figli a carico, disciplinata dal D.Lgs. 230/2021. Ogni mese l’INPS paga la rata sulla base dei dati che ha in archivio. Se questi dati cambiano, l’importo viene riallineato e la differenza finisce in un conguaglio.

    Per capire cosa significa in generale, trovi la spiegazione completa nella guida al conguaglio dell’assegno unico 2026. Qui ci concentriamo su chi lo ottiene a ottobre e su come interpretarlo. In pratica, lo ricevono le famiglie che hanno avuto una variazione utile al calcolo, per esempio:

    • un nuovo ISEE o una DSU aggiornata, con valore diverso dal precedente;
    • la nascita o l’ingresso di un nuovo figlio nel nucleo;
    • un figlio che compie 18 o 21 anni, con cambio dell’importo e delle maggiorazioni;
    • una modifica del nucleo, come separazione, nuova residenza o variazione dell’affidamento;
    • l’ottenimento o la perdita di una maggiorazione, ad esempio per disabilità.

    Non tutte le famiglie, quindi, vedranno un conguaglio: se nulla è cambiato, la rata resta quella di sempre.

    Perché l’importo dell’assegno unico può cambiare?

    L’importo dipende soprattutto dall’ISEE, l’indicatore che misura la situazione economica della famiglia (per approfondire, leggi la pagina sull’ISEE). Secondo la Circolare INPS n. 7/2026, per i beneficiari con ISEE fino a 17.468,51 euro l’importo base è di 203,80 euro al mese per figlio minorenne. Con ISEE pari o superiore a 46.582,71 euro, oppure senza ISEE, scende a 58,30 euro. Tra le due soglie l’importo diminuisce in modo progressivo.

    Per questo anche una piccola variazione dell’indicatore può spostare la rata. Si aggiungono poi le maggiorazioni previste dalla stessa circolare: per i figli con disabilità 99,10, 110,60 o 122,30 euro al mese a seconda del grado; 150 euro per nucleo con quattro o più figli; fino a 34,90 euro per figlio minorenne quando entrambi i genitori lavorano; 23,30 euro per le madri under 21.

    Un esempio: supponiamo che una famiglia con due figli presenti una nuova DSU e il nuovo ISEE risulti più basso. L’INPS ricalcola la rata e, se la differenza riguarda anche mesi già pagati, la somma dovuta compare come conguaglio. Se invece l’ISEE sale, la rata scende e può essere recuperata la differenza già versata. Sulle regole per gli arretrati, la Circolare INPS n. 7/2026 indica che con DSU presentata entro il 30 giugno gli arretrati spettano da marzo; dopo quella data non spettano arretrati per i mesi precedenti.

    Come si legge l’importo dell’assegno unico su MyINPS?

    Su MyINPS, l’area personale del sito INPS, il dettaglio dei pagamenti dell’assegno unico mostra le singole mensilità. La cosa da guardare non è solo il totale accreditato, ma la composizione: quanto è la rata del mese, quanto è l’eventuale arretrato o conguaglio e se compaiono importi recuperati per somme versate in più.

    Quando il totale è diverso dalla rata abituale, il motivo è quasi sempre una di queste voci. Un importo più alto indica di solito un arretrato o un aumento; uno più basso può dipendere da un recupero o da un ISEE più alto. Confronta sempre il mese di competenza (il mese a cui si riferisce la somma) con la data di pagamento: possono non coincidere. Le etichette esatte delle voci possono variare, quindi conviene fare riferimento al dettaglio che l’INPS mostra nel tuo caso.

    Come si legge il dettaglio nell’app INPS Mobile?

    L’app INPS Mobile offre la stessa informazione in formato più sintetico: lo storico dei pagamenti con data e importo per ciascuna mensilità. Se la cifra accreditata non corrisponde alla rata che ti aspetti, apri il dettaglio del singolo pagamento e verifica se rientrano arretrati, conguagli o trattenute. Per capire come i pagamenti si collocano nel mese, puoi leggere anche il calendario dei pagamenti INPS di ottobre 2026.

    Un consiglio pratico: annota l’importo ricevuto il mese prima e quello di ottobre, poi confronta la differenza con le variazioni intervenute nel nucleo. Se non riesci a spiegare lo scarto con una variazione che conosci, vale la pena verificare con l’INPS la correttezza dei dati registrati, perché un errore su ISEE o figli a carico si riflette su tutte le rate.

    Quando arriva l’assegno unico di ottobre 2026?

    Il calendario del messaggio INPS n. 3931 del 24 dicembre 2025 fissa al 21 e 22 ottobre 2026 l’accredito per le prestazioni in corso di godimento che non hanno subito variazioni. Per le nuove domande la prima rata è di norma versata nell’ultima settimana del mese successivo a quello di presentazione.

    Per le rate che includono variazioni o conguagli, le date possono essere diverse: il riferimento affidabile è il dettaglio del pagamento in MyINPS, dove compare la data di accredito prevista per il tuo caso. Per l’elenco degli importi e dei controlli del mese, consulta l’articolo su assegno unico ottobre 2026: pagamento, importi e controlli ISEE.

    Domande frequenti sull’assegno unico e il conguaglio di ottobre 2026

    Il conguaglio è sempre un importo in più?

    No. Può essere positivo, se ti spetta una somma maggiore, oppure negativo, se l’INPS recupera quanto versato in eccesso. Dipende dalla variazione intervenuta.

    Perché ho ricevuto meno della rata abituale?

    Le cause più comuni sono un ISEE più alto, una maggiorazione che non spetta più o il recupero di somme già versate. Il dettaglio del pagamento mostra quale voce ha inciso.

    Gli arretrati sono dovuti per tutti i mesi?

    Dipende dalla data della DSU. Secondo la Circolare INPS n. 7/2026, se è presentata entro il 30 giugno gli arretrati spettano da marzo; dopo il 30 giugno non spettano per i mesi precedenti.

    Il conguaglio arriva il 21 e 22 ottobre 2026?

    Il 21 e 22 ottobre 2026 è la data del pagamento ordinario. Per le rate con variazioni consulta la data indicata nel dettaglio dei pagamenti su MyINPS.

    Fonti

    • INPS, messaggio n. 3931 del 24 dicembre 2025, calendario dei pagamenti dell’assegno unico 2026.
    • INPS, Circolare n. 7/2026, importi e soglie ISEE dell’assegno unico e universale 2026.
    • INPS, scheda di servizio Assegno unico e universale per i figli a carico.
    • Decreto legislativo 29 dicembre 2021, n. 230, istitutivo dell’assegno unico e universale.

    Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

    Ottobre 21, 2026/0 Commenti/da Andrea Damiani
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    Pensioni novembre 2026: data di pagamento, cedolino e trattenute

    Le pensioni novembre 2026 vengono pagate lunedì 2 novembre 2026. Il 1° novembre cade infatti di domenica, giorno festivo, e l’INPS accredita la rata il primo giorno bancabile del mese, cioè il primo giorno in cui le banche sono aperte. Il cedolino, il documento che riporta importo e trattenute, è consultabile nell’area personale MyINPS.

    In questa notizia vediamo la data di pagamento, che cosa controllare sul cedolino e come leggere le voci di trattenuta. Se hai già letto la guida del mese scorso, trovi il quadro di ottobre in Pensioni ottobre 2026: cedolino e pagamenti.

    In sintesi

    • Data di pagamento: lunedì 2 novembre 2026, primo giorno bancabile del mese.
    • Il 1° novembre 2026 è domenica: per questo la rata slitta di un giorno.
    • Il cedolino è consultabile su MyINPS con le proprie credenziali.
    • Da controllare: addizionali regionali e comunali, conguagli, trattenute sindacali, eventuali recuperi di somme indebite.
    • Tredicesima e importo aggiuntivo di fine anno riguardano la rata di dicembre, non quella di novembre.

    Indice dei contenuti

    • Quando vengono pagate le pensioni di novembre 2026?
    • Perché si paga il 2 novembre e non il 1°?
    • Come funziona il pagamento alle Poste?
    • Dove si trova il cedolino della pensione di novembre 2026?
    • Quali trattenute e conguagli controllare sul cedolino?
    • Che cosa aspettarsi dopo novembre?
    • Domande frequenti sulle pensioni di novembre 2026
    • Fonti

    Quando vengono pagate le pensioni di novembre 2026?

    La rata di novembre viene messa in pagamento lunedì 2 novembre 2026, sia per chi riceve l’accredito su conto corrente bancario o postale sia per chi ritira alle Poste. Si tratta dell’unica data prevista per l’intera mensilità: non ci sono scaglioni per tipologia di pensione, e la stessa scadenza vale per pensioni di vecchiaia, anticipate, di invalidità e ai superstiti.

    Chi ha l’accredito su conto troverà quindi la somma disponibile già dal 2 novembre, salvo i tempi tecnici di registrazione della propria banca. Chi ha delegato un familiare o un tutore alla riscossione segue lo stesso calendario.

    Perché si paga il 2 novembre e non il 1°?

    La regola è semplice: le pensioni INPS sono pagate il primo giorno di ciascun mese o, se questo è festivo o non bancabile, il giorno successivo. Il giorno bancabile è quello in cui gli sportelli e i circuiti di pagamento sono operativi: sono quindi esclusi sabati, domeniche e festività. Il 1° novembre 2026 è una domenica (oltre che la festa di Ognissanti), quindi si passa a lunedì 2 novembre.

    La disciplina è contenuta nell’art. 1, comma 302, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, riscritto dall’art. 6 del decreto-legge 21 maggio 2015, n. 65, convertito dalla legge 17 luglio 2015, n. 109, che ha portato il pagamento al primo giorno del mese. Il testo oggi in vigore è quello sostituito dall’art. 1, comma 184, della legge 27 dicembre 2017, n. 205, illustrato dal messaggio INPS n. 20 del 4 gennaio 2018: pagamento il primo giorno del mese o il giorno successivo se festivo o non bancabile, con l’eccezione di gennaio, in cui si paga il secondo giorno bancabile.

    Come funziona il pagamento alle Poste?

    Per chi ha un libretto di risparmio postale, un conto BancoPosta o una carta con IBAN, l’accredito avviene dal 2 novembre 2026 come per le banche. Per chi invece ritira la pensione in contanti allo sportello, in alcuni mesi Poste Italiane distribuisce i ritiri su più giorni seguendo l’ordine alfabetico dei cognomi, per evitare code negli uffici.

    Non abbiamo trovato su fonti istituzionali un calendario alfabetico già pubblicato per novembre 2026: per sapere in quale giorno ritirare, conviene guardare gli avvisi esposti nell’ufficio postale di riferimento e il sito di Poste Italiane. Chi ha una carta Postamat o un libretto può in genere prelevare agli sportelli automatici senza attendere il proprio turno.

    Dove si trova il cedolino della pensione di novembre 2026?

    Il cedolino della pensione è il prospetto che indica l’importo lordo, le ritenute e la somma netta che ti viene accreditata. Si consulta nella propria area personale MyINPS, nella sezione dedicata al cedolino della pensione, dove di norma compare nei giorni che precedono il pagamento. Chi non usa i servizi online può ricevere il dettaglio tramite i canali previsti dall’INPS, ad esempio su richiesta a un patronato o presso gli sportelli.

    Quando apri il cedolino, parti dalle tre voci principali: importo lordo (la pensione prima delle tasse), trattenute (fiscali e non) e importo netto, quello che arriva davvero sul conto. Un confronto con il cedolino di ottobre aiuta a notare subito eventuali differenze: la variazione può dipendere da una nuova trattenuta o dalla fine di un’altra.

    Quali trattenute e conguagli controllare sul cedolino?

    Il cedolino di novembre 2026 può contenere più voci rispetto ai mesi precedenti. Ecco cosa verificare con attenzione:

    • Addizionali regionali e comunali: sono imposte locali calcolate sul reddito e trattenute sulla pensione, anche in più rate. Controlla che la voce corrisponda al tuo comune e alla tua regione di residenza.
    • Conguagli fiscali: servono ad allineare le imposte trattenute con quelle dovute. Se hai presentato la dichiarazione dei redditi, ad esempio il modello 730, il rimborso o il debito può comparire come conguaglio.
    • Trattenute sindacali: sono le quote di iscrizione a sindacati o associazioni, attive solo se hai rilasciato una delega. Se non la ricordi, verificane l’origine.
    • Recupero di somme indebite: se l’INPS ha pagato più del dovuto, può recuperare la differenza a rate sulla pensione. La causale deve essere indicata nel cedolino o nella comunicazione ricevuta.
    • Altre trattenute: quote di cessione del quinto, pignoramenti o rate di canoni, se attivate.

    Se una voce non ti torna, conserva il cedolino e la comunicazione dell’INPS che ne spiega la ragione. Anche un cambio di reddito o di residenza può modificare le ritenute: un controllo puntuale evita sorprese nei mesi successivi.

    Che cosa aspettarsi dopo novembre?

    Novembre è anche il mese in cui molti pensionati valutano la rateizzazione del canone Rai sulla pensione. Per chi intende chiederla, la scadenza è il 15 novembre 2026: i dettagli sono nella nostra notizia sul canone Rai in pensione con domanda entro il 15 novembre.

    Le somme di fine anno, come la tredicesima, riguardano la rata di dicembre e saranno trattate in un articolo dedicato. A novembre l’importo del cedolino segue invece la normale mensilità, salvo le voci descritte sopra.

    Domande frequenti sulle pensioni di novembre 2026

    Quando arriva la pensione di novembre 2026?

    Lunedì 2 novembre 2026, primo giorno bancabile del mese, perché il 1° novembre è domenica.

    Le pensioni di novembre 2026 sono pagate in anticipo?

    No. Se il primo del mese è festivo, il pagamento slitta al giorno bancabile successivo.

    Dove vedo il cedolino della pensione?

    Nell’area personale MyINPS, alla voce dedicata al cedolino della pensione.

    Perché il netto di novembre è diverso da quello di ottobre?

    Per conguagli fiscali, rate di addizionali, nuove trattenute o recuperi di somme già pagate.

    La tredicesima si paga a novembre?

    No, è legata alla rata di dicembre.

    Fonti

    • INPS, Messaggio n. 20 del 4 gennaio 2018 (pagamento delle pensioni il primo giorno bancabile, calendario dei pagamenti).
    • Legge 27 dicembre 2017, n. 205, art. 1, comma 184 (che sostituisce l’art. 1, comma 302, della legge 23 dicembre 2014, n. 190), su Normattiva.
    • Decreto-legge 21 maggio 2015, n. 65, art. 6, convertito dalla legge 17 luglio 2015, n. 109, su Normattiva.

    Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

    Ottobre 21, 2026/0 Commenti/da Andrea Damiani
    https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2022/12/BOX-PENSIONI.png 788 940 Andrea Damiani https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Andrea Damiani2026-10-21 07:00:002026-10-13 21:10:20Pensioni novembre 2026: data di pagamento, cedolino e trattenute
    NOTIZIE

    Rottamazione IMU, TARI e multe: come fare domanda entro il 15 dicembre

    ROTTAMAZIONE QUINQUIES 2026

    La rottamazione tributi locali domanda va presentata entro il 15 dicembre 2026 in modalità telematica sul sito di Agenzia delle Entrate-Riscossione (AdER), dall’area riservata oppure dall’area pubblica. Il prospetto informativo con i carichi che si possono definire è disponibile dal 15 ottobre 2026, mentre la domanda si può inviare dal 16 ottobre 2026. La misura è prevista dall’articolo 10-quinquies del decreto-legge n. 38 del 2026, convertito dalla legge n. 88 del 2026 e modificato dalla legge n. 113 del 2026.

    Questo articolo è una guida operativa. Per il quadro completo di debiti ammessi e regole generali trovi l’approfondimento sulla rottamazione dei tributi locali: IMU, TARI e multe.

    In sintesi

    • 15 ottobre 2026: AdER rende disponibile il prospetto informativo dei carichi definibili.
    • 16 ottobre – 15 dicembre 2026: finestra per presentare la domanda di adesione.
    • 28 febbraio 2027: data entro cui AdER comunica le somme dovute.
    • 31 marzo 2027: scadenza del pagamento in unica soluzione; in alternativa fino a 54 rate bimestrali.
    • Vale solo se il Comune (o la Regione) ha adottato il provvedimento di adesione ed è nell’elenco pubblicato da AdER.

    Indice dei contenuti

    1. Come verifico se il mio Comune ha aderito alla rottamazione?
    2. Come si ottiene il prospetto informativo dei carichi definibili?
    3. Come si presenta la domanda di adesione passo dopo passo?
    4. Pagamento in unica soluzione o a rate: quali scadenze valgono?
    5. Cosa succede dopo la domanda e quando arriva la comunicazione delle somme?
    6. Quali errori evitare nella domanda di rottamazione dei tributi locali?
    7. Domande frequenti sulla rottamazione dei tributi locali
    8. Fonti

    Come verifico se il mio Comune ha aderito alla rottamazione?

    Prima di tutto bisogna capire se la rottamazione dei tributi locali è davvero attiva per le tue cartelle. La definizione agevolata riguarda i carichi affidati ad AdER da Comuni, Regioni e altri enti locali tra il 1° gennaio 2000 e il 31 dicembre 2023, ma solo se l’ente ha adottato un apposito provvedimento, pubblicato sul proprio sito e trasmesso ad AdER entro il 31 luglio 2026.

    L’elenco delle Regioni e degli enti locali aderenti è pubblicato da AdER in un documento dedicato. Cerca il nome del Comune che ti ha notificato la cartella: se non compare, per quel debito la rottamazione non è applicabile. Un Comune può aderire solo per alcune entrate, quindi controlla anche che il tributo (per esempio IMU, TARI o multe stradali) rientri nel provvedimento. Per un riepilogo dei territori coinvolti puoi consultare la pagina sulle Regioni e Comuni aderenti alla rottamazione-quinquies.

    Come si ottiene il prospetto informativo dei carichi definibili?

    Il prospetto informativo è il documento che elenca i debiti che rientrano nella rottamazione e indica l’importo che dovresti pagare in caso di adesione. Contiene le somme dovute a titolo di capitale, senza sanzioni, interessi di mora e aggio. L’importo è indicato al netto di eventuali diritti di notifica, spese per procedure esecutive e interessi di dilazione previsti in caso di rate.

    Dal 15 ottobre 2026 lo si può richiedere in due modi. Nell’area riservata la richiesta è diretta e il prospetto arriva via email in tempi brevi. Nell’area pubblica si compila un modulo allegando un documento di riconoscimento e indicando un indirizzo email ordinario, non una PEC: si riceve un link da convalidare entro 72 ore e poi un secondo link per scaricare il documento entro 5 giorni. Se il link scade, la richiesta va ripetuta.

    Come si presenta la domanda di adesione passo dopo passo?

    La domanda di adesione si presenta solo con le modalità telematiche pubblicate da AdER, dal 16 ottobre al 15 dicembre 2026. Non vale una richiesta inviata al Comune o con altri canali. I passaggi sono questi:

    1. Controlla che l’ente creditore sia nell’elenco degli aderenti.
    2. Scarica il prospetto informativo e individua i carichi che vuoi definire.
    3. Scegli la modalità: area riservata (selezioni le cartelle dal tuo profilo) oppure area pubblica (modulo con documento di identità ed email non PEC).
    4. Indica nella domanda se vuoi pagare in unica soluzione o a rate.
    5. Invia la domanda e conserva la ricevuta.

    Con l’area riservata la presa in carico arriva subito via email, con la ricevuta allegata. Con l’area pubblica la procedura prevede più passaggi: convalida del link entro 72 ore e download della ricevuta entro 5 giorni. Chi è in una procedura di composizione della crisi da sovraindebitamento deve usare un modello specifico, da inviare solo via PEC all’indirizzo indicato nel modello stesso. Gli intermediari abilitati possono operare per conto dei clienti tramite la piattaforma dedicata di AdER.

    Pagamento in unica soluzione o a rate: quali scadenze valgono?

    La scelta tra unica soluzione e rate si fa direttamente nella domanda. Con la prima opzione il pagamento è dovuto entro il 31 marzo 2027. Con la seconda si possono versare fino a 54 rate bimestrali di pari importo, in nove anni. Nel 2027 la prima rata scade il 31 marzo e le successive il 31 maggio, il 31 luglio, il 30 settembre e il 30 novembre; negli anni successivi il 31 gennaio, 31 marzo, 31 maggio, 31 luglio, 30 settembre e 30 novembre. Sulle rate si applicano interessi del 3% annuo, calcolati dal 1° aprile 2027.

    Un esempio: Marco deve 2.000 euro di sola quota capitale di TARI. Se sceglie l’unica soluzione, versa tale importo (più le eventuali spese di rimborso) entro il 31 marzo 2027. Se preferisce le rate, divide la somma in rate bimestrali uguali, aggiungendo gli interessi del 3% annuo. Gli importi esatti li indica AdER nella comunicazione di febbraio.

    Cosa succede dopo la domanda e quando arriva la comunicazione delle somme?

    Entro il 28 febbraio 2027 AdER comunica le somme dovute e, per chi ha scelto le rate, il piano con le scadenze e i moduli di pagamento. Fino al 15 dicembre 2026 è possibile correggere o integrare la domanda già inviata, per esempio aggiungendo carichi dimenticati o cambiando la modalità di pagamento. Dopo quella data non si può più intervenire.

    Se hai già una rateizzazione o una precedente definizione agevolata in corso, verifica gli effetti sulle posizioni in essere prima di inviare la domanda. Per le regole sulle cartelle comunali puoi leggere anche la guida sulle cartelle comunali di TARI, IMU e multe e quella sulla domanda online e le scadenze della rottamazione.

    Quali errori evitare nella domanda di rottamazione dei tributi locali?

    Gli sbagli più frequenti nella rottamazione tributi locali domanda sono pochi, ma costosi. Eccoli in sintesi:

    • Non controllare che il Comune sia nell’elenco degli enti aderenti e che il tributo sia compreso.
    • Aspettare gli ultimi giorni: la scadenza del 15 dicembre 2026 è unica e non c’è una finestra di recupero.
    • Dimenticare di convalidare il link entro 72 ore o di scaricare la ricevuta entro 5 giorni nell’area pubblica.
    • Indicare una PEC al posto di un indirizzo email ordinario nell’area pubblica.
    • Inserire solo una parte dei carichi: quelli non indicati restano fuori dalla definizione.
    • Scegliere le rate senza considerare gli interessi del 3% annuo e le scadenze bimestrali.

    Ricorda anche che non tutti i debiti sono ammessi: restano fuori, per esempio, quelli derivanti da condanne della Corte dei conti. Per un controllo puntuale conviene sempre partire dal prospetto informativo, che riporta soltanto le posizioni effettivamente definibili.

    Domande frequenti sulla rottamazione dei tributi locali

    Entro quando va presentata la domanda?

    Entro il 15 dicembre 2026, con le modalità telematiche pubblicate da Agenzia delle Entrate-Riscossione. La domanda si può inviare dal 16 ottobre 2026.

    Posso rottamare cartelle IMU, TARI e multe di qualsiasi Comune?

    No. Solo se l’ente ha adottato il provvedimento entro il 31 luglio 2026 e compare nell’elenco di AdER. I carichi devono essere stati affidati tra il 1° gennaio 2000 e il 31 dicembre 2023.

    Si può scegliere dopo se pagare in unica soluzione o a rate?

    La scelta si indica nella domanda. Fino al 15 dicembre 2026 la domanda può essere corretta o integrata, poi non è più modificabile.

    Quando mi dicono quanto devo pagare?

    Il prospetto informativo, dal 15 ottobre 2026, dà già un’indicazione delle somme. La comunicazione ufficiale delle somme dovute arriva entro il 28 febbraio 2027.

    Cosa si risparmia con la rottamazione?

    Si pagano le somme a titolo di capitale e il rimborso delle spese per le procedure esecutive e per i diritti di notifica, senza interessi iscritti a ruolo, sanzioni, interessi di mora e aggio. Per le multe stradali e le altre sanzioni amministrative non tributarie l’importo della sanzione resta dovuto: si risparmiano interessi, maggiorazioni e aggio.

    Fonti

    • Articolo 10-quinquies del decreto-legge 27 marzo 2026, n. 38, convertito dalla legge n. 88 del 2026 (G.U. n. 117 del 22 maggio 2026), modificato dalla legge n. 113 del 2026: Agenzia delle entrate-Riscossione, scheda sulla legge n. 88/2026.
    • Agenzia delle entrate-Riscossione, Rottamazione-quinquies enti territoriali: domanda di adesione (pagina consultata il 19 ottobre 2026).
    • Agenzia delle entrate-Riscossione, Prospetto informativo (comunicato del 15 ottobre 2026).
    • Agenzia delle entrate-Riscossione, FAQ Definizione agevolata enti territoriali (pagina consultata il 19 ottobre 2026).
    • Agenzia delle entrate-Riscossione, Elenco delle Regioni e degli enti locali aderenti.

    Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

    Ottobre 20, 2026/0 Commenti/da Andrea Damiani
    https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/ROTTAMAZIONE-QUINQUIES-2026.png 924 1640 Andrea Damiani https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Andrea Damiani2026-10-20 15:00:002026-10-19 21:40:42Rottamazione IMU, TARI e multe: come fare domanda entro il 15 dicembre
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    Colf e badanti nella Manovra 2027: lo sconto fiscale allo studio per le famiglie

    colf e badanti CAF Udine

    Per colf e badanti nella Manovra 2027 si starebbe valutando uno sconto fiscale per le famiglie che assumono, ma al 18 ottobre 2026 si tratta solo di un’ipotesi allo studio: non esiste alcun testo ufficiale e nessun importo. La legge di bilancio 2027 non è ancora stata presentata e il calendario slitta a dopo l’Eurogruppo del 9 novembre 2026. Nel frattempo restano in vigore due agevolazioni già note, descritte qui sotto.

    In sintesi

    • Ipotesi allo studio: uno sconto fiscale per chi assume colf e badanti nella Manovra 2027, senza testo né cifre ufficiali.
    • Nulla è cambiato oggi: le regole attuali continuano ad applicarsi, nessuna novità è operativa.
    • Deduzione vigente: i contributi previdenziali versati per i collaboratori domestici sono deducibili fino a 1.549,37 euro.
    • Detrazione vigente: il 19% delle spese per l’assistenza personale ai non autosufficienti, su un massimo di 2.100 euro, con reddito complessivo fino a 40.000 euro.
    • Prudenza: finché la legge non è pubblicata, ogni misura resta un’ipotesi che può cambiare o sparire.

    Indice dei contenuti

    1. Cosa si sta valutando su colf e badanti nella Manovra 2027?
    2. Cosa cambia oggi per chi ha una colf o una badante?
    3. Come funziona oggi la deduzione dei contributi per i collaboratori domestici?
    4. Quando spetta la detrazione 19% per l’assistenza personale?
    5. Altri aspetti del rapporto di lavoro domestico da non dimenticare
    6. Domande frequenti
    7. Fonti

    Cosa si sta valutando su colf e badanti nella Manovra 2027?

    L’idea in discussione riguarda un incentivo fiscale per le famiglie datrici di lavoro, cioè chi assume una colf (collaboratore per le pulizie e la casa) o una badante (assistente di anziani o persone non autosufficienti). Lo scopo sarebbe alleggerire il costo del lavoro domestico regolare e favorire l’emersione del lavoro irregolare.

    Al momento, però, mancano tutti gli elementi che servono a capire se e come la misura vedrà la luce: non c’è un testo di legge, non c’è un decreto, non sono indicati importi, platea o requisiti di reddito. Anche la legge di bilancio 2027 è ancora da presentare, quindi ogni dettaglio può cambiare.

    Per questo conviene trattare la notizia come un’indicazione di direzione, non come un diritto acquisito. Nessuno può oggi dire se lo sconto ci sarà, né a quanto ammonterà.

    Cosa cambia oggi per chi ha una colf o una badante?

    Non cambia nulla. Le agevolazioni attualmente in vigore restano quelle previste dal Testo unico delle imposte sui redditi (TUIR, D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917), il testo base dell’IRPEF. Chi ha già un rapporto di lavoro domestico può continuare a fare riferimento a queste regole nella dichiarazione dei redditi, ad esempio nella checklist per il 730/2027.

    Chi sta valutando l’assunzione non dovrebbe rinviarla in attesa di un beneficio incerto. Può invece farsi un’idea dei costi reali leggendo la guida su quanto costa assumere una badante tra stipendio e contributi nel 2026.

    Come funziona oggi la deduzione dei contributi per i collaboratori domestici?

    L’articolo 10, comma 2, del TUIR consente di dedurre dal reddito complessivo i contributi previdenziali e assistenziali obbligatori versati per gli addetti ai servizi domestici e familiari. La deduzione si sottrae dal reddito prima del calcolo dell’imposta, quindi riduce la base su cui si pagano le tasse.

    Il limite massimo è di 1.549,37 euro all’anno. Si deduce solo la quota di contributi che resta a carico del datore di lavoro, al netto di quella trattenuta al lavoratore. Riguarda sia chi presta servizi domestici sia chi svolge assistenza a persone o alla famiglia (colf, baby sitter, assistenti di anziani).

    Ad esempio, se in un anno la famiglia versa all’INPS 1.200 euro di contributi a proprio carico, può dedurre l’intero importo; se ne versasse 1.800, dedurrebbe al massimo 1.549,37 euro.

    Quando spetta la detrazione 19% per l’assistenza personale?

    L’articolo 15, comma 1, lettera i-septies, del TUIR prevede una detrazione del 19% sulle spese sostenute per gli addetti all’assistenza personale nei casi di non autosufficienza nel compiere gli atti della vita quotidiana. A differenza della deduzione, la detrazione si sottrae direttamente dall’imposta già calcolata.

    La spesa su cui calcolare il 19% non può superare 2.100 euro e il beneficio spetta solo se il reddito complessivo non supera 40.000 euro. Il tetto di 2.100 euro vale per il singolo contribuente, anche se assiste più persone. La spesa può riguardare il contribuente o un suo familiare.

    • La spesa deve risultare da documentazione idonea, anche una ricevuta firmata dall’addetto.
    • Dal 2020 il pagamento deve essere tracciabile.
    • Nella documentazione devono comparire codice fiscale e dati anagrafici di chi paga e di chi presta assistenza.

    Le due agevolazioni sono cumulabili: la detrazione non impedisce di usare anche la deduzione dei contributi.

    Altri aspetti del rapporto di lavoro domestico da non dimenticare

    Oltre al fisco, il rapporto con colf e badanti comporta regole su contratto, contributi e diritti del lavoratore. Un esempio riguarda i permessi: è utile conoscere la disciplina del permesso per visita medica di colf e badanti, per evitare contestazioni.

    Quando la Manovra sarà presentata, sarà il testo ufficiale a chiarire se lo sconto esiste, a chi si rivolge e da quando decorre. Fino ad allora, ogni cifra circolata va considerata non verificata.

    Domande frequenti

    Lo sconto fiscale su colf e badanti nella Manovra 2027 è già legge?

    No. È solo un’ipotesi allo studio. La legge di bilancio 2027 non è ancora stata presentata e non c’è alcun testo ufficiale.

    Quanto sarà lo sconto per le famiglie?

    Non è noto: non sono stati indicati importi, requisiti o platea. Qualunque cifra al momento non è confermata.

    Posso dedurre i contributi che verso per la colf?

    Sì, è una regola già vigente: la quota di contributi a carico del datore di lavoro è deducibile fino a 1.549,37 euro.

    La detrazione per la badante spetta a tutti?

    No. Riguarda le spese di assistenza personale per non autosufficienza, con detrazione del 19% su un massimo di 2.100 euro e reddito complessivo non superiore a 40.000 euro.

    Posso cumulare deduzione e detrazione?

    Sì, le due agevolazioni non si escludono, purché ricorrano i rispettivi requisiti.

    Fonti

    • D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (Testo unico delle imposte sui redditi), artt. 10 c. 2 e 15 c. 1 lett. i-septies: normattiva.it
    • Agenzia delle Entrate, La detrazione per gli addetti all’assistenza a persone non autosufficienti: agenziaentrate.gov.it
    • Agenzia delle Entrate, Contributi previdenziali e assistenziali, Modello 730/2024: agenziaentrate.gov.it

    Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

    Ottobre 20, 2026/0 Commenti/da Andrea Damiani
    https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/11/colf-e-badanti-2.png 924 1640 Andrea Damiani https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Andrea Damiani2026-10-20 11:00:002026-10-18 22:38:47Colf e badanti nella Manovra 2027: lo sconto fiscale allo studio per le famiglie
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    Pensione e lavoro autonomo: la dichiarazione dei redditi da comunicare all’INPS

    Pensione 2026 INPS

    Chi percepisce una pensione e svolge anche un’attività da lavoro autonomo deve comunicare all’INPS i redditi prodotti nel 2025 solo se la sua pensione è ancora soggetta al divieto di cumulo. Lo chiarisce il messaggio INPS n. 3281 del 15 ottobre 2026, che individua i pensionati tenuti alla dichiarazione reddituale. Il termine indicato per i redditi 2025 è il 2 novembre 2026.

    Indice dei contenuti

    1. Chi deve comunicare all’INPS i redditi da lavoro autonomo?
    2. Quali pensioni sono interessate dal cumulo con il lavoro autonomo?
    3. Entro quando va presentata la dichiarazione reddituale?
    4. Cosa si rischia se la dichiarazione non viene presentata?
    5. Domande frequenti
    6. Fonti

    In sintesi

    • Atto: messaggio INPS n. 3281 del 15 ottobre 2026.
    • Chi: titolari di pensione con decorrenza entro il 2025 ancora soggetti al divieto di cumulo con i redditi da lavoro autonomo.
    • Cosa: dichiarazione dei redditi da lavoro autonomo prodotti nel 2025.
    • Quando: entro il 2 novembre 2026.
    • Come: online, con il servizio INPS «RED Precompilato» e identità digitale (SPID almeno di livello 2, CNS, CIE o eIDAS).

    Chi deve comunicare all’INPS i redditi da lavoro autonomo?

    L’obbligo riguarda i titolari di pensione con decorrenza entro il 2025 che risultano ancora soggetti al divieto di cumulo con i redditi da lavoro autonomo. Con “divieto di cumulo” si intende il limite per cui alcune pensioni non possono essere sommate, in tutto o in parte, ai guadagni di un’attività autonoma. Non tutti i pensionati che lavorano in proprio, quindi, devono presentare la dichiarazione reddituale: il messaggio serve proprio a distinguere chi è tenuto e chi no.

    Un esempio: Marco è andato in pensione nel 2024 e nel 2025 ha incassato compensi da una piccola attività autonoma. Se la sua pensione rientra tra quelle ancora soggette al divieto di cumulo, deve comunicare quei redditi all’INPS. Se invece la sua pensione è cumulabile, l’obbligo non scatta. Per sapere in quale caso si trova serve verificare la tipologia di pensione e la sua decorrenza.

    Quali pensioni sono interessate dal cumulo con il lavoro autonomo?

    Il perimetro è definito dal messaggio n. 3281, che specifica anche i casi di esclusione. Il criterio generale è quello della decorrenza della pensione entro il 2025 e della permanenza del divieto di cumulo. Sono esclusi, perché la loro pensione è interamente cumulabile con i redditi da lavoro autonomo, i titolari di pensione di vecchiaia (anche liquidata con il sistema contributivo), di pensione di anzianità e di prepensionamento, di pensione o assegno di invalidità con decorrenza entro il 31 dicembre 1994 e di pensione o assegno di invalidità con almeno 40 anni di contributi. L’obbligo riguarda quindi, tipicamente, i titolari di pensione o assegno di invalidità che non rientrano in queste esclusioni; regole specifiche valgono per i trattamenti di inabilità e di privilegio della Gestione dipendenti pubblici e per le pensioni di invalidità INPGI.

    Conta quindi prima di tutto la natura della pensione. C’è poi una soglia: i titolari di pensione o assegno di invalidità non sono in concreto soggetti al divieto se nel 2025 hanno conseguito redditi da lavoro autonomo non superiori a 7.844,20 euro, pari al trattamento minimo. Il testo integrale dell’atto, consultabile sul sito dell’INPS, elenca le categorie coinvolte e quelle escluse.

    Entro quando va presentata la dichiarazione reddituale?

    Per i redditi prodotti nel 2025 la scadenza è fissata al 2 novembre 2026. Coincide con il termine della dichiarazione dei redditi per il periodo d’imposta 2025: la scadenza ordinaria del 31 ottobre 2026 cade di sabato e slitta a lunedì 2 novembre. La comunicazione avviene online, accedendo con identità digitale (SPID almeno di livello 2, CNS, CIE di livello 3 o eIDAS) al servizio INPS «RED Precompilato» e selezionando la «Campagna RED 2026 anno reddito richiesto 2025». Con la stessa procedura va resa anche la dichiarazione a preventivo dei redditi autonomi che si prevede di conseguire nel 2026, sulla quale l’INPS applica trattenute provvisorie poi conguagliate. Si tratta di un adempimento ravvicinato: chi rientra tra i soggetti obbligati ha pochi giorni a disposizione.

    Cosa si rischia se la dichiarazione non viene presentata?

    La dichiarazione serve all’INPS per verificare se la pensione sia stata pagata in misura corretta rispetto ai redditi autonomi percepiti. Chi è obbligato e non presenta la dichiarazione rischia una sanzione pesante: in base all’articolo 10, comma 8-bis, del D.Lgs. 503/1992, deve versare all’ente previdenziale una somma pari all’importo annuo della pensione percepita nell’anno a cui si riferisce la dichiarazione, trattenuta direttamente sulle rate di pensione.

    Più in generale, i controlli reddituali dell’INPS sono sempre più incrociati con le banche dati fiscali. Un tema affine, che riguarda le prestazioni collegate all’ISEE, è approfondito nella guida ai controlli ISEE dell’INPS sull’assegno unico.

    Domande frequenti

    Tutti i pensionati con partita IVA devono presentare la dichiarazione?

    No. Deve presentarla chi ha una pensione con decorrenza entro il 2025 ancora soggetta al divieto di cumulo con i redditi da lavoro autonomo.

    Quali redditi vanno dichiarati?

    I redditi da lavoro autonomo prodotti nel 2025, al netto dei contributi previdenziali e assistenziali e al lordo delle ritenute fiscali.

    Qual è il termine per la comunicazione?

    Il 2 novembre 2026, termine della dichiarazione dei redditi per il periodo d’imposta 2025 (la scadenza ordinaria del 31 ottobre cade di sabato).

    Serve un’identità digitale?

    Sì: per accedere al servizio online «RED Precompilato» dell’INPS servono SPID (almeno di livello 2), CNS, CIE di livello 3 o eIDAS.

    Fonti

    • INPS, Messaggio n. 3281 del 15 ottobre 2026 (cumulo della pensione con i redditi da lavoro autonomo: dichiarazione reddituale): inps.it

    Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

    Ottobre 20, 2026/0 Commenti/da Andrea Damiani
    https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2026/02/Pensione-INPS-1.png 924 1640 Andrea Damiani https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Andrea Damiani2026-10-20 07:00:002026-10-18 22:23:27Pensione e lavoro autonomo: la dichiarazione dei redditi da comunicare all’INPS
    NOTIZIE

    NASpI pignorata dal Fisco: anche la seconda rata può andare all’agente della riscossione

    Naspi Anticipata CAF Udine

    Sì: con la NASpI pignorata dall’Agenzia delle Entrate-Riscossione, il vincolo non si ferma alle somme già maturate ma colpisce anche quelle che l’INPS deve ancora pagare, compresa la seconda rata della NASpI anticipata, cioè il 30% residuo. Lo ha chiarito l’INPS con il messaggio n. 3260 del 14 ottobre 2026, dedicato ai pignoramenti dell’agente della riscossione sulle prestazioni diverse dalle pensioni. Il principio, già affermato dalla Corte di cassazione nel 2025, è semplice: il pignoramento si estende ai crediti futuri se questi nascono da un rapporto che esisteva già quando l’atto è stato notificato.

    In sintesi

    • Il pignoramento presso terzi dell’agente della riscossione (art. 72-bis DPR 602/1973) vale anche per le somme che maturano dopo la notifica, “alle rispettive scadenze”.
    • Chi riceve la NASpI mensile può vedersi trattenere anche le rate successive, non solo la prima.
    • La NASpI anticipata, pagata dal 2026 in due rate (70% + 30%), può essere pignorata anche nella seconda rata.
    • La verifica di inadempienza (pagamenti oltre 5.000 euro) e il pignoramento sono strumenti autonomi: la soglia non serve per pignorare.
    • Restano possibili la rateizzazione e, per le questioni di pignorabilità, l’opposizione davanti al giudice.

    Indice dei contenuti

    1. Perché la NASpI pignorata può perdere anche la seconda rata?
    2. Quanto della NASpI mensile può trattenere l’agente della riscossione?
    3. Cosa cambia se la NASpI è già accreditata sul conto?
    4. Verifica di inadempienza e pignoramento: che differenza c’è?
    5. Cosa può fare chi ha la NASpI pignorata?
    6. Fonti
    7. Domande frequenti

    Perché la NASpI pignorata può perdere anche la seconda rata?

    Per capire il caso della NASpI pignorata bisogna partire dal pignoramento presso terzi. “Presso terzi” significa che l’ordine non è rivolto al debitore, ma a chi gli deve dei soldi: qui il “terzo” è l’INPS, che paga l’indennità di disoccupazione. L’art. 72-bis del DPR 602/1973 consente all’agente della riscossione di ordinare al terzo di versargli direttamente le somme, fino a coprire il debito: entro 60 giorni dalla notifica per quelle già maturate e alle rispettive scadenze per tutte le altre.

    Su questa base la Cassazione ha chiarito che il vincolo non si esaurisce nel giorno della notifica: resta attivo e “cattura” le somme che maturano dopo, purché derivino da un rapporto già esistente in quel momento. Per la NASpI il rapporto con l’INPS nasce con l’accoglimento della domanda: le mensilità successive, e la seconda tranche dell’anticipo, discendono da quel rapporto e possono quindi essere intercettate.

    Il punto è rilevante perché dal 1° gennaio 2026 la NASpI anticipata (l’indennità incassata tutta insieme per avviare un’attività autonoma) non si paga più in un’unica soluzione. La legge n. 199/2025 ha modificato l’art. 8 del D.Lgs. 22/2015: il 70% viene erogato alla liquidazione e il 30% al termine della durata teorica della NASpI, comunque entro sei mesi dalla domanda, dopo aver verificato che il beneficiario non sia stato riassunto come dipendente e non abbia una pensione diretta. Supponiamo che a Marco spetti un anticipo di 12.000 euro: riceve 8.400 euro subito e 3.600 euro dopo. Se il pignoramento arriva tra le due rate, anche i 3.600 euro possono finire all’agente della riscossione.

    C’è un ulteriore aspetto. Con la circolare n. 130 del 30 settembre 2025 l’INPS ha indicato che l’anticipazione è pienamente pignorabile fino a concorrenza del debito, perché perde la natura di sostegno al reddito e diventa un incentivo all’autoimprenditorialità. In pratica, sulla seconda rata non valgono le quote ridotte previste per l’indennità mensile.

    Quanto della NASpI mensile può trattenere l’agente della riscossione?

    Diverso è il caso della NASpI mensile. L’INPS la considera un’indennità sostitutiva della retribuzione, cioè una somma che prende il posto dello stipendio perso, e la tratta quindi come pignorabile solo in parte, nei limiti dell’art. 545 del codice di procedura civile. La regola generale per i debiti fiscali è un quinto dell’importo. Lo stesso art. 72-bis richiama espressamente questi limiti.

    Quando a procedere è l’agente della riscossione, l’art. 72-ter del DPR 602/1973 prevede quote più basse per stipendi, salari e altre indennità legate al rapporto di lavoro, comprese quelle dovute per licenziamento:

    • un decimo per importi fino a 2.500 euro;
    • un settimo per importi tra 2.500 e 5.000 euro;
    • un quinto oltre i 5.000 euro (art. 545, quarto comma, c.p.c.).

    Ad esempio, se si applica la quota di un decimo, su una NASpI di 1.200 euro la trattenuta è di 120 euro al mese, per tutte le mensilità fino all’estinzione del debito. Per capire quale misura viene applicata conviene leggere l’atto di pignoramento e il dettaglio dei pagamenti: le date di accredito delle rate sono riepilogate nel nostro articolo sul pagamento NASpI di ottobre 2026. Un pignoramento oltre i limiti di legge è parzialmente inefficace e il giudice lo rileva anche d’ufficio (art. 545, ultimo comma, c.p.c.).

    Cosa cambia se la NASpI è già accreditata sul conto?

    Se il Fisco pignora il conto corrente anziché il credito verso l’INPS, contano le date. L’art. 545, ottavo comma, c.p.c. stabilisce che stipendi, indennità legate al rapporto di lavoro e pensioni già accreditati su un conto bancario o postale prima del pignoramento sono pignorabili solo per la parte che supera il triplo dell’assegno sociale. Le somme accreditate il giorno del pignoramento o dopo seguono invece i limiti visti sopra.

    Per i pignoramenti dell’agente della riscossione c’è una tutela in più: l’art. 72-ter, comma 2-bis, prevede che, quando queste somme arrivano sul conto del debitore, gli obblighi della banca non si estendono all’ultimo emolumento accreditato allo stesso titolo.

    Verifica di inadempienza e pignoramento: che differenza c’è?

    Il messaggio INPS distingue due strumenti spesso confusi. La verifica di inadempienza (art. 48-bis DPR 602/1973) obbliga le pubbliche amministrazioni, prima di pagare più di 5.000 euro, a controllare se il beneficiario ha cartelle non pagate per almeno 5.000 euro: in caso positivo il pagamento viene bloccato e segnalato all’agente della riscossione. Per stipendi e indennità legate al lavoro il controllo scatta già sopra i 2.500 euro.

    Il pignoramento presso terzi dell’art. 72-bis è invece un’azione esecutiva autonoma. Secondo l’INPS i due strumenti sono indipendenti: la soglia di 5.000 euro serve solo ad attivare la verifica e non è una condizione perché il pignoramento produca effetti. Una seconda rata di NASpI anticipata inferiore a 5.000 euro, quindi, non è al riparo per il solo fatto di essere sotto soglia.

    Cosa può fare chi ha la NASpI pignorata?

    Chi ha la NASpI pignorata non è senza strumenti, ma i margini dipendono dal tipo di debito e dalla fase della procedura. Le strade previste dalla legge sono queste:

    • Rateizzazione (art. 19 DPR 602/1973): per le richieste presentate nel 2025 e nel 2026, fino a 84 rate mensili per debiti fino a 120.000 euro, dichiarando una temporanea difficoltà economica. Dalla richiesta non possono partire nuove procedure esecutive; il pagamento della prima rata estingue quelle già avviate, purché il terzo non abbia già reso dichiarazione positiva e non sia stato emesso il provvedimento di assegnazione. Non sono dilazionabili le somme già oggetto di verifica di inadempienza.
    • Rottamazione-quinquies: per i carichi previsti dalla legge n. 199/2025 il termine per aderire è scaduto il 30 aprile 2026 e chi ha aderito deve rispettare il piano di pagamento. Per alcuni debiti affidati all’Agenzia delle Entrate-Riscossione da Regioni, Province, Città metropolitane e Comuni (anni 2000-2023) è invece aperta, dal 16 ottobre al 15 dicembre 2026, una finestra di adesione, a condizione che l’ente creditore abbia deliberato l’adesione alla misura.
    • Opposizione all’esecuzione (art. 615 c.p.c.): nella riscossione tramite ruolo l’art. 57 DPR 602/1973 la ammette per le questioni di pignorabilità, ad esempio se sono stati superati i limiti o colpite somme impignorabili.
    • Contestazione del debito: se il problema è la cartella (mai notificata, prescritta, già pagata o sgravata), la tutela passa dalla documentazione da presentare all’agente della riscossione o dal ricorso al giudice competente, che per i tributi è la Corte di giustizia tributaria.

    Il pignoramento riduce l’importo incassato, ma non cambia le regole della prestazione: per capire come la NASpI pesa sulla futura pensione è utile l’approfondimento su pensione dopo la NASpI e contributi figurativi.

    Fonti

    • Messaggio INPS n. 3260 del 14 ottobre 2026, pignoramenti dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione e verifiche di inadempienza sulle prestazioni non pensionistiche (portale INPS, sezione Circolari, messaggi e normativa).
    • Circolare INPS n. 130 del 30 settembre 2025, pignoramenti su somme erogate dall’Istituto: notizia INPS.
    • INPS, NASpI anticipata (scheda ufficiale): inps.it.
    • Legge 30 dicembre 2025, n. 199, art. 1, comma 176 (modifica dell’art. 8 D.Lgs. 22/2015): Normattiva.
    • DPR 29 settembre 1973, n. 602, art. 72-bis: Normattiva.
    • DPR 29 settembre 1973, n. 602, art. 72-ter: Normattiva.
    • DPR 29 settembre 1973, n. 602, art. 48-bis: Normattiva.
    • DPR 29 settembre 1973, n. 602, artt. 19 e 57: art. 19 e art. 57 su Normattiva.
    • Codice di procedura civile, art. 545: Normattiva.

    Domande frequenti

    La NASpI può essere pignorata dall’Agenzia delle Entrate-Riscossione?

    Sì. La NASpI mensile è pignorabile solo in parte, nei limiti dell’art. 545 c.p.c. richiamati dall’art. 72-bis DPR 602/1973, e il vincolo colpisce anche le mensilità successive alla notifica.

    Se il pignoramento arriva dopo la prima rata della NASpI anticipata, la seconda è salva?

    No. Secondo il messaggio INPS n. 3260 del 14 ottobre 2026, la seconda rata (il 30%) deriva dallo stesso rapporto già esistente alla notifica e può essere pagata all’agente della riscossione fino a concorrenza del debito.

    Per pignorare la NASpI serve un debito di almeno 5.000 euro?

    No. La soglia di 5.000 euro riguarda la verifica di inadempienza dell’art. 48-bis, che è uno strumento distinto: il pignoramento presso terzi produce effetti a prescindere da quella soglia.

    Chiedere la rateizzazione ferma la NASpI pignorata?

    Dalla richiesta non possono essere avviate nuove procedure esecutive. Il pagamento della prima rata estingue quelle già avviate solo se il terzo non ha già reso dichiarazione positiva e non è stato emesso il provvedimento di assegnazione (art. 19, comma 1-quater.2, DPR 602/1973).

    Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

    Ottobre 19, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale
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    Pensione anticipata a 62 anni nel 2026-2027: cosa c’è di vero e quali uscite restano

    Pensione 2026 INPS

    Al 18 ottobre 2026 non esiste una pensione anticipata a 62 anni valida per tutti: Quota 103 (62 anni di età e 41 di contributi) e Opzione Donna non sono state prorogate per il 2026 dalla legge 30 dicembre 2025 n. 199. Chi cerca la pensione anticipata 62 anni trova quindi solo il diritto “cristallizzato”, cioè conservato, per chi aveva già maturato i requisiti entro il 31 dicembre 2025 (Quota 103) o entro il 31 dicembre 2024 (Opzione Donna).

    Restano però altre strade, con requisiti diversi: APE sociale, pensione anticipata ordinaria, uscite per lavoratori precoci e usuranti, più l’isopensione per chi lavora in aziende che la attivano. Vediamole una per una.

    In sintesi

    • Nel 2026 e nel 2027 non c’è un’uscita generalizzata a 62 anni: Quota 103 e Opzione Donna non sono state rinnovate.
    • L’APE sociale è prorogata fino al 31 dicembre 2026, con 63 anni e 5 mesi di età e solo per categorie tutelate.
    • La pensione anticipata ordinaria richiede 42 anni e 10 mesi (uomini) o 41 anni e 10 mesi (donne) nel 2026, senza limiti di età.
    • Dal 2027 i requisiti salgono di 1 mese, dal 2028 di 3 mesi complessivi; fanno eccezione usuranti, gravosi e, tra i precoci, solo gli addetti ad attività gravose.
    • La manovra 2027 è, per ora, solo un’ipotesi: nessuna nuova uscita è legge.

    Indice dei contenuti

    1. Esiste la pensione anticipata a 62 anni nel 2026?
    2. Che fine ha fatto Quota 103 e cosa vale per Opzione Donna?
    3. Quali uscite anticipate restano davvero nel 2026 e nel 2027?
    4. Cos’è la pensione anticipata 7 anni prima (isopensione)?
    5. Cosa dice la manovra 2027 sulla pensione anticipata a 62 anni?
    6. Domande frequenti
    7. Fonti

    Esiste la pensione anticipata a 62 anni nel 2026?

    No. La pensione anticipata a 62 anni è stata, negli anni passati, una misura sperimentale chiamata Quota 103: serviva avere 62 anni di età e 41 anni di contributi insieme. Era una scelta temporanea, rinnovata di anno in anno, e la legge di Bilancio 2026 (L. 199/2025) non l’ha confermata.

    Quando in rete si legge di “pensione a 62 anni” nel 2026 o nel 2027, quindi, di solito si tratta di titoli che richiamano la vecchia Quota 103 oppure di ipotesi future non ancora trasformate in norma. Per chi non ha già maturato i requisiti, oggi la porta dei 62 anni è chiusa.

    Supponiamo che Marco abbia 62 anni e 41 anni di contributi, ma li abbia raggiunti solo nel 2026. Per lui Quota 103 non è più disponibile: dovrà valutare altre uscite, come l’anticipata ordinaria o, se ne ha i requisiti, l’APE sociale. Chi invece li aveva maturati entro il 31 dicembre 2025 conserva il diritto.

    Che fine ha fatto Quota 103 e cosa vale per Opzione Donna?

    Per Quota 103 e Opzione Donna vale lo stesso principio: nessuna proroga per il 2026, ma cristallizzazione del diritto. In parole semplici, chi aveva già raggiunto i requisiti entro il 31 dicembre 2025 (Quota 103) o entro il 31 dicembre 2024 (Opzione Donna, la cui ultima proroga risale alla legge di Bilancio 2025) può ancora esercitare la propria scelta e andare in pensione; chi li raggiunge dopo no.

    Per Opzione Donna i requisiti restano quelli dell’anno di maturazione, sempre con 35 anni di contributi e con le condizioni personali previste dalla norma, che devono essere possedute al momento della domanda (ad esempio assistenza da almeno sei mesi a familiari con disabilità grave, invalidità pari o superiore al 74%, licenziamento o lavoro in aziende in crisi, secondo i casi):

    • 58 anni (59 per le lavoratrici autonome) per chi ha maturato i requisiti entro il 2021;
    • 60 anni, ridotti di un anno per ogni figlio fino a un massimo di due (quindi da 58 a 60 anni), per chi li ha maturati nel 2022;
    • 61 anni, ridotti di un anno per ogni figlio fino a un massimo di due (quindi da 59 a 61 anni), per chi li ha maturati nel 2023 e nel 2024.

    Per le lavoratrici licenziate o dipendenti di aziende in crisi la riduzione di due anni spetta anche senza figli.

    Chi rientra in uno di questi casi non deve sbagliare il calcolo della propria posizione contributiva: un errore di qualche mese cambia tutto. Per approfondire le regole generali sull’uscita dal lavoro puoi leggere la guida sulla pensione anticipata.

    Quali uscite anticipate restano davvero nel 2026 e nel 2027?

    Anche senza la pensione anticipata a 62 anni, esistono più percorsi. La pensione anticipata ordinaria non ha limiti di età: conta solo l’anzianità contributiva. Nel 2026 servono 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne; nel 2027 42 anni e 11 mesi e 41 anni e 11 mesi; nel 2028 43 anni e 1 mese e 42 anni e 1 mese. Dopo la maturazione c’è una finestra mobile di 3 mesi prima di incassare la prima rata.

    La pensione di vecchiaia richiede 67 anni nel 2026, 67 anni e 1 mese nel 2027 e 67 anni e 3 mesi nel 2028. L’aumento deriva dall’adeguamento alla speranza di vita, cioè il meccanismo che alza i requisiti quando gli italiani vivono più a lungo. Nel 2027 vale +1 mese, dal 2028 +3 mesi complessivi: non è vero che i requisiti restino fermi per tutti. La deroga riguarda solo usuranti, gravosi con almeno 30 anni di contributi e precoci addetti ad attività gravose.

    Per chi ha solo contributi dopo il 1996 (i cosiddetti contributivi puri) c’è la pensione anticipata contributiva a 64 anni: nel 2027 servono 64 anni e 1 mese con 20 anni e 1 mese di contributi effettivi, nel 2028 64 anni e 3 mesi con 20 anni e 3 mesi. L’assegno deve inoltre essere almeno pari a 3 volte l’assegno sociale (soglia ridotta per le donne con figli).

    Ci sono poi le uscite agevolate. I lavoratori precoci (Quota 41) escono con 41 anni e 1 mese di contributi nel 2027 e 41 anni e 3 mesi nel 2028; per i gravosi della lettera d) restano 41 anni, senza adeguamento. Per i lavori usuranti i requisiti sono fermi fino al 31 dicembre 2028: approfondisci in questa guida su pensione usuranti e Quota 97,6. Chi lavora nella scuola può consultare le regole sulla domanda di cessazione dal servizio per il 2027.

    Infine l’APE sociale: è un’indennità ponte, prorogata fino al 31 dicembre 2026, che si riceve dai 63 anni e 5 mesi fino alla pensione di vecchiaia. Spetta solo a categorie tutelate, come disoccupati, caregiver, invalidi civili con grado almeno del 74% e addetti a lavori gravosi, con almeno 30 anni di contributi (36 per i gravosi, con alcune riduzioni previste). È un sostegno, non una vera pensione. Per i dettagli sull’anticipo consulta la guida all’APE sociale 2026.

    Cos’è la pensione anticipata 7 anni prima (isopensione)?

    Quando si cerca la pensione anticipata 7 anni prima ci si riferisce di solito all’isopensione, prevista dall’articolo 4 della legge 92/2012. Non è una pensione ma un assegno mensile pagato dall’INPS e interamente finanziato dal datore di lavoro, fino al raggiungimento della pensione vera e propria.

    Funziona solo se l’azienda ha più di 15 dipendenti, si trova in una situazione di esubero di personale e firma un accordo con i sindacati. Non è quindi un diritto del singolo lavoratore: dipende dal fatto che il datore di lavoro la attivi.

    Il punto da non fraintendere è la durata. A regime l’anticipo è di 4 anni rispetto alla pensione; l’estensione a 7 anni è stata introdotta dalla legge di Bilancio 2018 per il periodo 2018-2020 e poi prorogata fino al 2026 (da ultimo con il DL 198/2022, convertito dalla legge 14/2023). Per il periodo successivo al 2026 una proroga non risulta: il testo vigente dell’articolo 1, comma 160, della legge 205/2017 si ferma al 2026, quindi prima di contare sui 7 anni conviene controllare la norma in vigore con l’INPS o con un esperto.

    Cosa dice la manovra 2027 sulla pensione anticipata a 62 anni?

    Per ora, nulla di definitivo. Al 18 ottobre 2026 il testo della manovra 2027 non è stato ancora presentato e ogni discorso su un ritorno della pensione anticipata a 62 anni o su nuove uscite resta una semplice ipotesi, non una norma. Finché il Parlamento non approva la legge di Bilancio, valgono le regole attuali.

    Quello che si può fare è seguire l’iter e programmare con prudenza: i requisiti 2027 e 2028 sono già certi, mentre eventuali novità arriveranno, se arriveranno, a fine anno. Trovi il quadro delle ipotesi in corso nell’articolo dedicato alla manovra 2027 su pensioni e flat tax.

    Domande frequenti

    Posso andare in pensione a 62 anni nel 2027?

    Con le norme attuali non esiste un canale dedicato ai 62 anni, salvo che tu abbia maturato i requisiti di Quota 103 entro il 31 dicembre 2025. A 62 anni si può uscire solo raggiungendo i requisiti di pensioni senza limite di età, come l’anticipata ordinaria o Quota 41 per i precoci, che richiedono più anni di contributi.

    Chi ha maturato Quota 103 nel 2025 perde il diritto?

    No. Il diritto è stato conservato (cristallizzato) per chi aveva 62 anni e 41 anni di contributi entro il 31 dicembre 2025, anche se la misura non è stata prorogata.

    I requisiti pensionistici nel 2027 restano uguali al 2026?

    No, salgono di 1 mese nel 2027 e di 3 mesi complessivi nel 2028. Restano esclusi dall’aumento i lavoratori usuranti, gravosi e precoci, nei casi previsti dalla legge.

    L’isopensione spetta a tutti i dipendenti?

    No. Serve un accordo sindacale in un’azienda con più di 15 dipendenti in esubero, e il costo è a carico del datore di lavoro. Il singolo lavoratore non può richiederla da solo.

    Fonti

    • Legge 30 dicembre 2025 n. 199 (Bilancio 2026), art. 1, commi 162 e 185-190: Normattiva
    • Decreto direttoriale MEF del 19 dicembre 2025, Gazzetta Ufficiale n. 301 del 30 dicembre 2025: Gazzetta Ufficiale
    • Circolare INPS n. 28 del 16 marzo 2026, requisiti 2027 e 2028: INPS
    • Legge 28 giugno 2012 n. 92, art. 4 (isopensione): Normattiva
    • Legge 27 dicembre 2017 n. 205, art. 1, comma 160 (estensione a 7 anni; testo vigente, come modificato dal DL 198/2022: periodo 2018-2026): Normattiva

    Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

    Ottobre 19, 2026/0 Commenti/da Andrea Damiani
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