Precari in Italia: la classifica delle categorie più colpite dai contratti a termine

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Cosa sono i contratti a termine

Il contratto a termine (o contratto a tempo determinato) è un rapporto di lavoro subordinato con una data di scadenza fissata già all’inizio. A differenza del contratto a tempo indeterminato, che dura fino a dimissioni o licenziamento, il contratto a termine si estingue automaticamente alla data stabilita.

In Italia, il contratto a termine è disciplinato dal Decreto Legislativo 81/2015 (come modificato dal Decreto Dignità del 2018 e dalle successive modifiche). Le aziende possono assumerlo liberamente per una durata massima di 12 mesi, mentre per durate superiori fino a 24 mesi è necessario indicare una delle causali previste dalla legge (esigenze temporanee e oggettive, sostituzione di personale assente, incrementi temporanei di attività).

Secondo i dati più recenti dell’ISTAT e dell’INPS, in Italia i lavoratori con contratto a termine sono circa 3 milioni, pari a circa il 14-15% del totale degli occupati dipendenti. Una quota significativa che, però, non si distribuisce in modo uniforme tra i settori economici.

La classifica delle categorie più colpite

Un’analisi recente pubblicata da QuiFinanza, basata sui dati delle comunicazioni obbligatorie al Ministero del Lavoro e delle rilevazioni ISTAT, fotografa la situazione della precarietà in Italia per settore e profilo lavorativo. Ecco le categorie più colpite dai contratti a termine.

1. Lavoratori dello spettacolo e dello sport

La categoria con la percentuale più alta di contratti a termine è quella dei lavoratori dello spettacolo e dello sport. Attori, tecnici teatrali, musicisti, ballerini e sportivi professionisti lavorano quasi esclusivamente con contratti a progetto o a termine, spesso di durata brevissima (da qualche giorno a qualche mese). La discontinuità è strutturale in questo settore.

2. Istruzione e formazione

Il comparto dell’istruzione pubblica è da anni uno dei principali “produttori” di lavoro precario in Italia. Insegnanti supplenti, personale ATA (assistenti amministrativi, collaboratori scolastici) e docenti universitari con assegni di ricerca o contratti a tempo determinato costituiscono una platea amplissima. Il fenomeno del cosiddetto precariato scolastico conta centinaia di migliaia di lavoratori che attendono la stabilizzazione da anni, spesso con contratti annuali rinnovati al 31 agosto.

3. Turismo, ristorazione e alloggio

Camerieri, cuochi, addetti alla reception, guide turistiche e stagionali di ogni tipo rientrano tra le categorie con la maggiore incidenza di contratti a termine. La natura stagionale del turismo italiano (con picchi estivi e invernali) rende strutturalmente temporanei migliaia di contratti. Tuttavia, molte aziende del settore tendono a rinnovare gli stessi lavoratori anno dopo anno, creando una forma di precarietà “ricorrente”.

4. Agricoltura e lavoro stagionale

L’agricoltura italiana si regge su una forza lavoro in larga parte stagionale. Raccoglitori di frutta e verdura, potatori, operai di cantina: la maggioranza lavora con contratti a termine di brevissima durata, spesso anche di pochi giorni. In questo settore, la precarietà è amplificata dall’alto ricorso al lavoro in nero e al caporalato, fenomeni ancora diffusi nonostante le misure di contrasto.

5. Commercio e grande distribuzione

Nel commercio al dettaglio e nella grande distribuzione organizzata (GDO) i contratti a termine vengono usati spesso per coprire i periodi di picco (Natale, saldi, Black Friday) o per sostituire personale assente. Gli addetti alle vendite e alle casse sono tra i profili più coinvolti, con forte presenza femminile e giovanile.

I settori a maggior rischio di precarietà

Oltre alle categorie sopra elencate, altri settori presentano un’incidenza elevata di contratti a termine:

  • Sanità e assistenza sociale: operatori socio-sanitari (OSS), infermieri e medici nei servizi pubblici e privati convenzionati vengono spesso assunti con contratti a tempo determinato, soprattutto nelle cooperative che gestiscono servizi in appalto.
  • Comunicazione e media: giornalisti, grafici, content creator e addetti agli uffici stampa lavorano sempre più spesso con contratti a termine o collaborazioni, anche quando svolgono funzioni continuative.
  • Logistica e magazzino: il boom dell’e-commerce ha portato a un’esplosione di contratti a termine nel settore della logistica, con lavoratori di magazzino assunti per coprire picchi di domanda (Amazon Prime Day, Black Friday, feste natalizie).
  • Call center: gli operatori telefonici di call center in outsourcing lavorano quasi sempre con contratti a termine o a progetto, con elevato turnover e instabilità.

I dati mostrano anche una forte correlazione geografica: il Sud Italia e le isole presentano tassi di lavoro a termine più elevati rispetto al Nord, dove l’industria manifatturiera garantisce maggiore stabilità occupazionale.

Normativa vigente nel 2026

La disciplina del contratto a termine in Italia nel 2026 è regolata principalmente dal D.Lgs. 81/2015 (Jobs Act), con le modifiche introdotte dal Decreto Dignità (D.L. 87/2018, conv. L. 96/2018) e dagli interventi successivi.

Le regole principali attualmente in vigore sono:

  • Durata massima: il contratto a termine può durare al massimo 24 mesi (compresi i rinnovi) tra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore per lo stesso tipo di mansioni.
  • Causali obbligatorie: oltre i 12 mesi (o dal primo rinnovo), è necessario indicare una causale giustificativa, che può essere: esigenze temporanee e oggettive estranee all’attività ordinaria; esigenze di sostituzione di altri lavoratori; esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili dell’attività ordinaria. Le causali possono essere anche quelle definite dai contratti collettivi nazionali (CCNL) di categoria.
  • Numero massimo: i lavoratori a termine non possono superare il 20% dell’organico a tempo indeterminato (con eccezioni per le imprese con meno di 5 dipendenti e per alcune categorie).
  • Intervallo tra contratti: tra un contratto e il successivo devono passare almeno 10 giorni (per contratti fino a 6 mesi) o 20 giorni (per contratti superiori a 6 mesi), pena la conversione automatica in contratto a tempo indeterminato.

I diritti del lavoratore a termine

Il lavoratore assunto con contratto a termine ha gli stessi diritti del collega a tempo indeterminato per quanto riguarda:

  • Retribuzione: stessa paga e stessi inquadramenti contrattuali previsti dal CCNL applicato.
  • Ferie e permessi: diritto alle ferie annuali (minimo 4 settimane) e ai permessi previsti dalla legge e dal contratto.
  • TFR (Trattamento di Fine Rapporto): matura in proporzione ai mesi lavorati e viene corrisposto alla fine del contratto.
  • Malattia e maternità: copertura INPS per malattia (con il requisito dei 3 giorni di carenza) e indennità di maternità.
  • NASpI: al termine del contratto, se si maturano i requisiti contributivi (almeno 13 settimane di contributi nei 4 anni precedenti e 30 giornate effettive di lavoro nell’ultimo anno), si ha diritto alla NASpI (indennità di disoccupazione).

Se il datore di lavoro non rispetta le regole sui contratti a termine (ad esempio supera i 24 mesi senza conversione, o non rispetta i periodi di intervallo), il contratto si converte automaticamente in contratto a tempo indeterminato a partire dalla data della violazione.

Domande frequenti

Quanti lavoratori precari ci sono in Italia?

Secondo le stime ISTAT più recenti, i lavoratori dipendenti con contratto a tempo determinato in Italia sono circa 3 milioni, pari al 14-15% degli occupati dipendenti totali. Il fenomeno è particolarmente concentrato nei settori del turismo, dell’istruzione e dell’agricoltura.

Quante volte si può rinnovare un contratto a termine?

Non c’è un limite al numero di rinnovi, ma la durata complessiva tra lo stesso datore e lo stesso lavoratore per le stesse mansioni non può superare i 24 mesi. Superato questo limite, il contratto si converte automaticamente in tempo indeterminato.

Il lavoratore a termine ha diritto alla disoccupazione?

Sì, se matura i requisiti: almeno 13 settimane di contributi nei 4 anni precedenti la disoccupazione e almeno 30 giornate effettive di lavoro nell’ultimo anno. In quel caso, alla fine del contratto a termine ha diritto alla NASpI.

Quali sono le causali per un contratto a termine superiore a 12 mesi?

Le causali previste dalla legge sono: esigenze temporanee e oggettive estranee all’attività ordinaria dell’impresa; sostituzione di lavoratori assenti (per malattia, maternità ecc.); incrementi temporanei, significativi e non programmabili dell’attività. I contratti collettivi possono aggiungere causali ulteriori.


Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

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