NOTIZIEAssegno di Inclusione, Accredito Settembre 2026: Prima Mensilità al 50%Per migliaia di famiglie beneficiarie dell’Assegno di Inclusione, il mese di settembre 2026 porta una novità che sta generando parecchie domande: l’accredito di settembre non arriva sempre per intero, ma in alcuni casi viene erogato al 50% dell’importo mensile. Non si tratta di un errore né di un taglio strutturale della prestazione, ma della regola introdotta dalla Legge di Bilancio 2026 per chi rinnova la misura dopo la scadenza del ciclo precedente: in cambio dell’eliminazione del mese di sospensione, la prima mensilità del nuovo ciclo viene erogata a meta. Vediamo nel dettaglio come funziona il pagamento dell’Assegno di Inclusione, perché l’accredito di settembre può arrivare ridotto e cosa fare se il bonifico non arriva o risulta parziale.Indice dei contenutiCos’e l’Assegno di Inclusione e come funziona il pagamentoPerché il pagamento di settembre arriva al 50%Calendario indicativo accrediti settembre 2026Cosa fare se l’accredito non arriva o e parzialeDomande frequenti sull’Assegno di Inclusione e l’accredito di settembreCos’e l’Assegno di Inclusione e come funziona il pagamentoL’Assegno di Inclusione (ADI) è la misura di sostegno economico rivolta ai nuclei familiari in condizioni di fragilita economica e sociale, in presenza di componenti minorenni, disabili, over 60 o in condizioni di svantaggio. A differenza di altre prestazioni, l’ADI non viene versato su un normale conto corrente ma tramite una carta di pagamento elettronica emessa da Poste Italiane, ricaricata mensilmente dall’INPS una volta verificati i requisiti.La misura ha una durata massima di 18 mesi consecutivi, rinnovabile per ulteriori 12 mesi dopo la presentazione di una nuova domanda. Proprio il passaggio da un ciclo all’altro è uno dei motivi principali per cui, in alcuni mesi, l’accredito dell’Assegno di Inclusione non corrisponde all’importo pieno abituale. Chi vuole un quadro generale di tutti i pagamenti INPS del mese, comprese pensioni, NASpI e Assegno Unico, può consultare il nostro calendario completo dei pagamenti INPS di settembre 2026. Perché il pagamento di settembre arriva al 50%Il punto centrale della notizia riguarda proprio la ricarica al 50% che molti beneficiari stanno notando sulla propria carta in questi giorni. Dal 2026 non e più previsto il mese di sospensione obbligatoria tra la fine di un ciclo di 18 mesi e l’inizio del rinnovo: chi ha terminato il proprio periodo di erogazione e ha presentato tempestivamente la domanda di rinnovo può quindi ricevere la prosecuzione del sostegno senza interruzioni. La Legge di Bilancio 2026 stabilisce però che la prima mensilità del ciclo rinnovato sia pari al 50% dell’importo mensile spettante: dal secondo mese l’assegno torna al 100% per tutte le restanti 11 mensilità del rinnovo. Attenzione a un punto spesso frainteso: la meta non erogata nella prima mensilità non viene recuperata né saldata in seguito, perché la riduzione una tantum sostituisce il mese di sospensione che in passato azzerava completamente il pagamento. Le istruzioni operative sono state riepilogate dall’INPS nel messaggio 22 luglio 2026, n. 2437.Facciamo un esempio pratico, con una cifra puramente ipotetica: se un nucleo familiare ha diritto a 600 euro al mese, la prima ricarica del nuovo ciclo sarà di 300 euro, mentre dalla mensilità successiva si torna ai 600 euro pieni. L’importo effettivo varia sensibilmente da nucleo a nucleo, perché dipende dalla composizione familiare e dai parametri ISEE. Questo meccanismo, inoltre, non riguarda tutti i percettori: chi sta già proseguendo un ciclo in corso, senza rinnovo, continua a ricevere l’importo pieno con la consueta cadenza mensile.Oltre al rinnovo del ciclo, esistono altre situazioni che possono generare un accredito parziale o in ritardo. Tra le cause più frequenti segnaliamo:DSU non aggiornata: la Dichiarazione Sostitutiva Unica scaduta o incompleta blocca temporaneamente il calcolo dell’ISEE e quindi dell’importo spettanteVerifiche ISEE in corso: variazioni di reddito o patrimonio che richiedono un controllo prima di confermare l’importo pienoRimodulazione del nucleo familiare: nascite, decessi, cambi di residenza o uscite di componenti dal nucleo che modificano il calcolo della prestazionePassaggio da un ciclo all’altro: come spiegato sopra, la prima mensilità del ciclo rinnovato e ridotta al 50% per legge Calendario indicativo accrediti settembre 2026Secondo le prime indicazioni circolate per il mese di settembre 2026 è in linea con il calendario ordinario seguito dall’INPS nei mesi precedenti, gli accrediti dell’Assegno di Inclusione dovrebbero concentrarsi in due finestre temporali distinte. Una prima tranche, indicativamente a meta mese, riguarderebbe i nuovi cicli, i rinnovi e gli eventuali arretrati da conguagliare. Una seconda finestra, collocata invece verso la fine di settembre, dovrebbe riguardare le ricariche mensili ordinarie per chi percepisce la misura in modo continuativo senza interruzioni di ciclo.Va precisato che si tratta di date indicative: l’accredito effettivo sulla carta può variare di qualche giorno rispetto al calendario generale, e chi ha presentato una domanda di rinnovo nelle settimane precedenti vedra sulla carta la prima ricarica ridotta al 50%, seguita dalle mensilità piene a partire dal mese successivo. Per chi percepisce anche altre prestazioni INPS può essere utile confrontare le tempistiche con il nostro approfondimento sul pagamento della NASpI di settembre 2026, così da avere un quadro completo delle date di accredito del mese. Cosa fare se l’accredito non arriva o e parzialeSe l’accredito dell’Assegno di Inclusione non risulta ricevuto entro le date previste, oppure arriva con un importo inferiore alle attese senza che il beneficiario abbia un rinnovo di ciclo in corso, è importante non aspettare troppo prima di verificare la propria posizione. Ecco i passaggi consigliati in caso di mancato accredito o pagamento parziale:Verificare la propria posizione su INPS, controllando lo stato della domanda e degli eventuali controlli in corso sul fascicolo previdenzialeControllare la validita della DSU, poiché una dichiarazione scaduta o da rinnovare blocca il calcolo dell’ISEE aggiornato e di conseguenza l’erogazioneContattare il Comune o il Centro per l’Impiego di riferimento, soprattutto se sono in corso verifiche sul Patto di Inclusione o sul Patto di Servizio PersonalizzatoVerificare eventuali comunicazioni ricevute via SMS, email o app IO relative a richieste di documentazione integrativaControllare i tempi tecnici della carta prepagata Poste, che in alcuni casi può generare un piccolo scarto tra la data di disposizione del pagamento e l’effettiva disponibilità della sommaIn generale, un accredito al 50% non deve allarmare se coincide con l’avvio di un nuovo ciclo dopo il rinnovo: è il funzionamento previsto dalla norma, e già dalla mensilità successiva l’importo torna pieno. Diverso è il caso di un accredito che manca del tutto o che si riduce senza una causa apparente: in questa situazione conviene verificare tempestivamente la propria posizione, perché spesso la causa è un dato anagrafico o reddituale da aggiornare nella DSU. Domande frequenti sull’Assegno di Inclusione e l’accredito di settembrePerché l’Assegno di Inclusione di settembre arriva al 50%?Perché riguarda l’avvio di un nuovo ciclo dopo un rinnovo: la Legge di Bilancio 2026 ha eliminato il mese di sospensione tra un ciclo e l’altro e prevede che la prima mensilità del ciclo rinnovato sia pari alla meta dell’importo spettante. Dalla seconda mensilità l’importo torna pieno.Tutti i percettori dell’ADI ricevono l’accredito parziale a settembre?No. Il pagamento al 50% riguarda solo chi ha concluso il proprio ciclo di fruizione e ha ottenuto il rinnovo. Chi prosegue un ciclo già in corso continua a ricevere l’importo mensile pieno.Il 50% non erogato viene recuperato in seguito?No. La riduzione della prima mensilità del rinnovo è una tantum e sostituisce il mese di sospensione previsto in passato, durante il quale non si riceveva alcun pagamento. Dalla seconda mensilità l’assegno torna al 100% per le restanti 11 mensilità del ciclo.Cosa devo controllare se il pagamento non arriva?Conviene verificare la validita della DSU, lo stato della domanda sul proprio fascicolo INPS ed eventuali comunicazioni relative a controlli o documentazione richiesta dal Comune o dal Centro per l’Impiego.L’Assegno di Inclusione viene sempre pagato con la carta Poste?Si, l’erogazione avviene tramite una carta di pagamento elettronica emessa da Poste Italiane, ricaricata mensilmente dall’INPS dopo la verifica dei requisiti.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti. Settembre 19, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-19 10:00:002026-09-13 01:10:51Assegno di Inclusione, Accredito Settembre 2026: Prima Mensilità al 50%
NOTIZIEStage Adidas per studenti e laureandi: 1.100 euro al mese e smart workingLo stage Adidas per studenti e laureandi torna a far parlare di se: il gruppo tedesco dell’abbigliamento sportivo cerca giovani iscritti o prossimi alla laurea in economia, marketing o comunicazione, senza alcuna esperienza pregressa richiesta. L’inserimento avviene con un tirocinio retribuito che prevede un’indennita di partecipazione intorno ai 1.100 euro al mese e, in diversi casi, la possibilita di lavorare in smart working per una parte della settimana.Si tratta di un’opportunita interessante per chi sta terminando il percorso universitario e cerca una prima esperienza strutturata in un contesto internazionale. In questo articolo riepiloghiamo, in modo semplice, che cosa prevede l’offerta di stage Adidas per studenti e laureandi, quali sono i requisiti indicati e come funziona, dal punto di vista fiscale, l’indennita percepita durante un tirocinio in Italia.Indice dei contenutiStage Adidas per studenti e laureandi: di cosa si trattaRequisiti: chi puo candidarsi allo stage AdidasIndennita da 1.100 euro al mese e smart workingCome viene tassata l’indennita di stageStage e giovani: il contesto del mercato del lavoroDomande frequenti sullo stage Adidas per studenti e laureandiStage Adidas per studenti e laureandi: di cosa si trattaLa notizia, rilanciata dai portali specializzati in offerte di lavoro come Ti Consiglio, riguarda l’apertura di posizioni di tirocinio nelle funzioni commerciali, di marketing e di comunicazione del gruppo. Il profilo cercato e quello del giovane ancora iscritto all’universita oppure laureando, quindi vicino alla conclusione degli studi, che desidera affiancare allo studio un’esperienza concreta in azienda.Il punto che rende l’annuncio particolarmente appetibile e l’assenza del requisito dell’esperienza pregressa: un ostacolo che, nella maggior parte delle offerte junior, taglia fuori proprio chi si affaccia per la prima volta al mondo del lavoro. Immagina uno studente al quarto anno di Economia aziendale: senza un curriculum ricco, difficilmente supererebbe la prima scrematura di un annuncio tradizionale. In questo caso, invece, la selezione punta sulla motivazione, sulla conoscenza dell’inglese e sulla capacita di lavorare in team.Le attivita previste durante lo stage Adidas variano in base alla funzione aziendale di destinazione: supporto alle analisi di vendita, gestione dei contenuti digitali, affiancamento nelle attivita di marketing e di comunicazione del brand, elaborazione di report e presentazioni. Si tratta, in sostanza, di un percorso formativo affiancato da un tutor aziendale, come previsto dalla normativa italiana sui tirocini. Requisiti: chi puo candidarsi allo stage AdidasI requisiti indicati per lo stage Adidas per studenti e laureandi sono quelli tipici dei programmi di tirocinio delle multinazionali. Non servono titoli particolari ne esperienze precedenti, ma e richiesto un percorso di studi coerente con l’area di inserimento.Iscrizione in corso a un corso di laurea in economia, marketing, comunicazione o discipline affini, oppure condizione di laureando;nessuna esperienza lavorativa pregressa richiesta;ottima conoscenza della lingua inglese, utilizzata come lingua di lavoro in un contesto internazionale;dimestichezza con i principali strumenti informatici, in particolare fogli di calcolo e software di presentazione;disponibilita a svolgere il tirocinio secondo il calendario concordato con l’universita e con l’azienda.Le candidature vengono raccolte attraverso i canali ufficiali di selezione del gruppo e attraverso i career service degli atenei, che in molti casi fanno da soggetto promotore del tirocinio. E sempre consigliabile verificare sui canali ufficiali dell’azienda le posizioni effettivamente aperte, perche gli annunci vengono aggiornati con frequenza e le sedi disponibili possono cambiare nel corso dell’anno. Indennita da 1.100 euro al mese e smart workingL’aspetto economico e quello che distingue questa offerta dalla media dei tirocini italiani: l’indennita di partecipazione indicata si aggira sui 1.100 euro al mese. L’indennita di partecipazione e la somma che l’azienda ospitante riconosce al tirocinante: non e uno stipendio vero e proprio, perche lo stage non e un rapporto di lavoro subordinato, ma un rimborso con finalita di sostegno economico durante il percorso formativo.A questo si aggiunge, secondo quanto riportato, la possibilita di svolgere parte dell’attivita in smart working, cioe da remoto, alternando giornate in sede e giornate a casa. Per uno studente che deve conciliare lezioni, esami e sessioni di laurea, la flessibilita organizzativa vale spesso quanto l’importo dell’indennita: riduce i tempi di spostamento e rende compatibile il tirocinio con gli impegni accademici.Va ricordato che in Italia l’indennita minima dei tirocini extracurriculari e stabilita dalle Regioni, con importi che variano da territorio a territorio. Un’indennita di 1.100 euro mensili si colloca quindi ben al di sopra dei minimi regionali, avvicinandosi agli standard delle multinazionali con sede in Europa centro-settentrionale. Come viene tassata l’indennita di stageMolti studenti si chiedono se l’importo percepito durante uno stage sia netto o lordo e se vada dichiarato. In linea generale, l’indennita di tirocinio costituisce un reddito assimilato a quello di lavoro dipendente ai fini IRPEF, secondo quanto previsto dall’articolo 50 del TUIR (il Testo Unico delle Imposte sui Redditi). In parole semplici: pur non essendo uno stipendio, viene tassata con le stesse regole dei redditi da lavoro dipendente.Questo significa che il soggetto che eroga l’indennita agisce da sostituto d’imposta: trattiene l’IRPEF e le addizionali direttamente sull’importo e rilascia poi la Certificazione Unica, il documento che riepiloga quanto percepito e quanto trattenuto nell’anno. L’importo indicato negli annunci e di norma un valore lordo, quindi la cifra effettivamente accreditata sul conto puo risultare inferiore.C’e pero un elemento che riguarda da vicino gli studenti: le detrazioni per lavoro dipendente previste dalla normativa fanno si che, al di sotto di una certa soglia di reddito annuo (la cosiddetta no tax area), l’imposta dovuta si azzeri. Un tirocinio di pochi mesi puo quindi generare un reddito complessivo contenuto, con la possibilita di recuperare in dichiarazione le eventuali ritenute subite. Gli importi esatti delle soglie variano nel tempo in base alle modifiche normative, per cui conviene sempre fare riferimento alla Certificazione Unica dell’anno di riferimento.Un altro aspetto spesso trascurato riguarda i familiari a carico: se il reddito annuo dello studente supera il limite previsto per essere considerato fiscalmente a carico dei genitori, i genitori perdono le relative detrazioni. Con un’indennita di 1.100 euro mensili, la soglia puo essere superata gia dopo pochi mesi di tirocinio, con effetti sulla dichiarazione dei redditi dell’intero nucleo familiare. Stage e giovani: il contesto del mercato del lavoroLo stage Adidas per studenti e laureandi si inserisce in un contesto in cui le imprese usano sempre piu il tirocinio come canale di ingresso e di selezione dei profili junior. Non a caso, negli ultimi anni il legislatore ha rafforzato gli incentivi destinati a chi trasforma queste esperienze in rapporti stabili: e il caso del Bonus Giovani 2026 con sgravio contributivo per assumere under 35, pensato proprio per favorire l’ingresso stabile dei piu giovani nel mercato del lavoro.Allo stesso modo, esistono misure dedicate alla trasformazione dei contratti a termine in contratti stabili, come il bonus INPS per la stabilizzazione degli under 35. Per chi si affaccia oggi al lavoro, capire la differenza tra tirocinio, apprendistato, contratto a termine e contratto a tempo indeterminato e il primo passo per orientarsi: un quadro completo delle tipologie di contratti di lavoro e delle loro differenze aiuta a valutare con consapevolezza le proposte ricevute.Il tirocinio, va ricordato, non e un contratto di lavoro: non matura ferie, non da diritto alla NASpI al termine e non costruisce anzianita contributiva come un rapporto subordinato. Resta pero uno dei canali piu frequenti con cui le aziende individuano i profili da inserire stabilmente al termine del percorso formativo. Domande frequenti sullo stage Adidas per studenti e laureandiServe esperienza per candidarsi allo stage Adidas?No. L’annuncio si rivolge espressamente a studenti e laureandi senza esperienza pregressa: contano il percorso di studi in corso, la conoscenza dell’inglese e la motivazione personale.I 1.100 euro al mese sono netti o lordi?Gli importi indicati negli annunci di tirocinio sono di norma lordi. Sull’indennita vengono applicate le ritenute IRPEF e le addizionali, salvo che le detrazioni spettanti azzerino l’imposta dovuta.L’indennita di stage va dichiarata nel 730?Si, l’indennita di tirocinio e un reddito assimilato a lavoro dipendente e confluisce nella Certificazione Unica. Va quindi considerata nella dichiarazione dei redditi, anche quando l’imposta risulta pari a zero.Lo stage in smart working e davvero possibile?Secondo quanto riportato, una parte dell’attivita puo essere svolta da remoto. La formula concreta dipende pero dalla funzione aziendale, dalla sede e dagli accordi presi con il tutor e con l’universita promotrice.Il tirocinio fa perdere lo status di figlio a carico?Puo accadere. Se il reddito complessivo annuo dello studente supera il limite previsto per essere considerato fiscalmente a carico, i genitori perdono le detrazioni collegate, con effetti sulla dichiarazione dei redditi familiare.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.Settembre 19, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-19 09:00:002026-09-13 00:54:21Stage Adidas per studenti e laureandi: 1.100 euro al mese e smart working
NOTIZIEVerbale Condominiale alla PEC del Coniuge: È Valido l’Invio? Cosa Dice la CassazioneCapita spesso che l’amministratore di condominio invii il verbale dell’assemblea a un indirizzo PEC (Posta Elettronica Certificata) che non è intestato al condomino, ma al coniuge, marito o moglie che sia. È una situazione diffusa quando l’immobile è cointestato o quando in famiglia si usa una sola casella certificata per tutte le pratiche. La domanda è semplice: quell’invio vale come comunicazione del verbale, oppure il condomino può sostenere di non averlo mai ricevuto?La risposta è arrivata dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 15567 del 21 maggio 2026 (sez. II civile): la comunicazione del verbale vale solo se il documento arriva a un indirizzo direttamente e inequivocabilmente riferibile al condomino. Se la casella è di un’altra persona, anche del coniuge, la presunzione di conoscenza non scatta e il termine di 30 giorni per impugnare la delibera non inizia a decorrere. Vediamo cosa significa in pratica per condomini e amministratori. Indice dei contenutiIl caso deciso dalla Cassazione con l’ordinanza 15567/2026Cosa dice il codice civile: artt. 1137 e 1335Perché la PEC del coniuge non bastaDelibera valida, ma il termine per impugnare non decorreConsigli pratici per condomini e amministratoriIl caso deciso dalla Cassazione con l’ordinanza 15567/2026 Una condomina aveva impugnato una serie di delibere assembleari adottate tra il 2014 e il 2015, sostenendo di averne avuto notizia solo con la notifica di un decreto ingiuntivo per le spese condominiali. Il condominio si difendeva eccependo la decadenza: i verbali, a suo dire, erano stati trasmessi via posta elettronica mesi prima, quindi il termine per impugnare era scaduto da tempo.Tribunale e Corte d’appello avevano dato ragione al condominio, considerando la comunicazione dei verbali come un fatto “non contestato”. La Cassazione ha ribaltato la decisione: l’indirizzo di posta elettronica utilizzato dal condominio non era immediatamente riconducibile alla condomina (secondo la ricostruzione riportata da La Legge per Tutti, si trattava della casella del marito) e non c’era alcuna prova dell’effettivo recapito del verbale. La sentenza è stata cassata con rinvio alla Corte d’appello in diversa composizione.Cosa dice il codice civile: artt. 1137 e 1335 Il punto di partenza è l’art. 1137, comma 2, del codice civile: contro le deliberazioni contrarie alla legge o al regolamento, ogni condomino assente, dissenziente o astenuto può chiedere l’annullamento entro trenta giorni. Il termine decorre dalla data della deliberazione per chi era presente e ha votato contro (o si è astenuto), e dalla data di comunicazione della deliberazione per gli assenti. Si tratta di un termine perentorio: scaduto, la delibera non è più contestabile per vizi di annullabilità.Per capire quando la comunicazione può dirsi avvenuta, la Cassazione richiama l’art. 1335 c.c., che regola la presunzione di conoscenza degli atti diretti a una determinata persona: si reputano conosciuti nel momento in cui giungono all’indirizzo del destinatario, salvo che questi provi di essere stato, senza sua colpa, nell’impossibilità di averne notizia. Il verbale di assemblea è un atto unilaterale recettizio e la presunzione opera solo se il documento arriva davvero all’indirizzo del condomino.Attenzione a una precisazione importante: il codice civile tipizza le forme solo per l’avviso di convocazione. L’art. 66, comma 3, delle disposizioni di attuazione c.c. stabilisce che la convocazione deve essere comunicata almeno cinque giorni prima a mezzo posta raccomandata, PEC, fax o consegna a mano. Per la successiva comunicazione del verbale ai condomini assenti, invece, non esiste una forma vincolata: conta che il documento raggiunga un indirizzo riferibile al destinatario, e che il condominio sia in grado di provarlo.Perché la PEC del coniuge non basta Applicando questi principi, la conclusione è netta: usare la casella PEC di un’altra persona, anche se si tratta del marito o della moglie, fa venir meno la presunzione di conoscenza dell’art. 1335 c.c. L’indirizzo non è quello del condomino destinatario, quindi non si può presumere che il verbale sia entrato nella sua sfera di conoscibilità. Il fatto che i coniugi condividano di fatto la casella, o che l’amministratore l’abbia sempre usata senza obiezioni, non è sufficiente.L’onere della prova ricade sul condominio: è l’amministratore a dover dimostrare che il verbale è stato consegnato a un indirizzo direttamente e inequivocabilmente riferibile al condomino assente. Se il destinatario contesta di aver ricevuto la comunicazione sulla PEC del coniuge, il condominio si trova senza difese, perché la semplice trasmissione non prova la ricezione da parte della persona giusta.La Corte ha aggiunto un ulteriore tassello: la posta elettronica ordinaria (PEO) è strutturalmente inidonea a far scattare la presunzione di conoscenza, perché non produce una ricevuta di avvenuta consegna opponibile a terzi e non garantisce né la consegna né l’identità del destinatario. Solo la PEC, al pari della raccomandata, offre queste certezze. Ma la PEC deve essere quella del condomino, non di un familiare.Delibera valida, ma il termine per impugnare non decorre Qui c’è l’equivoco più diffuso, che vale la pena chiarire. La comunicazione mancata o inviata a un indirizzo sbagliato non rende invalida la delibera e non ne sospende l’efficacia: le decisioni dell’assemblea, prese con le maggioranze richieste, restano obbligatorie per tutti i condomini. L’unico effetto della comunicazione viziata riguarda il termine di impugnazione: i trenta giorni dell’art. 1137 c.c. non iniziano a decorrere finché il condomino assente non riceve il verbale a un indirizzo a lui riferibile, oppure non ne acquisisce conoscenza effettiva e completa per altra via.In pratica, il condomino che ha ricevuto il verbale solo sulla PEC del coniuge conserva il diritto di impugnare anche a distanza di mesi, e il condominio non può opporgli la decadenza. È una situazione diversa dal vizio di convocazione: se l’avviso di convocazione è omesso, tardivo o incompleto, la delibera è annullabile ai sensi dell’art. 66, comma 3, disp. att. c.c., su istanza dei dissenzienti o degli assenti non ritualmente convocati. Nel caso del verbale, invece, il vizio incide solo sui tempi per far valere eventuali contestazioni.Va ricordato anche che la notifica di un decreto ingiuntivo per le spese condominiali, di per sé, non equivale alla comunicazione del verbale: serve a recuperare un credito, non a informare il condomino delle decisioni assembleari. Il termine può però iniziare a decorrere dal momento in cui il condomino dimostra di conoscere effettivamente il contenuto della delibera, per esempio proponendo opposizione al decreto.Consigli pratici per condomini e amministratori Per evitare contestazioni e incertezze, sia i condomini sia chi amministra lo stabile possono adottare alcune buone pratiche, tutte coerenti con i principi fissati dalla Cassazione.Comunicare una PEC personale e intestata al condomino. Non usare caselle di altri componenti della famiglia. Se il condomino vuole ricevere le comunicazioni su un indirizzo diverso dal proprio, deve dichiararlo per iscritto all’amministratore, eleggendo domicilio a quell’indirizzo.Tenere aggiornato il registro di anagrafe condominiale previsto dall’art. 1130, n. 6, c.c., che contiene generalità, codice fiscale, residenza o domicilio di ciascun proprietario. Ogni variazione dei dati va comunicata all’amministratore in forma scritta entro sessanta giorni.Per gli amministratori: verificare l’intestazione della PEC prima di utilizzarla e conservare la dichiarazione scritta con cui il condomino l’ha indicata. In caso di immobile cointestato tra coniugi, chiarire subito a quale indirizzo vanno inviate le comunicazioni per ciascun comproprietario.Conservare le ricevute di consegna PEC di ogni verbale inviato: sono l’unica prova opponibile che il documento è arrivato all’indirizzo del destinatario. L’e-mail ordinaria non offre questa garanzia.Per i condomini: se il verbale è arrivato solo alla PEC del coniuge, il termine di trenta giorni non è iniziato a decorrere, ma la delibera resta efficace. Conviene comunque valutare tempestivamente le eventuali contestazioni, perché la conoscenza effettiva del contenuto (per esempio a seguito di opposizione a un decreto ingiuntivo) può far partire il termine.In definitiva, l’ordinanza 15567/2026 conferma che, anche in condominio, la tecnologia da sola non garantisce la correttezza di una comunicazione. Ciò che conta è che il verbale arrivi all’indirizzo della persona giusta, e che il condominio sia in grado di dimostrarlo.Domande frequenti sul verbale condominiale inviato alla PEC del coniugeL’amministratore può inviare il verbale condominiale alla PEC del coniuge del condomino?No, salvo che il condomino abbia indicato per iscritto quell’indirizzo come proprio domicilio per le comunicazioni condominiali. Secondo la Cassazione (ord. 15567/2026), la presunzione di conoscenza dell’art. 1335 c.c. opera solo se il verbale arriva a un indirizzo direttamente e inequivocabilmente riferibile al condomino. La PEC del marito o della moglie non lo è, anche se di fatto condivisa.Se il verbale non è stato comunicato correttamente, la delibera è nulla o annullabile?No. La mancata o irregolare comunicazione del verbale non incide sulla validità né sull’efficacia della delibera, che resta obbligatoria per tutti. L’unico effetto è che il termine di trenta giorni per impugnare (art. 1137, comma 2, c.c.) non inizia a decorrere per il condomino assente che non ha ricevuto il verbale a un indirizzo a lui riferibile.Da quando decorrono i 30 giorni per impugnare una delibera condominiale?Per i condomini dissenzienti o astenuti presenti in assemblea, dalla data della deliberazione. Per i condomini assenti, dalla data di comunicazione del verbale, che deve arrivare all’indirizzo del destinatario secondo l’art. 1335 c.c. Il termine è perentorio: una volta scaduto, la delibera non è più contestabile per vizi di annullabilità.Il verbale inviato via e-mail ordinaria fa decorrere il termine di impugnazione?No. La Cassazione ha chiarito che la posta elettronica ordinaria non produce una ricevuta di consegna opponibile a terzi e non garantisce né la consegna né l’identità del destinatario, quindi non fa scattare la presunzione di conoscenza. Servono PEC intestata al condomino, raccomandata o consegna a mano con prova di ricezione.Cosa deve fare il condomino che riceve le comunicazioni sulla PEC del coniuge?Comunicare per iscritto all’amministratore una PEC personale, oppure dichiarare espressamente di eleggere domicilio all’indirizzo del coniuge. In mancanza, le comunicazioni ricevute su quella casella non fanno decorrere il termine di impugnazione, ma le delibere restano comunque efficaci: conviene quindi valutare per tempo eventuali contestazioni.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.Settembre 19, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-19 08:00:002026-09-19 08:00:00Verbale Condominiale alla PEC del Coniuge: È Valido l’Invio? Cosa Dice la Cassazione
NOTIZIEBonus conciliazione vita lavoro: nuovo sgravio fino a 50.000 euro per le aziende virtuoseIndice dei contenutiBonus conciliazione vita lavoro: cosa prevede il Decreto Lavoro 2026Quanto vale lo sgravio e chi può ottenerloLa certificazione UNI/PdR 192:2026, requisito chiave del bonusCome funziona la domanda del bonus conciliazione vita lavoroCosa cambia per lavoratori e famiglieArriva il bonus conciliazione vita lavoro, la misura che premia le aziende capaci di organizzare il lavoro tenendo conto della vita familiare dei dipendenti. Non si tratta di un contributo versato ai lavoratori, ma di uno sconto sui contributi previdenziali che il datore di lavoro versa all’INPS: in pratica, l’impresa paga meno contributi se dimostra, attraverso una certificazione ufficiale, di aver adottato politiche stabili di flessibilità oraria, smart working, congedi e welfare aziendale. Il bonus conciliazione vita lavoro nasce con il Decreto Lavoro 2026 (D.L. 30 aprile 2026, n. 62, convertito dalla Legge 25 giugno 2026, n. 112) e prevede un esonero contributivo fino all’1% entro il tetto di 50.000 euro annui per ciascuna azienda. La firma del decreto attuativo ha sbloccato il meccanismo, definendo requisiti e modalità di accesso. Vediamo nel dettaglio come funziona il bonus conciliazione vita lavoro, chi può ottenerlo e quali condizioni servono per beneficiarne.Bonus conciliazione vita lavoro: cosa prevede il Decreto Lavoro 2026Il bonus conciliazione vita lavoro è previsto dall’articolo 6 del D.L. 62/2026, il cosiddetto Decreto Lavoro 2026, convertito con modificazioni dalla Legge 25 giugno 2026, n. 112. L’obiettivo dichiarato è incentivare le imprese che investono concretamente nell’equilibrio tra tempi di lavoro e tempi di vita, superando la logica degli interventi emergenziali con un sistema stabile basato su standard oggettivi e verificabili.La logica della misura è semplice: lo Stato riconosce un vantaggio economico alle organizzazioni che non si limitano a dichiarazioni di principio, ma strutturano procedure interne misurabili. Rientrano in questo perimetro, ad esempio, la gestione flessibile degli orari, il lavoro agile regolamentato da accordi, i permessi aggiuntivi per esigenze familiari, i servizi di supporto alla genitorialità e ai caregiver, i piani di welfare aziendale.Immagina un’azienda con cinquanta dipendenti che introduce orari di entrata flessibili, smart working due giorni a settimana e un piano di rimborso per le rette dell’asilo nido: se questo impianto viene certificato secondo lo standard richiesto, l’impresa può accedere al bonus conciliazione vita lavoro e ridurre il costo del lavoro. Un incentivo che si affianca ad altre misure a sostegno dell’occupazione femminile e familiare, come il bonus per l’assunzione di madri con tre figli. Quanto vale lo sgravio e chi può ottenerloIl cuore della misura è l’esonero contributivo, cioè la riduzione dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro. L’agevolazione può arrivare fino all’1% dei contributi dovuti, con un limite massimo di 50.000 euro l’anno per ogni impresa. Attenzione a un punto spesso frainteso: lo sgravio riguarda la quota a carico dell’azienda e non riduce la pensione futura del lavoratore, perché la contribuzione resta accreditata per intero sulla posizione assicurativa del dipendente.I destinatari del bonus conciliazione vita lavoro sono i datori di lavoro privati che ottengono la certificazione richiesta dalla norma. Ecco i punti fermi della misura:Esonero fino all’1% dei contributi previdenziali a carico dell’aziendaTetto di 50.000 euro annui per ciascun datore di lavoroRequisito obbligatorio: la certificazione UNI/PdR 192:2026Rispetto della normativa europea in materia di aiuti di StatoAgevolazione riconosciuta entro il 31 dicembre 2028Le risorse sono fissate direttamente dalla norma (articolo 6, comma 3): 7 milioni di euro per il 2026 e 12 milioni per ciascuno degli anni 2027 e 2028. Si tratta quindi di un plafond limitato, di cui l’INPS monitora gli effetti finanziari per garantire il rispetto del limite di spesa. La certificazione UNI/PdR 192:2026, requisito chiave del bonusPer accedere al bonus conciliazione vita lavoro non basta dichiarare di essere un’azienda attenta alle esigenze delle famiglie: la norma richiede il possesso delle certificazioni previste dall’articolo 8, comma 1, lettera e), del D.Lgs. 184/2025 (Codice degli incentivi), individuate nella certificazione UNI/PdR 192:2026. Si tratta di una prassi di riferimento, cioè un documento tecnico elaborato dall’ente italiano di normazione che fissa requisiti verificabili e indicatori di performance sulla conciliazione tra vita familiare e lavoro.In parole semplici, la certificazione è una sorta di “pagella” rilasciata da un organismo indipendente dopo un audit: verifica che l’impresa abbia politiche scritte, processi strutturati e risultati misurabili in tema di flessibilità, congedi, supporto alla genitorialità e sostenibilità del carico di cura. Non è un’autocertificazione, ma un controllo esterno.Questo elemento rappresenta la vera novità del bonus conciliazione vita lavoro: l’agevolazione è agganciata a uno standard oggettivo, lo stesso meccanismo già sperimentato con la certificazione della parità di genere. Il decreto attuativo definisce le modalità di acquisizione della certificazione, il periodo di validità rilevante ai fini dell’esonero e i controlli previsti. Alle imprese certificate sono inoltre riconosciuti vantaggi indiretti, come criteri di priorità o facilitazioni nell’accesso a iniziative pubbliche di promozione e internazionalizzazione. Come funziona la domanda del bonus conciliazione vita lavoroL’esonero non è automatico. Dopo aver ottenuto la certificazione, il datore di lavoro deve presentare domanda all’INPS, che gestisce il riconoscimento del beneficio e verifica la capienza delle risorse disponibili. Le modalità operative di trasmissione dell’istanza, i termini e i codici da utilizzare nei flussi contributivi saranno definiti da una circolare INPS attuativa.Un aspetto importante riguarda la tempistica: le aziende che presentano la domanda dopo aver conseguito la certificazione possono comunque beneficiare dell’esonero per l’intero periodo di validità del certificato, comunque non oltre il 31 dicembre 2028. Chi si certifica più tardi, quindi, non perde il diritto all’agevolazione, ma avrà una finestra temporale più ridotta.Trattandosi di una misura soggetta alla disciplina europea sugli aiuti di Stato, l’importo riconosciuto concorre ai massimali previsti per ciascuna impresa. Le aziende interessate dovranno quindi valutare l’impatto complessivo delle agevolazioni già fruite prima di programmare l’investimento necessario per ottenere la certificazione. Cosa cambia per lavoratori e famiglieIl bonus conciliazione vita lavoro è rivolto alle imprese, ma gli effetti attesi ricadono soprattutto sui dipendenti con carichi familiari: genitori di bambini piccoli, lavoratori che assistono un familiare non autosufficiente, caregiver che oggi ricorrono a permessi e congedi per conciliare i due fronti.L’idea del legislatore è che rendere conveniente la flessibilità riduca l’abbandono del lavoro dopo la nascita di un figlio, fenomeno che in Italia colpisce ancora in prevalenza le donne. Accanto agli strumenti già previsti dalla legge, come i permessi della Legge 104 fruibili a ore o i congedi parentali, il bonus conciliazione vita lavoro punta a incentivare soluzioni organizzative stabili.Restano naturalmente attive le prestazioni economiche erogate direttamente alle famiglie, dall’Assegno Unico agli altri sostegni al reddito, il cui calendario dei pagamenti INPS segue regole proprie e indipendenti da questa misura. Il bonus conciliazione vita lavoro, infatti, agisce su un piano diverso: non aumenta le entrate delle famiglie, ma prova a modificare l’organizzazione del lavoro all’interno delle aziende.Il bonus conciliazione vita lavoro segna un cambio di approccio: le politiche di flessibilità e welfare aziendale non restano un’iniziativa volontaria priva di riconoscimento, ma diventano un requisito premiato con un beneficio economico misurabile. Restano da definire alcuni passaggi operativi, a partire dalla circolare INPS che indicherà modalità di presentazione delle domande, termini e codici per l’esposizione dell’esonero nei flussi contributivi. Sarà inoltre da monitorare la capienza delle risorse stanziate, che potrebbe incidere sull’effettiva fruizione del beneficio da parte di tutte le imprese certificate. Per i dettagli definitivi si rinvia ai testi ufficiali pubblicati in Gazzetta Ufficiale e alle successive istruzioni degli enti competenti. Domande frequenti sul bonus conciliazione vita lavoroChi può ottenere il bonus conciliazione vita lavoro?Il bonus conciliazione vita lavoro è destinato ai datori di lavoro privati in possesso della certificazione UNI/PdR 192:2026, che attesta l’adozione di politiche strutturate e misurabili di conciliazione tra vita familiare e lavoro. Non è previsto un accredito diretto ai lavoratori.A quanto ammonta l’esonero contributivo?L’esonero arriva fino all’1% dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, con un tetto massimo di 50.000 euro annui per ciascuna impresa, nel rispetto della normativa sugli aiuti di Stato.Lo sgravio riduce la pensione dei dipendenti?No. L’agevolazione riguarda la quota contributiva a carico dell’azienda e non incide sull’accredito contributivo del lavoratore, che resta pieno ai fini pensionistici.Fino a quando si può usufruire del bonus conciliazione vita lavoro?Il bonus conciliazione vita lavoro può essere riconosciuto per l’intero periodo di validità della certificazione ottenuta, comunque non oltre il 31 dicembre 2028 e nei limiti delle risorse stanziate.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.Settembre 18, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-18 18:00:002026-09-13 00:23:09Bonus conciliazione vita lavoro: nuovo sgravio fino a 50.000 euro per le aziende virtuose
Architetti e Ingegneri, Geometri, PARTITA IVA, PARTITA IVA CON REGIME FORFETTARIOEquo Compenso PA 2026 per Architetti e Geometri: Guida Pratica a Parcella, Ribassi e Fattura ElettronicaL’equo compenso PA è la regola che impedisce a un ente pubblico di pagare un architetto o un geometra meno di quanto stabiliscono le tabelle ministeriali. In parole semplici: quando il tuo cliente è un Comune, una scuola, un’azienda sanitaria o una società partecipata, il tuo onorario non è più liberamente contrattabile al ribasso, ma deve rispettare dei minimi tabellari fissati per legge. A introdurre questo principio è stata la Legge 21 aprile 2023, n. 49, entrata in vigore il 20 maggio 2023 e oggi pienamente operativa negli appalti pubblici. Per i professionisti tecnici con partita IVA questo cambia tre cose molto concrete: come si costruisce la parcella, quanto si può scendere in fase di gara e come si emette la fattura elettronica alla PA. In questa guida vediamo il funzionamento pratico dell’equo compenso PA per architetti e geometri, con un esempio numerico di calcolo secondo i parametri del DM 17 giugno 2016, le regole sui ribassi, la gestione dello split payment e della ritenuta d’acconto, e i rimedi concreti quando un committente pubblico propone cifre sotto i minimi.Indice dei contenutiEquo Compenso PA: Cos’e e a Chi si Applica nel 2026Come si Calcola la Parcella con i Parametri del DM 17 giugno 2016Equo Compenso PA e Ribassi in Gara: la Regola del 65% e del 35%Compenso Sotto i Minimi: Cosa Puo Fare il ProfessionistaFatturazione Elettronica alla PA: Codice Ufficio, CIG e Split PaymentTempi di Pagamento della PA e Interessi di MoraRitenuta d’Acconto, Inarcassa e CIPAG: Forfettario o OrdinarioTutele e Rimedi: Nullita delle Clausole e Azione di ClasseDomande Frequenti sull’Equo Compenso PAEquo Compenso PA: Cos’è e a Chi si Applica nel 2026L’equo compenso PA nasce da un’esigenza molto sentita da architetti e geometri: evitare che gli incarichi pubblici vengano affidati a cifre simboliche o addirittura gratuitamente, con gare vinte al massimo ribasso. La L. 49/2023 definisce equo il compenso proporzionato alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, al contenuto e alle caratteristiche della prestazione, e comunque conforme ai parametri ministeriali previsti per ciascuna categoria professionale.Il punto più importante da capire è che la legge non si applica a tutti i clienti. Riguarda solo i rapporti con i cosiddetti committenti forti, cioè soggetti che hanno un potere contrattuale molto superiore a quello del singolo professionista. Rientrano nel perimetro dell’equo compenso PA:le pubbliche amministrazioni e le società a partecipazione pubblica (Comuni, Province, Regioni, scuole, ASL, enti parco, consorzi);le imprese bancarie e assicurative, comprese le loro società controllate e le mandatarie;le imprese di grandi dimensioni, cioè quelle che nell’anno precedente hanno occupato più di 50 dipendenti oppure hanno registrato ricavi annui superiori a 10 milioni di euro;gli agenti della riscossione.Se invece il cliente è un privato cittadino che ti chiede un accatastamento, o una piccola impresa edile sotto quelle soglie, la contrattazione resta libera: in quel caso il preventivo si costruisce con criteri commerciali e non c’è un minimo di legge da rispettare. È una distinzione che molti colleghi non colgono e che genera confusione nella redazione dei preventivi. Perché la regola vale anche per i geometri, non solo per gli architettiSpesso si legge che l’equo compenso riguardi soltanto architetti e ingegneri. Non è così: la L. 49/2023 si applica a tutti i professionisti iscritti a ordini e collegi, quindi anche ai geometri iscritti al Collegio e alla CIPAG (la Cassa di previdenza dei geometri liberi professionisti), oltre che ai professionisti non ordinistici che operano con committenti pubblici.Cambia però il decreto parametri di riferimento a seconda del tipo di prestazione. Per i servizi di architettura e ingegneria affidati dalla pubblica amministrazione (progettazione, direzione lavori, coordinamento della sicurezza, collaudo) il riferimento è il DM 17 giugno 2016, che vale per tutti i tecnici abilitati, geometri compresi nei limiti delle proprie competenze professionali. Per altre tipologie di prestazione professionale si utilizzano invece i parametri del DM 140/2012. Il codice ATECO 2025 non incide su questa scelta: il geometra è classificato con il codice 71.12.30 e l’architetto con il 71.11.09, ma ciò che determina i parametri applicabili è la natura della prestazione, non il codice attività.Come si Calcola la Parcella con i Parametri del DM 17 giugno 2016Qui sta il cuore operativo della questione. Il DM 17 giugno 2016 (il cosiddetto decreto parametri per le opere pubbliche) non contiene una tariffa fissa, ma una formula matematica che restituisce il corrispettivo minimo da porre a base di gara. Conoscerla ti permette di capire subito se la cifra offerta da un ente è congrua oppure è sotto i minimi.La formula del compenso professionale è la seguente:CP = Σ (V × G × Q × P)Dove ciascuna lettera ha un significato preciso, che vale la pena tradurre in linguaggio comune:V è il valore dell’opera, cioè l’importo dei lavori suddiviso per categoria (edilizia, strutture, impianti);G è il grado di complessità dell’intervento, ricavato dalla Tavola Z-1 del decreto (più l’opera è complessa, più il coefficiente sale);Q è il parametro di specificità della singola prestazione affidata (Tavola Z-2): ogni attività, dalla relazione geologica alla direzione lavori, ha il suo coefficiente;P è il parametro base, calcolato con l’espressione P = 0,03 + 10 / V^0,4: in pratica più l’opera è grande, più la percentuale si riduce.Al compenso così determinato si aggiungono le spese e gli oneri accessori, che il decreto quantifica in misura non superiore al 25% del compenso per le opere di importo contenuto, con percentuali decrescenti al crescere dell’importo dei lavori. Esempio numerico: parcella per lavori da 300.000 euroVediamo un caso concreto. Supponiamo che il geometra Marco riceva da un Comune un incarico su un intervento di edilizia residenziale pubblica con importo lavori pari a 300.000 euro. Procediamo per passaggi:Parametro base P: P = 0,03 + 10 / 300.000^0,4 = 0,0944 (cioè circa il 9,44%);Grado di complessità G: per l’edilizia residenziale la Tavola Z-1 indica 0,95;Somma dei parametri Q: ipotizziamo un pacchetto composto da progettazione definitiva, esecutiva e direzione lavori, per una somma dei coefficienti pari a 0,60 (valore da ricavare sempre puntualmente dalla Tavola Z-2 in base alle prestazioni realmente affidate);Compenso CP = 300.000 × 0,95 × 0,60 × 0,0944 = circa 16.150 euro;Spese e oneri accessori (25% del compenso) = circa 4.040 euro;Corrispettivo complessivo = circa 20.190 euro.Questo importo rappresenta il corrispettivo da porre a base di gara e costituisce il riferimento per valutare la congruità dell’offerta. Se lo stesso Comune ti propone 8.000 euro per il medesimo pacchetto di prestazioni, sei in presenza di un compenso potenzialmente non equo, con tutte le conseguenze che vedremo più avanti. Attenzione: cambiando anche solo il coefficiente di complessità o le prestazioni affidate il risultato varia in modo sensibile, per questo il calcolo va sempre rifatto sul singolo incarico e non copiato da parcelle precedenti.Equo Compenso PA e Ribassi in Gara: la Regola del 65% e del 35%È la domanda che riceviamo più spesso: con l’equo compenso PA si può ancora offrire un ribasso in gara? La risposta è sì, ma non su tutto l’importo.Il Codice dei contratti pubblici (D.Lgs. 36/2023), dopo le modifiche introdotte dal decreto correttivo D.Lgs. 209/2024, ha risolto il nodo con un meccanismo preciso per i servizi di architettura e ingegneria. L’importo posto a base di gara, determinato con i parametri del DM 17 giugno 2016, viene diviso in due parti:una quota pari al 65%, considerata prezzo fisso non ribassabile, che rappresenta il nucleo del compenso professionale tutelato dall’equo compenso PA;una quota pari al 35%, sulla quale l’operatore economico può formulare la propria offerta al ribasso.Riprendendo l’esempio precedente dei 20.190 euro: circa 13.120 euro restano intoccabili, mentre il ribasso può incidere solo sui restanti 7.070 euro. Il correttivo ha inoltre previsto, nell’Allegato I.13, una formula specifica per il punteggio economico, che limita il peso del prezzo rispetto alla qualità dell’offerta tecnica: l’obiettivo dichiarato è premiare la competenza e non la corsa al ribasso.Va detto con onestà che sull’ampiezza del ribasso applicabile alla quota del 35% la giurisprudenza amministrativa si è divisa, con pronunce che ammettono ribassi molto ampi su quella componente e altre più restrittive. Il principio che resta fermo e che ti conviene tenere come bussola operativa è questo: il ribasso non può in alcun caso intaccare la quota del 65% dell’importo a base di gara, che resta garantita per legge, e nei casi limite conviene sempre far verificare il bando da un professionista prima di presentare l’offerta. Per il quadro generale dei parametri e delle tutele previste dalla legge puoi consultare la nostra guida completa all’equo compenso per architetti, geometri e ingegneri. Compenso Sotto i Minimi: Cosa Può Fare il ProfessionistaImmagina che l’architetto Giulia riceva da un ente pubblico una proposta di incarico a 6.000 euro, quando i parametri ne indicherebbero 18.000. Cosa può fare concretamente? Le strade sono diverse e conviene percorrerle nell’ordine giusto, partendo da quella meno conflittuale.Il primo passo è documentare il calcolo. Predisponi una parcella analitica secondo i parametri del DM 17 giugno 2016, indicando categoria dell’opera, coefficienti applicati e prestazioni affidate, e trasmettila formalmente all’ente come proposta di adeguamento. Molte amministrazioni, soprattutto i Comuni piccoli, sbagliano in buona fede perché applicano importi ereditati da vecchi affidamenti.Se la trattativa non va a buon fine, entrano in gioco gli strumenti previsti dalla L. 49/2023:la nullità della clausola che fissa un compenso non equo, che non travolge l’intero contratto ma solo la pattuizione economica;la richiesta al Consiglio dell’Ordine o al Collegio di un parere di congruità sul compenso, che in presenza delle condizioni di legge può acquistare efficacia di titolo per il recupero del credito;la segnalazione all’Ordine o al Collegio, considerato che l’accettazione consapevole di un compenso non equo può avere rilievo sul piano disciplinare.Un aspetto che molti sottovalutano riguarda le prestazioni gratuite: il Codice dei contratti pubblici stabilisce che le prestazioni d’opera intellettuale non possono formare oggetto di affidamenti a titolo gratuito, salvo casi eccezionali espressamente motivati. Un concorso di idee o un incarico fiduciario “a costo zero” proposto da un ente pubblico va quindi guardato con molta attenzione prima di essere accettato. Il valore del preventivo scrittoNell’equo compenso PA il preventivo scritto non è un adempimento burocratico ma la tua principale difesa. Deve indicare in modo distinto il compenso, le spese e gli oneri accessori, il contributo integrativo di cassa, l’eventuale IVA e i costi presumibili per le prestazioni di terzi. Un preventivo costruito bene rende immediatamente verificabile la conformità ai parametri e ti mette in posizione di forza in caso di contestazione. Sul tema abbiamo approfondito il metodo di costruzione dell’onorario nell’articolo dedicato alla parcella dell’architetto 2026.Fatturazione Elettronica alla PA: Codice Ufficio, CIG e Split PaymentOttenuto l’incarico, si passa alla parte che genera più errori in assoluto: la fattura elettronica verso la pubblica amministrazione. Non è una fattura come le altre e uno scarto dello SDI (il Sistema di Interscambio dell’Agenzia delle Entrate, la piattaforma che smista tutte le fatture elettroniche) può facilmente far slittare l’incasso di mesi.Ecco gli elementi che devono essere corretti in una fattura verso un ente pubblico:il Codice Univoco Ufficio, composto da 6 caratteri e reperibile nell’Indice delle Pubbliche Amministrazioni: è diverso dal codice destinatario a 7 caratteri usato per i clienti privati;il CIG (Codice Identificativo Gara) e, quando previsto, il CUP (Codice Unico di Progetto): in loro assenza la PA non può materialmente procedere al pagamento;gli estremi della determina di affidamento o dell’ordine, che molte amministrazioni richiedono nel corpo del documento;l’indicazione dello split payment quando applicabile.Lo split payment (in italiano scissione dei pagamenti, art. 17-ter DPR 633/72) funziona così: l’ente pubblico ti paga solo l’imponibile e versa direttamente all’Erario l’IVA esposta in fattura. Nel tracciato XML l’esigibilità dell’IVA va indicata con il codice S e in fattura si riporta la dicitura di scissione dei pagamenti. Attenzione: l’IVA che non incassi non è una perdita, semplicemente non transita dal tuo conto, ma incide sulla tua liquidità e, se hai molti acquisti, può generare un credito IVA da gestire.Il meccanismo resta pienamente operativo per le operazioni verso le pubbliche amministrazioni: con la Decisione di esecuzione (UE) 2026/1728 del 10 luglio 2026 il Consiglio dell’Unione europea ha autorizzato l’Italia a continuare ad applicarlo fino al 30 giugno 2029, senza soluzione di continuità rispetto alla precedente scadenza del 30 giugno 2026. Ricordiamo invece che le società quotate nell’indice FTSE MIB sono uscite dal perimetro dello split payment dal 1° luglio 2025. Se operi in regime forfettario, lo split payment non ti riguarda: non esponendo IVA in fattura, non c’è nulla da scindere. Il software di fatturazione fa la differenzaGestire codice ufficio, CIG, split payment, contributo integrativo e ritenuta d’acconto a mano è la ricetta perfetta per uno scarto SDI. Per i professionisti tecnici che lavorano abitualmente con enti pubblici consigliamo di appoggiarsi a un software di fatturazione elettronica che gestisca nativamente il tracciato FatturaPA, come fatturazioneitalia.it, che tra l’altro applica la formula del prezzo bloccato per 3 anni e permette di indicare la cassa previdenziale (Inarcassa o CIPAG) direttamente in fattura: un vantaggio non banale per chi vuole costi fissi e prevedibili sugli adempimenti. Una fattura scartata non è solo una seccatura: fa ripartire da capo i termini di pagamento dell’ente.Tempi di Pagamento della PA e Interessi di MoraUn compenso equo sulla carta serve a poco se poi l’incasso arriva dopo un anno. Per questo la normativa sui ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali (D.Lgs. 231/2002) fissa termini precisi anche per gli enti pubblici.La regola generale prevede il pagamento entro 30 giorni dal ricevimento della fattura o dalla verifica di conformità della prestazione. Il termine può salire a 60 giorni per gli enti del Servizio sanitario nazionale e, negli altri casi, solo se espressamente pattuito per iscritto e giustificato dalla natura del contratto. Superata la scadenza, gli interessi moratori decorrono automaticamente, senza bisogno di alcuna messa in mora, al tasso di riferimento BCE maggiorato di 8 punti percentuali, oltre a un importo forfettario a titolo di rimborso dei costi di recupero.Nella pratica quotidiana, però, conviene prevenire più che litigare. Tre accorgimenti riducono drasticamente i tempi di incasso:verificare il CIG e il codice ufficio prima di emettere, chiedendoli per iscritto al responsabile del procedimento;allegare o richiamare il certificato di regolare esecuzione o il verbale di verifica, che spesso è il documento che sblocca la liquidazione;monitorare la piattaforma dei crediti commerciali, dove la fattura assume uno stato che consente di capire se è stata contabilizzata dall’ente.Se il ritardo diventa patologico, il credito può essere gestito nelle sedi opportune con il supporto di un professionista: il CAF Centro Fiscale di Udine affianca architetti e geometri nella gestione amministrativa e contabile della posizione.Ritenuta d’Acconto, Inarcassa e CIPAG: Forfettario o OrdinarioL’ultimo tassello dell’equo compenso PA riguarda la composizione della fattura e il regime fiscale. Qui architetti e geometri seguono regole quasi identiche, con una differenza sulle aliquote di cassa.Il professionista in regime ordinario emette una fattura strutturata così: compenso, più contributo integrativo (4% per gli architetti iscritti a Inarcassa, 5% per i geometri iscritti alla CIPAG), più IVA al 22% sul totale. Su cosa si applica la ritenuta d’acconto del 20% (art. 25 DPR 600/1973)? Solo sul compenso, non sul contributo integrativo: la PA, in qualità di sostituto d’imposta, trattiene quel 20% e lo versa all’Erario per tuo conto, come acconto sulle imposte che pagherai in dichiarazione.Riprendiamo l’esempio del corrispettivo da 20.190 euro di un architetto in regime ordinario con incarico da un Comune:compenso e spese: 20.190 euro;contributo integrativo Inarcassa 4%: 807,60 euro;imponibile IVA: 20.997,60 euro;IVA 22%: 4.619,47 euro, versata direttamente dall’ente all’Erario per effetto dello split payment;ritenuta d’acconto 20% sul compenso: 4.038 euro;netto incassato: 16.959,60 euro.Il regime forfettario cambia radicalmente lo schema: niente IVA in fattura (codice natura N2.2 e dicitura di riferimento all’art. 1 c. 58 L. 190/2014), nessuna ritenuta d’acconto subita, marca da bollo da 2 euro se l’imponibile supera 77,47 euro, e tassazione con imposta sostitutiva del 15% (ridotta al 5% per i primi cinque anni di nuova attività) calcolata sul 78% dei compensi, che è il coefficiente di redditività delle attività professionali e tecniche. L’imposta sostitutiva, in parole semplici, è un’unica imposta che prende il posto di IRPEF e addizionali. Attenzione al distinguo sui contributi: niente riduzione del 35%Un errore che circola spesso nei forum: la riduzione contributiva del 35% prevista per i forfettari non si applica ad architetti e geometri. Quella agevolazione riguarda esclusivamente gli iscritti alle gestioni artigiani e commercianti dell’INPS e non esiste nemmeno in Gestione Separata. I professionisti tecnici iscritti all’albo versano a Inarcassa (architetti e ingegneri) o alla CIPAG (geometri), con contributo soggettivo indicativamente pari al 14,5% del reddito professionale per Inarcassa e al 18% per CIPAG, oltre ai contributi minimi annuali stabiliti dai rispettivi regolamenti. Eventuali riduzioni per giovani iscritti o per redditi bassi sono quelle previste dagli statuti delle casse, non dalla normativa INPS. Prima di scegliere il regime, quindi, il confronto va fatto sui numeri reali: trovi un quadro d’insieme nella guida su partita IVA per architetto e ingegnere.Tutele e Rimedi: Nullità delle Clausole e Azione di ClasseLa L. 49/2023 non si limita a enunciare un principio: costruisce un sistema di tutele che il professionista può attivare quando il committente forte non rispetta i minimi.Lo strumento centrale è la nullità di protezione: le clausole che stabiliscono un compenso non equo sono nulle, ma la nullità opera solo a vantaggio del professionista e non travolge il resto del contratto, che resta valido. Il professionista può quindi rivolgersi al giudice per chiedere la rideterminazione del compenso secondo i parametri ministeriali, con possibilità di ottenere un ulteriore ristoro del danno subito.Accanto a questo, la legge prevede altri presidi:il parere di congruità rilasciato dall’Ordine o dal Collegio, utile sia in via stragiudiziale sia per il recupero del credito;l’azione di classe professionale, che consente ai Consigli nazionali degli ordini e alle associazioni di categoria di agire in giudizio per far dichiarare la nullità delle clausole e inibire comportamenti lesivi, senza esporre il singolo iscritto al rischio di ritorsioni;l’Osservatorio nazionale sull’equo compenso, istituito presso il Ministero della Giustizia con compiti di monitoraggio e vigilanza;il rilievo disciplinare della pattuizione di compensi non equi, che responsabilizza anche il professionista.In sintesi, l’equo compenso PA ha spostato l’equilibrio contrattuale a favore di architetti e geometri, ma le tutele funzionano solo se la posizione è documentata: calcolo dei parametri, preventivo scritto, corrispondenza con l’ente e fatturazione corretta sono i quattro pilastri su cui si regge tutto il resto.Domande Frequenti sull’Equo Compenso PAL’equo compenso PA vale anche per i clienti privati?No. L’equo compenso PA e le regole della L. 49/2023 si applicano ai rapporti con pubbliche amministrazioni, banche e assicurazioni e imprese di grandi dimensioni (oltre 50 dipendenti o più di 10 milioni di ricavi). Con un privato cittadino o una piccola impresa la contrattazione del compenso resta libera, anche se i parametri ministeriali restano un utile riferimento per costruire un preventivo credibile.Posso offrire un ribasso in una gara per servizi tecnici?Sì, ma solo su una parte dell’importo. Dopo il correttivo D.Lgs. 209/2024 al Codice dei contratti pubblici, il corrispettivo a base di gara è composto da una quota del 65% non ribassabile e da una quota del 35% ribassabile. In ogni caso il ribasso non può intaccare la quota del 65%, che resta garantita per legge: nei casi limite conviene far verificare il bando prima di presentare l’offerta.Un geometra rientra nell’equo compenso o è previsto solo per architetti e ingegneri?Il geometra rientra pienamente nell’ambito della legge, perché la tutela riguarda tutti i professionisti iscritti a ordini e collegi. Per i servizi di architettura e ingegneria affidati dalla PA si applicano i parametri del DM 17 giugno 2016 nei limiti delle competenze professionali del geometra; per altre prestazioni si fa riferimento ai parametri del DM 140/2012.Cosa devo indicare in fattura per essere pagato da un Comune?Servono il Codice Univoco Ufficio a 6 caratteri dell’ente, il CIG e, quando previsto, il CUP, oltre agli estremi della determina di affidamento. Senza CIG l’amministrazione non può liquidare la fattura. Se l’ente applica lo split payment, l’esigibilità IVA va indicata con il codice S e l’IVA viene versata direttamente dall’ente all’Erario.Il forfettario subisce la ritenuta d’acconto sulle fatture alla PA?No. Chi opera in regime forfettario non subisce la ritenuta d’acconto del 20%: in fattura va inserita la dicitura che richiama l’art. 1 c. 67 L. 190/2014. Il forfettario, inoltre, non espone IVA (codice natura N2.2) e quindi non applica lo split payment, ma deve apporre la marca da bollo da 2 euro se l’imponibile supera 77,47 euro.Entro quanto tempo deve pagare la pubblica amministrazione?La regola generale è il pagamento entro 30 giorni dal ricevimento della fattura o dalla verifica di conformità, elevabili a 60 giorni per gli enti del Servizio sanitario nazionale o se espressamente pattuito per iscritto. Oltre il termine maturano automaticamente interessi moratori al tasso BCE maggiorato di 8 punti percentuali, più un rimborso forfettario dei costi di recupero.Tra parametri del DM 17 giugno 2016, quote ribassabili, split payment, contributi Inarcassa e CIPAG e scelta tra forfettario e ordinario, l’equo compenso PA richiede ad architetti e geometri una gestione amministrativa ordinata quanto il progetto che firmano. Impostare bene preventivo, parcella e ciclo di fatturazione fin dall’inizio significa incassare prima e difendere il proprio onorario se qualcosa non torna.Hai bisogno di assistenza per la gestione fiscale e la fatturazione della tua partita IVA di architetto o geometra? Il CAF Centro Fiscale di Udine ti segue sia in ufficio, in Viale Tullio 13, sia online in tutta Italia: analisi di convenienza tra regime forfettario e ordinario, gestione della fatturazione elettronica verso la PA, adempimenti Inarcassa e CIPAG, dichiarazioni fiscali. Contattaci per richiedere un preventivo personalizzato sulla tua situazione, oppure chiamaci allo 0432 1638640 e scrivici su WhatsApp al 366 6018121.Per la sola gestione della fattura elettronica verso la pubblica amministrazione, ricordiamo la possibilità di appoggiarsi a fatturazioneitalia.it, il software con prezzo bloccato per 3 anni che gestisce nativamente il tracciato FatturaPA, CIG, CUP e split payment, con layout PDF per preventivi e proforma.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti. Richiedi Assistenza per la Partita IVA di Architetto o GeometraIl CAF Centro Fiscale di Udine ti aiuta con l’analisi di convenienza tra regime forfettario e ordinario, la gestione della fatturazione elettronica verso la PA e gli adempimenti Inarcassa e CIPAG. Contattaci per un preventivo personalizzato sulla tua situazione.Contattaci su WhatsAppPer la sola fattura elettronica verso la PA (CIG, CUP, split payment) puoi appoggiarti anche a fatturazioneitalia.it, il software con prezzo bloccato per 3 anni.CAF Centro Fiscale Udine – Viale Giuseppe Tullio 13, scala B – Tel: 0432 1638640 – WhatsApp: 366 6018121Approfondimenti correlatiEquo compenso per architetti, geometri e ingegneri – guida completa a parametri e tuteleParcella dell’architetto 2026 – come costruire il preventivo e la fatturazionePartita IVA per architetto e ingegnere – guida completa ad apertura e gestioneSettembre 18, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-18 17:00:002026-09-27 08:51:53Equo Compenso PA 2026 per Architetti e Geometri: Guida Pratica a Parcella, Ribassi e Fattura Elettronica
NOTIZIEVincite al Casinò e Fisco Italiano: Quando (e Come) si DichiaranoUna serata fortunata al tavolo verde e la domanda arriva puntuale: le vincite al casinò si dichiarano al fisco italiano? La risposta non è uguale per tutti, perché dipende da dove è stata ottenuta la vincita e da come la legge italiana tratta quella somma ai fini IRPEF.In sintesi: se giochi in una casa da gioco italiana autorizzata la vincita non concorre a formare il reddito e non devi indicare nulla in dichiarazione; se giochi in un casinò estero occorre distinguere tra Paesi UE e SEE e Paesi extra-UE, perché nel secondo caso la somma vinta diventa un reddito da dichiarare. Vediamo con parole semplici come funzionano le tasse sulle vincite al casinò.Indice dei contenutiCasinò italiani: le vincite non concorrono al redditoVincite in casinò esteri UE e SEE: la sentenza che ha cambiato le regoleVincite in casinò extra-UE: si dichiarano come redditi diversiGioco online: la differenza fra siti ADM e piattaforme non autorizzateQuadro RW: la vincita no, il conto estero forse sìCosa rischia chi non dichiara le vincite al casinòCasinò, lotterie e Superenalotto: regimi diversiDomande frequenti sulle vincite al casinò e le tasseCasinò italiani: le vincite non concorrono al redditoLe case da gioco autorizzate in Italia — pensiamo al Casinò di Venezia, a quello di Sanremo, a Campione d’Italia e a Saint-Vincent — sono soggette a un prelievo fiscale sui proventi del gioco a carico del gestore. Per il giocatore la legge prevede però una regola diversa e più semplice: in base all’articolo 69, comma 1-bis, del TUIR, le vincite ottenute in queste case da gioco autorizzate non concorrono a formare il reddito imponibile di chi vince. Non si tratta quindi di un’imposta trattenuta sulla vincita, ma di un’esclusione da reddito prevista direttamente dalla norma.La conseguenza pratica è molto rassicurante per il giocatore: la vincita ottenuta in una casa da gioco italiana autorizzata è esclusa per legge dal reddito imponibile. Per questo motivo le vincite al casinò ottenute in Italia non vanno indicate né nel Modello Redditi PF né nel 730. Non esiste un quadro in cui riportarle, semplicemente perché la norma le esclude a monte dal reddito complessivo del contribuente.Immagina che Marco vinca 8.000 euro alla roulette a Sanremo: quella somma è netta dal punto di vista fiscale, senza imposte aggiuntive né righi da compilare. Vincite in casinò esteri UE e SEE: la sentenza che ha cambiato le regoleFino a pochi anni fa il trattamento delle vincite conseguite all’estero era penalizzante: chi giocava fuori dai confini nazionali doveva dichiarare tutto in Italia, anche se aveva già subito un prelievo nel Paese in cui si trovava la casa da gioco. Il risultato era una doppia imposizione, cioè pagare due volte sullo stesso importo.La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con la sentenza del 22 ottobre 2014 nelle cause riunite C-344/13 e C-367/13 (nota come Blanco e Fabretti), ha stabilito che questo trattamento differenziato è contrario alla libera prestazione dei servizi. Da qui la modifica dell’articolo 69 del TUIR, il Testo Unico delle Imposte sui Redditi, che ha esteso l’esenzione anche alle vincite realizzate nelle case da gioco di Stati membri dell’Unione Europea e di Paesi aderenti allo Spazio Economico Europeo (SEE).La condizione è una sola: la casa da gioco deve essere autorizzata nello Stato UE o SEE in cui opera. In quel caso la vincita è esclusa dal reddito imponibile esattamente come quelle italiane, e non va riportata in dichiarazione, come se fosse stata ottenuta a Venezia. Vincite in casinò extra-UE: si dichiarano come redditi diversiIl discorso cambia radicalmente quando la vincita arriva da una casa da gioco situata in un Paese extra-UE ed extra-SEE — come Stati Uniti, Regno Unito, Svizzera o Paesi asiatici — oppure comunque non autorizzata in Italia, nell’Unione Europea o nello Spazio Economico Europeo. In questi casi le vincite al casinò vanno dichiarate al fisco italiano.Il riferimento normativo è l’articolo 67, comma 1, lettera d) del TUIR, che inserisce le vincite dei giochi di abilità e delle case da gioco tra i cosiddetti redditi diversi. Con questa espressione il legislatore indica una categoria residuale di entrate che non rientrano nel lavoro dipendente, nel lavoro autonomo o nell’impresa, ma che restano comunque tassabili.Attenzione ad alcuni aspetti che sorprendono molti giocatori:la vincita si dichiara per intero, al lordo di tutto;non si possono dedurre le perdite subite negli altri tavoli o nelle altre serate;non sono scomputabili i costi sostenuti, come viaggio, soggiorno o quota di ingresso;l’importo concorre al reddito complessivo ed è tassato con le aliquote IRPEF progressive ordinarie.Un esempio: Laura vince 20.000 euro in un casinò extra-UE e nella stessa vacanza ne perde 6.000. Dovrà dichiarare comunque 20.000 euro, perché il fisco guarda solo la vincita, tassata poi con l’IRPEF insieme agli altri redditi dell’anno. Conoscere in anticipo le scadenze fiscali aiuta a non arrivare impreparati. Gioco online: la differenza fra siti ADM e piattaforme non autorizzateIl gioco a distanza segue la stessa logica. Le piattaforme che operano con concessione ADM — l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, l’ente che ha assorbito la vecchia AAMS — versano il prelievo previsto dalla legge italiana: il prelievo grava sul concessionario e non sulla singola vincita, quindi il giocatore non deve dichiarare le somme incassate.Diverso il caso delle piattaforme non autorizzate da ADM, spesso ospitate su server esteri e prive di concessione italiana. Le vincite ottenute su questi siti seguono lo stesso regime visto per i casinò extra-UE: sono redditi diversi ai sensi dell’art. 67 del TUIR, si dichiarano integralmente e concorrono al reddito complessivo IRPEF, sempre senza possibilità di dedurre perdite o costi. Quadro RW: la vincita no, il conto estero forse sìUn chiarimento utile: il quadro RW, dedicato al monitoraggio fiscale, non serve a dichiarare la vincita in sé, ma la detenzione di attività finanziarie o patrimoniali all’estero. Se il denaro vinto resta su un conto corrente estero o su uno strumento finanziario fuori dall’Italia, può scattare un obbligo di monitoraggio distinto dalla tassazione della vincita: due binari separati. Cosa rischia chi non dichiara le vincite al casinòOmettere una vincita che andava dichiarata espone alle conseguenze dell’infedele dichiarazione: recupero dell’imposta, sanzioni e interessi. Non è un rischio teorico: lo scambio automatico di informazioni finanziarie tra Stati rende oggi molto visibili i flussi di denaro dall’estero.Il consiglio pratico è conservare la documentazione della vincita: ricevute della casa da gioco, estratti conto, attestazioni dell’eventuale prelievo subito all’estero. Sono gli elementi che permettono di dimostrare se la somma rientra tra quelle escluse dal reddito perché ottenute in una casa da gioco autorizzata oppure tra quelle da inserire nella dichiarazione dei redditi.Casinò, lotterie e Superenalotto: regimi diversiLe regole viste finora riguardano le vincite al casinò e non si applicano automaticamente a lotterie, Superenalotto, Gratta e vinci e concorsi a premi, che seguono un regime fiscale autonomo con prelievi gestiti da chi eroga il premio. Confondere i due mondi è uno degli errori più frequenti. Domande frequenti sulle vincite al casinò e le tasseDevo dichiarare una vincita ottenuta al Casinò di Venezia?No. Le vincite ottenute in case da gioco italiane autorizzate sono escluse dal reddito imponibile in base all’art. 69, comma 1-bis, del TUIR, quindi non vanno indicate nel 730 né nel Modello Redditi.Le vincite in un casinò di un altro Paese europeo sono tassate in Italia?Se il casinò è autorizzato in uno Stato UE o SEE, la vincita è esclusa dal reddito imponibile in Italia per effetto delle cause riunite C-344/13 e C-367/13 della Corte di Giustizia UE e dell’art. 69, comma 1-bis, del TUIR.Posso sottrarre le perdite dalle vincite da dichiarare?No. Quando la vincita rientra tra i redditi diversi dell’art. 67, comma 1, lettera d) del TUIR, si dichiara l’importo integrale, senza dedurre perdite di gioco né spese sostenute.Le vincite sui siti di gioco online sono sempre esenti?Solo se la piattaforma è autorizzata da ADM. Le vincite su siti privi di concessione italiana vanno dichiarate come redditi diversi e concorrono al reddito complessivo con le aliquote IRPEF ordinarie.La vincita va indicata nel quadro RW?La vincita in sé no. Il quadro RW riguarda il monitoraggio fiscale di conti correnti e attività finanziarie detenute all’estero: se il denaro vinto resta su un conto estero, l’obbligo può scattare, ma è un adempimento separato.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.Settembre 18, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-18 13:00:002026-09-13 10:11:23Vincite al Casinò e Fisco Italiano: Quando (e Come) si Dichiarano
Architetti e Ingegneri, PARTITA IVA, PARTITA IVA CON REGIME FORFETTARIOAprire Partita IVA Ingegnere 2026: Codice ATECO, Inarcassa, Forfettario e Costi di GestioneAprire la partita IVA ingegnere 2026 è il passaggio che trasforma un titolo di studio e l’iscrizione all’Albo in una vera attività professionale autonoma. È un momento entusiasmante, ma anche pieno di dubbi: quale codice ATECO indicare, quanto si paga a Inarcassa, se conviene il regime forfettario, quanto costa davvero mantenere la posizione ogni anno.In questa guida completa trovi tutto quello che serve sapere sulla partita IVA ingegnere 2026, spiegato con parole semplici e con esempi numerici concreti. Niente linguaggio burocratico: solo le informazioni che ti servono per capire cosa ti aspetta e quali scelte fare fin dal primo giorno. Il CAF Centro Fiscale di Udine segue ogni anno decine di professionisti tecnici nell’apertura e nella gestione della posizione fiscale, sia in ufficio che online in tutta Italia.Indice dei contenutiPartita IVA Ingegnere 2026: chi puo aprirla e come funziona l’iterCodice ATECO Ingegnere 2025: qual e e cosa cambia rispetto al 2007Inarcassa per l’ingegnere: iscrizione, contributi e minimi 2026Regime forfettario per ingegneri: coefficiente 78% e limite 85.000 euroQuanto costa mantenere una partita IVA da ingegnere nel 2026Fatturazione elettronica per l’ingegnere: obblighi e strumentiForfettario o regime ordinario: cosa conviene all’ingegnereIngegnere dipendente con partita IVA: si puo? Il limite dei 35.000 euroDomande frequenti sulla partita IVA ingegnere 2026Apri la tua partita IVA da ingegnere con il CAF Centro FiscalePartita IVA Ingegnere 2026: chi può aprirla e come funziona l’iterLa partita IVA ingegnere 2026 può essere aperta da chi ha conseguito la laurea in ingegneria, ha superato l’Esame di Stato ed è iscritto all’Albo degli Ingegneri del proprio Ordine provinciale. L’iscrizione all’Albo non è un dettaglio formale: senza di essa non si possono firmare progetti, relazioni tecniche, collaudi e tutte le attività riservate per legge alla professione.Una volta iscritto all’Ordine, il percorso per avviare l’attività autonoma si compone di tre passaggi fondamentali, che devono essere fatti nell’ordine giusto e con tempistiche precise. Vediamoli in sintesi.Apertura della partita IVA presso l’Agenzia delle Entrate, con l’indicazione del codice ATECO, del regime fiscale scelto e della data di inizio attività.Iscrizione a Inarcassa, la cassa previdenziale obbligatoria degli ingegneri e architetti liberi professionisti, da effettuare entro i termini previsti dal regolamento.Attivazione della fatturazione elettronica, con scelta del canale telematico (codice destinatario o PEC) e di un software di emissione.Un aspetto che sorprende molti neo-professionisti: l’ingegnere libero professionista non deve iscriversi alla Camera di Commercio né pagare il diritto annuale, perché svolge un’attività professionale intellettuale e non un’attività d’impresa. Questo riduce sensibilmente i costi fissi rispetto a chi apre una ditta individuale.Attenzione, però, a una scelta che pesa per anni: il regime fiscale indicato in fase di apertura. Sbagliare qui significa perdere agevolazioni importanti, come l’aliquota ridotta al 5% riservata alle nuove attività. Per questo la dichiarazione di inizio attività va preparata con un professionista: il CAF Centro Fiscale di Udine verifica i requisiti prima di trasmettere il modello e ti evita correzioni successive. Codice ATECO Ingegnere 2025: qual è e cosa cambia rispetto al 2007Il codice ATECO è la sigla numerica con cui lo Stato classifica l’attività economica che svolgi: serve a fini statistici, fiscali e previdenziali, e determina anche il coefficiente di redditività nel regime forfettario. Per l’ingegnere libero professionista il codice di riferimento è il 71.12.10 – Attività degli studi di ingegneria.Qui arriva la buona notizia, e va detta con precisione perché in giro si legge di tutto. Dal 1° gennaio 2025 è entrata in vigore la nuova classificazione ATECO 2025, operativa per gli adempimenti dell’Agenzia delle Entrate dal 1° aprile 2025, e molte professioni hanno cambiato codice. Per l’ingegnere, invece, il codice ATECO 2025 è rimasto 71.12.10, identico a quello della precedente classificazione ATECO 2007, in vigore fino al 31 marzo 2025.Non è così per tutti i tecnici: l’architetto, per esempio, è passato dal vecchio 71.11.00 al nuovo 71.11.09, mentre il geometra ha mantenuto il 71.12.30. Quindi, se sei ingegnere, diffida dei titoli allarmistici che parlano di “codice ATECO cambiato per tutti”: nel tuo caso non devi fare nulla, il codice resta lo stesso. Come si comunica e si aggiorna il codice ATECOIl codice si comunica all’Agenzia delle Entrate nel modello di inizio attività (AA9/12 per le persone fisiche). Se in seguito amplii i servizi — per esempio aggiungi consulenza in sicurezza, perizie o attività di formazione — serve una variazione dati con l’aggiunta di un codice secondario. Chi ha aperto la partita IVA ingegnere prima del 2025 è stato riclassificato d’ufficio nella nuova tabella, senza dover presentare alcuna domanda.Un dettaglio tecnico utile: per stabilire il coefficiente di redditività del forfettario si guarda ancora all’allegato 4 della Legge 190/2014, che è tuttora costruito sui codici ATECO 2007. Fino all’emanazione del decreto attuativo previsto dall’art. 1 del D.Lgs. 81/2025 — non ancora pubblicato — si applica quindi il coefficiente del codice 2007 corrispondente. Per l’ingegnere il risultato non cambia comunque: 78%.Inarcassa per l’ingegnere: iscrizione, contributi e minimi 2026Chi apre la partita IVA ingegnere 2026 ed è iscritto all’Albo ha l’obbligo di iscriversi a Inarcassa, la Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza per gli Ingegneri e Architetti Liberi Professionisti. È lo stesso ente che accoglie gli architetti, e sostituisce integralmente l’INPS: l’ingegnere libero professionista non versa alla Gestione Separata INPS.L’iscrizione scatta quando ricorrono insieme tre condizioni: iscrizione all’Albo, titolarità di partita IVA e svolgimento effettivo dell’attività libero-professionale. La contribuzione si articola su tre voci, che conviene conoscere bene perché incidono sul reddito netto finale. Soggettivo, integrativo e maternità: le tre vociContributo soggettivo: è il vero contributo pensionistico, pari al 14,5% del reddito professionale netto. Per il 2026 il minimo dovuto è di 2.785,00 euro, anche se guadagni meno.Contributo integrativo: è il 4% calcolato sul volume d’affari e si addebita in fattura al cliente, quindi non è un costo che esce dalle tue tasche. Il minimo 2026 è di 850,00 euro.Contributo di maternità/paternità: quota fissa annuale di solidarietà, pari a 65,50 euro per il 2026, versata in due rate.Traducendo in parole semplici: il contributo integrativo è una percentuale che aggiungi in fattura e che il cliente paga insieme al tuo compenso; tu la incassi e la giri a Inarcassa. Il contributo soggettivo, invece, è quello che finanzia la tua futura pensione e grava effettivamente su di te. I contributi minimi si versano in due rate, con scadenze fissate al 30 giugno e al 30 settembre di ogni anno.Deroga ai minimi e agevolazioni per chi iniziaUn ingegnere che inizia oggi difficilmente fattura subito cifre alte, e pagare il minimo soggettivo pieno può pesare. Per questo Inarcassa prevede la deroga al contributo minimo soggettivo: presentando domanda entro il 1° giugno dell’anno di riferimento, chi prevede un reddito professionale contenuto versa il 14,5% del reddito effettivamente prodotto, invece del minimo fisso.Esistono inoltre riduzioni e agevolazioni legate all’età o ai primi anni di iscrizione, i cui importi e requisiti vengono aggiornati periodicamente dal Consiglio di Amministrazione della Cassa. Proprio perché cambiano nel tempo, non affidarti a schede generiche trovate online: verifica sempre gli importi aggiornati e la tua posizione specifica con un operatore esperto prima di scegliere. Un errore qui si traduce in sanzioni e interessi difficili da recuperare.Regime forfettario per ingegneri: coefficiente 78% e limite 85.000 euroIl regime forfettario è la scelta più diffusa tra chi apre la partita IVA ingegnere 2026, perché semplifica moltissimo la gestione e riduce il carico fiscale. Il meccanismo è questo: lo Stato non guarda le spese reali che sostieni, ma stabilisce in modo forfettario quale parte dei tuoi incassi è considerata “reddito”. Per le attività professionali — ingegneri compresi — il coefficiente di redditività è il 78%.Significa che, su 100 euro incassati, 78 sono considerati reddito imponibile e 22 sono riconosciuti come costi in modo automatico. Su quel reddito, dopo aver sottratto i contributi Inarcassa versati, si applica l’imposta sostitutiva: una tassa unica che sostituisce IRPEF, addizionali regionali e comunali. In pratica, invece di pagare più imposte separate, ne paghi una sola. Requisiti e cause di esclusioneRicavi e compensi non superiori a 85.000 euro nell’anno precedente (ragguagliati ad anno in caso di inizio attività in corso d’anno).Uscita immediata dal regime, già in corso d’anno, se si superano i 100.000 euro di incassi: da quel momento si applicano IVA e tassazione ordinaria.Spese per lavoro dipendente e collaboratori non superiori a 20.000 euro lordi annui.Assenza di partecipazioni di controllo in S.r.l. o associazioni professionali che svolgono attività riconducibili alla tua.Redditi da lavoro dipendente o pensione nell’anno precedente non superiori a 35.000 euro (limite valido per il 2025 e il 2026).Chi inizia una nuova attività può beneficiare dell’imposta sostitutiva ridotta al 5% per i primi cinque anni, a patto di non aver esercitato la stessa professione nei tre anni precedenti e di non svolgere l’attività prevalentemente verso il proprio ex datore di lavoro. Superato il quinquennio, l’aliquota sale al 15%. È un’agevolazione preziosa: sbagliarne i requisiti in fase di apertura significa perderla del tutto.Nel forfettario non si applica l’IVA in fattura, non si detrae l’IVA sugli acquisti e non si è soggetti a ritenuta d’acconto. Anche gli studi di settore e gli ISA non si applicano. In compenso, non essendoci costi deducibili analitici, chi ha spese elevate — studio, collaboratori, software professionali costosi — deve fare bene i conti prima di scegliere.Quanto costa mantenere una partita IVA da ingegnere nel 2026Questa è la domanda che ci sentiamo rivolgere più spesso: quanto si spende ogni anno per tenere in piedi la partita IVA ingegnere 2026? L’apertura in sé non ha costi statali: non ci sono bolli o diritti da versare all’Agenzia delle Entrate. I costi veri arrivano dopo, e sono essenzialmente tre: contributi Inarcassa, imposta sostitutiva e assistenza professionale.Facciamo un esempio concreto. Supponiamo che l’ingegner Marco, iscritto all’Albo di Udine, apra la partita IVA in regime forfettario e incassi 40.000 euro di compensi nel 2026.Reddito imponibile forfettario: 78% di 40.000 = 31.200 euro.Contributo soggettivo Inarcassa: 14,5% di 31.200 = circa 4.524 euro (deducibile dal reddito).Base imponibile netta: 31.200 − 4.524 = circa 26.676 euro.Imposta sostitutiva al 5% (nuova attività): circa 1.334 euro. Con l’aliquota ordinaria al 15% sarebbero circa 4.001 euro.Contributo integrativo 4%: 1.600 euro addebitati in fattura ai clienti, quindi non a carico di Marco.Con questi numeri, l’esborso effettivo di Marco nel primo quinquennio si aggira intorno ai 5.900 euro tra contributi e imposta, su 40.000 euro incassati. Chi invece è al di sotto dei minimi Inarcassa deve mettere in conto almeno i contributi minimi (2.785 euro di soggettivo, 850 di integrativo e 65,50 di maternità), salvo ottenere la deroga di cui abbiamo parlato.Resta il capitolo assistenza contabile. Il costo dipende dal volume di fatture, dal regime scelto e dai servizi richiesti — apertura, tenuta contabile, dichiarazione dei redditi, F24, adempimenti Inarcassa. Per questo non pubblichiamo tariffari standard: contattaci per un preventivo personalizzato costruito sulla tua reale attività, così sai esattamente quanto spenderai prima di iniziare. Fatturazione elettronica per l’ingegnere: obblighi e strumentiNel 2026 la fatturazione elettronica è obbligatoria per tutti i titolari di partita IVA, forfettari compresi: non esistono più esenzioni strutturali rilevanti. Ogni fattura deve essere generata in formato XML e inviata al Sistema di Interscambio (SdI), la piattaforma dell’Agenzia delle Entrate che smista i documenti tra chi emette e chi riceve.Per l’ingegnere ci sono alcune particolarità da gestire con attenzione, che i software generalisti spesso non impostano correttamente.Il contributo integrativo Inarcassa al 4% va esposto in fattura con la corretta codifica: non concorre al reddito imponibile né al calcolo della soglia degli 85.000 euro.Le fatture verso la Pubblica Amministrazione (Comuni, Province, enti) seguono il tracciato FatturaPA e spesso richiedono CIG e CUP.Nel forfettario va indicato il corretto codice natura per l’operazione fuori campo IVA e applicata la marca da bollo digitale da 2 euro sopra i 77,47 euro.Le fatture emesse e ricevute vanno conservate a norma per dieci anni.Sul fronte degli strumenti, meglio scegliere un gestionale che permetta di impostare la cassa di previdenza in automatico, gestire preventivi e parcelle e archiviare a norma. Molti dei criteri che abbiamo raccolto nella nostra analisi dei software di fatturazione per architetti 2026 valgono identici per gli studi di ingegneria, visto che condividono la stessa cassa e le stesse logiche di parcellazione. Tra le soluzioni collegate al nostro network segnaliamo fatturazioneitalia.it di BeSmart, che propone la formula del prezzo bloccato per 3 anni (piano Start 49 euro l’anno o Pro 89 euro l’anno, IVA inclusa) e permette di inserire la cassa Inarcassa direttamente in fattura: utile per chi vuole un costo prevedibile nei primi anni di attività.Discorso a parte per la parcella. La professione tecnica è soggetta alle regole sull’equo compenso, che tutelano il professionista dai corrispettivi eccessivamente bassi imposti da committenti forti. I principi e i criteri di calcolo che abbiamo illustrato nella guida alla parcella dell’architetto 2026 e all’equo compenso si applicano anche all’ingegnere: vale la pena leggerla prima di firmare il primo incarico importante.Forfettario o regime ordinario: cosa conviene all’ingegnereNon esiste una risposta valida per tutti. La scelta tra forfettario e regime ordinario per la partita IVA ingegnere dipende da due variabili: quanto fatturi e quante spese reali sostieni. La regola pratica è semplice: il forfettario conviene quando le spese effettive sono inferiori al 22% degli incassi, cioè alla quota di costi già riconosciuta in automatico dal coefficiente del 78%. Quando conviene il forfettarioIl forfettario è la scelta naturale per l’ingegnere che lavora prevalentemente in autonomia, magari da casa o in coworking, con pochi costi fissi: computer, software di calcolo, assicurazione professionale, formazione. In questo scenario l’aliquota unica del 15% — o del 5% nei primi cinque anni — batte nettamente la tassazione IRPEF progressiva, che parte dal 23% e sale rapidamente.Quando conviene il regime ordinarioIl regime ordinario torna competitivo quando lo studio ha struttura: affitto di un ufficio, collaboratori, attrezzature costose, auto, strumentazione di rilievo topografico o software in licenza annuale. In quel caso i costi si deducono uno per uno e l’IVA sugli acquisti si detrae. Inoltre, solo nell’ordinario si possono sfruttare pienamente detrazioni e deduzioni personali — spese mediche, interessi sul mutuo, familiari a carico — che nel forfettario, salvo altri redditi, restano inutilizzate.C’è poi un tema pratico spesso sottovalutato: lavorare con le imprese di costruzione o con la committenza pubblica su interventi agevolati significa confrontarsi con bonus edilizi e pratiche tecniche collegate. Se il tuo lavoro ruota attorno a riqualificazioni energetiche, conoscere i meccanismi dell’Ecobonus 2026 e delle detrazioni per il risparmio energetico ti rende molto più utile al cliente e ti apre un mercato preciso.Il consiglio operativo è di fare una simulazione numerica sui tuoi dati reali prima di decidere. Il passaggio da un regime all’altro è possibile, ma segue regole e tempistiche vincolanti: meglio impostare subito la strada giusta che correggere in corsa. I nostri operatori mettono a confronto i due scenari e ti mostrano il risultato netto in entrambi i casi.Ingegnere dipendente con partita IVA: si può? Il limite dei 35.000 euroMolti ingegneri lavorano in azienda o in uno studio e vorrebbero affiancare qualche incarico in proprio. La risposta è sì, è possibile aprire la partita IVA ingegnere 2026 anche da lavoratore dipendente, ma bisogna rispettare tre livelli di regole: quelle del contratto di lavoro, quelle del regime fiscale e quelle previdenziali.Sul piano fiscale, per accedere o restare nel regime forfettario i redditi da lavoro dipendente o da pensione percepiti nell’anno precedente non devono superare 35.000 euro. È il limite in vigore per il 2025 e il 2026 e ha sostituito il vecchio tetto di 30.000 euro: attenzione a non fidarsi di guide non aggiornate. Il limite non si applica se il rapporto di lavoro dipendente è cessato e non ne è iniziato un altro.C’è poi una seconda regola da non dimenticare: non puoi fatturare in modo prevalente al tuo attuale datore di lavoro o a chi lo è stato nei due anni precedenti. È una clausola antielusiva pensata per evitare che un rapporto di lavoro dipendente venga trasformato artificialmente in una collaborazione a partita IVA.Sul piano contrattuale, il dipendente pubblico ha vincoli stringenti di esclusività e deve chiedere l’autorizzazione all’amministrazione; il dipendente privato deve verificare eventuali patti di non concorrenza o clausole di esclusiva presenti nel contratto. Sul piano previdenziale, infine, l’attività autonoma comporta comunque la posizione presso Inarcassa, con regole specifiche per chi ha una copertura obbligatoria da lavoro dipendente.Ogni situazione è diversa e le conseguenze di un errore possono essere serie, dalla perdita del regime agevolato a contestazioni disciplinari. Prima di aprire, fai valutare il tuo caso specifico dai nostri operatori: bastano pochi minuti per capire se la strada è percorribile e a quali condizioni.Domande frequenti sulla partita IVA ingegnere 2026 Qual è il codice ATECO per la partita IVA ingegnere 2026?Il codice è 71.12.10 – Attività degli studi di ingegneria. È rimasto identico nel passaggio dalla precedente classificazione ATECO 2007 alla nuova ATECO 2025, quindi gli ingegneri già attivi non devono presentare alcuna variazione. A cambiare è stato invece il codice dell’architetto, passato da 71.11.00 a 71.11.09.Quanto si paga a Inarcassa il primo anno di attività?Le voci base per il 2026 sono il contributo soggettivo (14,5% del reddito, minimo 2.785 euro), il contributo integrativo (4% del volume d’affari, minimo 850 euro, addebitato in fattura al cliente) e il contributo di maternità/paternità di 65,50 euro. Chi prevede redditi bassi può chiedere la deroga al minimo soggettivo entro il 1° giugno. Gli importi vengono aggiornati ogni anno: fai verificare la tua posizione prima di versare.Un ingegnere forfettario paga l’IVA ai clienti?No. Nel regime forfettario le fatture sono emesse senza IVA e senza ritenuta d’acconto, con l’indicazione del corretto codice natura. Resta però la marca da bollo digitale da 2 euro per gli importi superiori a 77,47 euro e va sempre esposto il contributo integrativo Inarcassa del 4%.Posso aprire la partita IVA ingegnere se sono già dipendente?Sì, a condizione che il contratto di lavoro lo consenta. Per il forfettario serve che i redditi da lavoro dipendente o pensione dell’anno precedente non superino 35.000 euro e che l’attività non sia svolta prevalentemente verso il datore di lavoro attuale o degli ultimi due anni. I dipendenti pubblici devono richiedere l’autorizzazione all’ente.Cosa succede se supero gli 85.000 euro di compensi?Se superi 85.000 euro ma resti sotto i 100.000, esci dal forfettario a partire dall’anno successivo. Se invece superi i 100.000 euro, l’uscita è immediata già nell’anno in corso: da quel momento devi applicare l’IVA in fattura e passare alla tassazione ordinaria. È una situazione da gestire tempestivamente con il supporto del CAF, per evitare errori di fatturazione.L’ingegnere deve iscriversi alla Camera di Commercio?No. L’ingegnere libero professionista svolge un’attività intellettuale, non d’impresa, quindi non si iscrive al Registro delle Imprese e non paga il diritto annuale camerale. L’obbligo scatta solo in caso di costituzione di una società di ingegneria o di una società tra professionisti, che seguono regole diverse.Apri la tua partita IVA da ingegnere con il CAF Centro FiscaleAprire e gestire la partita IVA ingegnere 2026 non è complicato se ogni passaggio viene fatto nell’ordine giusto: codice ATECO corretto, regime fiscale scelto con cognizione, iscrizione a Inarcassa nei termini e fatturazione elettronica impostata bene fin dalla prima parcella. È l’accumularsi di piccoli errori iniziali a generare sanzioni e costi imprevisti negli anni successivi.Il CAF Centro Fiscale di Udine ti affianca in tutto il percorso: apertura della posizione, simulazione di convenienza tra forfettario e ordinario, gestione contabile annuale, adempimenti Inarcassa, dichiarazione dei redditi e F24. Lavoriamo sia in ufficio a Udine, in Viale Tullio 13, sia completamente online con professionisti di tutta Italia.Vuoi sapere quanto ti costerebbe davvero la gestione della tua posizione? Contattaci per un preventivo personalizzato, costruito sul tuo volume di fatture e sui servizi che ti servono realmente, senza pacchetti standard.Hai bisogno di assistenza per aprire la partita IVA da ingegnere o per gestire il regime forfettario? Il CAF Centro Fiscale di Udine è a tua disposizione, sia in ufficio che online.Contattaci al 0432 1638640 o scrivici su WhatsApp al 366 6018121.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.Richiedi Assistenza per l’Apertura della Partita IVA IngegnereIl CAF Centro Fiscale di Udine ti aiuta ad aprire e gestire la tua partita IVA da ingegnere: scelta del regime fiscale, iscrizione a Inarcassa e fatturazione elettronica.Contattaci su WhatsAppOppure compila il modulo qui sotto per essere ricontattatoIl tuo nome (*)La tua email (*)Il tuo telefono (*)Richiesta (eventuale) Autorizzo al trattamento i miei dati personali ai sensi della legge D. Lgs 196/2003 e s.mΔ CAF Centro Fiscale Udine – Viale Giuseppe Tullio 13, scala B – Tel: 0432 1638640 Settembre 18, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Partita-iva-regime-forfettario.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-18 11:00:002026-09-27 08:53:26Aprire Partita IVA Ingegnere 2026: Codice ATECO, Inarcassa, Forfettario e Costi di Gestione
NOTIZIEVetrate Panoramiche sulla Veranda: Spetta il Bonus Mobili 2026? Cosa Dice Davvero l’Agenzia delle EntrateChiudere una veranda o un balcone con vetrate panoramiche amovibili (le cosiddette VEPA) è una delle soluzioni più richieste da chi vuole guadagnare spazio vivibile senza affrontare una ristrutturazione vera e propria. Molte famiglie le installano proprio in vista dell’arredo della nuova zona living e si chiedono se possano contare anche sul bonus mobili 2026. Su questo punto circolano risposte troppo ottimistiche: la tesi secondo cui le vetrate sarebbero “manutenzione straordinaria” e aprirebbero automaticamente al bonus mobili non trova conferma nei documenti dell’Agenzia delle Entrate.In questa guida vediamo cosa prevede davvero la normativa: quale detrazione spetta per le VEPA, perché il collegamento tra bonus mobili e vetrate panoramiche sulla veranda non è automatico, e quali documenti servono per non rischiare un recupero d’imposta. Indice dei contenutiCos’è il bonus mobili 2026 e come funzionaCosa sono le vetrate panoramiche amovibili (VEPA) e perché sono edilizia liberaQuale detrazione spetta per le VEPA: il bonus ristrutturazioniBonus mobili e vetrate panoramiche: perché non è automaticoDocumenti e condizioni da rispettare per non perdere la detrazioneDomande frequenti sul bonus mobili e le vetrate panoramicheCos’è il bonus mobili 2026 e come funziona Il bonus mobili (art. 16, comma 2, del DL 63/2013) è una detrazione IRPEF riservata a chi acquista mobili nuovi e grandi elettrodomestici destinati a un immobile oggetto di un intervento di recupero del patrimonio edilizio. Non è un’agevolazione autonoma: esiste solo se collegata a lavori agevolati già avviati sull’abitazione o sulle sue pertinenze, come balconi, logge e verande.La Legge di Bilancio 2026 (art. 1, comma 22, della L. 199/2025) ha prorogato il bonus senza modifiche. Per gli acquisti effettuati nel 2026 la detrazione è del 50% su un tetto massimo di 5.000 euro per unità immobiliare, pertinenze comprese: il risparmio massimo è quindi di 2.500 euro, recuperati in 10 quote annuali nella dichiarazione dei redditi. Sul fronte delle tempistiche, i lavori devono essere iniziati prima dell’acquisto dei mobili e, per gli acquisti 2026, devono risultare avviati a partire dal 1° gennaio 2025. Non è invece necessario aver già pagato le spese dei lavori prima di quelle per l’arredo.Rientrano tra i beni agevolabili letti, armadi, cassettiere, librerie, scrivanie, tavoli, sedie, divani, poltrone, materassi e apparecchi di illuminazione, oltre ai grandi elettrodomestici con classe energetica minima richiesta (classe A per i forni, E per lavatrici e lavastoviglie, F per frigoriferi e congelatori). Restano esclusi porte, pavimentazioni come il parquet, tende e tendaggi e gli altri complementi d’arredo.Cosa sono le vetrate panoramiche amovibili (VEPA) e perché sono edilizia libera Le vetrate panoramiche amovibili sono strutture in vetro completamente trasparenti che si installano su balconi aggettanti, logge rientranti o porticati già esistenti. Servono a proteggere lo spazio dagli agenti atmosferici, migliorare le prestazioni acustiche ed energetiche e ridurre le dispersioni termiche, senza trasformare l’area in un ambiente stabilmente chiuso.Dal punto di vista urbanistico sono espressamente inserite tra gli interventi di edilizia libera dall’art. 6, comma 1, lettera b-bis, del DPR 380/2001 (Testo Unico dell’Edilizia), introdotta dal Decreto Aiuti-bis del 2022 e ampliata dal Decreto Salva Casa (DL 69/2024). Significa che, se rispettano i requisiti di legge, non richiedono né permesso di costruire né CILA. È bene chiarire un equivoco frequente: l’edilizia libera non ha alcun tetto di spesa. I 96.000 euro che spesso si leggono sono il massimale per unità immobiliare del bonus ristrutturazioni, un limite fiscale che nulla ha a che vedere con la qualificazione dell’intervento.Le vetrate devono essere amovibili e totalmente trasparenti: apribili, scorrevoli o rimovibili, non fisse in modo permanente.Vanno installate su balconi aggettanti, logge rientranti o porticati, esclusi i porticati su fronti pubblici o gravati da uso pubblico.Non devono creare spazi stabilmente chiusi con aumento di volumi o superfici, né un cambio di destinazione d’uso (ad esempio da superficie accessoria a superficie utile).Devono garantire una naturale microaerazione e avere un impatto visivo minimo, senza modificare le linee architettoniche dell’edificio.Se la struttura è invece fissa e chiude in modo permanente il balcone, non si è più nell’edilizia libera: l’intervento può configurare un ampliamento volumetrico, con titoli abilitativi specifici e conseguenze diverse anche sul piano fiscale.Quale detrazione spetta per le VEPA: il bonus ristrutturazioni L’unica presa di posizione dell’Agenzia delle Entrate sulle VEPA reperita è la risposta a interpello n. 906-209/2022 di una Direzione Regionale: la detrazione per il recupero edilizio spetta perché le vetrate, se realizzate con vetri antisfondamento, rientrano tra le opere finalizzate a prevenire il rischio di atti illeciti da parte di terzi, previste dall’art. 16-bis, comma 1, lettera f), del TUIR. È la stessa categoria in cui la circolare 13/E/2001 colloca i vetri antisfondamento e che la circolare 28/E/2022 riferisce ai reati come furto e aggressione.Per il 2026 il bonus ristrutturazioni vale il 50% delle spese se l’intervento riguarda l’abitazione principale di chi ne è proprietario o titolare di un diritto reale, e il 36% negli altri casi, su un massimo di 96.000 euro per unità immobiliare, in 10 quote annuali (art. 16-bis, comma 3-ter, del TUIR e art. 16 del DL 63/2013, prorogati dalla L. 199/2025; circolare 8/E del 19 giugno 2025). Trattandosi di lavori in edilizia libera, la data di inizio si documenta con una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, come vedremo più avanti.Un punto va sottolineato: la circolare 8/E/2025, spesso citata in rete a sostegno delle VEPA, non menziona affatto le vetrate panoramiche. Le uniche fonti che le qualificano come manutenzione straordinaria sono articoli divulgativi, non documenti ufficiali.Bonus mobili e vetrate panoramiche: perché non è automatico Qui sta il nodo della questione. Secondo la Guida dell’Agenzia delle Entrate alle agevolazioni della dichiarazione 2026, per beneficiare del bonus mobili l’intervento sull’abitazione deve essere riconducibile almeno alla manutenzione straordinaria (art. 3, comma 1, lettera b, del DPR 380/2001). Sulle singole unità immobiliari valgono anche restauro e risanamento conservativo e ristrutturazione edilizia; la manutenzione ordinaria conta solo sulle parti comuni condominiali.La stessa Guida, richiamando la circolare 10/E/2014 (risposta 7.1), elenca tra gli interventi che non danno diritto al bonus mobili proprio “gli interventi volti all’adozione di misure finalizzate a prevenire il rischio del compimento di atti illeciti da parte di terzi”, cioè quelli della lettera f), tranne nel caso in cui siano anche inquadrabili tra manutenzione ordinaria, straordinaria, restauro o ristrutturazione. Sono esclusi anche i lavori agevolati con l’Ecobonus e la realizzazione di box e posti auto.Mettendo insieme i due tasselli, il quadro è chiaro: le VEPA sono agevolate in quanto misura anti-intrusione, e questa categoria da sola non apre al bonus mobili. Il bonus può spettare solo se l’installazione è qualificabile anche come manutenzione straordinaria, ma su questo punto specifico non esiste alcun chiarimento ufficiale dell’Agenzia delle Entrate. Chi acquista arredi contando sulla detrazione senza questo presupposto rischia, in caso di controllo, il recupero di fino a 2.500 euro oltre a sanzioni e interessi.In pratica, il bonus mobili collegato alle vetrate panoramiche è sostenibile in due situazioni:quando un tecnico abilitato qualifica per iscritto l’intervento come manutenzione straordinaria ai sensi dell’art. 3, comma 1, lettera b, del Testo Unico dell’Edilizia, e la dichiarazione sostitutiva di inizio lavori lo attesta;quando le vetrate sono parte di un intervento più ampio di manutenzione straordinaria o ristrutturazione dell’immobile già agevolato, che di per sé dà accesso al bonus mobili.In tutti gli altri casi la scelta prudente è non contare sul bonus mobili oppure presentare un interpello all’Agenzia delle Entrate prima dell’acquisto. Resta comunque fermo il bonus ristrutturazioni sulle vetrate, che è l’agevolazione sicura.Documenti e condizioni da rispettare per non perdere la detrazione Anche quando l’intervento rientra nell’edilizia libera e non richiede una pratica edilizia, resta necessario conservare una documentazione adeguata per dimostrare, in caso di controllo, la natura dei lavori e la loro data di inizio.RequisitoCosa servePagamento dei lavoriBonifico parlante (modello per detrazioni edilizie predisposto da banche e Poste)Pagamento di mobili ed elettrodomesticiBonifico anche ordinario, carta di credito o carta di debito; esclusi contanti e assegniFatture e documentiFatture dei lavori e degli acquisti di arredo con i dati dell’acquirenteData di inizio lavori (edilizia libera)Dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà con data di avvio e attestazione che i lavori sono agevolabili (provv. AdE n. 149646/2011)Qualificazione dell’interventoRelazione o attestazione del tecnico sulla natura dei lavori (manutenzione straordinaria o misura anti-intrusione)Comunicazione ENEAEntro 90 giorni dalla fine dei lavori per gli elettrodomestici; l’omissione non fa perdere il bonus mobili (ris. 46/E/2019)Un aspetto spesso sottovalutato riguarda la tracciabilità dei pagamenti: per i lavori serve il bonifico parlante, mentre per mobili ed elettrodomestici sono ammessi anche carta di credito e carta di debito, oltre al bonifico anche ordinario (circolare 7/E/2016). I pagamenti in contanti o con assegno non danno diritto ad alcuna detrazione. Le detrazioni si fanno valere nella dichiarazione dei redditi dell’anno successivo a quello della spesa.Situazioni come questa, a metà tra edilizia libera e recupero edilizio, sono tra le più esposte a interpretazioni discordanti: prima di acquistare mobili contando sulla detrazione conviene farsi qualificare l’intervento da un tecnico e conservare tutta la documentazione.Domande frequenti sul bonus mobili e le vetrate panoramicheLe vetrate panoramiche amovibili richiedono una pratica edilizia?No. Se sono amovibili, totalmente trasparenti, installate su balconi aggettanti, logge rientranti o porticati e non creano spazi stabilmente chiusi, rientrano nell’edilizia libera (art. 6, comma 1, lettera b-bis del DPR 380/2001): non servono né CILA né permesso di costruire. L’edilizia libera non prevede alcun tetto di spesa.Le VEPA danno diritto al bonus ristrutturazioni?Sì, secondo l’unica prassi dell’Agenzia delle Entrate reperita (risposta a interpello n. 906-209/2022), a condizione che le vetrate siano in vetro antisfondamento: l’intervento è inquadrato tra le misure di prevenzione degli atti illeciti (art. 16-bis, comma 1, lettera f del TUIR). Nel 2026 la detrazione è del 50% sull’abitazione principale e del 36% sugli altri immobili, su un massimo di 96.000 euro.Installare le vetrate panoramiche dà automaticamente il bonus mobili?No. La Guida dell’Agenzia delle Entrate richiede un intervento riconducibile almeno alla manutenzione straordinaria ed esclude espressamente le misure anti-intrusione (lettera f), salvo che siano anche inquadrabili come manutenzione ordinaria, straordinaria, restauro o ristrutturazione. Nessun documento ufficiale qualifica le VEPA come manutenzione straordinaria: il bonus mobili va valutato caso per caso con un tecnico.Qual è il massimale di spesa per il bonus mobili nel 2026?Il tetto è di 5.000 euro per unità immobiliare, pertinenze comprese, con detrazione IRPEF del 50% (massimo 2.500 euro) in 10 quote annuali. Per gli acquisti 2026 i lavori devono essere iniziati a partire dal 1° gennaio 2025 e comunque prima dell’acquisto dei mobili.Come si prova la data di inizio lavori se non serve la CILA?Con una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà (art. 47 del DPR 445/2000) che indica la data di inizio dei lavori e attesta che rientrano tra quelli agevolabili, come previsto dal provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate n. 149646 del 2 novembre 2011.Cosa succede se non invio la comunicazione ENEA?Per il bonus mobili la mancata o tardiva trasmissione dei dati all’ENEA non comporta la perdita della detrazione, come chiarito dalla risoluzione dell’Agenzia delle Entrate n. 46/E del 18 aprile 2019.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.Settembre 18, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2016/11/bonus-mobili-640x342.jpg 342 640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-18 10:00:002026-09-13 00:07:32Vetrate Panoramiche sulla Veranda: Spetta il Bonus Mobili 2026? Cosa Dice Davvero l’Agenzia delle Entrate
PATRONATOSede INPS Udine 2026: Orari, Prenotazione e Servizi (Quando Andare al Patronato)Sede INPS Udine 2026: Orari, Prenotazione e Servizi — Quando Conviene Andare al PatronatoSe devi sbrigare una pratica INPS a Udine — dalla pensione alla NASPI, dall’assegno unico all’invalidità — hai due strade: recarti direttamente alla sede INPS di Udine o rivolgerti a un patronato come il CAF Centro Fiscale. Questa guida ti aiuta a capire dove si trova la sede INPS di Udine, come prenotare un appuntamento nel 2026, quali servizi sono disponibili allo sportello e, soprattutto, quando conviene davvero andare all’INPS e quando invece è più efficiente (e gratuito) affidarsi al patronato.Indice dei contenutiDove Si Trova la Sede INPS di Udine nel 2026Orari Sportello INPS Udine 2026Come Prenotare un Appuntamento all’INPS di UdineServizi INPS Disponibili allo Sportello di UdineSedi INPS in FVG: Provinciali e AgenzieQuando Conviene Andare all’INPS vs Rivolgersi al Patronato CAFDomande Frequenti sulla Sede INPS UdineContatta il Patronato CAF Centro Fiscale: Nessuna Fila all’INPSDove Si Trova la Sede INPS di Udine nel 2026 La Sede Provinciale INPS di Udine si trova in Viale dell’Industria 36, 33100 Udine. È la struttura di riferimento per tutta la provincia di Udine e gestisce le pratiche di pensione, invalidità civile, NASPI, assegno unico e altre prestazioni INPS per i residenti del territorio.Come raggiungerla:In auto: la sede è raggiungibile dalla tangenziale di Udine, zona industriale. Parcheggio disponibile nelle vicinanzeIn autobus: linee SAF/ATM che servono la zona industriale di Udine (verificare gli aggiornamenti delle linee sul sito APT-FVG)Orari Sportello INPS Udine 2026 Gli sportelli INPS operano esclusivamente su appuntamento dal 2021, e questo vale anche per la sede di Udine nel 2026. Non è possibile presentarsi allo sportello senza prenotazione: il sistema a sportello libero è stato definitivamente eliminato a favore degli appuntamenti.Gli orari indicativi per gli appuntamenti allo sportello INPS Udine sono:Lunedì – Venerdì: 8:30 – 12:30 (mattina, sportello su appuntamento)Martedì e Giovedì: anche pomeriggio 14:30 – 16:30 (verificare disponibilità online)Sabato, domenica e festivi: chiusoImportante: gli orari possono variare per periodi di picco (es. campagna 730, periodo pensionistico) o per disposizioni organizzative INPS. Verifica sempre sul sito ufficiale INPS prima di recarti.Come Prenotare un Appuntamento all’INPS di Udine Ci sono tre modi per prenotare un appuntamento allo sportello INPS di Udine:1. Prenotazione Online (MyINPS / Portale INPS)Accedi a www.inps.it con credenziali SPID, CIE o CNSVai su «Contatti e assistenza» → «Prenota un appuntamento»Seleziona la sede di Udine e il tipo di servizio richiestoScegli il giorno e l’orario disponibileRicevi la conferma via email/SMS con il codice appuntamento2. Prenotazione TelefonicaNumero verde gratuito: 803.164 (da rete fissa, gratuito)Dal cellulare: 06 164.164 (a pagamento, tariffe operatore)Il numero è attivo dal lunedì al venerdì, ore 8:00 – 20:00I tempi di attesa possono essere lunghi nei periodi di punta3. App INPS MobileScarica l’app ufficiale INPS dal Play Store (Android) o App Store (iOS)Accedi con SPID, CIE o CNSFunzione «Sportelli e appuntamenti» per prenotare direttamente dallo smartphoneServizi INPS Disponibili allo Sportello di Udine Non tutti i servizi INPS richiedono la presenza fisica allo sportello. Ecco una distinzione chiara tra ciò che si può (e deve) fare allo sportello e ciò che si può gestire online o tramite patronato:ServizioSportello fisicoOnline/PatronatoDomanda pensione di vecchiaia/anticipataRaramente necessarioSÌ (patronato o portale INPS)Estratto conto contributivoNon necessarioSÌ (MyINPS autonomo)Domanda NASPINon necessarioSÌ (patronato o portale INPS)Domanda assegno unicoNon necessarioSÌ (patronato o portale INPS)Domanda invalidità civileVisita medica INPS obbligatoriaDomanda via patronatoRicorso contro decisione INPSPuò servire per atti ufficialiAvvocato / patronatoCorregere dati anagrafici INPSPuò essere necessarioSpesso online o via patronatoRitiro documentazione cartaceaSÌ (in casi specifici)Spesso via email/portaleSedi INPS in FVG: Provinciali e AgenzieOltre alla sede provinciale di Udine, l’INPS è presente in Friuli Venezia Giulia con le seguenti strutture:INPS Trieste — Via Mazzini 31, 34121 Trieste (Direzione Provinciale)INPS Pordenone — Via Interna 6, 33170 PordenoneINPS Gorizia — Via Duca d’Aosta 57, 34170 GoriziaAgenzie subprovinciali: Cervignano, Cividale, Tolmezzo (per la Carnia) — verificare apertura sportelli sul sito INPSPer i residenti in zone periferiche del FVG (Carnia, Tarvisiano, Gemonese), recarsi fisicamente all’INPS può significare ore di viaggio. In questi casi, il patronato online del CAF Centro Fiscale è la soluzione più pratica: tutte le pratiche vengono gestite a distanza.Quando Conviene Andare all’INPS vs Rivolgersi al Patronato CAFQuesta è la domanda che si pongono in molti. La risposta dipende dal tipo di pratica e dalla tua situazione:Vai all’INPS direttamente quando…Vai al patronato CAF quando…Devi ritirare un documento originale cartaceo che INPS rilascia solo fisicamenteDevi presentare domanda di pensione, NASPI, assegno unico, invaliditàHai ricevuto una convocazione ufficiale (visita medica invalidità)Hai ricevuto un provvedimento INPS che non capisciHai già tutta la documentazione e conosci la proceduraNon hai SPID o non sai usare i portali onlineIl tuo caso è standard e non presenta criticitàIl tuo caso ha particolarità (es. periodi all’estero, contributi in più gestioni)Vuoi un’assistenza gratuita e continuativa sulla tua praticaIl patronato è gratuito per legge: i costi del servizio di patronato sono a carico dello Stato (attraverso contributi INPS agli enti di patronato), non del cittadino. Non devi pagare nulla per farsi assistere dal patronato CAF Centro Fiscale nella presentazione di una domanda di pensione, NASPI o assegno unico.Domande Frequenti sulla Sede INPS UdinePosso andare alla sede INPS di Udine senza appuntamento?No. Dal 2021 l’accesso allo sportello INPS è esclusivamente su appuntamento. Presentarsi senza prenotazione non garantisce di essere ricevuti. Prenota online su www.inps.it, tramite l’app INPS Mobile o al numero 803.164.Qual è il numero di telefono dell’INPS Udine?Non esiste un numero diretto della sede di Udine accessibile al pubblico. L’INPS ha centralizzato il contatto telefonico al numero verde 803.164 (gratuito da rete fissa) o al 06 164.164 (a pagamento da cellulare), operativi dal lunedì al venerdì 8:00-20:00.Posso farmi accompagnare da un familiare all’appuntamento INPS?Sì, in genere è consentito portare un familiare o un accompagnatore, soprattutto per anziani o persone con difficoltà. Tuttavia, per questioni di privacy, alcune informazioni vengono fornite solo al diretto interessato o al suo delegato formale (con delega scritta).Il patronato CAF Centro Fiscale può sostituirsi a me in tutte le pratiche INPS?Sì, per la quasi totalità delle pratiche. Il patronato è un soggetto abilitato per legge a presentare domande all’INPS in nome e per conto del cittadino. Fanno eccezione le visite mediche di invalidità, dove devi comparire personalmente davanti alla Commissione Medica INPS.Contatta il Patronato CAF Centro Fiscale: Nessuna Fila all’INPSIl patronato CAF Centro Fiscale gestisce tutte le pratiche INPS per i cittadini di Udine e di tutta la regione FVG, anche online. Non devi fare la fila, non devi prenotare mesi prima, e il servizio è completamente gratuito.Telefono: 0432 1638640WhatsApp: 366 6018121Online: pratiche.centrofiscale.comSede fisica: Viale Giuseppe Tullio 13, scala B — UdineLe informazioni sugli orari e indirizzi INPS sono aggiornate a giugno 2026 ma potrebbero variare. Verifica sempre su www.inps.it prima di recarti in sede.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.Settembre 18, 2026/0 Commenti/da Andrea Damiani https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Andrea Damiani https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Andrea Damiani2026-09-18 09:00:002026-08-17 11:03:35Sede INPS Udine 2026: Orari, Prenotazione e Servizi (Quando Andare al Patronato)
DICHIARAZIONE DEI REDDITIDichiarazione dei Redditi Tardiva 2026: Sanzioni Ridotte, Ravvedimento e Come PresentarlaLa dichiarazione dei redditi tardiva rappresenta l’ultima possibilità per regolarizzare la propria posizione fiscale senza incorrere nelle pesanti sanzioni previste per la dichiarazione omessa. Se hai superato la scadenza del 730 o del Modello Redditi PF, non tutto è perduto: la legge ti concede 90 giorni di tempo per presentare la dichiarazione con una sanzione ridotta a soli 25 euro grazie al ravvedimento operoso. In questa guida completa scoprirai come funziona la dichiarazione redditi tardiva nel 2026, quali sono le scadenze precise, come calcolare le sanzioni e cosa rischi se superi anche il termine dei 90 giorni. Il CAF Centro Fiscale di Udine è a tua disposizione per aiutarti a regolarizzare la tua posizione nel modo più conveniente possibile.Indice dei contenutiIndice dei ContenutiCos’è la Dichiarazione dei Redditi TardivaScadenze Dichiarazione Redditi Tardiva 2026Sanzioni Dichiarazione Tardiva: Importi e CalcoloRavvedimento Operoso: Come Ridurre la Sanzione a 25 EuroDifferenza tra Dichiarazione Tardiva e Omessa: Effetti PraticiCome Presentare la Dichiarazione Redditi TardivaVersamento Imposte Tardive: Sanzioni e InteressiImpatto su Bonus, Agevolazioni e ISEEDomande Frequenti sulla Dichiarazione Redditi TardivaConclusione: Non Aspettare, Regolarizza la Tua PosizioneIndice dei ContenutiCos’è la Dichiarazione dei Redditi TardivaScadenze Dichiarazione Redditi Tardiva 2026Sanzioni Dichiarazione Tardiva: Importi e CalcoloRavvedimento Operoso: Come Ridurre la Sanzione a 25 EuroDifferenza tra Dichiarazione Tardiva e OmessaCome Presentare la Dichiarazione Redditi TardivaVersamento Imposte Tardive: Sanzioni e InteressiImpatto su Bonus, Agevolazioni e ISEEDomande FrequentiConclusioneCos’è la Dichiarazione dei Redditi TardivaLa dichiarazione dei redditi tardiva è una dichiarazione fiscale presentata dopo la scadenza ordinaria ma entro i 90 giorni successivi. Si tratta di un istituto previsto dall’articolo 2, comma 7 del DPR 322/1998, che considera ancora valida e produttiva di effetti giuridici una dichiarazione inviata in ritardo, purché il ritardo non superi i tre mesi dalla scadenza naturale.In pratica, se per qualsiasi motivo non sei riuscito a inviare il Modello 730 o il Modello Redditi Persone Fisiche entro il termine previsto, la legge ti offre una seconda chance. La dichiarazione tardiva ha lo stesso valore di quella presentata nei termini: viene regolarmente acquisita dall’Agenzia delle Entrate, i crediti eventualmente maturati restano validi e le detrazioni vengono riconosciute. L’unica differenza è che dovrai pagare una sanzione amministrativa, che però può essere notevolmente ridotta grazie al ravvedimento operoso.È fondamentale comprendere che la dichiarazione redditi tardiva non è un’opzione da prendere alla leggera. Anche se la sanzione è contenuta, il ritardo nella presentazione può avere ripercussioni su altri aspetti della vita fiscale, come l’ISEE e l’accesso a determinati bonus. Per questo motivo, è sempre preferibile rispettare le scadenze oppure, in caso di ritardo, agire il prima possibile per limitare le conseguenze. Scadenze Dichiarazione Redditi Tardiva 2026Per sapere entro quando puoi ancora presentare la dichiarazione redditi tardiva nel 2026, devi partire dalle scadenze ordinarie di ciascun modello dichiarativo. Vediamo nel dettaglio tutte le date da ricordare.Modello 730: Scadenze per la Presentazione TardivaIl 730 precompilato 2026 ha come scadenza ordinaria il 30 settembre 2026. Questo significa che chi non riesce a inviarlo entro tale data ha tempo fino al 29 dicembre 2026 per presentare la dichiarazione tardiva. In realtà, chi presenta il 730 in ritardo dovrà in molti casi passare al Modello Redditi PF, poiché il sistema del 730 precompilato potrebbe non accettare più gli invii dopo la scadenza. Il passaggio al Modello Redditi non comporta differenze sostanziali nel risultato fiscale, ma richiede una procedura diversa.Modello Redditi Persone Fisiche: Scadenze per la Presentazione TardivaIl Modello Redditi PF ha come scadenza ordinaria il 30 novembre 2026 (per i redditi dell’anno 2025). Di conseguenza, la dichiarazione tardiva può essere presentata entro il 28 febbraio 2027, ovvero entro 90 giorni dalla scadenza. Questo termine è tassativo: superato il 28 febbraio 2027, la dichiarazione non è più considerata tardiva ma omessa, con conseguenze ben più gravi.Ecco un riepilogo delle scadenze per la dichiarazione redditi tardiva 2026:ModelloScadenza ordinariaTermine dichiarazione tardiva730/202630 settembre 202629 dicembre 2026Redditi PF/202630 novembre 202628 febbraio 2027 Sanzioni Dichiarazione Tardiva: Importi e CalcoloLe sanzioni per la dichiarazione redditi tardiva sono disciplinate dall’articolo 1 del D.Lgs. 471/1997 (come modificato dal D.Lgs. 87/2024, la riforma delle sanzioni tributarie). La buona notizia è che la sanzione base per la dichiarazione tardiva è significativamente inferiore rispetto a quella prevista per l’omessa dichiarazione, e può essere ulteriormente ridotta con il ravvedimento operoso.Sanzione Base: 250 EuroLa sanzione fissa per chi presenta la dichiarazione dei redditi entro 90 giorni dalla scadenza è pari a 250 euro. Questa sanzione si applica indipendentemente dall’importo delle imposte dovute: che tu debba versare 100 euro o 10.000 euro di imposte, la sanzione per il ritardo nella presentazione resta di 250 euro.Tuttavia, questa è la sanzione “piena”. Grazie al ravvedimento operoso, puoi ridurla drasticamente. Se paghi spontaneamente entro i 90 giorni dalla scadenza, la sanzione scende a 1/10 del minimo, ovvero soli 25 euro. Sì, hai letto bene: con il ravvedimento operoso la dichiarazione tardiva ti costa appena 25 euro di sanzione.Dichiarazione Tardiva Senza Imposte DovuteUn caso particolare riguarda chi presenta la dichiarazione tardiva ma non ha imposte da versare (ad esempio perché risulta a credito o le imposte sono già state interamente trattenute dal datore di lavoro). In questa situazione, la sanzione di 250 euro si applica comunque come sanzione formale per il ritardo, ma non si aggiungono sanzioni per omesso versamento. Anche in questo caso, il ravvedimento operoso riduce l’importo a 25 euro. Ravvedimento Operoso: Come Ridurre la Sanzione a 25 EuroIl ravvedimento operoso è lo strumento più potente a disposizione del contribuente per ridurre le sanzioni sulla dichiarazione redditi tardiva. Disciplinato dall’articolo 13 del D.Lgs. 472/1997, consente di pagare spontaneamente una sanzione ridotta a fronte della regolarizzazione della violazione. Vediamo come funziona nel dettaglio.Come Calcolare la Sanzione RidottaPer la dichiarazione tardiva presentata entro 90 giorni dalla scadenza, il ravvedimento operoso prevede la riduzione della sanzione a 1/10 del minimo edittale. Il calcolo è molto semplice:Sanzione base: 250 euroRiduzione ravvedimento: 1/10Sanzione da pagare: 250 / 10 = 25 euroQuesto importo di 25 euro deve essere versato tramite Modello F24 utilizzando il codice tributo 8911 (sanzione pecuniaria per altre violazioni tributarie, ravvedimento). È importante indicare come anno di riferimento l’anno della violazione (2026 per le dichiarazioni dei redditi 2025) e come periodo il mese in cui si effettua il ravvedimento.Esempio Pratico di RavvedimentoImmagina che Marco, un lavoratore dipendente, non sia riuscito a presentare il 730 entro il 30 settembre 2026. Si rende conto dell’errore a novembre e decide di regolarizzare la posizione. Ecco cosa deve fare:Presentare la dichiarazione tramite Modello Redditi PF entro il 29 dicembre 2026Versare la sanzione ridotta di 25 euro con F24 (codice tributo 8911)Versare eventuali imposte dovute maggiorate degli interessi legaliIl costo totale del ritardo per Marco sarà di soli 25 euro più gli interessi sulle eventuali imposte non versate. Un prezzo decisamente contenuto rispetto alle conseguenze di una dichiarazione omessa, che vedremo nella prossima sezione. Differenza tra Dichiarazione Tardiva e Omessa: Effetti PraticiComprendere la differenza tra dichiarazione tardiva e dichiarazione omessa è cruciale perché le conseguenze sono enormemente diverse. Un ritardo di anche un solo giorno oltre il limite dei 90 giorni trasforma una situazione gestibile in un problema serio. Vediamo le differenze nel dettaglio.Dichiarazione Tardiva (entro 90 giorni)La dichiarazione tardiva è quella presentata con un ritardo non superiore a 90 giorni dalla scadenza. I suoi effetti sono relativamente contenuti:Sanzione: 250 euro (riducibile a 25 euro con ravvedimento operoso)Validità: la dichiarazione è pienamente valida e produce tutti i suoi effettiCrediti fiscali: restano utilizzabili in compensazione o rimborsoDetrazioni: vengono riconosciute integralmenteAccertamento: i termini di accertamento restano quelli ordinari (5 anni)Dichiarazione Omessa (oltre 90 giorni)La dichiarazione omessa si configura quando la presentazione avviene dopo 90 giorni dalla scadenza oppure non viene presentata affatto. Le conseguenze sono molto più gravi:Sanzione con imposte dovute: dal 120% al 240% delle imposte dovute, con un minimo di 250 euroSanzione senza imposte dovute: da 250 a 1.000 euro (sanzione fissa)Crediti fiscali: potrebbero essere disconosciuti o contestatiAccertamento: i termini si allungano a 7 anni (invece dei normali 5)Rilevanza penale: se l’imposta evasa supera 50.000 euro, scatta il reato di omessa dichiarazione (art. 5, D.Lgs. 74/2000)La tabella seguente riassume le differenze tra dichiarazione tardiva e omessa:AspettoDichiarazione TardivaDichiarazione OmessaTermineEntro 90 giorniOltre 90 giorni o mai presentataSanzione minima250 euro (25 con ravvedimento)250 euro (senza imposte dovute)Sanzione massima250 euro240% delle imposte dovuteValiditàPienamente validaNon valida ai fini fiscaliCreditiUtilizzabiliPossono essere disconosciutiTermini accertamento5 anni7 anniRischio penaleNoSì, se evasa > 50.000 euro Come Presentare la Dichiarazione Redditi TardivaLa procedura per presentare la dichiarazione redditi tardiva è sostanzialmente identica a quella ordinaria. Non esiste un modulo o un canale separato: si utilizza lo stesso sistema e la stessa modulistica della dichiarazione “nei termini”. Vediamo le diverse opzioni a disposizione.Presentazione del 730 TardivoSe hai mancato la scadenza del 30 settembre 2026 per il 730 precompilato, devi sapere che il sistema del 730 online potrebbe non accettare più gli invii dopo la chiusura del termine. In questo caso, la soluzione è presentare il Modello Redditi PF (ex Unico), che resta disponibile tutto l’anno attraverso il portale dell’Agenzia delle Entrate.In alternativa, puoi rivolgerti a un CAF o a un professionista abilitato che può presentare la dichiarazione tardiva per tuo conto. Il CAF Centro Fiscale di Udine offre assistenza completa per la gestione delle dichiarazioni tardive, incluso il calcolo delle sanzioni e la compilazione del Modello F24 per il versamento.Presentazione del Modello Redditi PF TardivoPer il Modello Redditi PF, la presentazione tardiva avviene attraverso gli stessi canali della dichiarazione ordinaria:Online: tramite il portale Fisconline/Entratel dell’Agenzia delle EntrateIntermediario abilitato: tramite CAF, commercialista o consulente del lavoroPrecompilata: attraverso la dichiarazione precompilata dell’Agenzia delle Entrate (sezione Redditi PF)Il sistema accetta automaticamente la dichiarazione anche se presentata in ritardo. Non è necessario indicare che si tratta di una dichiarazione tardiva: il sistema registra semplicemente la data di invio e l’Agenzia delle Entrate applicherà le eventuali sanzioni in fase di controllo, a meno che tu non provveda spontaneamente al ravvedimento operoso.Documenti NecessariI documenti da preparare sono gli stessi della dichiarazione ordinaria. Avrai bisogno della Certificazione Unica (CU) rilasciata dal datore di lavoro o dall’ente pensionistico, delle ricevute delle spese detraibili (spese mediche, interessi mutuo, spese scolastiche), della documentazione relativa a eventuali redditi aggiuntivi e del modello ISEE se necessario per la verifica di bonus e agevolazioni. Versamento Imposte Tardive: Sanzioni e InteressiOltre alla sanzione per la presentazione tardiva della dichiarazione, è necessario considerare anche le sanzioni per il versamento tardivo delle imposte. Questi sono due aspetti distinti che spesso vengono confusi. La sanzione di 250 euro (o 25 euro con ravvedimento) riguarda il ritardo nella presentazione. Ma se dalla dichiarazione emergono imposte da pagare che non sono state versate alla scadenza, si aggiunge una ulteriore sanzione.Sanzione per Omesso o Tardivo VersamentoLa sanzione per il tardivo versamento delle imposte è pari al 30% dell’importo non versato (art. 13, D.Lgs. 471/1997). Tuttavia, anche in questo caso il ravvedimento operoso permette riduzioni significative:Entro 14 giorni: sanzione dello 0,083% al giorno (ravvedimento sprint – 1/15 del 15% per giorno)Dal 15esimo al 30esimo giorno: sanzione dell’1,25% (1/10 della sanzione ridotta del 15%)Dal 31esimo al 90esimo giorno: sanzione dell’1,39% (1/9 della sanzione ridotta del 15%)Entro 1 anno: sanzione del 3,75% (1/8 del 30%)Entro 2 anni: sanzione del 4,29% (1/7 del 30%)Interessi LegaliOltre alla sanzione ridotta, dovrai versare anche gli interessi legali calcolati giorno per giorno dalla data di scadenza del versamento alla data del pagamento effettivo. Il tasso di interesse legale per il 2026 è stabilito annualmente dal Ministero dell’Economia. Gli interessi vanno versati con il Modello F24 utilizzando i codici tributo specifici per ciascuna imposta (ad esempio, 4033 per il saldo IRPEF e 1989 per gli interessi sul ravvedimento).Esempio di Calcolo CompletoSupponiamo che Laura debba versare 1.000 euro di saldo IRPEF. Non ha presentato la dichiarazione nei termini e regolarizza tutto dopo 60 giorni dalla scadenza. Ecco il calcolo:Sanzione presentazione tardiva: 25 euro (ravvedimento operoso, codice tributo 8911)Sanzione versamento tardivo: 1.000 x 1,39% = 13,90 euroInteressi legali: 1.000 x 2,5% x 60/365 = circa 4,11 euro (tasso ipotetico)Totale sanzioni e interessi: circa 43 euroTotale da versare: 1.000 + 43 = circa 1.043 euroCome vedi, il costo del ritardo è tutto sommato contenuto. Ma attenzione: se Laura avesse aspettato oltre i 90 giorni (dichiarazione omessa), la sanzione sarebbe stata del 120% dell’imposta, ovvero 1.200 euro in più. La differenza è abissale.Impatto su Bonus, Agevolazioni e ISEELa mancata presentazione della dichiarazione dei redditi nei termini può avere ripercussioni che vanno oltre le semplici sanzioni fiscali. Diversi bonus e agevolazioni richiedono una situazione fiscale regolare, e la dichiarazione tardiva o omessa può comprometterne l’accesso.Effetti sull’ISEEL’ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente) è calcolato sulla base dei dati reddituali dichiarati. Se non presenti la dichiarazione dei redditi, i dati utilizzati per il calcolo dell’ISEE potrebbero risultare incompleti o non aggiornati. In alcuni casi, l’INPS potrebbe attribuire redditi presuntivi basati su altre informazioni in possesso dell’amministrazione finanziaria, con il rischio di un ISEE più alto del reale e conseguente esclusione da prestazioni agevolate.Effetti sull’Assegno Unico e Altri BonusL’Assegno Unico Universale è calcolato in base all’ISEE del nucleo familiare. Se la dichiarazione dei redditi non viene presentata e l’ISEE risulta errato o assente, potresti ricevere l’assegno nella misura minima invece che in quella spettante. Lo stesso vale per altri bonus come il Bonus Nido, le agevolazioni per le tasse universitarie e le prestazioni sociali erogate dai Comuni.Per i lavoratori in regime forfettario, la mancata dichiarazione può avere conseguenze ancora più gravi: si rischia la decadenza dal regime agevolato stesso, con il passaggio forzato al regime ordinario e il ricalcolo delle imposte con aliquote IRPEF progressive.Anche chi percepisce la NASpI (indennità di disoccupazione) deve prestare attenzione: la mancata dichiarazione dei redditi potrebbe generare incongruenze con i dati INPS e portare a sospensioni o revoche del beneficio, specialmente se nel frattempo si sono percepiti redditi da lavoro occasionale o autonomo. Domande Frequenti sulla Dichiarazione Redditi TardivaQuanto costa presentare la dichiarazione dei redditi in ritardo?La sanzione per la dichiarazione redditi tardiva è di 250 euro, riducibile a soli 25 euro con il ravvedimento operoso. A questa si aggiungono eventuali sanzioni per il ritardato versamento delle imposte (riducibili anch’esse con il ravvedimento) e gli interessi legali.Posso ancora presentare il 730 dopo la scadenza del 30 settembre?Il sistema del 730 precompilato potrebbe non accettare più invii dopo il 30 settembre. In tal caso, puoi presentare la dichiarazione tardiva utilizzando il Modello Redditi PF, che è sempre disponibile sul portale dell’Agenzia delle Entrate. Il risultato fiscale sarà lo stesso.Cosa succede se non presento la dichiarazione nemmeno entro i 90 giorni?Superati i 90 giorni, la dichiarazione diventa omessa. Le sanzioni salgono drasticamente: dal 120% al 240% delle imposte dovute. Inoltre, i termini per l’accertamento si allungano a 7 anni e, per importi superiori a 50.000 euro, si configura un reato penale.Come si paga la sanzione di 25 euro per il ravvedimento?La sanzione ridotta di 25 euro si versa tramite Modello F24 con il codice tributo 8911. Come anno di riferimento si indica l’anno della violazione (2026) e come periodo il mese del versamento. Il pagamento può essere effettuato online tramite home banking o presso qualsiasi sportello bancario o postale.La dichiarazione tardiva è valida ai fini dei crediti d’imposta?Sì, la dichiarazione tardiva (presentata entro 90 giorni) è considerata pienamente valida. Tutti i crediti d’imposta maturati vengono riconosciuti e possono essere utilizzati in compensazione tramite F24 o richiesti a rimborso. Le detrazioni fiscali spettanti vengono anch’esse riconosciute integralmente.Posso fare la dichiarazione tardiva tramite un CAF?Certamente. Il CAF Centro Fiscale di Udine offre assistenza completa per la presentazione della dichiarazione redditi tardiva, incluso il calcolo esatto delle sanzioni, la compilazione del Modello F24 per il ravvedimento operoso e la verifica della documentazione. Contattaci per fissare un appuntamento e regolarizzare la tua posizione nel modo più vantaggioso possibile.Conclusione: Non Aspettare, Regolarizza la Tua PosizioneLa dichiarazione dei redditi tardiva rappresenta un’opportunità preziosa per chi ha mancato le scadenze fiscali. Con una sanzione di soli 25 euro (grazie al ravvedimento operoso), è possibile regolarizzare completamente la propria posizione senza conseguenze gravi. La cosa fondamentale è agire entro i 90 giorni dalla scadenza: superato questo termine, si entra nel territorio della dichiarazione omessa, con sanzioni che possono raggiungere il 240% delle imposte dovute e rischi anche penali.Se ti trovi in questa situazione, non rimandare ulteriormente. Ogni giorno di ritardo può complicare la tua posizione fiscale e influire negativamente su ISEE, bonus e agevolazioni. Il CAF Centro Fiscale di Udine è specializzato nella gestione delle dichiarazioni tardive e del ravvedimento operoso: i nostri operatori ti guideranno passo dopo passo nella regolarizzazione, calcolando le sanzioni minime e compilando tutta la documentazione necessaria. Prenota un appuntamento oggi stesso chiamando il nostro ufficio o visitando la sede di Udine: risolvere il problema è più semplice e meno costoso di quanto pensi.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.Settembre 18, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2026/01/730.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-18 08:00:002026-08-17 11:03:33Dichiarazione dei Redditi Tardiva 2026: Sanzioni Ridotte, Ravvedimento e Come Presentarla