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Nuovo codice stradale 2026: novità, consultazione e quando entra in vigore

Notizie fiscali CAF Centro Fiscale

Il nuovo codice stradale 2026 è al centro del dibattito normativo degli ultimi mesi. Il Governo italiano ha avviato un processo di revisione organica del Decreto Legislativo 285/1992 — il testo che regola la circolazione stradale in Italia da oltre trent’anni — con l’obiettivo di adeguarlo alle sfide della mobilità moderna: veicoli elettrici, micromobilità, guida assistita e sicurezza stradale.

In questo articolo facciamo il punto su cosa cambia, a che punto è la consultazione pubblica e quali sono i tempi previsti per l’entrata in vigore.

Indice dei contenuti

  • Perché si parla di riforma del codice stradale
  • La consultazione pubblica: cos’è e come funziona
  • Le principali novità del nuovo codice della strada
  • Sanzioni aggiornate e più severe
  • Quando entra in vigore il nuovo codice stradale
  • Domande frequenti (FAQ)

Perché si parla di riforma del codice stradale

Il codice della strada vigente risale al 1992. In oltre trent’anni il mondo della mobilità è cambiato profondamente: sono arrivati i monopattini elettrici, i veicoli a guida autonoma, le biciclette a pedalata assistita, le app di ride sharing. Tutto questo non era contemplato nel testo originale.

Allo stesso tempo, i dati sull’incidentalità stradale restano preoccupanti. Secondo le rilevazioni ISTAT più recenti, in Italia si registrano ogni anno migliaia di morti e decine di migliaia di feriti gravi sulle strade. La riforma del codice stradale risponde anche a questa emergenza, inasprendo le sanzioni per i comportamenti più pericolosi.

Il progetto di riforma è stato avviato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT) e prevede una revisione strutturale — non una semplice modifica puntuale — del Decreto Legislativo 285/1992.

La consultazione pubblica: cos’è e come funziona

Prima di approvare un testo definitivo, il Governo ha attivato una consultazione pubblica. Si tratta di un procedimento con cui cittadini, associazioni di categoria, enti locali e operatori del settore possono inviare osservazioni e proposte sul testo in bozza.

La consultazione è accessibile attraverso il portale ufficiale del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. I contributi ricevuti vengono analizzati prima della stesura definitiva del provvedimento e del suo iter parlamentare o governativo.

Questo strumento — previsto dalla legge sulla partecipazione dei cittadini ai processi normativi — serve a raccogliere segnalazioni dal basso: ad esempio, gli automobilisti possono segnalare situazioni di pericolosità non previste dal testo, mentre le associazioni dei ciclisti possono proporre regole più chiare per la mobilità dolce.

Il testo attualmente in consultazione raccoglie le principali novità già anticipate dai media: dall’inasprimento delle sanzioni per chi guida sotto l’influenza di alcol o droghe, alle nuove regole per la micromobilità elettrica (monopattini e biciclette elettriche), fino alle disposizioni sui veicoli a guida autonoma e semiautonoma.

Le principali novità del nuovo codice della strada

Ecco le aree di intervento principali previste dalla bozza di riforma:

Alcol, droghe e distrazioni al volante

Le sanzioni per la guida in stato di ebbrezza e sotto l’effetto di sostanze stupefacenti vengono inasprite. Per chi viene sorpreso con un tasso alcolemico tra 0,5 e 0,8 g/l sono previste multa e sospensione della patente. Sopra 0,8 g/l scattano conseguenze penali più severe.

Sul fronte delle distrazioni, il testo rafforza il divieto di uso del cellulare alla guida. La norma si estende anche a smartwatch e altri dispositivi indossabili che possano distogliere l’attenzione dal traffico. In caso di violazione è prevista la sospensione immediata della patente già alla prima infrazione, se l’automobilista ha meno di 2 anni di patente.

Micromobilità: monopattini e biciclette elettriche

La riforma introduce per la prima volta regole organiche per i monopattini elettrici: obbligo di casco per i minori, divieto di trasporto passeggeri, circolazione consentita solo su piste ciclabili o strade con limite a 30 km/h. Viene anche introdotto un sistema di targhe identificative per rendere tracciabili i veicoli in caso di incidente.

Le biciclette a pedalata assistita (e-bike) vedono chiarite le regole sulla velocità massima assistita (25 km/h) e sulla potenza massima del motore, allineando la normativa italiana agli standard europei.

Veicoli a guida autonoma

Il nuovo codice introduce per la prima volta una disciplina specifica per i veicoli a guida autonoma e semiautonoma (i cosiddetti livelli SAE da 3 a 5). Viene stabilita la responsabilità del produttore nelle fasi di guida totalmente automatizzata, e sono previste procedure per l’omologazione e la circolazione sperimentale su strade pubbliche.

Zone residenziali e aree urbane

Vengono ridefinite le regole per le zone 30 (quartieri con limite a 30 km/h) e le zone residenziali. I Comuni avranno maggiore autonomia nel definire aree a traffico limitato e isole pedonali, ma con obblighi di segnaletica standardizzata.

Sanzioni aggiornate e più severe

Una delle linee guida della riforma è l’aggiornamento degli importi delle sanzioni, molti dei quali erano rimasti invariati per anni nonostante l’inflazione. Il testo prevede un meccanismo di adeguamento automatico agli indici ISTAT per evitare che le multe perdano efficacia deterrente nel tempo.

Tra le sanzioni più discusse:

  • Uso del cellulare alla guida: multa da 250 a 1.000 euro (prima infrazione) con sospensione patente da 7 giorni a 2 mesi; recidiva entro 2 anni → sospensione fino a 3 mesi e revoca nei casi più gravi.
  • Eccesso di velocità oltre 40 km/h: ritiro immediato della patente e sospensione da 6 a 12 mesi.
  • Guida in stato di ebbrezza (oltre 1,5 g/l): arresto da 6 mesi a 1 anno, ammenda da 1.500 a 6.000 euro, revoca della patente.
  • Monopattini senza assicurazione: multa da 100 a 400 euro.

Le sanzioni per violazioni commesse in prossimità di scuole, ospedali e cantieri prevedono maggiorazioni automatiche del 30%.

Quando entra in vigore il nuovo codice stradale

Al momento della pubblicazione di questo articolo (agosto 2026), il testo del nuovo codice stradale è ancora in fase di consultazione e revisione. Non è stato ancora approvato in via definitiva né pubblicato in Gazzetta Ufficiale.

L’iter previsto è il seguente:

  • Fase 1 — Consultazione pubblica: raccolta di osservazioni da cittadini e associazioni (in corso).
  • Fase 2 — Redazione testo definitivo: il MIT elabora il testo finale tenendo conto dei contributi ricevuti.
  • Fase 3 — Approvazione: a seconda dello strumento normativo scelto (decreto legislativo delegato o disegno di legge), il testo passa al Consiglio dei Ministri e/o al Parlamento.
  • Fase 4 — Pubblicazione in G.U. e vacatio legis: dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, il testo entra in vigore dopo un periodo transitorio (di norma 15-60 giorni, ma per riforme strutturali può essere più lungo).

Non ci sono ancora date ufficiali certe per il completamento dell’iter. Alcune indiscrezioni di stampa indicano un possibile approvazione entro la fine del 2026, con entrata in vigore nel 2027, ma si tratta di ipotesi non confermate dal Governo.

Per alcune norme — come quelle sui monopattini e sulla guida autonoma — è probabile che vengano previsti periodi transitori più lunghi, per dare tempo agli operatori di adeguarsi.

Nel frattempo, vale la pena ricordare che alcune modifiche al codice della strada sono già entrate in vigore negli ultimi anni tramite provvedimenti separati. Ad esempio, già l’ipotesi di multa ai pedoni che usano il telefono mentre attraversano e le norme sul costo dei carburanti hanno già prodotto dibattito normativo nel corso del 2026.

Domande frequenti (FAQ)

Il nuovo codice stradale è già in vigore?

No. Il testo è ancora in fase di consultazione pubblica e non è stato approvato definitivamente. Non ci sono ancora date certe per l’entrata in vigore.

Posso partecipare alla consultazione pubblica?

Sì. La consultazione pubblica è aperta a cittadini, associazioni e operatori del settore attraverso il portale del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. È possibile inviare osservazioni sul testo in bozza entro i termini indicati dal Ministero.

Le sanzioni attuali cambieranno?

La bozza prevede un aggiornamento generalizzato degli importi delle sanzioni, con aumenti significativi per le violazioni più gravi (cellulare alla guida, eccesso di velocità, guida in stato di ebbrezza). Tuttavia, fino all’approvazione definitiva, si applicano ancora le norme vigenti.

Il nuovo codice prevede regole per i monopattini?

Sì. La riforma introduce per la prima volta regole organiche per i monopattini elettrici: targhe identificative, obbligo di casco per i minori, circolazione consentita solo su piste ciclabili o zone 30. Al momento queste regole non sono ancora in vigore.

Quando verrà approvato il nuovo codice?

Non ci sono date ufficiali. Alcune fonti di stampa ipotizzano un’approvazione entro fine 2026, con entrata in vigore nel 2027. Il Governo non ha ancora confermato una tempistica precisa.


Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

Agosto 25, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale
https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-08-25 21:42:002026-08-26 07:41:14Nuovo codice stradale 2026: novità, consultazione e quando entra in vigore
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Nuovo Codice della Strada: ipotesi multa ai pedoni che usano il telefono mentre attraversano

Notizie fiscali CAF Centro Fiscale

Il Codice della Strada torna al centro del dibattito normativo: tra le proposte in discussione c’è anche l’introduzione di sanzioni per i pedoni che utilizzano il telefono cellulare mentre attraversano la strada. Una misura che punta a ridurre gli incidenti legati alla distrazione, fenomeno in costante aumento nelle aree urbane.

Indice dei contenuti

  • Cosa prevede l’ipotesi di modifica
  • A chi si applicherebbe la multa
  • Quanto si rischia
  • Cosa dice il Codice della Strada attuale
  • La distrazione stradale in Italia
  • Domande frequenti (FAQ)

Cosa prevede l’ipotesi di modifica

La proposta emerge nell’ambito del dibattito sul nuovo Codice della Strada, il cui impianto normativo è stato aggiornato con il decreto legislativo approvato a fine 2024 ed entrato progressivamente in vigore nel 2025. Ora si discute di un ulteriore passo: sanzionare i pedoni distratti dal cellulare, in particolare durante l’attraversamento dei passaggi pedonali.

L’ipotesi, riportata da fonti come QuiFinanza, prevede che chi attraversa la strada con il telefono in mano e lo sguardo sullo schermo possa essere soggetto a una sanzione amministrativa. Il ragionamento alla base è semplice: il pedone distratto rappresenta un pericolo non solo per sé stesso, ma anche per gli altri utenti della strada, in primo luogo i conducenti che potrebbero essere costretti a frenate improvvise.

A chi si applicherebbe la multa

Stando alle ipotesi circolate, la sanzione si applicherebbe specificamente ai pedoni che:

  • Utilizzano il telefono cellulare (chiamate, messaggi, social media) durante l’attraversamento;
  • Non prestano attenzione al traffico veicolare;
  • Vengono sorpresi dalle forze dell’ordine in flagrante violazione.

Non è ancora chiaro se la norma si applicherebbe solo ai passaggi pedonali regolamentati (strisce, semafori) oppure anche in altri punti di attraversamento. Questo è uno degli aspetti tecnici ancora in discussione tra i proponenti.

Va sottolineato che si tratta ancora di una proposta in fase di discussione, non di una norma già approvata. Il percorso legislativo per trasformarla in legge richiede passaggi parlamentari e potrebbe subire modifiche significative.

Quanto si rischia

Gli importi delle sanzioni ipotizzate non sono ancora stati ufficializzati, poiché la proposta è ancora in fase embrionale. Si parla di sanzioni amministrative pecuniarie, ovvero delle comuni multe, sul modello di quelle già previste per i conducenti di veicoli che usano il cellulare alla guida.

Per fare un confronto, le sanzioni per i conducenti che utilizzano il cellulare durante la guida sono state inasprite con le ultime modifiche al Codice: si va da 250 a 1.000 euro per la prima infrazione, con sospensione della patente nei casi di recidiva. Per i pedoni, ovviamente, non è prevista sospensione della patente, ma si parla di importi nell’ordine di qualche decina o centinaio di euro.

Anche le modalità di accertamento della violazione rimangono da definire: la verifica in tempo reale da parte delle forze dell’ordine non è sempre agevole, e questo rappresenta uno dei nodi critici della proposta.

Cosa dice il Codice della Strada attuale sui pedoni

Il Codice della Strada italiano (D.Lgs. 285/1992) e le sue successive modifiche disciplinano il comportamento dei pedoni all’art. 190. La norma prevede già oggi che i pedoni:

  • Debbano attraversare sugli appositi passaggi pedonali;
  • Non debbano sostare sulla carreggiata;
  • Debbano prestare attenzione al traffico prima di attraversare.

Tuttavia, la norma attuale non prevede sanzioni specifiche per l’uso del cellulare da parte dei pedoni durante l’attraversamento. La proposta in discussione andrebbe quindi ad integrare e modificare l’articolo 190, aggiungendo un divieto esplicito all’uso di dispositivi elettronici durante l’attraversamento della carreggiata.

In Italia, al momento, le sanzioni per i pedoni sono già previste per comportamenti scorretti come l’attraversamento fuori dalle strisce o il transito in carreggiata, ma gli importi sono generalmente contenuti e le verifiche sono rare nella pratica.

La distrazione stradale in Italia: un fenomeno in crescita

La proposta nasce in un contesto di crescente preoccupazione per la distrazione stradale. I dati ISTAT sugli incidenti stradali evidenziano come la distrazione sia tra le prime cause di sinistri, sia per i conducenti che per i pedoni. L’uso massiccio degli smartphone ha aggravato questo fenomeno negli ultimi anni.

Alcuni Paesi europei hanno già adottato misure simili: in Germania e in alcuni cantoni della Svizzera esistono normative che scoraggiano o sanzionano l’uso del cellulare da parte dei pedoni in determinate situazioni. La proposta italiana si inserirebbe dunque in un trend normativo più ampio a livello continentale.

I sostenitori della misura sottolineano che la sicurezza stradale è una responsabilità condivisa: non solo i conducenti, ma anche i pedoni devono contribuire a rendere la strada più sicura. I critici, invece, temono che si tratti di una norma difficilmente applicabile e che rischi di essere percepita come un ulteriore elemento di burocrazia sanzionatoria piuttosto che come strumento reale di prevenzione.


Domande frequenti (FAQ)

La multa ai pedoni col telefono è già in vigore?

No. Si tratta di una proposta in fase di discussione, non ancora approvata né entrata in vigore. Prima di diventare legge, dovrà completare l’iter parlamentare.

A quanto ammonterebbe la multa per il pedone distratto?

Gli importi non sono stati ancora ufficializzati. Le ipotesi circolate parlano di sanzioni pecuniarie (multe), ma senza cifre definitive fino all’eventuale approvazione della norma.

Vale anche per gli auricolari e i lettori musicali?

Non è ancora chiaro. La proposta attuale si concentra sull’uso del cellulare, ma non è specificato se si estenderebbe anche all’uso di auricolari o cuffie che limitano la percezione dei suoni ambientali.

Cosa dice la legge attuale sui pedoni?

L’art. 190 del D.Lgs. 285/1992 (Codice della Strada) regola il comportamento dei pedoni: devono attraversare sulle strisce, non sostare in carreggiata e prestare attenzione al traffico. Non esiste ancora un divieto esplicito all’uso del cellulare per i pedoni.

Quando potrebbe entrare in vigore questa norma?

Non c’è ancora una data certa. L’iter legislativo potrebbe richiedere mesi, e la proposta potrebbe subire modifiche sostanziali prima di essere eventualmente approvata.


Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

Agosto 25, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale
https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-08-25 20:42:002026-08-26 07:35:56Nuovo Codice della Strada: ipotesi multa ai pedoni che usano il telefono mentre attraversano
NOTIZIE

Bonus carburanti agricoli 2026: domanda AGEA entro il 30 settembre sul SIAN

Notizie fiscali CAF Centro Fiscale

Le imprese agricole hanno tempo fino al 30 settembre 2026 per presentare la domanda all’AGEA e ottenere il credito d’imposta sui bonus carburanti agricoli. La misura rimborsa il 20% delle spese sostenute per gasolio e benzina tra marzo e maggio 2026, con un tetto massimo di 50.000 euro per impresa. La procedura va completata online sul portale SIAN (Sistema Informativo Agricolo Nazionale), allegando le fatture di acquisto. Chi non rispetta la scadenza di settembre perde definitivamente il diritto al rimborso.

Indice dei contenuti

  • Cos’è il credito d’imposta carburanti agricoli
  • Chi può fare domanda all’AGEA
  • Quanto vale il bonus: 20% fino a 50.000 euro
  • Come presentare la domanda sul SIAN
  • Fatture e documenti da preparare
  • Utilizzo del credito in compensazione F24
  • Domande frequenti

Cos’è il credito d’imposta carburanti agricoli

Il bonus carburanti agricoli 2026 è un credito d’imposta introdotto per sostenere le imprese del settore agricolo di fronte al caro carburante. Si tratta di un rimborso parziale (20%) sulle spese di gasolio e benzina utilizzati per l’attività agricola nel periodo compreso tra il 1° marzo e il 31 maggio 2026.

La misura è prevista dall’articolo 8-ter del Decreto Legge 38/2026, convertito nella Legge 88/2026 e successivamente modificato dal DL 89/2026. Le regole operative sono contenute nel Decreto interministeriale MASAF-MEF n. 365846 del 27 luglio 2026, mentre la Circolare AGEA n. 64702 del 31 luglio 2026 chiarisce i requisiti per l’accesso alla misura.

In termini pratici: se un’azienda agricola ha speso 10.000 euro in carburante agevolabile (gasolio o benzina, al netto dell’IVA), il credito teorico è di 2.000 euro. L’importo finale dipenderà anche dal numero totale di domande ricevute e dalle risorse disponibili (90 milioni di euro stanziati).

Chi può fare domanda all’AGEA

Il bonus spetta alle imprese agricole, indipendentemente dalla forma giuridica (ditta individuale, società semplice, SRL agricola, cooperativa) e dal regime contabile adottato. Il requisito fondamentale è possedere la qualifica di agricoltore in attività ai sensi dell’articolo 4 del DM 23 dicembre 2022 n. 660087.

Secondo la Circolare AGEA n. 64702/2026, il requisito di agricoltore in attività si considera soddisfatto in presenza di almeno una delle seguenti condizioni:

  • L’impresa è iscritta nella sezione speciale del Registro delle imprese come impresa agricola attiva, piccolo imprenditore agricolo o coltivatore diretto
  • Il richiedente è iscritto alla previdenza sociale agricola INPS come coltivatore diretto, imprenditore agricolo professionale, colono o mezzadro
  • L’impresa ha una partita IVA attiva in campo agricolo (codice ATECO 01) e ha presentato la dichiarazione IVA annuale relativa all’anno precedente

Per le aziende con oltre il 50% delle superfici in zone montane o svantaggiate, o per chi ha avviato l’attività nel 2026 o negli ultimi mesi del 2025, è sufficiente avere una partita IVA agricola attiva.

Le imprese con volume d’affari non superiore a 7.000 euro possono documentare l’attività con dichiarazione di esenzione, autofatture, bollette doganali, fatture di acquisto o altra documentazione fiscale e contabile.

Quanto vale il bonus: 20% fino a 50.000 euro

Il credito d’imposta è pari al 20% della spesa ammissibile al netto dell’IVA, con un tetto massimo di 50.000 euro per impresa. Questo significa che per accedere al beneficio massimo occorre aver speso almeno 250.000 euro in carburanti agevolabili nel periodo marzo-maggio 2026 (una soglia raggiungibile solo da aziende agricole di grandi dimensioni).

Sono ammessi esclusivamente gasolio e benzina acquistati tra il 1° marzo e il 31 maggio 2026 e utilizzati per:

  • Alimentare mezzi impiegati nelle attività agricole (trattori, macchine operatrici, sollevatori telescopici ad uso agricolo, motopompe per irrigazione, gruppi elettrogeni nel ciclo produttivo)
  • Riscaldamento delle serre destinate alla coltivazione di piante orticole

Sono esclusi i carburanti per autovetture, mezzi da trasporto commerciale estranei all’attività agricola e attrezzature non direttamente impiegate nella produzione.

L’importo effettivamente riconosciuto potrebbe essere ridotto proporzionalmente: il fondo complessivo ammonta a 90 milioni di euro (89,8 milioni netti destinati ai crediti). Se le domande totali superano questa disponibilità, il rimborso percentuale viene abbassato in egual misura per tutti i beneficiari.

Come presentare la domanda sul SIAN entro il 30 settembre 2026

La domanda per il credito d’imposta sui bonus carburanti agricoli deve essere presentata entro il 30 settembre 2026 attraverso la procedura telematica del SIAN (Sistema Informativo Agricolo Nazionale). La procedura può essere avviata direttamente dall’impresa agricola oppure, tramite delega, da un Centro di Assistenza Agricola (CAA).

Le Istruzioni AGEA n. 72 del 5 agosto 2026 descrivono nel dettaglio i passaggi da seguire:

  1. Accedere alla procedura dedicata sul SIAN e verificare i dati dell’impresa acquisiti dal Fascicolo aziendale (che deve essere aggiornato prima dell’accesso)
  2. Indicare le spese sostenute per gasolio e benzina agevolabili nel periodo marzo-maggio 2026
  3. Allegare le fatture di acquisto in formato XML o PDF, verificando gli importi imponibili al netto dell’IVA
  4. Compilare le dichiarazioni relative all’impiego agricolo del carburante, agli eventuali altri aiuti ricevuti sugli stessi costi e alla conformità della documentazione
  5. Trasmettere la richiesta entro il 30 settembre 2026 e conservare la documentazione utilizzata

Attenzione: fino alla scadenza del 30 settembre è possibile presentare una nuova domanda in sostituzione di quella già trasmessa oppure rinunciare integralmente. La nuova istanza sostituisce completamente quella precedente e deve contenere tutti i dati aggiornati.

Fatture e documenti da preparare

Prima di accedere al SIAN è fondamentale raccogliere e verificare tutta la documentazione delle spese di carburante sostenute tra marzo e maggio 2026. AGEA accetta fatture in due formati:

  • Formato XML: il sistema acquisisce automaticamente i principali dati (numero, data, partita IVA del fornitore, importo imponibile)
  • Formato PDF: i dati devono essere inseriti manualmente (numero documento, data, partita IVA fornitore, importo imponibile al netto IVA)

Un caso speciale riguarda le fatture emesse dopo il 31 maggio 2026: possono essere ammesse se documentano carburante consegnato entro quella data. In questi casi il quadro B della domanda deve riportare numero e data del documento di trasporto o della bolla di consegna; se tale informazione non compare nella fattura, il documento deve essere allegato separatamente.

Se una fattura comprende carburanti agevolabili insieme ad altri beni o servizi, nella domanda va indicata solo la quota di spesa riferibile al gasolio o alla benzina ammessi al credito. La domanda include anche una dichiarazione sostitutiva sulla conformità delle fatture inserite.

La documentazione da conservare include in particolare: fatture di acquisto carburante, eventuali documenti di trasporto o bolle di consegna collegati, registri di utilizzo dei mezzi agricoli e qualsiasi altro documento attestante l’impiego del carburante nell’attività produttiva.

Utilizzo del credito in compensazione F24

Dopo la chiusura dello sportello del 30 settembre, AGEA effettua l’istruttoria e determina il credito spettante a ciascuna impresa. Il provvedimento di concessione deve essere adottato entro 20 giorni dal termine per la presentazione delle richieste, quindi entro il 20 ottobre 2026.

Il credito riconosciuto può essere utilizzato esclusivamente in compensazione tramite modello F24, a partire dal giorno successivo alla pubblicazione del provvedimento AGEA ed entro il 31 dicembre 2026. La quota non utilizzata entro fine anno non può essere trasferita agli esercizi successivi: si perde definitivamente.

Questo significa che le imprese che puntano a importi elevati devono pianificare due aspetti in parallelo: la completezza e correttezza della domanda AGEA (scadenza 30 settembre) e la capacità di utilizzare il credito in compensazione entro dicembre. Chi ha debiti fiscali o contributivi da versare tramite F24 — come accise, IVA, contributi INPS — potrà compensare senza difficoltà. Per chi ha posizioni fiscali in pareggio, potrebbe risultare più complesso esaurire il credito entro il 31 dicembre.

Per approfondire il tema dei carburanti, leggi anche: Carburanti: proroga dello sconto accise fino al 25 agosto 2026.

Domande frequenti

Entro quando scade la domanda AGEA per il bonus carburanti agricoli?

La domanda deve essere presentata sul portale SIAN entro il 30 settembre 2026. Non sono previste proroghe. Chi non invia la domanda entro questa data perde il diritto al credito d’imposta.

Chi può richiedere il credito d’imposta carburanti agricoli?

Possono fare domanda tutte le imprese agricole (ditte individuali, società semplici, SRL agricole, cooperative) in possesso della qualifica di agricoltore in attività ai sensi del DM 23 dicembre 2022 n. 660087. È sufficiente essere iscritti all’INPS agricola, avere partita IVA con ATECO 01 attiva, o risultare nel Registro delle imprese come impresa agricola.

Qual è l’importo massimo del bonus carburanti agricoli?

Il credito è pari al 20% della spesa ammissibile al netto IVA, con un tetto massimo di 50.000 euro per impresa. L’importo finale potrebbe essere ridotto proporzionalmente se il totale delle domande supera i 90 milioni di euro stanziati.

Come si usa il credito d’imposta ottenuto?

Il credito si utilizza esclusivamente in compensazione tramite modello F24, dal giorno successivo alla pubblicazione del provvedimento AGEA (atteso entro il 20 ottobre 2026) ed entro il 31 dicembre 2026. La quota non utilizzata entro fine anno va persa.

Le fatture dopo il 31 maggio sono ammesse?

Sì, le fatture emesse dopo il 31 maggio 2026 sono ammesse solo se documentano carburante consegnato entro quella data. In questo caso occorre allegare il documento di trasporto o la bolla di consegna e inserire i relativi dati nel quadro B della domanda.


Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

Agosto 25, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale
https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-08-25 18:42:002026-08-25 16:47:38Bonus carburanti agricoli 2026: domanda AGEA entro il 30 settembre sul SIAN
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Pensione di sicurezza sociale tedesca: la quota esente in Italia

Pensione 2026 INPS

Chi risiede in Italia e percepisce una pensione di sicurezza sociale dalla Germania deve sapere che non tutto l’importo è tassato in Italia. L’Agenzia delle Entrate, con l’interpello n. 164/2026, ha chiarito che la quota certificata come esente dall’ufficio tedesco di Neubrandenburg non concorre alla formazione del reddito imponibile italiano. Una buona notizia per migliaia di pensionati rientrati dalla Germania.

Indice dei contenuti

  1. Cos’è la pensione di sicurezza sociale tedesca
  2. Quando la tassazione spetta all’Italia
  3. La quota esente: la certificazione di Neubrandenburg
  4. La base imponibile italiana segue la legge tedesca
  5. Cosa dice l’interpello n. 164/2026
  6. Obblighi dichiarativi per il pensionato
  7. Domande frequenti

Cos’è la pensione di sicurezza sociale tedesca

La pensione di sicurezza sociale tedesca è la prestazione erogata dall’istituto previdenziale pubblico tedesco (Deutsche Rentenversicherung) a fronte di contributi obbligatori versati durante un rapporto di lavoro subordinato in Germania. Non si tratta di un sussidio assistenziale, ma di un trattamento pensionistico che scaturisce dai contributi versati dal lavoratore nel corso della sua carriera.

Molti cittadini italiani che hanno lavorato in Germania — soprattutto tra gli anni ’60 e ’90, durante i grandi flussi migratori — e che poi sono rientrati in Italia, si trovano oggi a ricevere questo trattamento pensionistico tedesco insieme (spesso) a una pensione INPS italiana. Questa combinazione genera dubbi sul corretto trattamento fiscale: dove si pagano le tasse? E si paga sul totale?

Quando la tassazione spetta all’Italia

Il punto di partenza è la Convenzione contro le doppie imposizioni tra Italia e Germania, firmata a Bonn il 18 ottobre 1989 e ratificata dall’Italia con la legge n. 459 del 24 novembre 1992.

L’articolo 18 della Convenzione stabilisce il principio generale: le pensioni derivanti da un’attività di lavoro dipendente nel settore privato sono tassate esclusivamente nello Stato di residenza del beneficiario. Se il pensionato risiede in Italia, tocca all’Italia tassare quella pensione.

Tuttavia, il caso della pensione di sicurezza sociale ha una sfumatura importante: entra in gioco il paragrafo 14, lettera e), del Protocollo alla Convenzione. Questa norma prevede che, quando il pensionato era precedentemente residente fiscale in Germania prima di trasferirsi in Italia, l’imposta italiana si applica soltanto sull’ammontare che sarebbe imponibile secondo la legislazione tedesca. In altre parole, la base imponibile italiana non è l’intero importo lordo, ma solo la parte che la Germania avrebbe tassato.

Condizione essenziale: questo beneficio spetta solo se il pensionato era stato fiscalmente residente in Germania prima di trasferire la propria residenza in Italia. Chi non ha mai risieduto in Germania non può applicare questa regola.

La quota esente: la certificazione di Neubrandenburg

Sul piano pratico, come si determina la quota esente? La risposta è semplice: la fornisce la Germania stessa, attraverso un documento ufficiale.

L’ufficio delle imposte di Neubrandenburg (l’ufficio fiscale tedesco competente per i pensionati non residenti in Germania) rilascia ai pensionati italiani una certificazione “a valenza unica” — in tedesco chiamata one time certificate — nella quale viene indicata la quota annuale della pensione di sicurezza sociale che è esente da tassazione in base alla legislazione tedesca.

Questa certificazione non va rinnovata ogni anno: ha valore permanente (salvo variazioni dell’importo pensionistico) e può essere presentata alle autorità fiscali italiane come prova della quota non imponibile. Il modello della certificazione è allegato all’accordo amichevole tra Italia e Germania (firmato il 15 e 17 novembre 2025, con efficacia dal 1° gennaio 2025) e specifica espressamente che il documento è valido ai fini italiani.

La base imponibile italiana segue la legge tedesca

Il meccanismo concreto funziona così: dall’importo annuale lordo della pensione tedesca si sottrae la quota certificata come esente da Neubrandenburg. L’imposta italiana IRPEF si applica solo sulla parte rimanente, non sull’intero importo.

La base di riferimento normativo è l’articolo 22 della legge federale tedesca sul reddito delle persone fisiche (Einkommensteuergesetz, EStG): è questa norma che definisce la quota imponibile della pensione di sicurezza sociale in Germania, e la stessa quota diventa il limite della tassazione italiana.

Il risultato pratico è che molti pensionati che hanno sempre dichiarato in Italia l’intero importo lordo tedesco hanno pagato più IRPEF del dovuto. Con la documentazione corretta (la certificazione di Neubrandenburg), è possibile correggere la situazione.

Cosa dice l’interpello n. 164/2026

L’interpello n. 164/2026 dell’Agenzia delle Entrate ha esaminato il caso concreto di un cittadino italiano residente in Italia, titolare di una pensione di sicurezza sociale tedesca, che era stato in precedenza fiscalmente residente in Germania. L’ufficio fiscale di Neubrandenburg gli aveva già comunicato la quota annuale esente.

La conclusione dell’Agenzia delle Entrate è netta: la quota della pensione di sicurezza sociale che Neubrandenburg certifica come esente in Germania non è soggetta alla potestà impositiva italiana. Non concorre alla determinazione del reddito da pensione fiscalmente rilevante in Italia.

Come abbiamo già approfondito nell’articolo dedicato alla pensione tedesca tassata in Italia: cosa dice l’interpello n. 164/2026, questo chiarimento è particolarmente importante per i pensionati rientrati dalla Germania, perché conferma che non deve essere dichiarato come imponibile l’intero ammontare lordo della pensione.

Obblighi dichiarativi per il pensionato

Se percepisci una pensione di sicurezza sociale tedesca e risiedi in Italia (e hai precedentemente risieduto in Germania), ecco gli obblighi principali da rispettare nella dichiarazione dei redditi:

  • Dichiarazione obbligatoria: la pensione estera va sempre dichiarata in Italia se sei residente fiscale italiano, anche se la Germania non applica ritenute alla fonte.
  • Importo da dichiarare: indica solo la quota imponibile (importo lordo meno quota esente certificata da Neubrandenburg), non l’intero lordo percepito.
  • Documentazione chiave: richiedi e conserva la certificazione rilasciata dall’ufficio fiscale di Neubrandenburg (one time certificate), che indica la quota della pensione esente da tassazione tedesca e quindi esclusa dalla base imponibile italiana.
  • Quadro di dichiarazione: la pensione estera va indicata nel quadro RC del modello 730 (o nel quadro corrispondente del modello Redditi PF) tra i redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente. Non va nel quadro RW, che riguarda le attività finanziarie detenute all’estero.
  • Anni precedenti: se hai dichiarato per errore l’intero importo lordo negli anni passati, puoi presentare una dichiarazione integrativa a favore del contribuente entro i termini di legge, per recuperare le imposte versate in eccesso.

Domande frequenti

La quota esente della pensione tedesca vale per tutti i pensionati italiani residenti in Italia?

No. Il beneficio della quota esente, basato sul paragrafo 14, lettera e), del Protocollo alla Convenzione Italia-Germania, si applica solo ai pensionati che erano stati fiscalmente residenti in Germania prima di trasferirsi in Italia. Chi ha lavorato in Germania ma non vi ha mai avuto la residenza fiscale non può applicare questa regola.

Come ottengo la certificazione dell’ufficio di Neubrandenburg?

La certificazione “a valenza unica” è rilasciata d’ufficio dall’ufficio delle imposte di Neubrandenburg, che è l’ufficio fiscale tedesco competente per i pensionati residenti all’estero. Se non l’hai ancora ricevuta, puoi contattare direttamente l’ufficio (Finanzamt Neubrandenburg) o richiedere assistenza tramite la Deutsche Rentenversicherung. La certificazione indica chiaramente la quota annua esente e può essere consegnata al tuo CAF per la compilazione della dichiarazione.

Ho sempre dichiarato l’intero importo lordo della pensione tedesca. Posso recuperare le imposte pagate in eccesso?

Sì, è possibile presentare una dichiarazione integrativa a favore del contribuente entro i termini previsti dalla legge (generalmente entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione originale). Con la certificazione di Neubrandenburg potrai dimostrare la quota esente e recuperare le imposte versate in eccesso per gli anni ancora in termine. È consigliabile farsi assistere da un CAF o da un esperto di fiscalità internazionale.

La pensione tedesca va indicata anche nel quadro RW?

No. Il quadro RW è destinato alla dichiarazione degli investimenti e delle attività finanziarie detenute all’estero (conti correnti, titoli, immobili). Una pensione pubblica estera è un reddito, non un’attività patrimoniale: non va nel quadro RW, ma nel quadro RC come reddito assimilato a lavoro dipendente.


Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

Agosto 25, 2026/0 Commenti/da Andrea Damiani
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Bonus Casa 2026: Ripresa Guidata dai Lavori sulle Prime Abitazioni

Notizie fiscali CAF Centro Fiscale

Il mercato dei bonus casa 2026 mostra segnali concreti di ripresa. Secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore, a trainare la crescita sono soprattutto i lavori sulle prime abitazioni, categoria che beneficia ancora di condizioni agevolate rispetto alle seconde case. Dopo il ridimensionamento delle aliquote avvenuto con la Legge di Bilancio 2025, il settore si sta assestando su nuovi equilibri, con i proprietari di prime case che continuano a investire in ristrutturazioni edilizie, efficientamento energetico e messa in sicurezza sismica.

Indice dei contenuti

  • Il mercato dei bonus casa nel 2026: i dati della ripresa
  • Prime abitazioni protagoniste della ripresa
  • Le detrazioni fiscali ancora disponibili nel 2026
  • Ecobonus e sismabonus: cosa resta nel 2026
  • Come accedere alle detrazioni per la prima casa
  • Domande frequenti sul bonus casa 2026

Il mercato dei bonus casa nel 2026: i dati della ripresa

Il settore delle ristrutturazioni edilizie agevolate sta vivendo una fase di ripresa selettiva. La stretta normativa introdotta dalla Legge di Bilancio 2025 (L. 207/2024) aveva ridotto le aliquote delle detrazioni per le ristrutturazioni, creando inizialmente un calo delle domande. Tuttavia, i dati più recenti raccolti da analisti del settore edilizio e riportati dal Sole 24 Ore mostrano come il comparto stia ritrovando il passo, grazie soprattutto alla componente delle prime abitazioni.

Il fenomeno è comprensibile: i proprietari di prima casa tendono a investire con maggiore continuità nella manutenzione e nel miglioramento dell’immobile rispetto ai proprietari di seconde case o agli investitori. La detrazione per la ristrutturazione della prima abitazione rimane tra le agevolazioni fiscali più utilizzate dagli italiani, assieme all’ISEE per accedere ad altri bonus sociali.

Prime abitazioni protagoniste della ripresa

La distinzione tra prima e seconda abitazione è diventata ancora più rilevante dopo le modifiche normative del 2025. Per le prime case, le detrazioni fiscali per ristrutturazioni edilizie mantengono condizioni più favorevoli, sia in termini di aliquota applicabile sia per quanto riguarda i limiti di spesa massima agevolabile. Questo differenziale di trattamento fiscale spinge naturalmente i proprietari di prima abitazione a pianificare e realizzare i lavori nei tempi previsti.

Tra i lavori più gettonati sulle prime abitazioni nel 2026 figurano:

  • Riqualificazione energetica: sostituzione di infissi, caldaie, installazione di pompe di calore
  • Ristrutturazioni ordinarie e straordinarie: rifacimento di bagni, cucine, impianti elettrici e idraulici
  • Messa in sicurezza sismica: interventi strutturali nelle zone a rischio sismico
  • Installazione di pannelli fotovoltaici e sistemi di accumulo energetico
  • Eliminazione delle barriere architettoniche: adattamenti per disabili e anziani

Questi interventi beneficiano di agevolazioni specifiche che si traducono in una riduzione diretta dell’IRPEF da pagare, spalmata in quote annuali per dieci anni. Per comprendere come queste detrazioni influiscono sulla dichiarazione dei redditi, è utile conoscere nel dettaglio le aliquote vigenti.

Le detrazioni fiscali ancora disponibili nel 2026

Con la Legge di Bilancio 2025 (L. 207/2024), il sistema delle detrazioni per le ristrutturazioni edilizie è stato riformato in modo significativo. La riforma ha introdotto aliquote differenziate in base alla tipologia dell’immobile (prima o seconda casa) e alla natura dei lavori. Il principio guida è quello di premiare chi investe sulla propria abitazione principale e sugli interventi che migliorano l’efficienza energetica del patrimonio edilizio nazionale.

Per il bonus ristrutturazione (disciplinato dall’art. 16-bis del TUIR), la detrazione si applica sulle spese per interventi di recupero edilizio. L’agevolazione consente di recuperare una quota delle spese sostenute attraverso la propria dichiarazione dei redditi, con benefici concreti nella riduzione delle imposte dovute. Il tetto di spesa e le aliquote specifiche dipendono dalla tipologia di intervento e dall’anno di sostenimento della spesa.

È importante sottolineare che le scadenze per la comunicazione ENEA restano un adempimento obbligatorio per molti interventi agevolati, in particolare per quelli di riqualificazione energetica. Trascorsi 90 giorni dalla fine dei lavori senza inviare la comunicazione, si rischia la perdita del beneficio fiscale. Il CAF Centro Fiscale di Udine assiste i propri clienti anche in questo adempimento.

Ecobonus e sismabonus: cosa resta nel 2026

Il Superbonus 110% è definitivamente terminato per i nuovi lavori, ma restano attive altre misure di sostegno all’efficienza energetica e alla sicurezza sismica. L’ecobonus, ovvero la detrazione per interventi di riqualificazione energetica degli edifici, continua ad essere uno strumento importante per chi vuole ridurre i consumi della propria prima casa e contestualmente beneficiare di un vantaggio fiscale. Gli interventi ammessi spaziano dalla coibentazione delle pareti alla sostituzione degli impianti di climatizzazione con soluzioni più efficienti.

Il sismabonus rappresenta invece l’incentivo per la messa in sicurezza delle abitazioni situate in zone a rischio sismico. L’Italia è un paese sismicamente attivo e il legislatore ha mantenuto questa agevolazione proprio per incentivare gli investimenti preventivi. Chi abita in zone classificate 1, 2 o 3 dal punto di vista sismico può accedere a detrazioni specifiche per interventi strutturali certificati da un tecnico abilitato.

Entrambe le misure si inseriscono in una strategia più ampia di efficientamento del parco immobiliare italiano, che rimane tra i più energivori d’Europa. La sinergia tra vantaggi fiscali e risparmio energetico nel lungo periodo è il motore principale che spinge i proprietari di prima casa a procedere comunque con i lavori, nonostante la riduzione delle aliquote rispetto agli anni del Superbonus.

Come accedere alle detrazioni per la prima casa

Per accedere alle detrazioni fiscali per i lavori sulla prima casa, è necessario rispettare alcune condizioni di base. Innanzitutto, l’immobile deve essere effettivamente destinato ad abitazione principale, ovvero il luogo in cui il contribuente ha la propria residenza anagrafica e dimora abituale. I lavori devono essere eseguiti da imprese regolarmente registrate e i pagamenti devono avvenire tramite bonifico bancario o postale parlante, che riporti la causale specifica del pagamento, il codice fiscale del beneficiario della detrazione e i dati del soggetto che esegue i lavori.

La documentazione da conservare è fondamentale per poter inserire correttamente le spese nella dichiarazione dei redditi 730. Tra i documenti necessari si trovano: le fatture dei lavori con l’indicazione della natura degli interventi, le ricevute dei bonifici parlanti, l’eventuale comunicazione ENEA per gli interventi energetici, e la documentazione tecnica (relazioni, titoli edilizi) ove richiesta. Il CAF Centro Fiscale di Udine supporta i propri clienti nell’inserimento corretto di queste spese nel modello 730.

Un errore frequente è quello di non rispettare le scadenze temporali per la comunicazione agli enti competenti o di non conservare la documentazione per il periodo richiesto dalla normativa. Le detrazioni si recuperano in dieci quote annuali uguali, quindi è necessario mantenere i documenti per tutto questo arco di tempo.

Domande frequenti sul bonus casa 2026

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.


Agosto 25, 2026/0 Commenti/da Andrea Damiani
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Pensione estera e italiana con gli stessi contributi esteri: come funziona il cumulo

Pensione 2026 INPS

Maturare una pensione sia in Italia sia all’estero usando gli stessi contributi versati in un paese straniero: è possibile? La risposta è sì, ma solo a precise condizioni. Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 21666/2025) ha chiarito i confini di questo meccanismo, ribadendo quando i contributi esteri possono essere valorizzati contemporaneamente in due ordinamenti previdenziali distinti.

Indice dei contenuti

  • Cosa dice la Cassazione sul cumulo dei contributi esteri
  • Come funziona il cumulo con gli accordi bilaterali
  • Requisiti per la pensione italiana con contributi esteri
  • Differenza tra cumulo e totalizzazione
  • Quando si applica il cumulo internazionale
  • Come fare domanda all’INPS
  • Domande frequenti

Cosa dice la Cassazione sul cumulo dei contributi esteri

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 21666/2025, ha affrontato un caso concreto: un lavoratore che aveva versato contributi in un paese straniero con cui l’Italia ha un accordo bilaterale di sicurezza sociale. La questione era se quegli stessi contributi potessero essere conteggiati sia per raggiungere i requisiti di accesso alla pensione italiana, sia per calcolare la pensione estera.

La Cassazione ha confermato che, nell’ambito degli accordi bilaterali, i contributi esteri possono essere “totalizzati”, ovvero sommati ai contributi italiani, per raggiungere la soglia minima di anni contributivi richiesta dalla legislazione italiana. Questo non significa ricevere due pensioni calcolate sugli stessi contributi, ma usare quegli anni per sbloccare il diritto alla pensione in entrambi i paesi, con calcoli separati.

Come funziona il cumulo con gli accordi bilaterali

Il principio alla base degli accordi bilaterali di sicurezza sociale è semplice: i lavoratori che hanno lavorato in più paesi non devono perdere i contributi versati all’estero. Grazie a questi accordi, i periodi assicurativi maturati nei paesi convenzionati vengono considerati come se fossero stati versati in Italia per il solo scopo di raggiungere il requisito minimo contributivo.

In pratica, il meccanismo funziona così:

  • Ogni paese calcola la propria pensione in modo autonomo, tenendo conto solo dei contributi effettivamente versati sul proprio territorio;
  • I periodi esteri vengono usati per sbloccare il diritto alla pensione italiana, ma non entrano nel calcolo dell’importo;
  • Il lavoratore percepisce due assegni separati: uno dall’Italia (calcolato sui soli contributi italiani) e uno dal paese estero (calcolato sui propri contributi).

L’Italia ha sottoscritto accordi bilaterali con numerosi paesi, tra cui Argentina, Australia, Brasile, Canada, Israele, Giappone, Repubblica di Corea, San Marino, Uruguay e vari altri. Per i paesi europei (UE, SEE e Svizzera) valgono invece i Regolamenti europei di coordinamento (n. 883/2004 e n. 987/2009), che seguono principi analoghi ma con procedure standardizzate.

Requisiti per la pensione italiana con contributi esteri

Per accedere alla pensione italiana utilizzando i contributi esteri in regime di totalizzazione, è necessario rispettare alcune condizioni fondamentali:

  • Avere almeno 1 anno di contributi versati in Italia (requisito minimo per poter azionare il meccanismo di totalizzazione);
  • Il paese estero deve avere un accordo bilaterale attivo con l’Italia o, per i paesi UE/SEE/Svizzera, essere soggetto ai regolamenti europei di coordinamento;
  • Rispettare i requisiti anagrafici previsti dalla normativa italiana: la pensione di vecchiaia richiede 67 anni di età con almeno 20 anni di contributi complessivi (italiani + esteri sommati), mentre la pensione anticipata richiede 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini (41 anni e 10 mesi per le donne);
  • Non aver ancora liquidato la pensione nel paese estero (in alcuni accordi è una condizione vincolante).

Differenza tra cumulo e totalizzazione

Spesso i termini “cumulo” e “totalizzazione” vengono usati come sinonimi, ma in realtà indicano strumenti diversi:

  • Totalizzazione internazionale (di cui si parla in questo articolo): si applica quando i contributi sono stati versati in paesi con cui l’Italia ha accordi bilaterali. I periodi esteri vengono usati per raggiungere i requisiti minimi, ma non entrano nel calcolo dell’importo della pensione italiana.
  • Cumulo dei contributi (istituto interno, L. 228/2012 e D.Lgs. 42/2006): permette di sommare periodi contributivi versati in diverse gestioni INPS (ad esempio gestione separata + fondo lavoratori dipendenti + artigiani) senza penalizzazioni, ai fini sia del diritto sia del calcolo della pensione. Non coinvolge contributi esteri.
  • Ricongiunzione: trasferimento fisico dei contributi da una gestione all’altra, con eventuale onere a carico del lavoratore.

Quando si applica il cumulo internazionale

Il meccanismo si attiva nelle seguenti situazioni tipiche:

  • Un lavoratore italiano ha vissuto e lavorato all’estero per alcuni anni e poi è rientrato in Italia;
  • Un lavoratore straniero ha lavorato in Italia per un periodo e ha contributi sia in Italia sia nel suo paese di origine;
  • Un lavoratore con carriera “spezzata” tra più paesi che da soli non garantiscono i requisiti minimi in nessuna giurisdizione.

La sentenza della Cassazione ha chiarito che la valorizzazione degli stessi contributi esteri in entrambi gli ordinamenti (italiano ed estero) non configura una “doppia pensione illegittima”, purché ogni paese calcoli la propria quota autonomamente sui contributi realmente versati sul proprio territorio. Quello che viene condiviso è solo il requisito di accesso, non la base di calcolo.

Come fare domanda all’INPS

La domanda per la pensione in regime di totalizzazione internazionale si presenta all’INPS tramite:

  • Il portale MyINPS (con SPID, CIE o CNS);
  • Un patronato abilitato, che gestisce gratuitamente le pratiche previdenziali internazionali.

L’INPS si occupa poi di coordinare la pratica con l’istituto previdenziale del paese estero, richiedendo il prospetto dei contributi versati. I tempi di lavorazione possono essere significativamente più lunghi rispetto a una pensione ordinaria (anche 12-18 mesi), proprio perché è necessario il raccordo tra i due sistemi previdenziali.

È consigliabile raccogliere per tempo tutta la documentazione relativa ai contributi esteri: estratti conto previdenziali del paese estero, buste paga, contratti di lavoro e, se necessario, traduzioni certificate. Un patronato esperto può guidare nella raccolta e nella corretta presentazione della domanda.


Domande frequenti

Posso ricevere una pensione italiana e una estera sugli stessi contributi?

Sì, ma con una precisazione importante: i contributi esteri vengono usati per raggiungere i requisiti minimi di accesso alla pensione italiana, ma l’importo della pensione italiana è calcolato solo sui contributi effettivamente versati in Italia. Non si tratta di una “doppia pensione” sugli stessi contributi, ma di due pensioni calcolate ciascuna sui contributi versati nel rispettivo paese.

Quanti anni di contributi italiani servono per la totalizzazione?

Di norma è sufficiente avere almeno 1 anno di contributi versati in Italia per poter attivare la totalizzazione con i contributi esteri. Il requisito specifico può variare in base all’accordo bilaterale tra l’Italia e il paese estero interessato.

Quali paesi hanno accordi bilaterali con l’Italia per la pensione?

L’Italia ha accordi bilaterali di sicurezza sociale con numerosi paesi extraeuropei, tra cui Argentina, Australia, Brasile, Canada, Giappone, Israele, Republic of Korea, San Marino, Uruguay e altri. Per i paesi dell’Unione Europea, dello Spazio Economico Europeo e la Svizzera si applicano invece i Regolamenti europei di coordinamento (883/2004 e 987/2009). L’elenco aggiornato è disponibile sul sito INPS.

Quanto tempo ci vuole per la pensione con totalizzazione internazionale?

I tempi sono generalmente più lunghi rispetto a una pensione ordinaria, spesso tra i 12 e i 18 mesi, a causa del necessario coordinamento tra gli istituti previdenziali dei due paesi. È fondamentale presentare la domanda con sufficiente anticipo rispetto alla data prevista di pensionamento.


Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

Agosto 25, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale
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Contributi agricoltura per prodotti DOP e IGP: scadenza il 24 settembre 2026

Notizie fiscali CAF Centro Fiscale

Indice dei contenuti

  • Cosa sono i contributi per DOP e IGP
  • Chi può fare domanda
  • Importi e agevolazioni disponibili
  • Come presentare la domanda
  • Scadenza del 24 settembre: perché non aspettare
  • Domande frequenti

I produttori agricoli che operano nel comparto delle eccellenze italiane — prodotti a Denominazione di Origine Protetta (DOP) e a Indicazione Geografica Protetta (IGP) — hanno a disposizione contributi specifici con una scadenza importante: il 24 settembre 2026. Chi coltiva o trasforma prodotti certificati con questi marchi di qualità europei deve affrettarsi per non perdere l’opportunità.

Cosa sono i contributi per DOP e IGP

La sigla DOP (Denominazione di Origine Protetta) identifica prodotti il cui intero processo — produzione, trasformazione ed elaborazione — avviene in un’area geografica determinata. La sigla IGP (Indicazione Geografica Protetta) si applica invece a prodotti per i quali almeno una fase del processo produttivo si svolge in una zona specifica.

L’Italia è il Paese europeo con il maggior numero di prodotti riconosciuti DOP e IGP: formaggi come il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano, insaccati come il Prosciutto di Parma, vini, olio d’oliva, frutta e verdura. Per sostenere chi opera in questi comparti, il Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare ha attivato un regime di aiuti dedicato, finanziato anche con risorse del Piano Strategico Nazionale (PSN) del Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale (FEASR).

L’obiettivo dei contributi è duplice: rafforzare la competitività delle filiere di qualità certificata e incentivare l’adesione ai sistemi di qualità da parte di nuovi produttori, sia a livello nazionale che europeo.

Chi può fare domanda

Possono accedere ai contributi i soggetti che soddisfano i seguenti requisiti:

  • Agricoltori e produttori agricoli che hanno aderito, per la prima volta, a un regime di qualità riconosciuto a livello europeo (DOP, IGP, STG) o nazionale (prodotti di montagna, agricoltura integrata).
  • Gruppi di produttori e cooperative agricole che operano collettivamente in un sistema di qualità certificata.
  • Consorzi di tutela dei prodotti DOP e IGP, che svolgono attività di promozione, comunicazione e informazione nei confronti dei consumatori.
  • Soggetti che svolgono attività di informazione e promozione dei prodotti nel mercato interno europeo.

Requisito fondamentale per i singoli produttori: l’adesione deve essere recente, cioè avvenuta in un periodo definito dal bando. Non possono accedere coloro che erano già iscritti al sistema di qualità da molti anni: il contributo è pensato proprio per incentivare i nuovi ingressi.

Importi e agevolazioni disponibili

I contributi coprono diverse tipologie di spese e attività:

  • Costi di adesione ai sistemi di qualità: spese annuali di iscrizione e quote associative ai consorzi di tutela.
  • Costi dei controlli: le verifiche obbligatorie effettuate dagli organismi di certificazione accreditati rappresentano un onere significativo; il contributo può coprire fino all‘80% di questi costi.
  • Attività di informazione e promozione: campagne rivolte ai consumatori nel mercato interno, partecipazione a fiere e manifestazioni, materiali informativi.

Per i singoli produttori agricoli, il contributo massimo ammissibile è generalmente calcolato su base annua per un periodo massimo di tre anni dall’adesione al sistema. I massimali esatti sono definiti dai bandi regionali, che recepiscono le disposizioni del PSN nazionale.

Per i consorzi e i gruppi di produttori che svolgono attività promozionali, il tasso di cofinanziamento pubblico può arrivare fino al 70% delle spese ammissibili, con un tetto massimo variabile in base alla misura attivata dalla singola Regione.

Come presentare la domanda

La procedura di presentazione della domanda è gestita a livello regionale attraverso i portali degli Organismi Pagatori Regionali (OPR) o di AGEA (Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura) per le regioni senza OPR proprio. I passi da seguire sono:

  1. Accesso al portale SIAN (Sistema Informativo Agricolo Nazionale) con le proprie credenziali SPID, CIE o CNS.
  2. Compilazione della domanda online, allegando la documentazione richiesta: certificato di iscrizione al sistema di qualità, quietanze di pagamento delle quote, preventivi o fatture per le spese di controllo.
  3. Firma digitale e invio entro il termine perentorio del 24 settembre 2026.
  4. Conservazione della ricevuta di invio, che costituisce prova dell’avvenuta presentazione nei termini.

Chi non è familiare con le procedure burocratiche agricole può rivolgersi ai CAF e ai centri di assistenza agricola (CAA) abilitati, che possono supportare nella compilazione della domanda e nel raccogliere la documentazione necessaria.

Scadenza del 24 settembre: perché non aspettare

Il termine del 24 settembre 2026 è perentorio: le domande presentate dopo questa data non saranno ammesse all’istruttoria, indipendentemente dalla motivazione del ritardo. Non esistono proroghe automatiche.

Ci sono almeno tre buone ragioni per non rimandare:

  • Raccolta documentazione: ottenere i certificati aggiornati dai consorzi di tutela e raccogliere le fatture delle spese di controllo può richiedere diversi giorni.
  • Problemi tecnici nei portali: nelle ultime ore prima della scadenza i sistemi informatici tendono a essere congestionati. Presentare la domanda con anticipo evita il rischio di blocchi tecnici dell’ultimo momento.
  • Verifica dei requisiti: un intermediario professionale (CAA o patronato) ha bisogno di tempo per verificare che tutti i requisiti siano soddisfatti e che la documentazione sia completa e corretta.

Con meno di un mese alla scadenza, chi intende presentare domanda dovrebbe attivarsi entro questa settimana per avere il tempo necessario a raccogliere tutto il materiale richiesto.

Domande frequenti

Posso accedere ai contributi se produco un solo prodotto DOP?

Sì, i contributi non richiedono di avere un portafoglio prodotti ampio. È sufficiente essere iscritti a un sistema di qualità riconosciuto — anche per un unico prodotto — e soddisfare gli altri requisiti previsti dal bando.

Le spese devono essere già sostenute al momento della domanda?

Dipende dal tipo di misura. Per le spese di adesione e controllo solitamente sì: occorre dimostrare di averle già pagate con relative fatture e quietanze. Per le attività promozionali, in alcuni casi è possibile presentare preventivi per spese future, con successivo saldo a rendicontazione.

Cosa succede se presento la domanda incompleta?

L’Organismo Pagatore può richiedere integrazioni documentali entro un termine specifico (solitamente 15-30 giorni dalla notifica). Se la documentazione integrativa non viene fornita nei tempi richiesti, la domanda può essere rigettata per incompletezza.

I contributi DOP e IGP sono cumulabili con altri aiuti agricoli?

In linea generale sì, ma con limiti precisi. È necessario verificare le regole de minimis e i massimali di aiuto complessivi previsti dalla normativa europea sugli aiuti di Stato in agricoltura. Un esperto del settore può aiutarti a verificare la compatibilità con altri contributi già percepiti.


Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

Agosto 25, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale
https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-08-25 14:22:002026-08-26 08:15:40Contributi agricoltura per prodotti DOP e IGP: scadenza il 24 settembre 2026
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Pagamenti INPS Settembre 2026: Calendario Completo Pensioni, Assegno Unico, NASpI e ADI

Pensione 2026 INPS

Il calendario dei pagamenti INPS di settembre 2026 include le date di accredito per pensioni, NASpI, Assegno Unico, ADI, Bonus Nido e altre prestazioni. Settembre è un mese particolarmente importante: oltre ai consueti accrediti, proseguono i rimborsi 730 per dipendenti e pensionati e scade il termine ultimo per la presentazione della dichiarazione dei redditi.

In questa guida trovi tutte le date ufficiali INPS di settembre 2026, con il calendario completo per ogni prestazione, le istruzioni per verificare i pagamenti su MyINPS e un promemoria sulle scadenze fiscali del mese.

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Indice dei contenuti

  • Calendario riepilogativo pagamenti settembre 2026
  • Pensioni settembre 2026: calendario Poste e banche
  • NASpI settembre 2026: data accredito
  • Assegno Unico settembre 2026: quando arriva
  • Assegno di Inclusione (ADI) settembre 2026
  • Bonus Nido: rimborsi settembre 2026
  • Bonus Mamme: esonero contributivo settembre 2026
  • Rimborso 730 settembre 2026
  • Scadenza 730: promemoria 30 settembre
  • Come verificare i pagamenti su MyINPS
  • Domande frequenti

Calendario riepilogativo pagamenti INPS settembre 2026

Ecco il quadro completo di tutti i pagamenti INPS in arrivo a settembre 2026, con le date previste per ogni prestazione:

Prestazione INPSData pagamento settembre 2026Modalità
Pensioni (banca)1° settembreAccredito su c/c
Pensioni (Poste)1-7 settembreCalendario alfabetico
NASpI10-20 settembreAccredito su IBAN
Assegno Unico16-17-18 settembreAccredito su IBAN
Assegno di Inclusione (ADI)27 settembreCarta ADI
Bonus Nido (rimborsi)Entro fine settembreAccredito su IBAN
Bonus Mamme (esonero)In busta paga settembreTramite datore di lavoro
Rimborso 730In busta paga/cedolino settembreTramite sostituto d’imposta

Pensioni settembre 2026: calendario Poste e banche

Le pensioni di settembre 2026 vengono pagate secondo il consueto calendario scaglionato per gli utenti di Poste Italiane (libretto postale, Postepay Evolution, conto BancoPosta), mentre per chi ha domiciliazione bancaria l’accredito avviene il primo giorno bancabile del mese.

Pagamento pensioni alle Poste (calendario alfabetico)

Per evitare assembramenti, Poste Italiane mantiene il calendario scaglionato per cognome per i ritiri in contanti agli sportelli. Ecco il calendario di settembre 2026:

Cognome (iniziale)Data ritiro settembre 2026
A – BMartedì 1° settembre
C – DMercoledì 2 settembre
E – KGiovedì 3 settembre
L – OVenerdì 4 settembre
P – RSabato 5 settembre (solo mattina)
S – ZLunedì 7 settembre

Nota: Chi ha l’accredito su libretto/conto postale riceve il pagamento il 1° settembre 2026, indipendentemente dal cognome. Il calendario alfabetico vale solo per chi ritira contanti allo sportello.

Pagamento pensioni in banca

Per chi ha la domiciliazione bancaria (conto corrente presso banche tradizionali o digitali), l’accredito della pensione di settembre 2026 avviene il 1° settembre 2026 (martedì), primo giorno lavorativo del mese.

Importi pensioni settembre 2026: gli importi restano invariati, con la perequazione 2026 già applicata da gennaio. A settembre potrebbe essere presente il conguaglio IRPEF derivante dal modello 730, con eventuale rimborso o trattenuta aggiuntiva sul cedolino.

NASpI settembre 2026: data accredito

Il pagamento della NASpI di settembre 2026 viene accreditato tra il 10 e il 20 settembre 2026. La data esatta dipende dall’elaborazione individuale dei pagamenti da parte dell’INPS e dal giorno di presentazione della domanda originale.

La NASpI viene erogata mensilmente e l’importo si riduce del 3% ogni mese a partire dal sesto mese di percezione (ottavo mese per gli over 55). Per settembre l’importo massimo mensile lordo è pari a 1.562,82 euro (tetto 2026 aggiornato ISTAT).

Come verificare la data esatta NASpI

  • Accedi a MyINPS con SPID, CIE o CNS
  • Vai su “Prestazioni e servizi” → “NASpI”
  • Controlla la sezione “Pagamenti” per vedere la data di disposizione e l’importo
  • Lo stato “In elaborazione” indica che il pagamento è in lavorazione

Assegno Unico settembre 2026: quando arriva

L’Assegno Unico di settembre 2026 viene erogato dall’INPS tra il 16 e il 18 settembre 2026. Le date precise sono:

  • Mercoledì 16 settembre – primo blocco di pagamenti
  • Giovedì 17 settembre – secondo blocco
  • Venerdì 18 settembre – terzo e ultimo blocco

L’accredito avviene direttamente sull’IBAN indicato nella domanda (conto corrente, carta prepagata con IBAN).

Importi Assegno Unico settembre 2026: L’importo dipende dall’ISEE in corso di validità. Con ISEE fino a 17.090,61 euro spettano 199,40 euro per figlio (importo base rivalutato 2026). Senza ISEE o con ISEE oltre 45.574,96 euro l’importo minimo è di 57 euro per figlio.

Attenzione: Se non hai ancora aggiornato l’ISEE 2026, l’Assegno Unico viene erogato con l’importo minimo. Aggiorna l’ISEE il prima possibile per ricevere l’importo pieno con gli arretrati.

Assegno di Inclusione (ADI) settembre 2026

L’Assegno di Inclusione (ADI) di settembre 2026 viene accreditato il 27 settembre 2026 (domenica – l’accredito effettivo avviene il lunedì 28 settembre) sulla Carta di Inclusione. La data vale sia per chi è al primo pagamento sia per i rinnovi mensili.

Requisiti confermati per settembre:

  • ISEE in corso di validità non superiore a 9.360 euro
  • Nucleo familiare con almeno un componente disabile, minorenne, over 60 o in condizione di svantaggio
  • Reddito familiare non superiore a 6.000 euro annui (moltiplicato per il parametro della scala di equivalenza)
  • Aver sottoscritto il Patto di Attivazione Digitale (PAD) su SIISL

L’importo massimo dell’ADI è pari a 6.000 euro annui (500 euro mensili), incrementato fino a 7.560 euro per nuclei composti da over 67 o con disabili gravi.

Bonus Nido: rimborsi settembre 2026

A settembre 2026 proseguono i rimborsi del Bonus Nido per le rette degli asili nido (pubblici e privati autorizzati) e per le forme di assistenza domiciliare per bambini sotto i 3 anni con gravi patologie.

Importi Bonus Nido 2026:

  • ISEE fino a 25.000 euro: 3.000 euro annui (272,73 euro/mese per 11 mensilità)
  • ISEE da 25.001 a 40.000 euro: 2.500 euro annui (227,27 euro/mese)
  • ISEE oltre 40.000 euro: 1.500 euro annui (136,37 euro/mese)
  • Maggiorazione secondo figlio: Con ISEE fino a 40.000 euro e un altro figlio sotto i 10 anni, il bonus sale fino a 3.600 euro annui

I rimborsi di settembre coprono le ricevute di pagamento già caricate su MyINPS nei mesi precedenti. Per ricevere il rimborso è necessario aver presentato domanda e allegato le ricevute delle rette pagate.

Bonus Mamme: esonero contributivo settembre 2026

Il Bonus Mamme 2026 prosegue anche a settembre con l’esonero contributivo per le lavoratrici dipendenti (pubbliche e private) con almeno 2 figli. L’esonero si applica direttamente in busta paga tramite il datore di lavoro.

Requisiti e importi:

  • Mamme con 2 figli (di cui il più piccolo sotto i 10 anni): esonero contributivo fino a 3.000 euro annui (250 euro/mese)
  • Mamme con 3 o più figli (di cui il più piccolo sotto i 18 anni): esonero pieno della quota IVS a carico della lavoratrice
  • Si applica sia a contratti a tempo indeterminato sia a tempo determinato

Il bonus è visibile nella busta paga di settembre come riduzione dei contributi INPS trattenuti, con un conseguente aumento del netto in busta.

Rimborso 730 settembre 2026

A settembre 2026 proseguono i rimborsi IRPEF derivanti dal modello 730. Per chi ha presentato la dichiarazione entro luglio-agosto, i rimborsi arrivano secondo questo schema:

Rimborso per lavoratori dipendenti

Il rimborso viene erogato direttamente in busta paga dal datore di lavoro (sostituto d’imposta). Per le dichiarazioni presentate tra il 1° e il 31 luglio, il rimborso arriva generalmente con lo stipendio di settembre.

Rimborso per pensionati

Per i pensionati, il rimborso 730 viene accreditato direttamente sul cedolino della pensione. Le tempistiche dipendono dalla data di presentazione:

  • 730 presentato entro il 30 giugno → rimborso da agosto/settembre
  • 730 presentato a luglio → rimborso da settembre/ottobre
  • 730 presentato ad agosto → rimborso da ottobre/novembre

Attenzione ai debiti: Se dal 730 risulta un debito IRPEF, la trattenuta avviene con le stesse tempistiche. In caso di importi elevati, è possibile richiedere la rateizzazione (massimo 5 rate da luglio a novembre).

Scadenza 730: promemoria 30 settembre 2026

Attenzione: il 30 settembre 2026 (mercoledì) è il termine ultimo per la presentazione del modello 730/2026 relativo ai redditi 2025. Dopo questa data non sarà più possibile presentare il 730 e sarà necessario ricorrere al modello Redditi PF (ex Unico), con scadenza al 30 novembre.

Cosa fare prima del 30 settembre:

  • Verificare se hai già presentato il 730 (controlla su MyINPS o nel cassetto fiscale dell’Agenzia delle Entrate)
  • Se non l’hai ancora fatto, prenota subito un appuntamento al CAF per evitare code dell’ultimo momento
  • Raccogliere tutti i documenti necessari: CU 2026, spese mediche, interessi mutuo, spese scolastiche, ecc.
  • Aggiornare l’ISEE 2026 se necessario per bonus e detrazioni

⚠️ Scadenza 730: 30 settembre 2026

Non aspettare l’ultimo giorno. Prenota ora il tuo appuntamento al CAF Centro Fiscale di Udine per la compilazione del 730.

Telefono: 0432 1638640 | WhatsApp: 366 6018121

Come verificare i pagamenti su MyINPS

Per controllare lo stato dei pagamenti INPS di settembre 2026, segui questi passaggi:

Accesso a MyINPS

  1. Vai su www.inps.it
  2. Clicca su “Accedi ai servizi” in alto a destra
  3. Autenticati con SPID, CIE (Carta d’Identità Elettronica) o CNS
  4. Vai su “I tuoi servizi e prestazioni”

Dove trovare i pagamenti per ogni prestazione

PrestazioneDove controllare su MyINPS
PensioneCedolino pensione → “Confronta cedolini”
NASpINASpI → “Consultazione domande” → “Pagamenti”
Assegno UnicoAssegno Unico → “Consultazione importi” → “Pagamenti”
ADIAssegno di Inclusione → “Stato domanda e pagamenti”
Bonus NidoBonus asilo nido → “Le mie domande” → “Dettaglio pagamenti”

App INPS Mobile: Puoi controllare i pagamenti anche dall’app INPS Mobile (disponibile su iOS e Android), accedendo con le stesse credenziali SPID/CIE.

Cosa fare in caso di ritardo

Se il pagamento non arriva entro 5 giorni lavorativi dalla data prevista:

  1. Verifica su MyINPS che non ci siano comunicazioni di sospensione o richiesta di documentazione integrativa
  2. Controlla l’IBAN indicato nella domanda: un IBAN errato o un conto chiuso bloccano il pagamento
  3. Contatta il Contact Center INPS: 803 164 (da fisso, gratuito) oppure 06 164 164 (da mobile, a pagamento)
  4. Rivolgiti al patronato o al CAF per verificare lo stato della pratica e sollecitare il pagamento

Quando vengono pagate le pensioni di settembre 2026?

Le pensioni di settembre 2026 vengono pagate il 1 settembre per chi ha accredito bancario o su libretto postale. Per il ritiro in contanti alle Poste il calendario va dal 1 al 7 settembre, in base alla lettera iniziale del cognome.

Quando arriva la NASpI di settembre 2026?

La NASpI di settembre 2026 viene accreditata tra il 10 e il 20 settembre 2026. La data esatta dipende dall elaborazione dei pagamenti da parte dell INPS e dalla data di presentazione della domanda.

Quando viene pagato l Assegno Unico di settembre 2026?

L Assegno Unico di settembre 2026 viene erogato dall INPS tra il 16 e il 18 settembre 2026 con accredito diretto su IBAN.

Quando arriva l ADI a settembre 2026?

L Assegno di Inclusione ADI di settembre 2026 viene accreditato il 27 settembre sulla Carta di Inclusione.

Entro quando si puo presentare il 730 nel 2026?

Il termine ultimo per la presentazione del modello 730/2026 e il 30 settembre 2026. Dopo questa data e necessario presentare il modello Redditi PF con scadenza 30 novembre.

Come faccio a controllare se il pagamento INPS e stato fatto?

Puoi controllare i pagamenti INPS accedendo a MyINPS sul sito www.inps.it con SPID CIE o CNS oppure tramite l app INPS Mobile. Vai nella sezione Pagamenti della tua prestazione.

Quando arriva il rimborso del 730 a settembre?

Il rimborso 730 per i lavoratori dipendenti arriva in busta paga a settembre per le dichiarazioni presentate entro luglio. Per i pensionati il rimborso arriva sul cedolino pensione di settembre o ottobre.


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    Alexandra Bala
    04/09/2026
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    Esperienza più che positiva, puntualità e professionalità, in particolare un grazie a Edison per la sua competenza e gentilezza. Lo consiglio.
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    01/09/2026
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    Giulia Guida
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    Paola Zilli
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    Parlo per la mia esperienza nella sede di Cividale, seguita da Sara. Mi sono rivolta a questo CAF più volte per pratiche diverse (con ottime tempistiche), e tutte le volte Sara è stata gentilissima, disponibile, precisa, chiara e paziente nello spiegarmi le varie procedure. Colgo l’occasione per ringraziarla ancora, e consiglio assolutamente questo ufficio a chi avesse bisogno d’aiuto per pratiche di loro competenza!
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    Maura Masutto
    06/08/2026
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    Sibongile Moyana
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    Quella che era iniziata come un'esperienza terribile si è trasformata in un'esperienza davvero positiva. Sono felice dell'ottimo servizio che ho ricevuto per la dichiarazione dei redditi. Grazie a Edison per la sua ottima comunicazione e professionalità.
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    Sabrina Cirina
    23/07/2026
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    Caf gestito da giovani fantastici, preparati e competenti. Voto 10 per Edison
     

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    Agosto 25, 2026/0 Commenti/da Andrea Damiani
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    Riscatto laurea automatico per docenti e ATA: la proposta per equipararli ai militari

    riscatto anni laurea CAF Udine

    Il personale scolastico potrebbe presto beneficiare di un riscatto automatico della laurea ai fini pensionistici, sulla falsariga di quanto già avviene per le Forze Armate. Una proposta parlamentare in discussione mira ad eliminare le differenze di trattamento tra categorie di lavoratori pubblici, permettendo a docenti e personale ATA di valorizzare il proprio titolo di studio senza dover sostenere i costi del riscatto ordinario. Ecco cosa sappiamo finora.

    Indice dei contenuti

    • Cosa prevede la proposta parlamentare
    • Come funziona oggi il riscatto automatico per i militari
    • Riscatto ordinario vs agevolato: le differenze
    • Chi riguarda la proposta: docenti e personale ATA
    • Iter parlamentare e tempistiche
    • Domande frequenti

    Cosa prevede la proposta parlamentare

    La proposta prevede che i periodi universitari corrispondenti alla durata legale del corso di laurea vengano computati automaticamente ai fini della pensione per docenti e personale ATA (Amministrativo, Tecnico e Ausiliario) delle scuole pubbliche. Il meccanismo ricalca quello in vigore per le Forze Armate, dove i militari di carriera vedono riconosciuti d’ufficio gli anni di formazione accademica senza dover presentare domanda né sostenere oneri economici.

    In concreto, si tratterebbe di un riconoscimento a titolo gratuito (o quasi) dei periodi di studio universitari, senza che il lavoratore debba calcolare il costo del riscatto tradizionale né versare somme all’INPS. L’obiettivo dichiarato è garantire maggiore equità previdenziale tra categorie di dipendenti pubblici che, pur avendo percorsi formativi simili, godono di diritti pensionistici molto diversi.

    Come funziona oggi il riscatto automatico per i militari

    Per i militari di carriera è già in vigore un sistema di riconoscimento automatico della laurea ai fini previdenziali. In pratica, gli anni corrispondenti alla durata legale del corso di studi vengono aggiunti d’ufficio all’anzianità contributiva, senza che l’interessato debba presentare domanda all’INPS né pagare alcunché. Questo meccanismo permette di anticipare la data di pensionamento o di aumentare l’importo dell’assegno previdenziale.

    Il principio di fondo è che la formazione accademica, pur non essendo un periodo lavorativo in senso stretto, rappresenta una fase necessaria per accedere alla carriera. Le Forze Armate hanno ottenuto questo riconoscimento in virtù della specificità del percorso professionale militare. La proposta ora in esame vuole estendere lo stesso principio al comparto scuola, ritenendo che anche la laurea di un futuro insegnante sia un prerequisito indispensabile per il lavoro.

    Riscatto ordinario vs agevolato: le differenze

    Per capire la portata della proposta, è utile ricordare come funziona il riscatto della laurea per chi oggi vuole valorizzare gli anni di studio ai fini pensionistici.

    • Riscatto ordinario: il costo viene calcolato applicando l’aliquota contributiva vigente alla retribuzione dell’anno precedente alla domanda, moltiplicato per gli anni da riscattare. Il costo può essere molto elevato, spesso tra 30.000 e 60.000 euro per una laurea quadriennale o quinquennale.
    • Riscatto agevolato: introdotto in via sperimentale, prevede un costo fisso ridotto per i giovani under 45 privi di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995. Il costo è notevolmente inferiore rispetto all’ordinario ma rimane comunque significativo.
    • Riscatto automatico (solo militari, per ora): nessun costo, nessuna domanda, riconoscimento d’ufficio. È esattamente questo il modello che la proposta parlamentare vorrebbe estendere al personale scolastico.

    Se la proposta diventasse legge, docenti e ATA potrebbero quindi maturare gli anni di pensione corrispondenti alla laurea senza alcun esborso, con un vantaggio economico potenzialmente molto rilevante. Per approfondire il funzionamento del riscatto della laurea nelle sue forme attuali, puoi leggere la nostra guida completa al riscatto laurea 2026.

    Chi riguarda la proposta: docenti e personale ATA

    La proposta riguarderebbe, stando alle prime indicazioni, tutto il personale della scuola pubblica inquadrato nel comparto istruzione e ricerca:

    • Docenti di ogni ordine e grado (scuola dell’infanzia, primaria, secondaria di primo e secondo grado), inclusi i supplenti di ruolo.
    • Personale ATA (Amministrativo, Tecnico e Ausiliario): collaboratori scolastici, assistenti amministrativi, assistenti tecnici, direttori dei servizi generali e amministrativi (DSGA) che possiedono un titolo di laurea.

    Non è ancora chiaro se il beneficio si applicherebbe solo a chi ha già un contratto a tempo indeterminato o anche ai precari con contratti a termine. Questi dettagli dipenderanno dal testo definitivo della norma, qualora l’iter parlamentare si concluda positivamente.

    Iter parlamentare e tempistiche

    Al momento la proposta è in fase di discussione parlamentare e non ha ancora ricevuto il via libera definitivo. L’iter legislativo italiano prevede diversi passaggi: approvazione in commissione, votazione in aula alla Camera o al Senato, poi passaggio all’altro ramo del Parlamento. Prima dell’eventuale entrata in vigore occorre anche verificare la copertura finanziaria: il riconoscimento automatico della laurea per un’intera categoria di lavoratori pubblici comporterebbe costi significativi per le casse previdenziali.

    Non ci sono quindi date certe per l’approvazione o l’entrata in vigore. Come accade spesso per le riforme previdenziali, i tempi potrebbero essere lunghi e il testo definitivo potrebbe differire dalla proposta iniziale. Consigliamo di seguire gli aggiornamenti ufficiali e di consultare un patronato o il CAF di riferimento per valutare la propria situazione pensionistica personale, soprattutto se si è già in possesso di un titolo universitario e si lavora nella scuola pubblica.


    Domande frequenti

    Il riscatto automatico della laurea per i docenti è già legge?

    No. Al momento si tratta di una proposta parlamentare in discussione, non ancora approvata. La normativa vigente non prevede il riscatto automatico per il personale scolastico.

    I docenti possono già riscattare la laurea?

    Sì, ma con le modalità ordinarie: riscatto oneroso (costo calcolato sull’aliquota contributiva applicata alla retribuzione) o riscatto agevolato (costo fisso ridotto, per alcune categorie). Non esiste ancora un riscatto gratuito automatico come per i militari.

    Quanto costa oggi riscattare la laurea per un insegnante?

    Il costo varia in base alla retribuzione, all’aliquota contributiva e agli anni da riscattare. In media, per un docente, si parla di importi che possono superare i 30.000-50.000 euro per un corso di laurea quinquennale con il riscatto ordinario. Il riscatto agevolato ha costi inferiori ma è soggetto a requisiti specifici.

    Il personale ATA senza laurea è coinvolto dalla proposta?

    No. La proposta riguarda chi è in possesso di un titolo universitario. Il personale ATA privo di laurea non sarebbe interessato dal beneficio del riscatto automatico, che per definizione si applica solo agli anni del corso di studi universitari.


    Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

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    Precari in Italia: la classifica delle categorie più colpite dai contratti a termine

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    Indice dei contenuti

    • Cosa sono i contratti a termine
    • La classifica delle categorie più colpite
    • I settori a maggior rischio di precarietà
    • Normativa vigente nel 2026
    • I diritti del lavoratore a termine
    • Domande frequenti

    Cosa sono i contratti a termine

    Il contratto a termine (o contratto a tempo determinato) è un rapporto di lavoro subordinato con una data di scadenza fissata già all’inizio. A differenza del contratto a tempo indeterminato, che dura fino a dimissioni o licenziamento, il contratto a termine si estingue automaticamente alla data stabilita.

    In Italia, il contratto a termine è disciplinato dal Decreto Legislativo 81/2015 (come modificato dal Decreto Dignità del 2018 e dalle successive modifiche). Le aziende possono assumerlo liberamente per una durata massima di 12 mesi, mentre per durate superiori fino a 24 mesi è necessario indicare una delle causali previste dalla legge (esigenze temporanee e oggettive, sostituzione di personale assente, incrementi temporanei di attività).

    Secondo i dati più recenti dell’ISTAT e dell’INPS, in Italia i lavoratori con contratto a termine sono circa 3 milioni, pari a circa il 14-15% del totale degli occupati dipendenti. Una quota significativa che, però, non si distribuisce in modo uniforme tra i settori economici.

    La classifica delle categorie più colpite

    Un’analisi recente pubblicata da QuiFinanza, basata sui dati delle comunicazioni obbligatorie al Ministero del Lavoro e delle rilevazioni ISTAT, fotografa la situazione della precarietà in Italia per settore e profilo lavorativo. Ecco le categorie più colpite dai contratti a termine.

    1. Lavoratori dello spettacolo e dello sport

    La categoria con la percentuale più alta di contratti a termine è quella dei lavoratori dello spettacolo e dello sport. Attori, tecnici teatrali, musicisti, ballerini e sportivi professionisti lavorano quasi esclusivamente con contratti a progetto o a termine, spesso di durata brevissima (da qualche giorno a qualche mese). La discontinuità è strutturale in questo settore.

    2. Istruzione e formazione

    Il comparto dell’istruzione pubblica è da anni uno dei principali “produttori” di lavoro precario in Italia. Insegnanti supplenti, personale ATA (assistenti amministrativi, collaboratori scolastici) e docenti universitari con assegni di ricerca o contratti a tempo determinato costituiscono una platea amplissima. Il fenomeno del cosiddetto precariato scolastico conta centinaia di migliaia di lavoratori che attendono la stabilizzazione da anni, spesso con contratti annuali rinnovati al 31 agosto.

    3. Turismo, ristorazione e alloggio

    Camerieri, cuochi, addetti alla reception, guide turistiche e stagionali di ogni tipo rientrano tra le categorie con la maggiore incidenza di contratti a termine. La natura stagionale del turismo italiano (con picchi estivi e invernali) rende strutturalmente temporanei migliaia di contratti. Tuttavia, molte aziende del settore tendono a rinnovare gli stessi lavoratori anno dopo anno, creando una forma di precarietà “ricorrente”.

    4. Agricoltura e lavoro stagionale

    L’agricoltura italiana si regge su una forza lavoro in larga parte stagionale. Raccoglitori di frutta e verdura, potatori, operai di cantina: la maggioranza lavora con contratti a termine di brevissima durata, spesso anche di pochi giorni. In questo settore, la precarietà è amplificata dall’alto ricorso al lavoro in nero e al caporalato, fenomeni ancora diffusi nonostante le misure di contrasto.

    5. Commercio e grande distribuzione

    Nel commercio al dettaglio e nella grande distribuzione organizzata (GDO) i contratti a termine vengono usati spesso per coprire i periodi di picco (Natale, saldi, Black Friday) o per sostituire personale assente. Gli addetti alle vendite e alle casse sono tra i profili più coinvolti, con forte presenza femminile e giovanile.

    I settori a maggior rischio di precarietà

    Oltre alle categorie sopra elencate, altri settori presentano un’incidenza elevata di contratti a termine:

    • Sanità e assistenza sociale: operatori socio-sanitari (OSS), infermieri e medici nei servizi pubblici e privati convenzionati vengono spesso assunti con contratti a tempo determinato, soprattutto nelle cooperative che gestiscono servizi in appalto.
    • Comunicazione e media: giornalisti, grafici, content creator e addetti agli uffici stampa lavorano sempre più spesso con contratti a termine o collaborazioni, anche quando svolgono funzioni continuative.
    • Logistica e magazzino: il boom dell’e-commerce ha portato a un’esplosione di contratti a termine nel settore della logistica, con lavoratori di magazzino assunti per coprire picchi di domanda (Amazon Prime Day, Black Friday, feste natalizie).
    • Call center: gli operatori telefonici di call center in outsourcing lavorano quasi sempre con contratti a termine o a progetto, con elevato turnover e instabilità.

    I dati mostrano anche una forte correlazione geografica: il Sud Italia e le isole presentano tassi di lavoro a termine più elevati rispetto al Nord, dove l’industria manifatturiera garantisce maggiore stabilità occupazionale.

    Normativa vigente nel 2026

    La disciplina del contratto a termine in Italia nel 2026 è regolata principalmente dal D.Lgs. 81/2015 (Jobs Act), con le modifiche introdotte dal Decreto Dignità (D.L. 87/2018, conv. L. 96/2018) e dagli interventi successivi.

    Le regole principali attualmente in vigore sono:

    • Durata massima: il contratto a termine può durare al massimo 24 mesi (compresi i rinnovi) tra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore per lo stesso tipo di mansioni.
    • Causali obbligatorie: oltre i 12 mesi (o dal primo rinnovo), è necessario indicare una causale giustificativa, che può essere: esigenze temporanee e oggettive estranee all’attività ordinaria; esigenze di sostituzione di altri lavoratori; esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili dell’attività ordinaria. Le causali possono essere anche quelle definite dai contratti collettivi nazionali (CCNL) di categoria.
    • Numero massimo: i lavoratori a termine non possono superare il 20% dell’organico a tempo indeterminato (con eccezioni per le imprese con meno di 5 dipendenti e per alcune categorie).
    • Intervallo tra contratti: tra un contratto e il successivo devono passare almeno 10 giorni (per contratti fino a 6 mesi) o 20 giorni (per contratti superiori a 6 mesi), pena la conversione automatica in contratto a tempo indeterminato.

    I diritti del lavoratore a termine

    Il lavoratore assunto con contratto a termine ha gli stessi diritti del collega a tempo indeterminato per quanto riguarda:

    • Retribuzione: stessa paga e stessi inquadramenti contrattuali previsti dal CCNL applicato.
    • Ferie e permessi: diritto alle ferie annuali (minimo 4 settimane) e ai permessi previsti dalla legge e dal contratto.
    • TFR (Trattamento di Fine Rapporto): matura in proporzione ai mesi lavorati e viene corrisposto alla fine del contratto.
    • Malattia e maternità: copertura INPS per malattia (con il requisito dei 3 giorni di carenza) e indennità di maternità.
    • NASpI: al termine del contratto, se si maturano i requisiti contributivi (almeno 13 settimane di contributi nei 4 anni precedenti e 30 giornate effettive di lavoro nell’ultimo anno), si ha diritto alla NASpI (indennità di disoccupazione).

    Se il datore di lavoro non rispetta le regole sui contratti a termine (ad esempio supera i 24 mesi senza conversione, o non rispetta i periodi di intervallo), il contratto si converte automaticamente in contratto a tempo indeterminato a partire dalla data della violazione.

    Domande frequenti

    Quanti lavoratori precari ci sono in Italia?

    Secondo le stime ISTAT più recenti, i lavoratori dipendenti con contratto a tempo determinato in Italia sono circa 3 milioni, pari al 14-15% degli occupati dipendenti totali. Il fenomeno è particolarmente concentrato nei settori del turismo, dell’istruzione e dell’agricoltura.

    Quante volte si può rinnovare un contratto a termine?

    Non c’è un limite al numero di rinnovi, ma la durata complessiva tra lo stesso datore e lo stesso lavoratore per le stesse mansioni non può superare i 24 mesi. Superato questo limite, il contratto si converte automaticamente in tempo indeterminato.

    Il lavoratore a termine ha diritto alla disoccupazione?

    Sì, se matura i requisiti: almeno 13 settimane di contributi nei 4 anni precedenti la disoccupazione e almeno 30 giornate effettive di lavoro nell’ultimo anno. In quel caso, alla fine del contratto a termine ha diritto alla NASpI.

    Quali sono le causali per un contratto a termine superiore a 12 mesi?

    Le causali previste dalla legge sono: esigenze temporanee e oggettive estranee all’attività ordinaria dell’impresa; sostituzione di lavoratori assenti (per malattia, maternità ecc.); incrementi temporanei, significativi e non programmabili dell’attività. I contratti collettivi possono aggiungere causali ulteriori.


    Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

    Agosto 25, 2026/0 Commenti/da Andrea Damiani
    https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Andrea Damiani https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Andrea Damiani2026-08-25 11:22:002026-08-25 09:28:18Precari in Italia: la classifica delle categorie più colpite dai contratti a termine
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