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Tag Archivio per: regime forfettario

PARTITA IVA, PARTITA IVA CON REGIME FORFETTARIO

Contabilita Semplificata vs Forfettario 2026: Quale Regime Conviene

Notizie fiscali CAF Centro Fiscale

Sei davanti al bivio fiscale piu importante della tua vita da partita IVA: regime forfettario o contabilita semplificata? La scelta sbagliata puo costarti migliaia di euro all’anno in tasse e adempimenti inutili. In questa guida completa 2026 troverai il confronto definitivo punto per punto, tre esempi numerici concreti e una tabella decisionale per capire in cinque minuti quale regime fa per te.

Il regime forfettario, con la sua aliquota sostitutiva del 5% o 15% e gli adempimenti minimi, sembra sempre la scelta piu conveniente. In realta esistono situazioni specifiche in cui la contabilita semplificata, pur con IVA al 22% e IRPEF a scaglioni 23-43%, permette di pagare meno tasse e gestire meglio l’attivita. Vediamo insieme tutti i dettagli.

Indice dei contenuti

  1. Cos’e il regime forfettario 2026 (riepilogo veloce)
  2. Cos’e la contabilita semplificata 2026
  3. Confronto punto per punto: tabella completa
  4. Quando conviene il regime forfettario
  5. Quando conviene la contabilita semplificata
  6. Esempio 1: consulente 50K compensi, 5K costi
  7. Esempio 2: consulente 50K compensi, 25K costi
  8. Esempio 3: artigiano 70K compensi, 30K costi
  9. Come passare da forfettario a semplificata
  10. Come passare da semplificata a forfettario
  11. Casi particolari: startup, sportivi, professioni
  12. Tabella decisionale: scegli in 5 minuti
  13. Domande frequenti (FAQ)

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Cos’e il regime forfettario 2026 (riepilogo veloce)

Il regime forfettario e il regime fiscale agevolato pensato per piccole partite IVA, professionisti e ditte individuali. Introdotto dalla Legge di Stabilita 2015 e modificato negli anni, nel 2026 mantiene le caratteristiche principali consolidate dalle ultime riforme.

Caratteristiche principali del forfettario 2026

  • Limite ricavi/compensi: 85.000 euro (annui, ragguagliati ad anno se inizi attivita in corso d’anno)
  • Aliquota sostitutiva 5% per i primi 5 anni se rispetti i requisiti di nuova attivita (no mera prosecuzione, niente attivita uguale nei 3 anni precedenti)
  • Aliquota sostitutiva 15% dal sesto anno o se non rispetti i requisiti startup
  • Coefficiente di redditivita per categoria ATECO (dal 40% al 86%): determina la base imponibile in modo forfettario
  • NO IVA in fattura: non addebiti IVA al cliente e non puoi detrarre quella sugli acquisti
  • NO ritenuta d’acconto: il cliente non ti trattiene il 20% (con dichiarazione esplicita)
  • Costi NON deducibili: paghi le tasse sul forfettario indipendentemente dai costi reali sostenuti
  • Adempimenti minimi: niente registri IVA, niente LIPE, niente dichiarazione IVA

Coefficienti di redditivita per categoria

Categoria attivitaCoefficienteEsempio ATECO
Industrie alimentari e bevande40%10.xx, 11.xx
Commercio all’ingrosso e dettaglio40%45-46-47.xx
Commercio ambulante alimentari40%47.81
Commercio ambulante altri prodotti54%47.82-47.89
Costruzioni e immobiliare86%41-43, 68.xx
Intermediari del commercio62%46.1x
Servizi alloggio e ristorazione40%55-56.xx
Attivita professionali (avvocati, commercialisti, ingegneri)78%69-71-74.xx
Altre attivita economiche67%varie

Esempio pratico: un consulente con codice ATECO professionale (coefficiente 78%) che fattura 50.000 euro avra una base imponibile forfettaria di 39.000 euro (50.000 x 78%), indipendentemente dai costi reali sostenuti. Questo e il punto cruciale del confronto con la semplificata.

Cos’e la contabilita semplificata 2026

La contabilita semplificata e il regime contabile naturale per imprese individuali e societa di persone che superano i limiti del forfettario ma restano entro soglie precise. E “semplificata” rispetto alla contabilita ordinaria (obbligatoria oltre certi limiti), ma comporta comunque adempimenti significativi.

Caratteristiche principali della semplificata 2026

  • Limite ricavi servizi: 500.000 euro annui (oltre, scatta la contabilita ordinaria)
  • Limite ricavi commercio: 800.000 euro annui (oltre, scatta la contabilita ordinaria)
  • Tassazione IRPEF a scaglioni: 23% fino a 28.000 euro, 35% da 28.001 a 50.000 euro, 43% oltre 50.000 euro (scaglioni 2026)
  • Addizionali regionali e comunali: dall’1,23% al 3,33% circa (variano per regione/comune)
  • IVA ordinaria: applichi il 22% (o aliquote ridotte 4%, 5%, 10% per beni specifici) e detrai quella sugli acquisti
  • Costi DEDUCIBILI: deduci tutti i costi inerenti l’attivita (materie prime, affitti, utenze, consulenze, carburante, etc.)
  • Ammortamenti beni strumentali: deduci il costo dei beni strumentali (computer, auto, macchinari) in piu anni secondo coefficienti ministeriali
  • Tenuta registri IVA (acquisti, vendite, corrispettivi) e Modello Redditi PF
  • Adempimenti: dichiarazione IVA annuale, LIPE trimestrali, F24 mensile o trimestrale, esterometro

Principio di cassa o competenza?

Dal 2017 la contabilita semplificata applica il principio di cassa (con alcune eccezioni). Significa che ricavi e costi rilevano nell’anno in cui sono effettivamente incassati o pagati, non nell’anno in cui maturano. Questo e un vantaggio per chi gestisce cantieri o consulenze pluriennali.

Confronto punto per punto: tabella completa

Ecco la tabella di confronto definitiva tra regime forfettario e contabilita semplificata. Tienila a portata di mano: e il riassunto piu utile dell’intera guida.

CaratteristicaRegime forfettarioContabilita semplificata
Limite ricavi/compensi85.000 euro500K servizi / 800K commercio
TassazioneSostitutiva 5% (startup) o 15%IRPEF scaglioni 23-35-43% + addizionali
Costi deducibiliNO (forfait per coefficiente)SI (tutti i costi inerenti)
AmmortamentiNOSI (beni strumentali)
IVANO (non addebiti, non detrai)SI 22% (o aliquote ridotte)
Ritenuta d’accontoNO (con dichiarazione)SI 20% per professionisti
AdempimentiMinimi (no LIPE, no dich. IVA)Medi (LIPE, IVA, esterometro)
Detrazioni IRPEFNO (no IRPEF da detrarre)SI (figli, coniuge, ristrutturazioni)
AccontiSI (giugno + novembre)SI (giugno + novembre)
BilanciNONO (semplificata, non ordinaria)
F24TrimestraleMensile o trimestrale (volume)
Fattura elettronicaSI (obbligatoria 2024+)SI (obbligatoria)
ISA (indici affidabilita)NOSI
Contributi INPSRiduzione 35% opzionale (artigiani/commercianti)Standard senza riduzione

Quando conviene il regime forfettario

Il forfettario e oggettivamente piu conveniente in queste situazioni specifiche:

  • Compensi sotto 85.000 euro: e l’unico modo per accedervi, oltre il limite il regime decade automaticamente
  • Pochi costi inerenti: se i tuoi costi reali sono inferiori al complemento del coefficiente (es: per coeff. 78%, costi sotto il 22% del fatturato), il forfait ti fa risparmiare
  • Attivita di servizi/professionali pure: consulenza, coaching, formazione, servizi digitali con minime spese vive
  • Cliente prevalente B2C: se vendi a privati o forfettari, l’IVA al 22% sarebbe un sovrapprezzo che il cliente non recupera
  • Vita semplice fiscale: niente registri IVA, niente LIPE, niente dichiarazione IVA, contabilita gestibile con foglio excel
  • Riduzione contributi INPS 35%: artigiani e commercianti possono optare per il taglio dei contributi minimi (~1.300 euro/anno risparmiati)
  • Niente ritenuta d’acconto: liquidita immediata, niente attesa rimborsi a credito

Regola pratica: se hai costi inferiori al 25-30% del fatturato e fatturi sotto 85K, nel 90% dei casi il forfettario e la scelta migliore.

Quando conviene la contabilita semplificata

La contabilita semplificata, nonostante l’IRPEF a scaglioni e gli adempimenti maggiori, conviene oggettivamente in queste situazioni:

  • Compensi sopra 85.000 euro: il forfettario e impossibile, scegli tra semplificata e ordinaria (sotto i limiti, semplificata)
  • Costi importanti: se i costi reali superano il forfait del coefficiente (es: oltre 22% per coeff. 78%, oltre 14% per coeff. 86%), la deducibilita ti fa risparmiare
  • Acquisto beni strumentali: macchinari, auto aziendali, attrezzature professionali con IVA significativa che recuperi
  • Cliente prevalente B2B: aziende e P.IVA ordinarie che recuperano l’IVA, quindi il 22% non pesa
  • Necessita detrazioni IRPEF: figli a carico (950 euro per figlio), coniuge a carico (~800 euro), ristrutturazioni 50%, ecobonus 65%, spese mediche
  • Magazzino e rimanenze: per chi vende prodotti, la deducibilita dei costi di acquisto e fondamentale
  • Investimenti pluriennali: ammortamenti deducibili su 5-8 anni per beni strumentali importanti
  • Compensazioni F24: crediti IRPEF, IVA o contributi compensabili con altre imposte

Regola pratica: se hai costi superiori al 30-40% del fatturato e/o famiglia con detrazioni significative, fai sempre la doppia simulazione con il tuo CAF prima di scegliere.

Esempio 1: consulente 50K compensi, 5K costi

Profilo: consulente informatico, ATECO 62.02.00 (coefficiente 78%), Gestione Separata INPS, compensi annui 50.000 euro, costi reali 5.000 euro (laptop, software, formazione).

Calcolo regime forfettario

  • Imponibile forfettario: 50.000 x 78% = 39.000 euro
  • Contributi INPS Gestione Separata (26,07%): 39.000 x 26,07% = 10.167 euro (deducibili)
  • Base imponibile dopo contributi: 39.000 – 10.167 = 28.833 euro
  • Imposta sostitutiva 15%: 28.833 x 15% = 4.325 euro
  • Totale tasse + contributi: 14.492 euro
  • Reddito netto: 50.000 – 5.000 (costi reali) – 14.492 = 30.508 euro

Calcolo contabilita semplificata

  • Reddito imponibile: 50.000 – 5.000 (costi reali) = 45.000 euro
  • Contributi INPS Gestione Separata (26,07%): 45.000 x 26,07% = 11.732 euro (deducibili)
  • Base imponibile IRPEF: 45.000 – 11.732 = 33.268 euro
  • IRPEF: 23% su 28.000 = 6.440 + 35% su 5.268 = 1.844 = 8.284 euro
  • Addizionali regionali/comunali (~2%): 33.268 x 2% = 665 euro
  • Totale tasse + contributi: 20.681 euro
  • Reddito netto: 50.000 – 5.000 – 20.681 = 24.319 euro

Risultato Esempio 1: il forfettario fa risparmiare 6.189 euro all’anno. Con costi bassi e fatturato sotto 85K, il regime agevolato e nettamente piu conveniente. Anche considerando l’IVA al 22% (non addebitata in forfettario), per clienti B2C il vantaggio e ancora maggiore.

Esempio 2: consulente 50K compensi, 25K costi

Profilo: stesso consulente ATECO 62.02.00, ma con costi reali elevati: 25.000 euro (ufficio in affitto, collaboratori esterni, attrezzature, viaggi, formazione intensiva). Coniuge a carico, 1 figlio a carico.

Calcolo regime forfettario

  • Imponibile forfettario: 50.000 x 78% = 39.000 euro (i costi reali NON contano)
  • Contributi INPS: 10.167 euro
  • Imposta sostitutiva 15%: 4.325 euro
  • Totale tasse + contributi: 14.492 euro (uguale all’esempio 1!)
  • Reddito netto: 50.000 – 25.000 (costi reali) – 14.492 = 10.508 euro

Calcolo contabilita semplificata

  • Reddito imponibile: 50.000 – 25.000 = 25.000 euro
  • Contributi INPS (26,07% su 25K): 25.000 x 26,07% = 6.518 euro
  • Base imponibile IRPEF: 25.000 – 6.518 = 18.482 euro
  • IRPEF lorda 23%: 4.251 euro
  • Detrazioni: coniuge ~690 + figlio ~950 + lavoro autonomo ~1.000 = -2.640 euro
  • IRPEF netta: 4.251 – 2.640 = 1.611 euro
  • Addizionali (~2%): 370 euro
  • Totale tasse + contributi: 8.499 euro
  • Reddito netto: 50.000 – 25.000 – 8.499 = 16.501 euro

Risultato Esempio 2: la semplificata fa risparmiare 5.993 euro all’anno! Quando i costi reali superano largamente il forfait (qui 50% vs 22%) e ci sono detrazioni familiari, il regime ordinario torna nettamente piu conveniente. Inoltre la semplificata permette di recuperare l’IVA sui 25K di costi (~5.500 euro) se i clienti sono B2B.

Esempio 3: artigiano 70K compensi, 30K costi

Profilo: artigiano edile, ATECO 43.32.00 (coefficiente 86%), iscritto Gestione Artigiani INPS, ricavi 70.000 euro, costi reali 30.000 euro (materiali, mezzo, attrezzature, sub-appalti). Single, no detrazioni familiari.

Calcolo regime forfettario

  • Imponibile forfettario: 70.000 x 86% = 60.200 euro
  • Contributi Gestione Artigiani fissi minimi: ~4.300 euro
  • Contributi eccedenti il minimale (24% su quota oltre 18.555 euro): (60.200 – 18.555) x 24% = ~10.000 euro
  • Totale contributi INPS: ~14.300 euro
  • Base imponibile dopo contributi: 60.200 – 14.300 = 45.900 euro
  • Imposta sostitutiva 15%: 45.900 x 15% = 6.885 euro
  • Totale tasse + contributi: 21.185 euro
  • Reddito netto: 70.000 – 30.000 – 21.185 = 18.815 euro

Calcolo contabilita semplificata

  • Reddito imponibile: 70.000 – 30.000 = 40.000 euro
  • Contributi Gestione Artigiani: ~4.300 minimi + 24% su (40.000 – 18.555) = ~9.450 = ~13.750 euro
  • Base imponibile IRPEF: 40.000 – 13.750 = 26.250 euro
  • IRPEF 23%: 6.038 euro
  • Detrazione lavoro autonomo: ~-1.100 euro
  • IRPEF netta: 4.938 euro
  • Addizionali (~2%): 525 euro
  • Totale tasse + contributi: 19.213 euro
  • Reddito netto: 70.000 – 30.000 – 19.213 = 20.787 euro

Risultato Esempio 3: la semplificata fa risparmiare 1.972 euro all’anno, ma con adempimenti molto piu pesanti. Bisogna inoltre considerare l’IVA al 22% sui materiali (recuperata in semplificata, costo netto in forfettario): per 30K di costi con IVA al 10-22%, sono altri 3.000-6.600 euro di vantaggio per la semplificata. In sintesi: con coefficiente alto 86% e costi importanti, la semplificata vince anche economicamente.

Come passare da forfettario a semplificata

Il passaggio dal regime forfettario alla contabilita semplificata puo avvenire per scelta volontaria o per fuoriuscita obbligatoria (superamento limite 85.000 euro o cause di esclusione).

Procedura passo passo

  1. Comportamento concludente: dal 1 gennaio dell’anno scelto, inizi ad addebitare IVA in fattura e tieni i registri IVA. Non e necessaria una comunicazione preventiva ad AdE
  2. Comunicazione in dichiarazione IVA: nel quadro VO della dichiarazione IVA dell’anno successivo, comunichi l’opzione per il regime ordinario/semplificato
  3. Apertura registri IVA: registro acquisti, registro vendite o corrispettivi, eventuale registro beni ammortizzabili (se opti per esso)
  4. Iscrizione VIES: se hai clienti o fornitori UE, iscrizione tramite ANR/3 o quadro AA9 (telematicamente)
  5. Versamenti F24: passi da trimestrale a mensile/trimestrale a seconda del volume d’affari
  6. Vincolo triennale: l’opzione vincola per almeno 3 anni, salvo modifica normativa

Fuoriuscita obbligatoria per superamento 85K

Se nel corso dell’anno superi i ricavi/compensi di 85.000 euro:

  • Tra 85.001 e 100.000 euro: esci dal forfettario dall’anno successivo
  • Oltre 100.000 euro: esci nello stesso anno, devi addebitare IVA da quel momento e ricalcolare l’IVA sulle fatture gia emesse oltre soglia

Come passare da semplificata a forfettario

Il passaggio inverso, dalla semplificata al forfettario, e possibile solo se rispetti tutti i requisiti al 31 dicembre dell’anno precedente.

Requisiti per accedere al forfettario

  • Ricavi/compensi anno precedente sotto 85.000 euro
  • Spese per lavoro dipendente/collaboratori sotto 20.000 euro lordi
  • Niente partecipazione in societa di persone, associazioni professionali, srl in regime di trasparenza
  • Niente rapporto di lavoro dipendente con redditi superiori a 30.000 euro (limite 2026, salvo modifiche)
  • Niente attivita prevalente verso ex datore di lavoro nei 2 anni precedenti

Procedura

  1. Verifica requisiti al 31/12 dell’anno precedente
  2. Dal 1 gennaio applichi il regime forfettario, smetti di addebitare IVA
  3. Comunicazione in dichiarazione IVA dell’anno successivo (quadro VO)
  4. Rettifica IVA detratta: dovrai versare l’IVA detratta sui beni strumentali ancora in ammortamento, proporzionalmente agli anni residui
  5. Magazzino: se hai rimanenze, le valuti al costo e nel forfettario non sono piu deducibili

Attenzione: se sei uscito dal forfettario per superamento dei 100.000 euro, devi attendere requisiti rispettati per almeno un anno intero prima di rientrare. La pianificazione qui e fondamentale.

Casi particolari: startup, sportivi, professioni

Aliquota 5% startup forfettario

Il vantaggio dell’aliquota 5% per i primi 5 anni di attivita e enorme rispetto a qualsiasi alternativa. Esempio concreto: consulente con 50.000 euro di compensi e coefficiente 78%:

  • Forfettario aliquota 5%: imponibile 28.833 x 5% = 1.442 euro di tasse
  • Forfettario aliquota 15%: 4.325 euro di tasse
  • Semplificata IRPEF 23%+addizionali: oltre 8.500 euro di tasse

Nei primi 5 anni il forfettario startup batte qualsiasi altro regime, salvo casi estremi di costi altissimi e detrazioni familiari multiple.

Riforma sport: regole diverse

Per istruttori, allenatori e collaboratori sportivi dilettantistici, la Riforma dello Sport (D.Lgs. 36/2021 e modifiche) prevede regole specifiche:

  • Compensi sportivi dilettantistici esenti fino a 15.000 euro annui (non concorrono al limite forfettario)
  • Tra 15.000 e 50.000 euro: tassazione progressiva specifica
  • Oltre 50.000 euro: tassazione ordinaria con possibilita di forfettario se P.IVA
  • Contributi INPS Gestione Separata sport con aliquote agevolate per i primi anni

Professioni con cassa autonoma

Avvocati (Cassa Forense), medici (ENPAM), ingegneri/architetti (Inarcassa), psicologi (ENPAP), geometri (CIPAG), commercialisti (CNPADC) hanno contributi alla cassa professionale calcolati sul reddito IRPEF (semplificata) o sul forfettario (regime agevolato), con minimali specifici. Per questi professionisti il calcolo conviene/non conviene dipende anche dal contributo soggettivo e integrativo della cassa, che varia molto tra ordini.

Tabella decisionale: scegli in 5 minuti

Usa questa tabella decisionale rapida per orientarti. Rispondi alle domande in ordine: la prima risposta “no” tipicamente determina la scelta.

DomandaSe SISe NO
Fatturato sotto 85.000 euro?Forfettario possibileSemplificata obbligatoria
Costi sotto il complemento del coefficiente?Forfettario convieneValuta semplificata
Cliente prevalente B2C?Forfettario conviene (no IVA)Valuta semplificata (IVA neutra B2B)
Sei nei primi 5 anni di attivita (startup)?Forfettario 5% imbattibileValuta entrambi i regimi
Hai famiglia con detrazioni IRPEF?Valuta semplificata (detrazioni)Forfettario va bene
Investi in beni strumentali con IVA?Semplificata conviene (recuperi IVA)Forfettario va bene
Vuoi vita fiscale semplice?Forfettario sempre meglioSemplificata accettabile
Hai dipendenti con costi oltre 20K?Forfettario impossibileForfettario possibile

Regola d’oro finale

Non scegliere mai sull’istinto. Fai sempre fare al tuo CAF o commercialista una doppia simulazione numerica con i tuoi dati reali: fatturato previsto, costi previsti, situazione familiare, tipo di clienti. La differenza puo essere di migliaia di euro all’anno e cambia con il variare delle aliquote IRPEF, dei coefficienti e delle soglie.

Domande frequenti (FAQ)

Posso passare ogni anno da un regime all’altro?

No. L’opzione per la semplificata vincola per almeno 3 anni. Per il forfettario, l’accesso e libero ma ogni anno occorre verificare i requisiti. La pianificazione pluriennale e fondamentale.

Cosa succede se sforo gli 85.000 euro a meta anno?

Dipende dall’importo. Se ti fermi tra 85.001 e 100.000 euro, esci dal forfettario dall’anno successivo. Se superi 100.000 euro, esci nello stesso anno, con obbligo di addebitare IVA da quel momento e regolarizzare. La gestione e complessa, fatti seguire da un CAF.

In semplificata posso dedurre l’auto?

Si, ma con limiti: 20% del costo deducibile per autovetture (40% per agenti/rappresentanti), entro un tetto di 18.075,99 euro come valore di acquisto. L’IVA e detraibile al 40%. Per veicoli commerciali (autocarri) la deducibilita e al 100%.

I contributi INPS sono uguali nei due regimi?

L’aliquota e identica (26,07% Gestione Separata, ~24% Artigiani/Commercianti oltre minimale). Cambia la base imponibile: nel forfettario calcoli i contributi sul reddito forfettario (es. 78% del fatturato), in semplificata sul reddito reale (fatturato meno costi). Solo artigiani e commercianti forfettari possono optare per la riduzione contributiva del 35%.

In forfettario posso fatturare a clienti UE?

Si, ma serve l’iscrizione al VIES. Per beni: cessione intracomunitaria non imponibile (no IVA, no aliquota). Per servizi B2B: reverse charge (cliente UE applica IVA del suo paese). Servizi B2C: applichi IVA italiana se sotto 10.000 euro/anno UE, altrimenti OSS. La gestione operativa resta semplice ma servono adempimenti specifici.

La detrazione del 50% per ristrutturazione si applica al forfettario?

No, perche le detrazioni IRPEF richiedono il pagamento di IRPEF da cui scalarle. Il forfettario paga imposta sostitutiva, non IRPEF, quindi non puo usare le detrazioni (50% ristrutturazioni, 65% ecobonus, spese mediche, etc.). La semplificata puo. Questo e un fattore decisivo per chi ha ristrutturazioni in corso o spese mediche significative.

Come faccio a sapere quale regime conviene a me?

L’unico modo affidabile e una simulazione numerica con dati reali: fatturato previsto, costi reali, situazione familiare, contributi INPS/cassa. Il CAF Centro Fiscale di Udine offre questa simulazione gratuita: fissa un appuntamento, porta dati 2025 e proiezioni 2026, e in 30 minuti hai una risposta precisa con i numeri di tasse e contributi nei due scenari.

Conclusione: la scelta giusta dipende dai numeri

La scelta tra regime forfettario e contabilita semplificata non ha una risposta universale. Dipende dal tuo fatturato, dai costi reali, dal coefficiente di redditivita della tua categoria, dal tipo di clienti, dalla tua situazione familiare e dagli investimenti pianificati.

Sintesi finale:

  • Forfettario: ideale se sotto 85K, pochi costi, vita fiscale semplice, primi 5 anni di attivita
  • Semplificata: ideale se sopra 85K (obbligatoria), costi importanti, B2B, detrazioni familiari, investimenti pluriennali

Per una simulazione personalizzata gratuita e capire quale regime conviene davvero alla tua attivita nel 2026, contatta il CAF Centro Fiscale di Udine: i nostri consulenti ti aiuteranno a scegliere il regime fiscale piu vantaggioso, gestire eventuali passaggi e ottimizzare tasse, contributi e adempimenti.

Articolo aggiornato a maggio 2026 sulla base della normativa vigente. Le aliquote, i coefficienti e le soglie sono soggette a modifiche legislative. Verifica sempre con il tuo consulente prima di prendere decisioni operative.

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Luglio 14, 2026/0 Commenti/da Andrea Damiani
https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Andrea Damiani https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Andrea Damiani2026-07-14 08:00:002026-05-24 09:54:33Contabilita Semplificata vs Forfettario 2026: Quale Regime Conviene
Guide Fatturazione Elettronica

Fattura Elettronica Carburante 2026: Guida Completa Eni, Q8, Tamoil, Esso e IP

fatturazione elettronica CAF Udine

La fattura elettronica carburante e un documento obbligatorio per tutti i titolari di partita IVA che acquistano benzina, gasolio o GPL per l’autotrazione. Dal 1deg luglio 2018 e infatti scattato l’obbligo di emissione della fattura elettronica carburante da parte dei distributori, in sostituzione della vecchia scheda carburante cartacea. Capire come funziona la fattura elettronica carburante 2026, come ottenerla dai principali distributori (Eni, Agip, Q8, Tamoil, Esso, IP) e come dedurre correttamente i costi e l’IVA e fondamentale per ogni piccolo imprenditore, agente di commercio o professionista con auto aziendale.

In questa guida completa spieghiamo passo passo come gestire la fattura elettronica carburante, quali sono le percentuali di deducibilita in base al tipo di attivita, perche il pagamento tracciabile e obbligatorio per scaricare le spese e quale procedura seguire presso ogni catena di distributori. Una guida pratica pensata per partite IVA, agenti, tassisti, autotrasportatori, forfettari e amministratori di societa.

Indice dei contenuti

  1. Cos’e la Fattura Elettronica Carburante
  2. Deducibilita del Carburante: Quanto Puoi Scaricare
  3. Detrazione IVA sul Carburante
  4. Pagamento Tracciabile: L’Obbligo Inderogabile
  5. Fattura Elettronica Carburante Eni e Agip
  6. Fattura Elettronica Carburante Q8
  7. Fattura Elettronica Carburante Tamoil
  8. Esso, IP e Altri Distributori
  9. Cosa Deve Contenere la Fattura
  10. Fattura Singola o Cumulativa Mensile
  11. Riassunto Pratico per Categoria
  12. Autofattura Carburante per Agricoltori
  13. Domande Frequenti

Cos’e la Fattura Elettronica Carburante

La fattura elettronica carburante e il documento fiscale digitale che il distributore di carburante (la cosiddetta «pompa di benzina») emette nei confronti del cliente titolare di partita IVA al momento del rifornimento. A partire dal 1deg luglio 2018, in attuazione della Legge di Bilancio 2018, e diventato obbligatorio per i gestori degli impianti emettere fattura elettronica per ogni cessione di benzina o gasolio destinati ad autotrazione effettuata nei confronti di soggetti IVA.

Questa fattura sostituisce integralmente la scheda carburante, il vecchio modulo cartaceo che si compilava a fine mese inserendo manualmente data, importo, chilometri e firma del gestore. Oggi la fattura elettronica carburante 2026 viene generata automaticamente al momento del pagamento (purche sia tracciabile) e viene trasmessa al Sistema di Interscambio (SDI) dell’Agenzia delle Entrate, che la recapita al cassetto fiscale del cliente.

L’obbligo riguarda tutti i soggetti IVA: ditte individuali, professionisti, societa di persone e di capitali, agenti di commercio, autotrasportatori, taxi, NCC e anche i contribuenti in regime forfettario. La fattura elettronica carburante e oggi l’unico documento valido per documentare l’acquisto di carburante per autotrazione ai fini fiscali.

Chi e obbligato a chiedere la fattura elettronica carburante

Sono obbligati a richiedere la fattura elettronica del carburante tutti coloro che vogliono scaricare il costo e/o detrarre l’IVA del rifornimento. In pratica, ogni soggetto con partita IVA che usa l’auto, il furgone o il mezzo per attivita di lavoro: agenti, rappresentanti, idraulici, elettricisti, geometri, avvocati, consulenti, tassisti, autotrasportatori. Il privato che fa rifornimento con la propria auto personale, invece, non riceve fattura: gli viene rilasciato un semplice scontrino.

Differenza tra fattura elettronica e scontrino di cortesia

Quando paghi con carta o app collegate al tuo profilo aziendale, il distributore ti consegna uno scontrino di cortesia (chiamato anche «documento commerciale») che NON e una fattura. Lo scontrino serve solo come promemoria del rifornimento. La vera fattura elettronica carburante viene emessa successivamente, generalmente entro pochi giorni o a fine mese (in caso di fattura cumulativa), e arriva direttamente al tuo cassetto fiscale tramite SDI. Solo questa ha valore fiscale per la deduzione e la detrazione.

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Deducibilita del Carburante: Quanto Puoi Scaricare

La deducibilita del carburante rappresenta uno dei punti piu delicati della fattura elettronica carburante. Il legislatore ha infatti previsto percentuali diverse di deduzione del costo a seconda del tipo di veicolo e dell’utilizzo che ne viene fatto. La regola di base e contenuta nell’articolo 164 del TUIR (Testo Unico delle Imposte sui Redditi): piu il veicolo e «strumentale» all’attivita, piu si puo dedurre.

Auto strumentali: deducibilita 100%

Sono auto strumentali i veicoli senza i quali l’attivita non potrebbe svolgersi. Rientrano in questa categoria:

  • Taxi e NCC (noleggio con conducente)
  • Autoscuole (le auto della scuola guida)
  • Autotrasportatori e veicoli per trasporto cose
  • Autonoleggio (auto destinate al noleggio a clienti)
  • Pompe funebri e veicoli speciali

Per queste categorie, la fattura elettronica carburante e integralmente deducibile al 100%: tutto cio che paghi per il rifornimento riduce il reddito imponibile.

Auto aziendali in uso promiscuo: deducibilita 20%

L’auto in uso promiscuo e quella usata sia per ragioni professionali che personali. E il caso piu comune: il commercialista, l’avvocato, il geometra, l’imprenditore che usa la stessa vettura per andare in studio, dai clienti e nel weekend in famiglia. In questo caso il carburante e deducibile al 20%: significa che, su 1.000 euro di rifornimenti annui, solo 200 euro abbattono il reddito imponibile. Un limite ulteriore prevede che la spesa massima riconosciuta per l’auto stessa sia 18.075,99 euro.

Agenti e rappresentanti: deducibilita 80%

Una posizione di favore e riservata agli agenti di commercio e ai rappresentanti. Per loro la legge riconosce una deducibilita dell’80% del costo del carburante, in considerazione del fatto che l’auto e strumento essenziale del mestiere. Il limite di costo deducibile per l’auto stessa sale a 25.822,84 euro. Anche in questo caso, ovviamente, e necessaria la fattura elettronica carburante intestata e il pagamento tracciabile.

Forfettari: nessuna deduzione del carburante

Chi e in regime forfettario ha una situazione particolare. Il forfettario non puo dedurre analiticamente i costi (incluso il carburante) perche il reddito imponibile si calcola applicando un coefficiente di redditivita ai ricavi. In pratica, una percentuale fissa del fatturato e considerata gia «al netto» di tutti i costi. Quindi il forfettario NON deduce ne carburante, ne pedaggi, ne canoni leasing. Ricevere la fattura elettronica carburante resta comunque utile per archivio e per giustificare gli spostamenti, ma non incide sulla tassazione. Per approfondire le regole del regime forfettario 2026, consulta la nostra guida dedicata.

Detrazione IVA sul Carburante

Discorso a parte merita la detrazione IVA sulla fattura elettronica carburante. L’IVA e l’imposta del 22% applicata su ogni litro di benzina e gasolio: per i titolari di partita IVA in regime ordinario o semplificato, questa imposta puo essere recuperata, ma in misura diversa a seconda dell’utilizzo del veicolo. La detrazione IVA carburante segue regole proprie, distinte dalla deducibilita del costo.

Detrazione IVA al 100%

L’IVA sulla fattura elettronica carburante e detraibile al 100% quando il veicolo e usato esclusivamente per attivita d’impresa o professionale. Rientrano nei casi di detraibilita totale:

  • Tassisti e NCC
  • Autotrasportatori e padroncini
  • Veicoli strumentali (autoscuole, autonoleggio, pompe funebri)
  • Veicoli commerciali intestati a societa con uso esclusivo aziendale
  • Agenti di commercio (in via interpretativa l’IVA e quasi sempre detraibile al 100%)

Detrazione IVA al 40%

Nella maggior parte dei casi (auto in uso promiscuo del professionista o del piccolo imprenditore), l’IVA sul carburante e detraibile al 40%. Questa e la regola standard prevista dall’articolo 19-bis1 del DPR 633/1972: si presume che il 60% dell’utilizzo sia personale e quindi non recuperabile. Su un pieno di 100 euro (di cui 18 euro di IVA), il professionista in uso promiscuo recupera circa 7,20 euro.

Detrazione IVA 0%

Quando l’auto e intestata alla societa ma e a uso esclusivamente personale dell’amministratore o del dipendente (es. fringe benefit), l’IVA sulla fattura elettronica carburante non e detraibile. Stesso discorso per i contribuenti forfettari: non potendo applicare il regime IVA, non possono nemmeno detrarla. La fattura va comunque conservata, ma il pieno costa «ai prezzi di listino» senza alcun recupero.

Pagamento Tracciabile: L’Obbligo Inderogabile

Il pagamento tracciabile del carburante e la condizione essenziale per poter dedurre il costo e detrarre l’IVA. La normativa e chiarissima: se paghi in contanti, perdi ogni diritto a deduzione e detrazione, anche se hai la fattura elettronica regolarmente emessa. Si tratta di una regola pensata per contrastare l’evasione fiscale e garantire la trasparenza nei rapporti commerciali tra distributore e cliente.

Strumenti di pagamento tracciabile ammessi

I sistemi di pagamento tracciabile validi per la fattura elettronica carburante sono i seguenti:

  • Carte di credito (Visa, Mastercard, American Express, Diners)
  • Bancomat e carte di debito
  • Carte prepagate aziendali ricaricabili
  • Carte carburante dedicate (Eni Multicard, Q8 Card, Tamoil Card, Esso Card, IP Plus)
  • App di pagamento integrate (Eni Station+, Q8 Smart, Click&Drive, ecc.)
  • Bonifico bancario (in caso di forniture cumulative aziendali)
  • Assegni circolari o bancari

Cosa NON e considerato pagamento tracciabile

Il contante e l’unico mezzo di pagamento che fa perdere ogni beneficio fiscale. Anche se il distributore ti emette comunque la fattura elettronica carburante, in sede di dichiarazione dei redditi (o di controllo fiscale) quel rifornimento non potra essere dedotto. Il consiglio operativo e semplice: quando viaggi per lavoro, paga sempre con carta o app aziendale. Tieni una carta carburante dedicata in auto, e usala per ogni rifornimento di lavoro.

Come Ottenere la Fattura Elettronica Carburante da Eni e Agip

Eni (e il marchio commerciale Agip, oggi Eni Station) e il principale operatore italiano nel settore carburanti. Per ottenere la fattura elettronica carburante Eni, e necessario utilizzare uno dei sistemi ufficiali di identificazione del cliente al momento del pagamento. La buona notizia e che Eni ha un’app molto diffusa e diversi tipi di carte business.

App Eni Station+

L’app Eni Station+ e lo strumento piu pratico per ottenere automaticamente la fattura elettronica del carburante. Si scarica gratuitamente su Android e iOS, ci si registra inserendo i dati della partita IVA (P.IVA, codice destinatario o PEC) e si associa una carta di credito. Al momento del rifornimento basta selezionare la pompa dall’app e confermare il pagamento: la fattura viene generata automaticamente e inviata al SDI entro le 24 ore successive.

Eni Multicard e You&Eni Business

Per le aziende strutturate, Eni propone la Multicard (carta carburante professionale con plafond mensile) e la You&Eni Business. Queste carte si richiedono direttamente sul sito eni.com nella sezione «Aziende»: dopo l’attivazione, ogni rifornimento effettuato presso le stazioni Eni-Agip genera automaticamente la fattura elettronica carburante riepilogativa, di solito mensile. Sono particolarmente utili per chi ha piu veicoli o piu autisti.

Fattura Elettronica Carburante Q8: App e Card Business

Q8 e una delle catene piu capillari sul territorio italiano. Per ottenere la fattura elettronica carburante Q8 si possono usare due strumenti principali: l’app Q8 Smart e la Q8 Card Business. Entrambe garantiscono il rispetto dell’obbligo di pagamento tracciabile e la trasmissione automatica della fattura al cassetto fiscale del cliente.

App Q8 Smart

L’app Q8 Smart permette di pagare il carburante direttamente dallo smartphone, senza bisogno di scendere dall’auto in alcune stazioni self-service. La registrazione richiede i dati fiscali della partita IVA. Una volta abbinata una carta di credito (o un IBAN per addebito SDD), tutti i rifornimenti generano una fattura elettronica carburante con frequenza scelta dall’utente: per singolo rifornimento o cumulativa mensile.

Q8 Card Business e QR code in stazione

La Q8 Card Business e la carta carburante dedicata alle aziende, con plafond personalizzabile e possibilita di ricarica online. Il pagamento e tracciabile, l’identificazione del cliente avviene tramite microchip e la fattura arriva via SDI o PEC. In alternativa, in molte stazioni Q8 e disponibile un QR code da inquadrare con lo smartphone: si inseriscono i dati fiscali e si paga online, ottenendo la fattura elettronica del carburante per quel rifornimento specifico.

Tamoil: Come Avere la Fattura Elettronica del Carburante

Tamoil e un altro marchio diffuso, soprattutto nel Nord Italia. Per la fattura elettronica carburante Tamoil, gli strumenti principali sono l’app Tamoil e la Tamoil Card Easy. Anche in questo caso il sistema e completamente digitalizzato: pagamenti tracciabili, fatture elettroniche generate in automatico, possibilita di scegliere fatturazione singola o cumulativa.

  • App Tamoil: pagamento dallo smartphone presso stazioni abilitate, identificazione tramite QR code o geolocalizzazione
  • Tamoil Card Easy: carta business con plafond mensile, accettata in tutte le stazioni Tamoil e nei distributori convenzionati del circuito
  • Pannello clienti online: per scaricare le fatture in formato XML/PDF e gestire le carte aziendali

Per attivare i servizi business Tamoil basta registrarsi sul sito tamoil.it nella sezione dedicata alle aziende e inserire i dati fiscali della partita IVA, incluso il codice destinatario SDI o la PEC.

Esso, IP e Altri Distributori: Tutte le Soluzioni

Anche Esso, IP e gli altri grandi distributori (Repsol, Total, Shell) hanno predisposto sistemi specifici per emettere la fattura elettronica carburante ai propri clienti business. Ogni catena ha sviluppato la propria app, le proprie card e portali dedicati alla gestione delle fatture.

Esso: Esso Card e PassExpress

Esso propone l’Esso Card (carta carburante per piccole imprese) e l’Esso Energy Business per le aziende strutturate, con plafond piu elevati. Il pagamento si effettua tramite PassExpress, il sistema di lettura automatica del veicolo che identifica la card associata e abilita il pagamento contactless. La fattura elettronica del carburante Esso arriva direttamente al codice destinatario SDI inserito in fase di attivazione.

IP: Plus Card Business e app Click&Drive

IP, gestita da Italiana Petroli, offre la IP Plus Card Business (rilasciata gratuitamente alle partite IVA) e l’app Click&Drive, che consente di pagare e ottenere la fattura elettronica direttamente dal cellulare. La fattura elettronica carburante IP puo essere emessa per ogni singolo rifornimento o cumulativa mensile, a scelta dell’utente. La piattaforma online consente anche di scaricare lo storico delle fatture e gestire piu carte per veicoli aziendali diversi.

Repsol, Total, Shell e altri marchi

Tutti gli altri grandi marchi (Repsol, TotalEnergies, Shell) hanno il proprio programma B2B con card dedicate e fattura elettronica automatica. Anche le pompe «bianche» (distributori indipendenti) sono obbligate a emettere fattura elettronica se il cliente ha partita IVA: in questo caso, di solito, la fattura si richiede al gestore inserendo manualmente i dati fiscali su un terminale POS o tramite scontrino parlante.

Cosa Deve Contenere la Fattura Elettronica del Carburante

La fattura elettronica carburante deve contenere alcuni elementi obbligatori per essere valida ai fini fiscali. La sua struttura segue le regole generali della fatturazione elettronica (formato XML inviato al Sistema di Interscambio), ma con alcune specifiche peculiari del settore carburanti. Verificare la correttezza dei dati e fondamentale: una fattura sbagliata equivale a una fattura mancante.

Elementi obbligatori

  • Codice destinatario SDI (7 caratteri alfanumerici) o indirizzo PEC del cliente
  • P.IVA e codice fiscale dell’azienda o del professionista
  • Ragione sociale o nome e cognome dell’intestatario
  • Indirizzo completo della sede fiscale
  • Data e numero progressivo della fattura
  • Quantita, prezzo unitario e imponibile del carburante erogato
  • Aliquota IVA (22%) e importo IVA
  • Tipo di carburante (benzina, gasolio, GPL, metano)

Targa del veicolo: quando e obbligatoria

La targa del veicolo non e un elemento obbligatorio per la validita della fattura elettronica carburante, ma diventa fondamentale quando si vuole detrarre l’IVA al 100% (es. tassisti, autotrasportatori). Senza la targa indicata in fattura, l’Agenzia delle Entrate puo contestare il diritto alla detrazione integrale, perche manca il legame tra il rifornimento e il veicolo strumentale. E sempre buona pratica chiedere al gestore di inserirla in fattura, oppure registrarla nell’app o nella card al momento dell’attivazione.

Fattura Singola o Cumulativa Mensile

Una scelta importante per chi gestisce molti rifornimenti riguarda la frequenza di emissione della fattura elettronica carburante. Le opzioni disponibili sono due: fattura per ogni singolo rifornimento (default) oppure fattura cumulativa mensile. Entrambe sono pienamente valide ai fini fiscali, ma hanno implicazioni gestionali molto diverse.

Fattura singola per ogni rifornimento

E l’opzione di default su quasi tutte le app: ogni volta che fai il pieno, ricevi una fattura elettronica dedicata. Vantaggio: tracciabilita perfetta di ogni movimento. Svantaggio: se fai 30 rifornimenti al mese, ricevi 30 fatture, con maggior carico per chi tiene la contabilita. Soluzione ideale per chi ha pochi rifornimenti o vuole monitorarli singolarmente.

Fattura cumulativa mensile

Quasi tutti i distributori (Eni, Q8, Tamoil, Esso, IP) consentono di richiedere la fattura cumulativa mensile: a fine mese ricevi un’unica fattura riepilogativa di tutti i rifornimenti effettuati. Per attivarla, basta selezionare l’opzione nelle impostazioni dell’app o della card business. E la scelta consigliata per agenti, autotrasportatori e aziende con piu veicoli, perche semplifica enormemente la registrazione contabile e la gestione documentale.

Dove arriva la fattura elettronica

Indipendentemente dalla frequenza scelta, la fattura elettronica carburante arriva sempre attraverso tre canali:

  • Sistema di Interscambio (SDI): il portale dell’Agenzia delle Entrate che recapita la fattura al codice destinatario o alla PEC dell’azienda
  • Cassetto fiscale del cliente: la fattura e sempre disponibile in copia di cortesia nell’area riservata di Fisconline
  • Email automatica: molti distributori inviano anche una copia PDF della fattura all’indirizzo email associato all’account

Riassunto Pratico per Categoria di Lavoratore

Per orientarsi velocemente, ecco un riassunto pratico della fattura elettronica carburante in base alla categoria di appartenenza. Le percentuali indicate riguardano il regime fiscale ordinario o semplificato; per i forfettari valgono le regole speciali viste sopra.

  • Tassista / NCC / Autotrasportatore: deduzione costo 100% + detrazione IVA 100%
  • Agente di commercio o rappresentante: deduzione costo 80% + detrazione IVA 100% (interpretativa)
  • Imprenditore / professionista con auto promiscua: deduzione costo 20% + detrazione IVA 40%
  • Forfettario (qualunque attivita): nessuna deduzione, nessuna detrazione (fattura solo per archivio)
  • Amministratore con auto fringe benefit personale: deduzione e detrazione IVA limitate al valore del benefit
  • Veicoli strumentali (autoscuole, autonoleggio): deduzione 100% + detrazione IVA 100%

Cosa fare se per sbaglio paghi senza fattura

Capita: sei di fretta, paghi in contanti, ricevi solo lo scontrino. In questo caso non hai diritto ne alla deduzione ne alla detrazione IVA, anche se richiedessi successivamente la fattura. Lo scontrino senza pagamento tracciabile non vale ai fini fiscali. L’unico rimedio e segnarsi mentalmente l’importo come «costo personale» e, in futuro, organizzarsi sempre con app o card business in tasca. Se invece hai pagato con carta ma non hai ricevuto la fattura, contatta il gestore o l’assistenza dell’app: hai 12 giorni di tempo per ottenere la fattura elettronica del carburante tramite procedura ordinaria.

Autofattura Carburante per Agricoltori

Un caso particolare riguarda gli imprenditori agricoli. Le aziende agricole acquistano carburante agricolo (gasolio agevolato) attraverso il libretto di controllo UMA (Utenti Motori Agricoli) rilasciato dalla Regione, che da diritto a un’aliquota ridotta e a una accisa agevolata. Per questi rifornimenti, gli agricoltori in regime speciale IVA agricolo emettono autofattura: il distributore non genera fattura elettronica con IVA, perche si applica un regime diverso che prevede l’inversione contabile.

L’autofattura agricola per il carburante e un adempimento gestito dal commercialista o dal CAF: ogni rifornimento di gasolio agricolo viene rilevato con un’autofattura emessa dall’imprenditore agricolo nei propri confronti, registrata nei registri IVA e poi compensata in dichiarazione annuale. Le quantita autorizzate sono fissate dalla Regione in base agli ettari coltivati e al tipo di colture o lavorazioni svolte.

Domande Frequenti sulla Fattura Elettronica Carburante

Posso dedurre il carburante se sono in regime forfettario?

No. Il regime forfettario calcola il reddito imponibile applicando un coefficiente di redditivita ai ricavi: tutti i costi (incluso il carburante) si considerano gia «forfettizzati» e non possono essere dedotti analiticamente. La fattura elettronica carburante resta utile per archivio personale, ma non incide sulla tassazione. Lo stesso vale per la detrazione IVA: i forfettari non applicano l’IVA in fattura e quindi non la recuperano.

Cosa succede se pago il carburante in contanti?

Perdi ogni diritto a dedurre il costo e a detrarre l’IVA, anche se ricevi regolare fattura elettronica carburante. La normativa richiede tassativamente il pagamento tracciabile: bancomat, carta di credito, app, bonifico, carte carburante. Il contante e sempre escluso, indipendentemente dall’importo. Per non perdere il beneficio, viaggia sempre con una carta carburante business o l’app del distributore preferito.

La targa deve essere obbligatoriamente in fattura?

Non e un dato strettamente obbligatorio, ma e fortemente consigliata quando vuoi detrarre l’IVA al 100% (es. tassisti, autotrasportatori, agenti). Senza la targa, in caso di controllo, l’Agenzia delle Entrate puo contestare il legame tra il rifornimento e il veicolo aziendale. La maggior parte delle app (Eni Station+, Q8 Smart, Click&Drive) consente di registrare la targa al momento dell’attivazione: cosi appare automaticamente in ogni fattura elettronica del carburante.

Posso ottenere la fattura elettronica anche presso le pompe bianche?

Si. Tutti i distributori, anche le pompe bianche indipendenti, sono obbligati per legge a emettere fattura elettronica carburante nei confronti dei titolari di partita IVA. Di solito, presso le pompe bianche, occorre comunicare al gestore i propri dati fiscali (P.IVA, codice destinatario o PEC) tramite POS o terminale dedicato. La fattura arrivera comunque tramite SDI nei giorni successivi.

Conviene la fattura singola o quella mensile cumulativa?

Dipende dal volume di rifornimenti. Se fai meno di 5 rifornimenti al mese, la fattura singola va bene. Se invece sei un agente di commercio o un autotrasportatore con decine di rifornimenti, la fattura cumulativa mensile semplifica enormemente la contabilita: riceverai un’unica fattura riepilogativa per ogni distributore. Si attiva nelle impostazioni dell’app o della card business.

L’IVA sul carburante per agenti di commercio e detraibile al 100%?

Si, in via interpretativa. Per gli agenti di commercio e i rappresentanti, la prassi dell’Agenzia delle Entrate riconosce la detrazione integrale dell’IVA sul carburante, in considerazione del fatto che l’auto e strumento essenziale dell’attivita. Il costo, invece, e deducibile all’80%, come previsto dal TUIR. Ricorda di indicare sempre la targa in fattura per evitare contestazioni.

Conclusione: Gestire Correttamente la Fattura Elettronica Carburante

La fattura elettronica carburante e ormai uno standard per ogni titolare di partita IVA che usa l’auto per lavoro. Capire le regole di deducibilita e detrazione IVA, scegliere il giusto strumento di pagamento tracciabile e organizzarsi con app e card business dei principali distributori (Eni, Agip, Q8, Tamoil, Esso, IP) significa risparmiare migliaia di euro all’anno e azzerare il rischio di contestazioni fiscali. Per i forfettari, la fattura elettronica del carburante resta solo un documento d’archivio, ma per tutti gli altri rappresenta una leva fiscale importante.

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Conservazione Sostitutiva Fatture Elettroniche 2026: Obblighi e Soluzioni

Notizie fiscali CAF Centro Fiscale

La conservazione sostitutiva delle fatture elettroniche e’ un obbligo di legge che riguarda tutti i titolari di partita IVA, compresi i forfettari. Non si tratta di un semplice salvataggio dei file XML su un disco rigido o su Google Drive: e’ un processo strutturato che garantisce alle fatture lo stesso valore legale delle fatture cartacee conservate per 10 anni in archivio. In questa guida completa 2026 ti spieghiamo cos’e’ la conservazione sostitutiva delle fatture elettroniche, perche’ e’ obbligatoria, come fare per metterti in regola (anche gratis con il servizio dell’Agenzia delle Entrate) e quali sono le sanzioni se non lo fai.

Se sei un libero professionista, un artigiano, un commerciante o gestisci una piccola impresa, questa guida e’ fondamentale: la conservazione delle fatture elettroniche non e’ un’opzione, ma un obbligo che, se trascurato, puo’ costarti sanzioni fino a 2.000 euro per ogni dichiarazione e, soprattutto, puo’ privarti del valore probatorio dei tuoi documenti in caso di accertamento fiscale.

Indice dei contenuti

  1. Cos’e’ la conservazione sostitutiva
  2. Obbligo di 10 anni: cosa dice la legge
  3. Differenza tra archiviazione e conservazione
  4. Chi e’ obbligato (anche forfettari)
  5. Cosa conservare nel dettaglio
  6. Come fare la conservazione: 4 opzioni
  7. Servizio gratuito Agenzia Entrate
  8. Tempi: entro quando avviare la conservazione
  9. Cosa succede se non conservi: sanzioni
  10. Controlli AdE: come dimostrare la conservazione
  11. Cambiare conservatore: la portabilita’
  12. Archiviazione parallela: il backup personale
  13. Forfettari e conservazione: la soluzione consigliata
  14. FAQ

Cos’e’ la conservazione sostitutiva delle fatture elettroniche

La conservazione sostitutiva (chiamata anche conservazione digitale o conservazione a norma) e’ il processo che permette di tenere documenti fiscali in formato digitale con lo stesso valore legale dei documenti cartacei. Il termine “sostitutiva” indica proprio questo: il documento digitale conservato a norma sostituisce in tutto e per tutto la versione cartacea.

Per le fatture elettroniche, la conservazione sostitutiva non e’ una scelta ma un obbligo. Quando emetti una fattura elettronica in formato XML attraverso il Sistema di Interscambio (SDI), quel file deve essere conservato per 10 anni in modo che, se l’Agenzia delle Entrate venisse a chiedertelo durante un controllo, tu possa esibirlo con piena validita’ giuridica.

Il processo di conservazione sostitutiva non e’ un semplice “salva con nome”. Comprende l’apposizione di tre elementi tecnici fondamentali che garantiscono autenticita’, integrita’ e leggibilita’ nel tempo:

  • Firma digitale: certifica chi ha generato e conservato il documento, garantendo che non sia stato alterato
  • Marca temporale: attesta in modo certo la data e l’ora in cui il documento e’ stato conservato (cosi’ nessuno puo’ contestare “quando” l’hai conservato)
  • Sigillo elettronico qualificato o riferimento temporale: garantisce l’integrita’ del pacchetto di archiviazione nel tempo

Senza questi tre elementi, anche se hai salvato i file XML su un cloud, tecnicamente non hai conservato a norma e in caso di accertamento i tuoi documenti potrebbero non essere riconosciuti come prova valida.

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Obbligo di conservazione 10 anni: cosa dice la legge

L’obbligo di conservazione delle fatture elettroniche per 10 anni non e’ una novita’ del 2026: e’ una regola che deriva dal Codice Civile e dalle norme fiscali italiane. La conservazione sostitutiva poggia su tre pilastri normativi che e’ utile conoscere, almeno a grandi linee:

  • Articolo 2220 del Codice Civile: stabilisce l’obbligo generale di conservare le scritture contabili e i documenti fiscali per 10 anni dalla data dell’ultima registrazione
  • Articolo 39 del DPR 633/1972 (decreto IVA): obbliga il contribuente a conservare fatture e registri IVA per consentire all’Amministrazione finanziaria di effettuare controlli
  • DM 17 giugno 2014 (Decreto Ministero dell’Economia): definisce le modalita’ tecniche specifiche di conservazione dei documenti rilevanti ai fini tributari
  • CAD – Codice dell’Amministrazione Digitale (D.Lgs. 82/2005): disciplina firma digitale, marca temporale e formati documentali ammessi
  • Linee Guida AgID sulla formazione, gestione e conservazione dei documenti informatici: aggiornate nel 2021 e applicate dal 2022, integrano e dettagliano le regole tecniche

In pratica, le norme stabiliscono che per ogni anno fiscale tutte le fatture elettroniche emesse e ricevute devono essere conservate digitalmente per 10 anni dalla loro registrazione. Questo significa che le fatture relative al 2026 dovranno restare conservate fino al 2036 (almeno), e dovranno essere disponibili per consultazione e produzione in caso di richiesta dell’Agenzia delle Entrate o della Guardia di Finanza.

Attenzione: per alcune tipologie di documenti i termini possono essere piu’ lunghi. Ad esempio, in caso di contenzioso aperto con l’AdE, l’obbligo di conservazione si estende fino alla definizione del contenzioso, anche oltre i 10 anni. Per questo molti professionisti consigliano una conservazione di sicurezza pari a 15 anni: non a caso, il servizio gratuito dell’Agenzia delle Entrate prevede proprio una conservazione quindicennale.

Differenza tra archiviazione e conservazione: perche’ non basta Google Drive

Uno degli errori piu’ comuni e pericolosi e’ confondere archiviazione e conservazione sostitutiva. Sono due cose molto diverse, anche se a prima vista sembrano simili. Capire la differenza ti evita guai con il fisco.

Archiviazione: il semplice salvataggio

L’archiviazione e’ il salvataggio dei file in una qualsiasi locazione: il disco rigido del PC, una cartella su Google Drive, una chiavetta USB, un NAS aziendale. E’ utile per ritrovare velocemente i documenti, ma non ha valore legale autonomo. In altre parole, se l’Agenzia delle Entrate ti chiede una fattura del 2024 e tu la mostri estratta da Google Drive, quella fattura potrebbe non essere considerata prova valida.

Conservazione sostitutiva: il processo con valore legale

La conservazione sostitutiva e’ invece un processo tecnico-giuridico strutturato. Comporta:

  • Apposizione di firma digitale sul pacchetto dei documenti
  • Apposizione di marca temporale certificata
  • Generazione di un indice di conservazione (file IPdA – Indice del Pacchetto di Archiviazione) che descrive il contenuto
  • Adozione di un manuale di conservazione che descrive procedure, ruoli e tempistiche
  • Possibilita’ di esibizione su richiesta secondo modalita’ definite dalle Linee Guida AgID

La differenza pratica e’ enorme: con la conservazione sostitutiva, una fattura elettronica del 2018 esibita nel 2026 ha esattamente lo stesso valore probatorio di una fattura cartacea conservata in archivio. Con la semplice archiviazione, no.

Esempio pratico: immagina che Marco, un freelance, salvi tutte le sue fatture elettroniche scaricate dal cassetto fiscale in una cartella su Dropbox. Crede di essere in regola perche’ “le ha tutte”. Nel 2027 riceve un controllo per l’anno 2024: l’AdE chiede di esibire le fatture conservate a norma. Marco mostra la cartella Dropbox. Risultato: i documenti potrebbero non essere accettati come prova, perche’ manca firma digitale, marca temporale e indice di conservazione. Marco rischia sanzioni e disconoscimento delle fatture.

Chi e’ obbligato alla conservazione (anche i forfettari)

L’obbligo di conservazione sostitutiva delle fatture elettroniche riguarda tutti i titolari di partita IVA che emettono o ricevono fatture elettroniche. Non ci sono esoneri legati al regime fiscale: chiunque tratti fatture XML transitate dal Sistema di Interscambio deve conservarle a norma.

In particolare, sono obbligati alla conservazione:

  • Imprese individuali, ditte e societa’ (SRL, SAS, SNC, SPA)
  • Liberi professionisti con e senza Cassa di previdenza
  • Forfettari: dal 1 gennaio 2024 sono tutti tenuti alla fattura elettronica e alla relativa conservazione
  • Artigiani, commercianti, agricoltori
  • Enti non commerciali per la parte di attivita’ commerciale
  • Pubbliche amministrazioni (con regole specifiche per la fatturazione PA)

Forfettari: niente piu’ esoneri dal 2024

Fino al 30 giugno 2022, i contribuenti in regime forfettario con ricavi inferiori a 25.000 euro erano esonerati dalla fatturazione elettronica. Dal 1 luglio 2022 l’obbligo si e’ esteso ai forfettari sopra i 25.000 euro e dal 1 gennaio 2024 riguarda tutti i forfettari senza eccezioni, anche chi fattura solo poche centinaia di euro l’anno.

Conseguenza diretta: tutti i forfettari oggi devono conservare le proprie fatture elettroniche per 10 anni, esattamente come ogni altra partita IVA. La buona notizia, come vedrai piu’ avanti, e’ che il servizio gratuito dell’Agenzia delle Entrate risolve il problema in pochi clic, senza costi aggiuntivi.

Cosa conservare nel dettaglio: la lista completa

Quando si parla di conservazione fatture elettroniche, molti pensano al solo file XML della fattura. In realta’ l’obbligo e’ piu’ ampio: bisogna conservare l’intero “fascicolo digitale” che ruota intorno alla fattura. Vediamo cosa nel dettaglio.

  • Fatture elettroniche emesse: il file XML originale firmato e trasmesso al SDI (non la copia di cortesia in PDF, che ha valore solo informativo)
  • Fatture elettroniche ricevute: i file XML scaricati dal cassetto fiscale o ricevuti tramite il proprio canale (PEC, codice destinatario, intermediario)
  • Note di credito elettroniche: documenti di rettifica/storno (codice TD04 e simili)
  • Note di debito: integrazioni della fattura emessa
  • Ricevute SDI di consegna (RC): attestano che la fattura e’ arrivata al destinatario
  • Ricevute SDI di scarto (NS): attestano che la fattura e’ stata rifiutata dal SDI per errori formali
  • Ricevute di mancata consegna (MC): la fattura e’ stata accettata dal SDI ma non consegnata al destinatario (solitamente per problemi tecnici lato ricevente)
  • Notifiche di esito (NE): accettazione o rifiuto da parte della PA per le fatture elettroniche PA
  • Documenti accessori: integrazioni IVA per autofatture (TD16, TD17, TD18, TD19), reverse charge, schede carburante elettroniche
  • Corrispettivi telematici: i file XML con i dati dei corrispettivi giornalieri trasmessi all’AdE (per chi vende al pubblico)

Tutti questi documenti devono essere conservati con i medesimi requisiti tecnici (firma digitale, marca temporale, indice di conservazione). La buona notizia e’ che, se utilizzi un software di fatturazione integrato o il servizio gratuito dell’AdE, queste operazioni avvengono in modo automatico: tu emetti la fattura, e il sistema pensa al resto.

Come fare la conservazione sostitutiva: 4 opzioni a confronto

Esistono 4 modi principali per assolvere all’obbligo di conservazione delle fatture elettroniche. Vediamoli tutti, con pro, contro e costi tipici, in modo che tu possa scegliere consapevolmente.

Opzione 1: Servizio gratuito dell’Agenzia delle Entrate

L’Agenzia delle Entrate offre un servizio di conservazione gratuita direttamente dal portale Fatture e Corrispettivi. Una volta aderito, tutte le fatture elettroniche transitate dal SDI vengono automaticamente conservate per 15 anni, senza alcun costo e senza ulteriori passaggi da parte del contribuente.

  • Costo: gratuito
  • Durata: 15 anni
  • Adesione: una tantum, tramite firma digitale dell’apposita convenzione
  • Pro: gratuito, automatico, certificato direttamente dall’amministrazione finanziaria
  • Contro: conserva solo le fatture elettroniche XML transitate dal SDI; non gestisce documenti accessori (es. contratti, corrispettivi non elettronici, note interne)

E’ la soluzione consigliata per la maggior parte dei piccoli professionisti, freelance e forfettari: copre l’obbligo principale (le fatture XML) senza alcun costo. Per chi ha esigenze piu’ complesse, puo’ essere il punto di partenza, da integrare poi con altre soluzioni per documenti accessori.

Opzione 2: Software di fatturazione con conservazione integrata

Molti software di fatturazione elettronica includono nel canone annuale la conservazione sostitutiva. Tu emetti le fatture dalla loro piattaforma e il software pensa a firmarle, marcarle temporalmente e conservarle. E’ la scelta piu’ comoda se gia’ usi un gestionale per fatturare.

Esempi tipici (con costi indicativi 2026, da verificare sui siti ufficiali):

  • Aruba Fatturazione Elettronica: piani da circa 24 euro l’anno, conservazione fino a 1.000 fatture; piani superiori per volumi maggiori
  • Fatture in Cloud (TeamSystem): conservazione inclusa nei piani standard
  • Fattureweb (Visura Inc.): conservazione integrata nei piani business
  • TeamSystem Digital: pacchetti per studi e aziende strutturate
  • Zucchetti, Buffetti, Wolters Kluwer: soluzioni integrate per studi commercialisti e PMI
  • Pro: integrato con il gestionale, automatico, gestisce anche documenti accessori legati alla fatturazione
  • Contro: a pagamento (canone annuale), vincolo al fornitore (se cambi software, devi gestire la portabilita’)

Opzione 3: Conservatore terzo accreditato AgID

I conservatori accreditati sono soggetti certificati AgID (Agenzia per l’Italia Digitale) che svolgono per professione il servizio di conservazione documentale. Sono la soluzione piu’ completa, soprattutto per chi deve conservare anche documenti diversi dalle sole fatture (contratti, libri sociali, libri inventari, scritture contabili).

Esempi di conservatori accreditati AgID:

  • Aruba PEC
  • Namirial
  • InfoCert
  • TeamSystem Digital
  • Buffetti Conservazione
  • Notartel
  • Costo: variabile, indicativamente da 50 a 200 euro l’anno per professionisti, fino a migliaia di euro per imprese strutturate
  • Pro: massima completezza, indipendenza dal software di fatturazione, gestione di documenti eterogenei
  • Contro: costo piu’ elevato; richiede definizione manuale di processi e manuale di conservazione

Opzione 4: Fai-da-te (NON raccomandato)

Tecnicamente, e’ possibile fare la conservazione sostitutiva in autonomia. Le norme non vietano l’autoconservazione, ma servono competenze tecniche, strumenti specifici e una rigorosa procedura documentata. Per fare la conservazione fai-da-te servono:

  • Firma digitale personale (smart card o token, costo circa 50 euro l’anno)
  • Marche temporali certificate (vendute a pacchetti, es. 100 marche per 30-50 euro)
  • Software di conservazione conforme alle Linee Guida AgID
  • Manuale di conservazione redatto secondo le Linee Guida AgID (documento di decine di pagine che descrive procedure, responsabili, formati)
  • Spazio di archiviazione sicuro, ridondato, con backup
  • Conoscenze tecniche di IPdA, formati ammessi, hash, integrita’ del pacchetto
  • Pro: massimo controllo, nessun vincolo a fornitori
  • Contro: costi spesso superiori alle soluzioni automatiche, alto rischio di errori, responsabilita’ totale in caso di contenzioso

Il nostro consiglio: evita la conservazione fai-da-te a meno che tu non sia un professionista IT specializzato. Per il 99% dei contribuenti, il servizio gratuito dell’AdE o un software integrato sono soluzioni piu’ sicure, economiche e rapide.

Servizio gratuito Agenzia Entrate: come aderire passo per passo

Il servizio di conservazione gratuita dell’Agenzia delle Entrate e’ la soluzione piu’ semplice e popolare per i piccoli professionisti e i forfettari. Una volta aderito, tutte le fatture elettroniche emesse e ricevute via SDI vengono automaticamente conservate a norma per 15 anni. Vediamo passo per passo come attivarlo.

Procedura di adesione (5 passaggi)

  1. Accedi al portale “Fatture e Corrispettivi”: vai su fatture.agenziaentrate.gov.it e fai il login con SPID di livello 2, CIE (Carta d’Identita’ Elettronica) o CNS (Carta Nazionale dei Servizi). Se sei una societa’ o un intermediario abilitato, puoi accedere anche con le credenziali Entratel/Fisconline.
  2. Vai nella sezione “Conservazione”: una volta dentro, individua il menu “Conservazione” o “Servizio di conservazione”. L’AdE mostra una panoramica della convenzione.
  3. Aderisci al servizio firmando la convenzione: dovrai apporre la firma digitale (oppure dare consenso telematico) sulla convenzione di servizio. Senza questo passaggio l’adesione non e’ valida.
  4. Configura i parametri: scegli quali tipologie di documenti far conservare (di default tutte le fatture XML transitate dal SDI), le modalita’ di esibizione e l’indirizzo PEC per le comunicazioni.
  5. Verifica l’adesione: dopo l’attivazione, verifica nella stessa sezione che lo stato sia “Attivo”. Da quel momento, ogni nuova fattura emessa o ricevuta sara’ automaticamente conservata.

Importante: il servizio AdE conserva solo le fatture transitate dal SDI dal momento dell’adesione in poi. Le fatture emesse prima dell’adesione restano a tuo carico (devi conservarle con altri sistemi). Per questo, se non hai ancora aderito, conviene farlo subito: ogni giorno di ritardo e’ un giorno di fatture che dovrai conservare in altro modo.

Cosa fare se hai fatture vecchie non ancora conservate

Se per il passato non hai mai conservato a norma le tue fatture (succede a molti piccoli forfettari che non sapevano dell’obbligo), hai due strade:

  • Affidarti a un conservatore terzo per il pregresso: alcuni conservatori (es. Aruba, Namirial) offrono pacchetti di “conservazione del pregresso”, caricando i file XML che hai scaricato dal cassetto fiscale
  • Recuperare gli XML dal cassetto fiscale e farli conservare: i file XML restano disponibili nel tuo cassetto fiscale per circa 3 mesi dopo la trasmissione, ma per anni precedenti devi richiederli con apposita istanza

Se hai dubbi o vuoi una consulenza personalizzata sul recupero del pregresso e l’attivazione della conservazione, il CAF Centro Fiscale di Udine puo’ aiutarti a regolarizzare la posizione, anche in modalita’ assistita.

Tempi di conservazione: entro quando devi conservare

Una domanda frequente e’: “Entro quando devo avviare la conservazione delle fatture di un anno?”. La risposta e’ chiara: la conservazione deve essere completata entro 3 mesi dalla scadenza della dichiarazione dei redditi dell’anno di riferimento.

Tradotto in pratica per le fatture 2026:

  • La dichiarazione dei redditi 2026 si presenta entro fine ottobre 2027 (per il modello Redditi PF, salvo proroghe ufficiali)
  • I 3 mesi successivi portano la scadenza al 31 gennaio 2028 per chi presenta la dichiarazione a fine ottobre
  • In via prudenziale, molti operatori parlano di “fine settembre 2027” come termine ragionevole per chi vuole tenersi un margine di sicurezza, soprattutto se ricorrono proroghe della dichiarazione

Con il servizio gratuito dell’AdE o con un software integrato, questo problema non si pone: la conservazione avviene in automatico in tempo reale o quasi, e non rischi mai di “sforare” i termini. Per chi gestisce la conservazione manualmente o tramite conservatore terzo, invece, e’ indispensabile pianificare il caricamento dei pacchetti annuali entro la scadenza.

Esempio pratico

Supponiamo che Lucia, una psicologa forfettaria, emetta nel 2026 le sue fatture elettroniche. Ha aderito al servizio AdE: le fatture vengono conservate automaticamente man mano che le emette. Lei non deve fare nulla, e’ tranquilla. Marco, invece, non ha aderito a nessun servizio: deve assicurarsi che entro il 31 gennaio 2028 tutte le fatture 2026 siano state correttamente conservate, pena sanzioni.

Cosa succede se non conservi: sanzioni e rischi

Le conseguenze di una mancata o irregolare conservazione delle fatture elettroniche sono di due tipi: sanzioni amministrative dirette e rischi indiretti in sede di accertamento. Vediamoli entrambi.

Sanzioni amministrative

L’articolo 9 del D.Lgs. 471/1997 punisce le irregolarita’ nella tenuta e conservazione delle scritture contabili e dei documenti fiscali. La sanzione tipica va da 250 a 2.000 euro per ciascuna dichiarazione di riferimento. La cifra puo’ essere ridotta in caso di ravvedimento operoso, ma resta comunque un esborso significativo, soprattutto se l’irregolarita’ riguarda piu’ anni.

Inoltre, se la mancata conservazione e’ dolosa o sistematica, possono scattare conseguenze ulteriori: ricostruzione induttiva del reddito, disconoscimento dei costi, indagini piu’ approfondite.

Rischi in sede di accertamento

Il rischio piu’ serio non e’ la sanzione amministrativa, ma il disconoscimento dei documenti. Se in sede di accertamento non riesci a esibire una fattura conservata a norma, l’Agenzia delle Entrate puo’:

  • Disconoscere il credito IVA derivante da quella fattura
  • Disconoscere il costo deducibile dal reddito d’impresa o di lavoro autonomo
  • Procedere con un accertamento induttivo ricostruendo il reddito sulla base di parametri presuntivi
  • Applicare ulteriori sanzioni per dichiarazione infedele

In altre parole: una fattura non conservata a norma e’ come se non l’avessi mai emessa o ricevuta, ai fini probatori. E’ il motivo per cui spesso si dice che non conservare costa molto piu’ che conservare: meglio investire 50 euro l’anno (o aderire al servizio gratuito) che rischiare migliaia di euro in sanzioni e accertamenti.

Controlli AdE: come dimostrare la conservazione corretta

In caso di controllo dell’Agenzia delle Entrate o della Guardia di Finanza, dovrai essere in grado di dimostrare che le tue fatture elettroniche sono state correttamente conservate. Cosa significa “dimostrare” in pratica?

  • Esibizione del pacchetto di archiviazione: il file (in formato standard, di solito un archivio firmato e marcato temporalmente) che contiene le fatture conservate
  • Indice di conservazione (IPdA): il file XML che descrive il contenuto del pacchetto e i metadati associati
  • Manuale di conservazione: il documento che descrive procedure, ruoli (Responsabile della conservazione), formati, strumenti utilizzati
  • Storico delle marche temporali: la prova che la conservazione e’ avvenuta entro i termini di legge

Se hai aderito al servizio gratuito dell’AdE, sei a posto: l’amministrazione finanziaria e’ essa stessa il conservatore, e i tuoi documenti sono gia’ “in casa” del controllore. In caso di controllo dei tuoi documenti, l’AdE accede direttamente al proprio archivio.

Se invece usi un software o un conservatore terzo, dovrai chiedere al fornitore di esibire i pacchetti di archiviazione richiesti e fornire all’AdE una copia firmata e marcata. La maggior parte dei software offre questa funzione con un clic (“esibisci all’AdE”, “esporta pacchetto di conservazione”).

Cambiare conservatore: la portabilita’ del pacchetto

Una preoccupazione comune e’: “Se cambio software o conservatore, perdo le fatture conservate?”. La risposta e’ no, ma occorre seguire una procedura specifica per garantire la portabilita’ del pacchetto di conservazione.

Le Linee Guida AgID stabiliscono che il conservatore uscente deve consegnare al contribuente (o al nuovo conservatore) il pacchetto di archiviazione completo, comprensivo di:

  • File originali (XML delle fatture, ricevute SDI, eccetera)
  • Indici di conservazione (IPdA)
  • Marche temporali e firme digitali apposte
  • Manuale di conservazione vigente al momento della conservazione

In pratica, quando cambi conservatore: chiedi al vecchio fornitore l’esportazione dei pacchetti, conservali in un luogo sicuro o caricali sul nuovo conservatore. La maggior parte dei conservatori offre il servizio di “presa in carico” del pregresso, a volte gratuitamente, piu’ spesso a pagamento (qualche centinaio di euro per studi di medie dimensioni).

Caso particolare: il servizio gratuito dell’AdE non offre un’esportazione “a pacchetti” particolarmente comoda, ma fornisce comunque la possibilita’ di scaricare i file XML conservati. Per migrare verso un conservatore terzo, occorre quindi un po’ di lavoro tecnico, ma la portabilita’ e’ garantita per legge.

Archiviazione parallela: il backup personale che ti salva la vita

Anche se hai aderito a un servizio di conservazione a norma (gratuito AdE, software integrato o conservatore accreditato), il consiglio dei professionisti e’ di tenere sempre una copia personale di archiviazione in parallelo. Questa “archiviazione di backup” non sostituisce la conservazione sostitutiva, ma ti garantisce di avere sempre i tuoi documenti a portata di mano per la consultazione quotidiana.

Le ragioni per cui un backup parallelo e’ una buona idea sono molte:

  • Consultazione veloce: rivedere una fattura del 2024 dal cloud personale e’ molto piu’ rapido che chiederla al conservatore
  • Continuita’ operativa: se cambi software o conservatore, hai sempre i file originali sottomano
  • Sicurezza in caso di disservizi: rare ma possibili interruzioni del servizio di conservazione (anche dell’AdE)
  • Estrazione dati: per analisi gestionali, riconciliazioni bancarie, controlli interni
  • Trasmissione al commercialista: invio rapido dei file XML

Strumenti tipici per l’archiviazione parallela: Google Drive, OneDrive, Dropbox, NAS aziendale, hard disk esterno cifrato. L’importante e’ che la copia sia ridondata (in 2 luoghi diversi: cloud + locale) e protetta da accessi non autorizzati.

Attenzione: ribadiamo che il backup personale non sostituisce la conservazione sostitutiva. Ti serve come supporto operativo, ma per il fisco vale solo il pacchetto firmato e marcato temporalmente.

Forfettari e conservazione: la soluzione consigliata

Per i contribuenti in regime forfettario, il tema della conservazione e’ relativamente recente: come abbiamo visto, l’obbligo di fattura elettronica si e’ esteso progressivamente fino a coprire tutti i forfettari dal 1 gennaio 2024. Molti forfettari, soprattutto chi ha aperto la P.IVA negli ultimi anni, sono ancora confusi su cosa fare. Ecco la soluzione consigliata.

La combinazione vincente: AdE + backup cloud

Per il 99% dei forfettari, la soluzione ideale e’ questa:

  1. Aderire al servizio gratuito di conservazione dell’AdE: zero costi, zero pensieri, conservazione 15 anni automatica
  2. Tenere un backup personale su Google Drive o OneDrive con i file XML scaricati periodicamente dal cassetto fiscale
  3. Verificare ogni 6 mesi che il servizio AdE risulti “Attivo” nel portale Fatture e Corrispettivi

Questa combinazione copre l’obbligo legale (la conservazione sostitutiva e’ garantita dall’AdE) e ti da’ anche un accesso pratico ai documenti tramite il backup cloud personale. Costo totale: zero.

Quando un forfettario dovrebbe valutare il software a pagamento

Considera un software di fatturazione a pagamento (Aruba, Fatture in Cloud, Fattureweb) se:

  • Emetti molte fatture al mese e ti serve un’interfaccia veloce
  • Vuoi report fiscali, scadenzario, prima nota integrati
  • Hai bisogno di gestire anche corrispettivi telematici, autofatture, integrazioni
  • Vuoi inviare al commercialista un file di prima nota direttamente esportato dal software

In questi casi, la conservazione integrata nel canone (24-50 euro l’anno) e’ un piccolo costo aggiuntivo che ti semplifica la vita.

Vuoi una mano per metterti in regola? Ti aiutiamo noi

Se sei un forfettario, una piccola partita IVA o un libero professionista in provincia di Udine e vuoi essere certo di aver attivato correttamente la conservazione delle fatture elettroniche, il CAF Centro Fiscale di Udine e’ a tua disposizione. Ti aiutiamo a:

  • Verificare se hai gia’ aderito al servizio gratuito AdE
  • Aderire al servizio se non lo hai ancora fatto
  • Recuperare le fatture pregresse non conservate
  • Impostare un sistema di backup parallelo affidabile
  • Gestire la dichiarazione dei redditi tenendo conto delle fatture conservate

Contattaci per fissare un appuntamento: in poco tempo metti in regola la tua posizione e dormi sonni tranquilli.

FAQ: domande frequenti sulla conservazione sostitutiva fatture elettroniche

1. La conservazione sostitutiva delle fatture elettroniche e’ obbligatoria anche per i forfettari?

Si’, dal 1 gennaio 2024 tutti i forfettari sono obbligati alla fattura elettronica e, di conseguenza, alla relativa conservazione sostitutiva per 10 anni. La soluzione consigliata e’ aderire al servizio gratuito dell’Agenzia delle Entrate, che copre l’obbligo senza costi.

2. Salvare le fatture XML su Google Drive equivale a conservarle a norma?

No. Salvare i file su Google Drive, OneDrive o un disco rigido e’ una semplice archiviazione, non una conservazione sostitutiva. Manca firma digitale, marca temporale e indice di conservazione, quindi i documenti non hanno valore legale autonomo. Devi affiancare il backup a un servizio di conservazione a norma (es. quello gratuito dell’AdE).

3. Quanto costa la conservazione delle fatture elettroniche?

Dipende dalla soluzione scelta. Il servizio dell’AdE e’ gratuito. I software di fatturazione integrati costano da 24 a 100 euro l’anno indicativamente. I conservatori terzi accreditati AgID partono da 50 euro fino a diverse centinaia per studi strutturati.

4. Per quanti anni devo conservare le fatture elettroniche?

L’obbligo di legge e’ di 10 anni dall’ultima registrazione (articolo 2220 c.c. e art. 39 DPR 633/72). Il servizio gratuito dell’Agenzia delle Entrate prevede una conservazione di 15 anni, offrendo un margine di sicurezza in piu’ rispetto al minimo legale.

5. Cosa rischio se non conservo correttamente le fatture?

Le sanzioni amministrative vanno da 250 a 2.000 euro per dichiarazione. In sede di accertamento, l’AdE puo’ disconoscere costi e crediti IVA derivanti da fatture non esibibili a norma, con conseguenze economiche anche rilevanti.

6. Posso aderire al servizio AdE in qualsiasi momento?

Si’, l’adesione e’ possibile in qualsiasi momento dal portale Fatture e Corrispettivi. Tuttavia, il servizio conserva solo le fatture transitate dal SDI dal momento dell’adesione in poi. Le fatture precedenti devi conservarle in altro modo (conservatore terzo o software).

7. Cosa succede se cambio software di fatturazione?

La portabilita’ del pacchetto di conservazione e’ garantita dalle Linee Guida AgID. Devi richiedere al vecchio fornitore l’esportazione del pacchetto di archiviazione completo (file, indici, marche, manuale) e caricarlo presso il nuovo conservatore o tenerlo in proprio.

8. Devo conservare anche le note di credito e le ricevute SDI?

Si’. Oltre alle fatture XML emesse e ricevute, devi conservare note di credito, note di debito, ricevute SDI di consegna, scarto e mancata consegna, notifiche di esito (per la PA) e tutti i documenti accessori (autofatture, integrazioni). Il servizio AdE e i software integrati lo fanno automaticamente.

9. Quando deve essere completata la conservazione?

Entro 3 mesi dalla scadenza della dichiarazione dei redditi dell’anno fiscale di riferimento. Per le fatture 2026, il termine cade tipicamente entro fine gennaio 2028. Con il servizio gratuito AdE non e’ un problema: la conservazione avviene in tempo reale.

10. Il commercialista puo’ conservare le fatture per me?

Si’. Molti commercialisti offrono il servizio di conservazione a norma all’interno del proprio gestionale o tramite conservatore terzo accreditato. La responsabilita’ resta del contribuente, ma il commercialista o un CAF di fiducia possono curare l’intera procedura per tuo conto. Per chi e’ in provincia di Udine, il CAF Centro Fiscale offre consulenza dedicata su questi temi.

11. La conservazione vale anche per i corrispettivi telematici?

Si’, i corrispettivi telematici (i file XML giornalieri trasmessi all’AdE da chi vende al pubblico) sono soggetti agli stessi obblighi di conservazione decennale delle fatture elettroniche. Il servizio gratuito AdE conserva anche questi dati.

Conclusione: in regola in pochi clic

La conservazione sostitutiva delle fatture elettroniche e’ un obbligo non negoziabile per chiunque abbia una partita IVA, ma non deve essere un grattacapo. Per la stragrande maggioranza dei contribuenti (forfettari, freelance, piccoli imprenditori), il servizio gratuito dell’Agenzia delle Entrate risolve il problema in 5 minuti, senza alcun costo, garantendo conservazione 15 anni.

Il messaggio chiave e’ uno: non rimandare. Ogni giorno senza un sistema di conservazione attivo e’ un giorno di rischio in caso di controllo. Aderire al servizio AdE e affiancare un backup personale su cloud richiede meno di 30 minuti e ti mette al sicuro per i prossimi 15 anni.

Se hai dubbi, vuoi una consulenza personalizzata o ti serve una mano per regolarizzare situazioni pregresse, il CAF Centro Fiscale di Udine e’ a tua disposizione. Prenota un appuntamento e in un’unica visita verifichiamo la tua posizione, attiviamo i servizi necessari e ti diamo le indicazioni operative per restare in regola.

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Luglio 8, 2026/0 Commenti/da Andrea Damiani
https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Andrea Damiani https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Andrea Damiani2026-07-08 14:00:002026-05-24 09:36:47Conservazione Sostitutiva Fatture Elettroniche 2026: Obblighi e Soluzioni
PARTITA IVA, PARTITA IVA CON REGIME FORFETTARIO

Riaprire Partita IVA dopo Chiusura 2026: Regole, Tempi e Procedura

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Hai chiuso la tua partita IVA in passato e ora stai pensando di riaprirla nel 2026? La buona notizia è che riaprire partita IVA dopo chiusura è sempre possibile, ma ci sono regole precise da rispettare, soprattutto se vuoi accedere al regime forfettario. Esistono limiti temporali, requisiti specifici e una norma anti-elusione che molti contribuenti non conoscono. In questa guida ti spieghiamo passo dopo passo come riaprire la partita IVA, quanto tempo aspettare, quali sono i costi e perché in alcuni casi non potrai più beneficiare dell’aliquota agevolata al 5%.

Ultimo aggiornamento: luglio 2026 — fonti: Agenzia delle Entrate, INPS, Legge di Bilancio 2026.

Indice dei contenuti

  1. Si può riaprire partita IVA dopo averla chiusa?
  2. Tempi di attesa per la riapertura
  3. Regola anti-elusione del regime forfettario
  4. Procedura: come riaprire partita IVA con modello AA9/12
  5. Costi della riapertura
  6. Scelta del regime fiscale alla riapertura
  7. Requisiti forfettario per chi riapre
  8. Aliquota 5% primi 5 anni: quando spetta
  9. Casi particolari: NASPI, fallimento, doppia iscrizione
  10. Esempi pratici di riapertura
  11. Conseguenze fiscali della riapertura
  12. Documenti necessari e tempistiche
  13. Domande frequenti

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Si può riaprire partita IVA dopo averla chiusa?

La risposta è sì, sempre. Chi ha cessato la partita IVA in passato — per pensionamento, cambio attività, periodo di lavoro dipendente o semplicemente perché l’attività non era più sostenibile — può riaprire partita IVA dopo chiusura in qualsiasi momento. Non esiste un divieto assoluto né un numero massimo di volte in cui si può aprire e chiudere una posizione fiscale.

Tuttavia, riaprire una partita IVA non è un’operazione del tutto libera. Esistono regole precise sui tempi minimi di attesa (in alcuni casi), sulla scelta del regime fiscale e — soprattutto — sull’aliquota agevolata al 5% che spetta solo a chi apre la partita IVA per la prima volta. Inoltre, l’Agenzia delle Entrate ha introdotto controlli specifici per evitare comportamenti elusivi, ovvero pratiche fraudolente di chi chiude e riapre la partita IVA solo per ottenere benefici fiscali indebiti.

In pratica, la riapertura è possibile, ma va pianificata con attenzione, soprattutto se hai intenzione di entrare nel regime forfettario. Vediamo quali sono le regole da rispettare.

Tempi di attesa per la riapertura

Una delle domande più frequenti è: quanto tempo devo aspettare per riaprire partita IVA dopo chiusura? La risposta dipende da un fattore chiave: se cambi o meno l’attività.

Nessun limite minimo se cambi attività

Se la nuova partita IVA che vuoi aprire ha un codice ATECO diverso da quello precedente, puoi riaprirla anche il giorno dopo la chiusura. Ad esempio, se chiudi una partita IVA come web designer (ATECO 74.10.21) e vuoi riaprirla come fotografo (ATECO 74.20.19), non c’è alcun periodo di attesa imposto dalla normativa.

6 mesi minimo se l’attività è identica

Se invece vuoi riaprire la stessa identica attività con lo stesso codice ATECO, è opportuno attendere almeno 6 mesi. Questo non è tanto un divieto formale, quanto una cautela anti-elusione: l’Agenzia delle Entrate considera sospette le riaperture immediate con stesso ATECO, soprattutto se finalizzate a “trucchi” sul regime forfettario.

Immagina questo scenario: un professionista nel 2025 supera gli 85.000 euro di compensi. Per non uscire dal forfettario, chiude la partita IVA il 31 dicembre e la riapre il 2 gennaio 2026 con lo stesso codice ATECO, sperando di “azzerare” i compensi superati. Questa pratica è considerata elusiva e può essere contestata in sede di controllo, con perdita del beneficio forfettario.

Regola anti-elusione del regime forfettario

Questo è uno dei punti più delicati per chi vuole riaprire partita IVA in regime forfettario. La normativa fiscale italiana prevede una specifica disciplina anti-elusione (basata sull’art. 10-bis dello Statuto del Contribuente) che permette all’Agenzia delle Entrate di disconoscere i benefici ottenuti tramite operazioni “abusive”.

Quando scatta la contestazione

Le situazioni considerate a rischio sono principalmente:

  • Chi ha una partita IVA in regime ordinario con compensi superiori a 85.000 euro e la chiude per riaprirla immediatamente in regime forfettario
  • Chi chiude e riapre la stessa attività entro 6 mesi senza un valido motivo economico
  • Chi cambia formalmente il codice ATECO ma di fatto continua a svolgere la medesima prestazione per gli stessi clienti

Sanzioni e conseguenze

Se l’Agenzia delle Entrate accerta un comportamento elusivo, le conseguenze sono pesanti:

  • Perdita del beneficio forfettario per il periodo contestato
  • Ricalcolo delle imposte con tassazione ordinaria (IRPEF, addizionali, IVA)
  • Sanzioni amministrative dal 90% al 180% dell’imposta non versata
  • Interessi di mora sulle somme dovute

Per evitare questi rischi, è fondamentale che la riapertura abbia valide ragioni economiche e sostanziali: un cambio reale di attività, una nuova clientela, una diversa modalità operativa. In caso di dubbi, è sempre consigliabile rivolgersi a un consulente prima di procedere.

Procedura: come riaprire partita IVA con modello AA9/12

Per riaprire partita IVA dopo chiusura, la procedura è la stessa che si segue per una nuova apertura. Lo strumento è il modello AA9/12, da inviare all’Agenzia delle Entrate. Ti spieghiamo nel dettaglio come funziona.

Modello AA9/12: cos’è e come si compila

Il modello AA9/12 è il modulo ufficiale per la dichiarazione di inizio, variazione o cessazione attività per le persone fisiche con partita IVA. Per riaprire devi indicare:

  • Dati anagrafici: nome, cognome, codice fiscale, residenza
  • Codice ATECO principale: il codice che identifica la nuova attività che vuoi svolgere
  • Codice ATECO secondario (se applicabile): per attività multiple
  • Data di inizio attività: la data effettiva da cui partono gli adempimenti fiscali
  • Volume d’affari presunto: stima dei compensi annui
  • Regime fiscale prescelto: forfettario, semplificato o ordinario

Invio online tramite SPID

L’invio del modello AA9/12 può essere effettuato in tre modi:

  • Online tramite l’area riservata dell’Agenzia delle Entrate, accedendo con SPID, CIE o CNS (modalità più veloce e gratuita)
  • Tramite intermediario abilitato: commercialista, CAF o consulente fiscale
  • In presenza presso un ufficio territoriale dell’Agenzia delle Entrate, con appuntamento

Aggiornamento residenza e cassa previdenziale

Se nel frattempo è cambiata la tua residenza, devi aggiornarla in fase di riapertura. Inoltre, ricorda di:

  • Iscriverti alla Camera di Commercio (CCIAA) se sei artigiano o commerciante
  • Iscriverti alla cassa previdenziale se sei un professionista con cassa propria (es. Inarcassa per architetti, Cassa Forense per avvocati, ENPAM per medici)
  • Iscriverti alla Gestione Separata INPS se sei un professionista senza cassa specifica

Costi della riapertura

Un aspetto che molti contribuenti sottovalutano sono i costi della riapertura partita IVA. Vediamoli nel dettaglio.

Apertura partita IVA: gratuita

L’apertura della partita IVA presso l’Agenzia delle Entrate è completamente gratuita. Non sono previsti diritti né bolli per la presentazione del modello AA9/12. Anche tramite SPID online non si paga nulla.

Camera di Commercio: circa 120 euro l’anno

Se l’attività richiede l’iscrizione alla Camera di Commercio (artigiani, commercianti, alcune categorie di liberi professionisti), il costo medio annuo è di circa 120 euro per il diritto annuale CCIAA. A questo si aggiungono eventuali diritti di segreteria per l’iscrizione iniziale (sui 30-50 euro).

Cassa previdenziale: variabile

I contributi alla cassa previdenziale variano molto in base alla professione:

  • Gestione Separata INPS: 26,07% sul reddito (2026), con minimo non previsto
  • Gestione Artigiani/Commercianti INPS: contributi fissi minimi attorno ai 4.500 euro l’anno + percentuale sul reddito eccedente
  • Casse private (Forense, Inarcassa, ENPAM, ecc.): contributi minimi specifici, generalmente tra 2.000 e 5.000 euro l’anno

Scelta del regime fiscale alla riapertura

Al momento della riapertura puoi scegliere tra diversi regimi fiscali. La scelta è cruciale perché incide su tasse, adempimenti contabili e gestione dell’attività.

Regime forfettario

Il regime forfettario è l’opzione preferita da chi riapre la partita IVA, soprattutto per professionisti e piccoli imprenditori. Vantaggi principali:

  • Imposta sostitutiva al 15% (5% per i primi 5 anni se è la prima apertura)
  • Esonero IVA sulle fatture emesse
  • Contabilità semplificata (basta conservare le fatture)
  • No applicazione di studi di settore o ISA

Per accedervi devi rispettare alcuni requisiti, che vedremo a breve.

Regime ordinario semplificato

È il regime “standard” per chi non rientra nel forfettario. Si applica IRPEF a scaglioni (dal 23% al 43%), IVA al 22% e si tengono i registri contabili semplificati. Adatto a chi ha compensi superiori a 85.000 euro o non rispetta le cause ostative del forfettario.

Regime ordinario

Obbligatorio per chi supera i 500.000 euro di ricavi (servizi) o 800.000 euro (cessioni di beni). Comporta contabilità completa con bilancio. Raramente è la scelta di chi riapre partita IVA in piccola scala.

Requisiti forfettario per chi riapre

Se vuoi riaprire partita IVA in regime forfettario, devi rispettare i seguenti requisiti, che valgono al momento dell’apertura e di anno in anno per il mantenimento del regime.

  • Compensi anno precedente sotto 85.000 euro: il limite si calcola sui ricavi/compensi totali dell’anno precedente, anche di altre attività esercitate
  • Reddito da lavoro dipendente o pensione sotto 30.000 euro: chi ha un reddito da dipendente o pensionato superiore a questa soglia non può accedere al forfettario
  • Cause ostative non presenti: ad esempio, non si può lavorare prevalentemente per il proprio ex datore di lavoro, non si possono possedere quote di società di persone, ecc.
  • Non aver chiuso e riaperto la stessa attività entro 6 mesi per beneficiare del forfettario in modo elusivo
  • Spese per dipendenti sotto 20.000 euro: limite per chi ha collaboratori

È importante valutare con attenzione le cause ostative: sono il motivo più frequente di esclusione dal forfettario per chi riapre la partita IVA. Per approfondire, ti consigliamo di rivolgerti a un consulente fiscale o al CAF.

Aliquota 5% primi 5 anni: quando spetta a chi riapre

Una delle agevolazioni più note del regime forfettario è l’aliquota agevolata al 5% per i primi 5 anni di attività. Ma chi riapre partita IVA dopo chiusura ha diritto a questo beneficio? La risposta è: nella maggior parte dei casi no.

L’aliquota 5% si applica solo alle “nuove iniziative produttive”

L’aliquota agevolata del 5% è riservata a chi apre per la prima volta una partita IVA. Significa che chi ha già avuto una partita IVA in passato — anche chiusa molti anni fa — non può beneficiarne: dovrà applicare la normale aliquota del 15%.

L’eccezione: attività completamente diversa

C’è un’unica eccezione: se la nuova attività è completamente diversa da quella precedente — sia per codice ATECO, sia per natura della prestazione — alcuni interpelli dell’Agenzia delle Entrate hanno riconosciuto l’aliquota agevolata. Tuttavia, si tratta di un’interpretazione restrittiva e va valutata caso per caso, possibilmente con un parere preventivo (interpello).

Quindi, riassumendo:

  • Mai aperto una partita IVA prima → aliquota 5% per 5 anni
  • Già aperta in passato, anche con attività diversa → aliquota 15% (regola generale)
  • Già aperta in passato ma cambio settore radicale → valutazione caso per caso, eventualmente con interpello

Casi particolari: NASPI, fallimento, doppia iscrizione

Esistono situazioni specifiche in cui la riapertura della partita IVA richiede attenzioni aggiuntive.

Riapertura dopo fallimento personale

Chi è stato dichiarato fallito (o ha subito una procedura di sovraindebitamento) può riaprire la partita IVA solo dopo la chiusura formale della procedura e ottenuta la riabilitazione. In alcuni casi possono esistere limitazioni temporanee all’esercizio di attività commerciali.

Riapertura dopo NASPI percepita

Se hai percepito la NASPI dopo la chiusura della partita IVA precedente (o di un rapporto di lavoro dipendente) e vuoi riaprire, devi comunicare all’INPS l’inizio della nuova attività entro 30 giorni. Se non lo fai, rischi di dover restituire le mensilità percepite. È possibile inoltre richiedere la NASPI anticipata in unica soluzione per finanziare l’avvio della nuova attività.

Riapertura come artigiano dopo libera professione

Se prima esercitavi come libero professionista (es. consulente) e ora vuoi riaprire come artigiano, devi sapere che potresti dover gestire una doppia iscrizione: alla Gestione Artigiani INPS per la nuova attività e — se mantieni anche la professione precedente — alla Gestione Separata. La gestione contributiva può diventare complessa e va pianificata con cura.

Esempi pratici di riapertura partita IVA

Per rendere più concrete le regole che abbiamo visto, ecco tre casi pratici di riapertura partita IVA dopo chiusura.

Caso 1: web designer che riapre come fotografo

Marco aveva una partita IVA come web designer (ATECO 74.10.21), chiusa nel 2020 per dedicarsi al lavoro dipendente. Nel 2026 vuole riaprire come fotografo (ATECO 74.20.19). Risultato:

  • Cambio attività con ATECO diverso → nessun limite di tempo
  • Può accedere al forfettario se rispetta i requisiti
  • Niente aliquota 5%: ha già avuto una partita IVA in passato. Si applica il 15%

Caso 2: medico in pensione che riapre come consulente

La dottoressa Anna ha chiuso la partita IVA come medico di base nel 2024 per andare in pensione. Nel 2026 vuole riaprire come consulente sanitario. Da valutare:

  • Pensione superiore a 30.000 euro? Se sì, esclusione dal forfettario
  • Verificare causa ostativa relativa al lavoro precedente (collaborazioni con ex strutture sanitarie pubbliche)
  • Necessaria iscrizione ENPAM (cassa medici) anche per attività di consulenza
  • Aliquota 15%: già aperta partita IVA in passato

Caso 3: artigiano che riapre con stesso ATECO dopo un anno

Luca, idraulico, ha chiuso la partita IVA nel 2025 per cessazione attività. Dopo un anno (2026), decide di riaprire con lo stesso codice ATECO. Risultato:

  • Pausa di oltre 6 mesi → nessun problema anti-elusione
  • Stesso ATECO non è un problema dopo un anno effettivo di interruzione
  • Riapertura serena, può accedere al forfettario se rispetta i requisiti
  • Aliquota 15% (non è prima apertura)

Conseguenze fiscali della riapertura

Una preoccupazione comune di chi riapre la partita IVA è: devo pagare qualcosa per gli anni “di vacanza”? La risposta è rassicurante: no.

  • Per gli anni in cui non hai avuto la partita IVA non si applicano imposte retroattive
  • I redditi percepiti come lavoratore dipendente o pensionato in quegli anni sono già stati tassati separatamente
  • Eventuali contributi previdenziali non versati negli anni di chiusura non sono dovuti (la partita IVA non era attiva)
  • Solo l’esercizio in corso al momento della riapertura genera nuovi obblighi fiscali

L’unica accortezza: se hai eventuali debiti fiscali pregressi non saldati al momento della chiusura precedente (es. cartelle dell’Agenzia Entrate Riscossione), questi restano dovuti e potranno essere oggetto di compensazione o pignoramento. La riapertura non li cancella.

Documenti necessari e tempistiche

Per riaprire partita IVA dopo chiusura, prepara questi documenti.

Documenti da raccogliere

  • Documento d’identità in corso di validità
  • Codice fiscale
  • Indirizzo di residenza aggiornato
  • SPID, CIE o CNS per l’invio online
  • Eventuale certificato di chiusura precedente (raramente richiesto, ma utile per ricostruire la propria storia fiscale)
  • Indicazione del codice ATECO della nuova attività (se non lo conosci, puoi consultarlo sul sito ISTAT o farti aiutare dal CAF)

Tempistiche di attivazione

Una volta inviata la pratica, i tempi di attivazione sono in genere rapidi:

  • Apertura partita IVA presso Agenzia Entrate: immediata, entro 1-2 giorni lavorativi
  • Iscrizione INPS (Gestione Separata o Artigiani/Commercianti): 3-5 giorni
  • Iscrizione CCIAA: 7-10 giorni (per artigiani e commercianti)
  • Iscrizione cassa privata (Forense, ENPAM, Inarcassa, ecc.): variabile, da 1 a 4 settimane

Una volta ottenuta la nuova partita IVA, puoi iniziare a fatturare immediatamente, anche prima del completamento delle iscrizioni accessorie. Ricorda però di adempiere a tutti gli obblighi previdenziali entro i termini per evitare sanzioni.

Domande frequenti sulla riapertura della partita IVA

Posso riaprire la partita IVA il giorno dopo averla chiusa?

Sì, se cambi codice ATECO. Se invece mantieni la stessa attività, è opportuno attendere almeno 6 mesi per evitare contestazioni anti-elusive da parte dell’Agenzia delle Entrate, soprattutto se vuoi entrare in regime forfettario.

Quanto costa riaprire la partita IVA?

L’apertura presso l’Agenzia delle Entrate è gratuita. Costi variabili sono legati all’iscrizione CCIAA (circa 120 euro l’anno), ai contributi previdenziali (variabili in base al regime e all’attività) ed eventualmente al supporto di un consulente o CAF per la pratica.

Posso entrare in regime forfettario riaprendo la partita IVA?

Sì, se rispetti i requisiti: compensi anno precedente sotto 85.000 euro, reddito da dipendente o pensione sotto 30.000 euro, assenza di cause ostative e nessuna riapertura sospetta entro 6 mesi con stessa attività. Verifica sempre prima di optare per il regime.

Ho diritto all’aliquota 5% se ho già avuto una partita IVA?

Generalmente no. L’aliquota agevolata al 5% per i primi 5 anni spetta solo a chi apre partita IVA per la prima volta. Chi ha già avuto una partita IVA in passato si applica il 15%. Esistono eccezioni se la nuova attività è radicalmente diversa, ma vanno valutate con interpello.

Devo pagare arretrati per gli anni in cui non avevo la partita IVA?

No. La riapertura non comporta tassazione retroattiva. I redditi degli anni in cui non avevi partita IVA sono già stati tassati separatamente (es. come dipendente o pensionato). Solo l’esercizio in corso al momento della riapertura genera nuovi obblighi fiscali.

Cosa succede se chiudo e riapro per non superare gli 85.000 euro?

Si tratta di una pratica considerata elusiva. L’Agenzia delle Entrate può contestare l’operazione e farti perdere il beneficio forfettario, applicando le imposte ordinarie più sanzioni dal 90% al 180% e interessi. È un comportamento da evitare assolutamente.

Serve aiuto per riaprire la partita IVA?

Riaprire una partita IVA dopo chiusura sembra semplice sulla carta, ma nasconde insidie: la scelta del regime fiscale, le cause ostative del forfettario, la gestione delle iscrizioni previdenziali, l’eventuale doppia iscrizione e — soprattutto — l’attenzione alle regole anti-elusione.

Il CAF Centro Fiscale di Udine ti supporta in tutte le fasi: dalla scelta del regime più conveniente alla compilazione del modello AA9/12, dalle iscrizioni INPS e CCIAA all’analisi preventiva delle cause ostative. Evita errori che possono costarti caro: contattaci per una consulenza personalizzata e affronta la riapertura della tua partita IVA con la sicurezza di chi è seguito da professionisti.

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Luglio 6, 2026/da Andrea Damiani
https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Partita-iva-regime-forfettario.png 924 1640 Andrea Damiani https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Andrea Damiani2026-07-06 08:00:002026-05-24 09:54:35Riaprire Partita IVA dopo Chiusura 2026: Regole, Tempi e Procedura
PARTITA IVA, PARTITA IVA CON REGIME FORFETTARIO

Forfettario in Maternità 2026: Indennità INPS Gestione Separata e Diritti delle Lavoratrici Autonome

Maternità INPS CAF Udine

La maternità del forfettario 2026 è un tema delicato per molte professioniste in partita IVA: diventare madri non significa rinunciare ai propri diritti, ma le regole sono diverse rispetto alle lavoratrici dipendenti. Le forfettarie hanno diritto all’indennità di maternità INPS erogata dalla Gestione Separata, pari all’80% del reddito medio degli ultimi 12 mesi, per 5 mesi complessivi.

In questa guida completa al forfettario maternità 2026 spieghiamo come funziona l’indennità, quali sono i requisiti contributivi, come presentare la domanda INPS, se si può continuare a fatturare durante i 5 mesi di astensione e quali sono le tutele aggiuntive previste, incluso il congedo parentale. Una guida pensata per le lavoratrici autonome che vogliono pianificare la gravidanza senza brutte sorprese economiche.

Indice dei contenuti

  1. Diritto delle lavoratrici autonome alla maternità
  2. Indennità di maternità INPS Gestione Separata: importi 2026
  3. Requisiti per accedere all’indennità di maternità
  4. Come presentare la domanda all’INPS
  5. Contributi INPS durante la maternità
  6. Lavoro e fatturazione durante i 5 mesi di maternità
  7. Interdizione anticipata per gravidanza a rischio
  8. Congedo parentale per le forfettarie
  9. Bonus mamma INPS 2026: forfettarie escluse
  10. Esempio pratico: il caso di Anna
  11. Documenti necessari e cosa comunicare al CAF
  12. Dopo la maternità: bonus, detrazioni e ripresa attività
  13. Domande frequenti

Diritto delle lavoratrici autonome alla maternità

La tutela della maternità non è un privilegio riservato alle dipendenti: il D.Lgs. 151/2001 (Testo Unico Maternità e Paternità) riconosce questo diritto anche alle lavoratrici autonome, incluse le professioniste in regime forfettario 2026 iscritte alla Gestione Separata INPS. Le forfettarie iscritte a casse private (avvocate, geometre, ingegnere) seguono invece le regole della propria cassa di categoria.

C’è però una differenza fondamentale rispetto alle dipendenti: la partita IVA non si interrompe automaticamente con la gravidanza. La professionista resta titolare dell’attività, non c’è un datore di lavoro che firma un’astensione obbligatoria. È la lavoratrice stessa a decidere come gestire il periodo, presentando la domanda di indennità all’INPS e organizzando la sospensione dell’attività.

Per le forfettarie iscritte alla Gestione Separata, l’aliquota contributiva 2026 è del 26,07%, di cui lo 0,72% finanzia proprio l’indennità di maternità, la malattia e altre prestazioni a sostegno del reddito. Questo significa che, pagando regolarmente i contributi, ogni forfettaria contribuisce al fondo da cui poi attingerà al momento del bisogno.

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Indennità di maternità INPS Gestione Separata: importi 2026

L’indennità di maternità per il forfettario 2026 iscritto alla Gestione Separata copre 5 mesi complessivi. La modalità classica prevede 2 mesi prima della data presunta del parto e 3 mesi dopo. Dal 2019 è ammessa anche la flessibilità, con la formula 1 mese prima + 4 mesi dopo, previa certificazione del ginecologo che attesti l’assenza di rischi per madre e bambino.

Calcolo dell’importo: l’80% del reddito medio

L’importo dell’indennità di maternità INPS è pari all’80% di 1/365 del reddito derivante dall’attività professionale dichiarato nei 12 mesi precedenti l’inizio del periodo indennizzabile. Per le forfettarie, il reddito di riferimento è quello imponibile previdenziale, ossia i compensi lordi moltiplicati per il coefficiente di redditività ATECO (78% per gli avvocati, 67% per i consulenti, ecc.).

L’INPS calcola un’indennità giornaliera e la moltiplica per i giorni di astensione (di solito 150). Il risultato è erogato in un’unica soluzione dopo l’approvazione della domanda. È importante avere i contributi in regola: anche un solo mese non versato può ridurre la base di calcolo.

Limiti minimo e massimo 2026

L’indennità di maternità Gestione Separata non può essere inferiore al limite minimo, agganciato al trattamento minimo di pensione INPS: per il 2026 si attesta intorno a 534 euro al mese (cifra rivalutata annualmente). Anche chi nei 12 mesi precedenti ha guadagnato poco ha quindi un tetto minimo garantito che permette di affrontare la maternità con dignità.

Sul lato opposto c’è un limite massimo, parametrato al massimale contributivo annuo della Gestione Separata (per il 2026 circa 119.650 euro). Le professioniste con redditi molto elevati vedono quindi l’indennità calcolata fino a quel tetto, non oltre. Per la maggior parte delle forfettarie, che restano sotto la soglia degli 85.000 euro di compensi, questo limite non è un problema.

Requisiti per accedere all’indennità di maternità

Per ottenere l’indennità di maternità in regime forfettario 2026, l’INPS richiede tre requisiti fondamentali. Il primo è l’iscrizione attiva alla Gestione Separata INPS: la partita IVA deve essere aperta e i contributi versati con la causale corretta nei modelli F24 (codici P10, PXX).

Il secondo requisito è il versamento di almeno 3 mesi di contributi effettivi nei 12 mesi precedenti l’inizio del periodo indennizzabile. Si parla di contributi effettivi, quindi non bastano accrediti figurativi: serve aver dichiarato compensi e versato i relativi contributi previdenziali. Il terzo requisito è la regolarità contributiva: chi ha contributi arretrati rischia il rigetto della domanda.

  • Iscrizione attiva alla Gestione Separata INPS
  • Almeno 3 mesi di contributi versati nei 12 mesi precedenti
  • Regolarità contributiva: nessun debito INPS pendente
  • Coefficiente di redditività applicato correttamente al fatturato
  • Documentazione medica della data presunta del parto

Una nota importante: chi ha aperto la partita IVA da poco può comunque presentare domanda, purché abbia maturato i 3 mesi minimi di contributi. Le neo-forfettarie devono quindi pianificare con attenzione il momento della gravidanza per maturare i requisiti.

Come presentare la domanda all’INPS

La domanda di indennità di maternità per le forfettarie deve essere presentata all’INPS tramite il modello SR23 (versione telematica). La procedura richiede particolare attenzione: errori formali o documentazione incompleta possono ritardare la liquidazione di mesi, creando difficoltà economiche proprio nel momento in cui servono di più. Il CAF Centro Fiscale di Udine si occupa di tutto, dalla raccolta documenti alla trasmissione telematica.

Tempi e scadenze della domanda

La domanda può essere presentata prima del parto (allegando il certificato di gravidanza con la data presunta) oppure dopo, una volta nato il bambino. Il termine massimo è di 1 anno dalla nascita: oltre questa scadenza il diritto decade. Il consiglio è di muoversi già dal 7° mese di gravidanza, così l’INPS ha tempo di istruire la pratica e l’erogazione arriva nei tempi giusti.

Documenti da allegare

I documenti richiesti per la domanda di maternità INPS includono il certificato medico di gravidanza, il documento di identità della richiedente, il codice fiscale del bambino (dopo la nascita) e gli estremi delle dichiarazioni dei redditi degli ultimi 2 anni. È utile preparare anche l’estratto contributivo INPS, scaricabile dal cassetto previdenziale, per verificare in anticipo la regolarità dei versamenti.

La compilazione richiede competenza tecnica: il CAF Centro Fiscale di Udine, sia in ufficio che online, accompagna le forfettarie in tutte le fasi della pratica, evitando errori che potrebbero ritardare l’arrivo dell’indennità.

Contributi INPS durante la maternità

Una domanda frequente delle forfettarie riguarda i contributi INPS durante la maternità: vanno versati o sono sospesi? La risposta è chiara: i contributi continuano a essere dovuti secondo le scadenze ordinarie. La Gestione Separata non prevede sospensioni automatiche, quindi gli acconti di giugno e novembre e il saldo di giugno dell’anno successivo restano regolari.

Va però ricordato che se durante i 5 mesi di indennità la forfettaria sospende la fatturazione (scelta quasi obbligata, come vedremo), i compensi 2026 saranno più bassi e di conseguenza anche i contributi calcolati sull’imponibile previdenziale 2026 saranno proporzionalmente ridotti. L’aliquota 2026 è del 26,07%, di cui lo 0,72% finanzia proprio l’indennità di maternità.

  • Contributi non sospesi: scadenze regolari di acconto e saldo
  • Aliquota 2026: 26,07% sul reddito imponibile previdenziale
  • 0,72% finanzia maternità, malattia e altre prestazioni
  • Eventuali contributi minimi non sono dovuti dalla Gestione Separata (a differenza degli artigiani/commercianti)
  • Possibilità di rateizzazione in caso di difficoltà economiche temporanee

Lavoro e fatturazione durante i 5 mesi di maternità

Tema delicato: la forfettaria in maternità può continuare a lavorare e fatturare durante i 5 mesi di indennità? Tecnicamente sì, perché la partita IVA resta aperta e non c’è un divieto formale come per le dipendenti. Ma dal punto di vista pratico, la fatturazione attiva è incompatibile con la percezione dell’indennità INPS.

L’indennità di maternità è infatti una prestazione sostitutiva del reddito: presuppone che la lavoratrice si astenga effettivamente dall’attività. Se l’INPS rileva fatturazione attiva negli stessi mesi coperti dall’indennità, può chiederne la restituzione e contestare un’indebita percezione. La soluzione corretta è quindi sospendere la fatturazione per i 5 mesi e concentrarsi sul recupero post-parto.

Come gestire la sospensione operativa

La sospensione non richiede comunicazioni formali all’Agenzia delle Entrate (la P.IVA resta aperta), ma è buona prassi: avvisare i clienti abituali con anticipo, completare i lavori in corso prima dell’astensione, non emettere fatture nei 5 mesi indennizzati e conservare la corrispondenza che dimostra la sospensione.

Una fattura emessa durante la maternità per servizi effettivamente svolti prima (incassi posticipati) non costituisce di per sé prova di lavoro attivo, ma è bene documentarne le tempistiche reali. Per evitare contestazioni, il CAF Centro Fiscale di Udine aiuta a gestire correttamente la sospensione fiscale e previdenziale.

Interdizione anticipata per gravidanza a rischio

A differenza delle dipendenti, le forfettarie non hanno un’interdizione obbligatoria automatica: nessun datore di lavoro può imporre l’astensione, è la lavoratrice a deciderne l’inizio (al massimo 2 mesi prima della data presunta del parto). È invece prevista l’interdizione anticipata per gravidanza a rischio, su prescrizione medica.

In presenza di patologie che mettono a rischio la gestazione (minaccia di parto prematuro, gestosi, ipertensione, altre complicanze), il ginecologo rilascia un certificato di gravidanza a rischio. Con questo documento, la forfettaria può richiedere all’INPS l’anticipo dell’inizio dell’indennità, anche prima dei 2 mesi standard. L’indennità copre quindi un periodo più lungo di astensione, sempre commisurato all’80% del reddito medio.

  • Necessario il certificato medico ginecologico dettagliato
  • L’indennità copre l’astensione anticipata oltre i 2 mesi standard
  • La domanda all’INPS va presentata tempestivamente con la documentazione clinica
  • In alcuni casi l’INPS richiede una visita medico-legale di conferma

Congedo parentale per le forfettarie

Oltre ai 5 mesi di indennità di maternità, le forfettarie iscritte alla Gestione Separata hanno diritto al congedo parentale: 3 mesi indennizzati al 30% del reddito, fruibili entro i 12 anni di vita del bambino. È una tutela importante che permette di gestire esigenze familiari (malattia del figlio, inserimento scolastico, primi anni di vita) senza perdere completamente il reddito.

Il congedo parentale può essere fruito in modo continuativo o frazionato: ad esempio 1 mese subito dopo la maternità, poi mezzo mese all’anno per qualche tempo. La domanda si presenta all’INPS prima dell’inizio del periodo, con un’organizzazione simile a quella della maternità. Il calcolo del 30% avviene sulla stessa base reddituale dell’indennità di maternità.

Bonus mamma INPS 2026: forfettarie escluse

Una nota dolente per le forfettarie: il Bonus Mamme Lavoratrici 2026 (decontribuzione fino a 3.000 euro annui per le madri con 2 o più figli) è riservato esclusivamente alle lavoratrici dipendenti. Le partite IVA, anche in regime forfettario, sono escluse dalla misura perché si tratta di un esonero della quota contributiva a carico del lavoratore, che le autonome non hanno.

Esistono però altre agevolazioni a cui le forfettarie con figli possono accedere: l’Assegno Unico Universale, il bonus asilo nido basato sull’ISEE, le detrazioni per figli a carico in dichiarazione dei redditi (per le forfettarie tramite Modello Redditi PF), il congedo parentale e l’indennità di maternità stessa. Una rete di sostegno che, ben gestita, permette di affrontare la genitorialità anche con la P.IVA.

Esempio pratico: il caso di Anna

Per chiarire come si calcola l’indennità di maternità del forfettario 2026, vediamo un esempio pratico. Anna è una consulente in regime forfettario, con codice ATECO che prevede un coefficiente di redditività del 78%. Nei 12 mesi precedenti la maternità ha fatturato 35.000 euro.

Il calcolo procede così. Il reddito imponibile previdenziale è 35.000 × 78% = 27.300 euro. L’indennità di maternità INPS è pari all’80% di questo reddito, rapportato a 5 mesi: 27.300 × 80% = 21.840 euro annui, divisi per 12 mesi e moltiplicati per 5 = 9.100 euro circa. Anna riceverà quindi un’unica erogazione di circa 9.100 euro, che le permetterà di affrontare i mesi di astensione senza patemi economici.

  • Compensi lordi 2025: 35.000 euro
  • Coefficiente redditività 78%: 27.300 euro (imponibile previdenziale)
  • Indennità annua teorica 80%: 21.840 euro
  • Indennità per 5 mesi: 9.100 euro circa
  • Erogazione: in unica soluzione dopo approvazione INPS

Se Anna avesse fatturato di meno, ad esempio 20.000 euro, l’indennità sarebbe stata di circa 5.200 euro (20.000 × 78% × 80% × 5/12). In ogni caso, mai sotto il limite minimo agganciato al trattamento minimo INPS, pari per il 2026 a circa 534 euro al mese.

Documenti necessari e cosa comunicare al CAF

La pianificazione della maternità del forfettario richiede dialogo costante con il proprio CAF di fiducia. Già nei primi mesi di gravidanza è bene comunicare la situazione, così da verificare la regolarità contributiva, pianificare la sospensione della fatturazione, organizzare la domanda INPS e gestire correttamente la dichiarazione dei redditi dell’anno della maternità.

Documenti da preparare

  • Certificato medico di gravidanza con data presunta del parto
  • Documento di identità in corso di validità
  • Codice fiscale della richiedente e (dopo nascita) del bambino
  • Estratto contributivo INPS aggiornato
  • Dichiarazioni dei redditi degli ultimi 2 anni
  • F24 versati negli ultimi 12 mesi
  • Certificato di nascita del bambino (dopo il parto)

Quando contattare il CAF

Il momento ideale per il primo confronto con il CAF è il 4°-5° mese di gravidanza, quando la situazione clinica è stabile ma c’è ancora tempo per pianificare. Un secondo incontro è utile poco prima del parto per finalizzare la domanda, e un terzo dopo la nascita per integrare con il certificato del bambino. Il CAF Centro Fiscale di Udine accompagna tutto il percorso, sia in ufficio che online in tutta Italia.

Dopo la maternità: bonus, detrazioni e ripresa attività

Conclusi i 5 mesi di indennità, la forfettaria riprende la fatturazione regolare. È un momento di transizione delicato: i clienti vanno riavvicinati, l’attività riorganizzata, il bilancio annuale rivisto alla luce del calo di compensi. Il regime forfettario non perde validità per la sospensione: il limite degli 85.000 euro resta riferito all’anno solare, quindi il fatturato dei 7 mesi attivi viene considerato per intero.

Bonus e agevolazioni accessibili dopo la maternità

  • Bonus asilo nido INPS: SÌ, basato su ISEE (fino a 3.600 euro annui per ISEE bassi)
  • Assegno Unico Universale: erogato a tutte le madri con figli fino a 21 anni
  • Detrazioni figli a carico: SÌ, in Modello Redditi PF (le forfettarie non fanno il 730)
  • Bonus Mamme Lavoratrici 2026: NO, escluse perché lavoratrici autonome
  • Congedo parentale 30%: SÌ, fino a 12 anni del bambino
  • Detrazione spese istruzione e sportive: SÌ in Modello Redditi PF

Alternative private al sostegno reddituale

Per chi vuole una protezione aggiuntiva, esistono polizze assicurative private maternità che integrano l’indennità INPS, garantendo somme aggiuntive durante i mesi di astensione. È una scelta personale, valida soprattutto per professioniste con redditi elevati che vedono l’indennità INPS coprire solo una parte del fatturato perso. Anche la riduzione dell’attività con il sostegno del coniuge resta una strada praticabile, da pianificare in famiglia.

Domande frequenti

Una forfettaria ha diritto alla maternità INPS?

Sì, le forfettarie iscritte alla Gestione Separata INPS hanno diritto all’indennità di maternità per 5 mesi all’80% del reddito medio dei 12 mesi precedenti, purché abbiano almeno 3 mesi di contributi versati e siano in regola contributiva.

Quanto guadagna una forfettaria in maternità?

L’indennità di maternità del forfettario 2026 è pari all’80% del reddito imponibile previdenziale medio degli ultimi 12 mesi, per 5 mesi. Su un fatturato di 35.000 euro con coefficiente 78%, l’indennità è di circa 9.100 euro. Mai inferiore al limite minimo (circa 534 euro/mese 2026).

Una forfettaria può lavorare durante la maternità?

Tecnicamente la partita IVA resta aperta, ma la fatturazione attiva è incompatibile con la percezione dell’indennità INPS. Si rischia la richiesta di restituzione per indebita percezione. La soluzione corretta è sospendere la fatturazione per i 5 mesi indennizzati.

I contributi INPS si pagano durante la maternità del forfettario?

Sì, i contributi INPS Gestione Separata continuano alle scadenze ordinarie (acconto giugno, acconto novembre, saldo giugno successivo). Saranno proporzionalmente ridotti perché calcolati sui compensi effettivi dell’anno, ridotti dalla sospensione.

Come si fa domanda di maternità per il forfettario?

La domanda si presenta all’INPS con modello SR23 telematico, allegando certificato medico, documento di identità ed estratti contributivi. Il termine massimo è 1 anno dal parto. Il CAF Centro Fiscale gestisce tutta la pratica per evitare errori e ritardi.

Le forfettarie hanno diritto al Bonus Mamme 2026?

No, il Bonus Mamme Lavoratrici 2026 è una decontribuzione riservata alle lavoratrici dipendenti con 2 o più figli. Le forfettarie sono escluse, ma possono accedere ad Assegno Unico, bonus asilo nido e detrazioni figli in dichiarazione dei redditi.

Pianifica la tua maternità in regime forfettario con il CAF

La maternità del forfettario 2026 è un diritto pieno, ma richiede una pianificazione attenta: regolarità contributiva, scelta del momento giusto, documentazione corretta, gestione della sospensione e domanda INPS senza errori. Un percorso che, se gestito bene, garantisce fino a 9.000-10.000 euro di indennità per molte forfettarie, oltre al congedo parentale e ai bonus per i figli.

Hai bisogno di assistenza per il forfettario in maternità? Il CAF Centro Fiscale di Udine è a tua disposizione, sia in ufficio che online in tutta Italia. Contattaci al 0432 1638640 o scrivici su WhatsApp al 366 6018121: ti seguiamo dalla pianificazione della gravidanza alla domanda all’INPS, fino alla ripresa dell’attività dopo il parto.

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Luglio 2, 2026/0 Commenti/da Andrea Damiani
https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/12/maternita.png 924 1640 Andrea Damiani https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Andrea Damiani2026-07-02 08:00:002026-05-24 09:54:36Forfettario in Maternità 2026: Indennità INPS Gestione Separata e Diritti delle Lavoratrici Autonome
PARTITA IVA, PARTITA IVA CON REGIME FORFETTARIO

Coefficienti di redditivita forfettario 2026: analisi per settore e quanto si paga davvero

Regime Forfettario 2026 limiti e controlli

Se hai una Partita IVA in regime forfettario, sai che non paghi le tasse su tutto cio che incassi. Il meccanismo centrale e il coefficiente di redditivita: una percentuale che trasforma i tuoi ricavi in reddito imponibile. Il problema e che questo coefficiente cambia radicalmente da un settore all’altro, e pochissimi articoli lo spiegano a confronto.

Un commerciante alimentare e un avvocato con lo stesso fatturato di 50.000 euro possono pagare imposte molto diverse. In questo articolo analizziamo tutti i coefficienti di redditivita forfettario 2026 per gruppo ATECO, con tabelle numeriche, esempi pratici e una guida chiara su quando il forfettario conviene davvero.

Indice dei contenuti
  1. Forfettario in numeri: 2 milioni di contribuenti, 52% delle Partite IVA
  2. Come funziona il coefficiente di redditivita: la chiave del risparmio
  3. Tabella completa coefficienti per gruppo ATECO 2026
  4. Coefficiente 40%: commercio alimentare e bevande
  5. Coefficiente 54%: commercio non alimentare e ambulanti
  6. Coefficienti 62-67%: intermediari, alberghi, ristorazione, costruzioni
  7. Coefficiente 78%: professioni intellettuali – la categoria piu ampia
  8. Coefficiente 86%: costruzioni e attivita residuali
  9. Caso pratico: stesso fatturato 50.000 euro, tasse diverse per settore
  10. Quando il forfettario diventa svantaggioso: la soglia di pareggio con l’ordinario
  11. Settori dove conviene restare in forfettario vs settori dove valutare l’ordinario

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Forfettario in numeri: 2 milioni di contribuenti, 52% delle Partite IVA

Il regime forfettario non e una nicchia fiscale: e diventato la modalita prevalente di fare impresa individuale in Italia. I dati del Rendiconto Generale dello Stato 2024 elaborato dalla Corte dei Conti fotografano una realta in forte crescita:

  • 2.027.665 contribuenti forfettari nel 2024, in aumento del 3,5% rispetto all’anno precedente
  • +24,7% dal 2019: in cinque anni il numero di forfettari e cresciuto di quasi un quarto
  • 52% di tutti i titolari di Partita IVA: la maggioranza assoluta dei lavoratori autonomi italiani utilizza questo regime
  • Distribuzione per fascia di ricavi: 936.000 contribuenti sotto i 20.000 euro, 733.000 nella fascia 20.000-50.000 euro
  • 726.000 contribuenti (33%) applicano l’aliquota agevolata del 5% (startup nei primi cinque anni)

Questi numeri raccontano una cosa precisa: il regime forfettario funziona e attrae, perche semplifica enormemente la gestione fiscale e riduce il carico impositivo per chi e nella fascia giusta. Il costo strutturale per l’erario – circa 3,4 miliardi di euro all’anno – e una scelta politica consapevole di sostegno al lavoro autonomo e alle Partite IVA piu piccole.

I settori con il maggior numero di forfettari? La Corte dei Conti identifica avvocati (154.828 = 7,44% del totale), consulenti aziendali (74.462 = 3,58%), psicologi (72.721 = 3,50%), architetti (69.790 = 3,35%) e paramedici (66.304 = 3,19%). Tutti questi professionisti condividono lo stesso coefficiente di redditivita del 78%.

Come funziona il coefficiente di redditivita: la chiave del risparmio

Nel regime forfettario non puoi dedurre i costi reali che hai sostenuto (affitto ufficio, attrezzature, software, formazione). Al loro posto, la legge stabilisce una deduzione forfettaria automatica, espressa come complemento a 100 del coefficiente di redditivita.

  • Il coefficiente di redditivita e la quota dei tuoi ricavi che viene considerata reddito imponibile
  • La quota non tassata (100% meno coefficiente) rappresenta la deduzione forfettaria per i costi
  • Con coefficiente 78%, il 22% dei ricavi e automaticamente escluso dall’imponibile
  • Con coefficiente 40%, il 60% dei ricavi non entra nell’imponibile

La formula completa per calcolare l’imposta e la seguente (art. 1 c. 64 L. 190/2014):

Imposta sostitutiva = (Ricavi x Coefficiente – Contributi previdenziali versati) x Aliquota

Dove:
– Aliquota = 15% (regime standard) oppure 5% (startup, primi 5 anni)
– Contributi previdenziali = importi effettivamente versati nell’anno
– Il risultato non puo essere negativo

Esempio base – professionista con ricavi 30.000 euro e coefficiente 78%:

  • Imponibile lordo: 30.000 x 78% = 23.400 euro
  • Contributi Gestione Separata INPS (24%, altra copertura previdenziale): 30.000 x 24% = 7.200 euro
  • Base imponibile netta: 23.400 – 7.200 = 16.200 euro
  • Imposta sostitutiva al 15%: 16.200 x 15% = 2.430 euro
  • Imposta effettiva sui ricavi: 2.430 / 30.000 = 8,1%

Nota importante: i contributi previdenziali variano significativamente per categoria. Chi e iscritto a una cassa professionale (ENPAM per i medici, ENPAP per gli psicologi, INARCASSA per gli architetti) puo avere aliquote contributive dal 10% al 19,5% e diverse modalita di calcolo rispetto alla Gestione Separata INPS. Per approfondire le differenze tra le casse, consulta la nostra guida comparativa sui contributi previdenziali delle professioni sanitarie 2026.

Tabella completa coefficienti per gruppo ATECO 2026

I coefficienti di redditivita sono definiti dall’Allegato 4 della Legge 190/2014 (Legge di Stabilita 2015, istitutiva del regime forfettario) e non sono stati modificati negli anni successivi. Valgono quindi anche per il 2026.

Gruppo di attivita (Allegato 4 L. 190/2014)CoefficienteQuota non tassataEsempi ATECO
Industrie alimentari e delle bevande / Commercio all’ingrosso e al dettaglio alimentare / Commercio ambulante alimentare e bevande40%60%47.11, 47.21, 56.30, 10-11
Commercio ambulante di prodotti non alimentari54%46%47.81, 47.82, 47.89
Intermediari del commercio62%38%46.1x (agenti e rappresentanti)
Attivita dei servizi di alloggio e ristorazione / Altre attivita economiche67%33%55.10, 56.10, 96.0x
Attivita professionali, scientifiche, tecniche, sanitarie, di istruzione, servizi finanziari e assicurativi78%22%69, 70, 71, 72, 73, 74, 75, 86, 87, 62, 64, 65, 85
Costruzioni e attivita immobiliari86%14%41, 42, 43, 68

Fonte: Allegato 4, L. 190/2014 (Legge di Stabilita 2015). I coefficienti non sono stati modificati da successive leggi di bilancio e rimangono validi per il 2026.

Coefficiente 40%: commercio alimentare e bevande

Il coefficiente del 40% e il piu basso in assoluto, ed e stato calibrato per rispecchiare una realta economica precisa: chi vende cibo, bevande o gestisce attivita di ristorazione ambulante ha costi di acquisto merce molto elevati, che possono assorbire il 50-70% dei ricavi.

  • Industrie alimentari e delle bevande (ATECO sezione C, gruppi 10-11): produzione artigianale di alimenti, panifici, salumifici
  • Commercio all’ingrosso e al dettaglio di prodotti alimentari: supermercati, alimentari di quartiere, enoteche (ATECO 47.11, 47.21, 47.22, 47.25)
  • Commercio ambulante di prodotti alimentari e bevande (ATECO 47.81): bancarelle al mercato, furgoni street food
  • Bar e gelaterie (ATECO 56.30, 56.10.20): somministrazione bevande e gelati

Il vantaggio concreto: con coefficiente 40%, il 60% dei tuoi ricavi non entra nell’imponibile. Su 40.000 euro di fatturato, solo 16.000 euro diventano base di calcolo per l’imposta. Chi vende merce con margini ridotti trova nel forfettario una tutela significativa.

Attenzione alla soglia 85.000 euro: anche con coefficienti bassi, il limite di ricavi per restare forfettari e fissato a 85.000 euro annui e 100.000 euro per l’uscita immediata. Per approfondire i limiti e le cause ostative del regime forfettario 2026, leggi la nostra guida dedicata.

Coefficiente 54%: commercio non alimentare e ambulanti

La fascia del 54% si applica esclusivamente al commercio ambulante di prodotti non alimentari. La distinzione rispetto al 40% riflette il fatto che i margini su abbigliamento, accessori, oggetti vari venduti al mercato sono mediamente superiori rispetto al commercio alimentare.

  • Venditori ambulanti su mercati rionali o fieristici di abbigliamento, biancheria, scarpe (ATECO 47.82)
  • Ambulanti di articoli vari non classificati altrove: oggettistica, libri usati, ricambi (ATECO 47.89)
  • Vendita porta a porta di prodotti non alimentari (ATECO 47.99)

Con coefficiente 54%, il 46% dei ricavi e escluso dall’imponibile. Rispetto al 40% del commercio alimentare, la deduzione forfettaria e inferiore di 14 punti percentuali: uno scarto significativo che si traduce in un carico fiscale piu alto a parita di fatturato.

Coefficienti 62-67%: intermediari, alberghi, ristorazione e altre attivita

In questa fascia intermedia troviamo due coefficienti distinti, spesso confusi tra loro.

Coefficiente 62% – Intermediari del commercio (ATECO 46.1x): Si applica ad agenti di commercio e rappresentanti che operano per conto di terzi. Gli agenti percepiscono provvigioni, non ricavi da vendita diretta: i loro costi principali sono trasferte, carburante, campionari.

Coefficiente 67% – Alloggio, ristorazione e altre attivita:

  • Strutture ricettive: alberghi, B&B, affittacamere (ATECO 55.10, 55.20)
  • Ristorazione con somministrazione: ristoranti, trattorie, pizzerie (ATECO 56.10)
  • Catering e servizi di ristorazione (ATECO 56.21): servizi mensa, catering per eventi
  • Altre attivita economiche n.e.c. (ATECO 96): lavanderie, parrucchieri, estetiste, tatuatori, servizi alla persona

Nota importante per parrucchieri ed estetisti: nonostante abbiano costi significativi (prodotti, attrezzature), rientrano nella fascia 67%. Chi opera in questi settori e ha costi reali superiori al 33% del fatturato deve valutare attentamente il confronto con il regime ordinario.

Coefficiente 78%: professioni intellettuali – la categoria piu ampia

Il coefficiente del 78% e quello che interessa la maggioranza assoluta dei professionisti italiani. Come dimostra il Rendiconto Corte dei Conti 2024, questa fascia raccoglie le categorie con il numero piu alto di forfettari.

Rientrano nel coefficiente 78% tutte le attivita professionali, scientifiche, tecniche, sanitarie, di istruzione, servizi finanziari e assicurativi:

  • Avvocati (ATECO 69.10.10): 154.828 contribuenti forfettari – la professione con il maggior numero assoluto
  • Consulenti aziendali e di gestione (ATECO 70.22): 74.462 contribuenti
  • Psicologi e psicoterapeuti (ATECO 86.90.30): 72.721 contribuenti – leggi la guida su Partita IVA Psicologo 2026
  • Architetti e ingegneri (ATECO 71.11, 71.12): 69.790 architetti forfettari – vedi la guida su apertura studio architettura 2026
  • Paramedici e professioni sanitarie (ATECO 86.90.x): 66.304 contribuenti – infermieri, fisioterapisti, logopedisti. Panoramica: Professionisti sanitari con Partita IVA 2026
  • Medici (ATECO 86.21, 86.22): guida a Partita IVA Medico 2026
  • Informatici e sviluppatori (ATECO 62.01, 62.02, 62.09)
  • Designer, grafici, copywriter (ATECO 74.10, 74.30, 73.11)
  • Insegnanti e formatori privati (ATECO 85.59)
  • Consulenti finanziari e assicurativi (ATECO 66.12, 66.22)
  • Commercialisti, fiscalisti, contabili (ATECO 69.20)

Il coefficiente 78% significa che solo il 22% dei tuoi ricavi viene automaticamente escluso dall’imponibile. Per un libero professionista che lavora da casa o in coworking con costi reali limitati, questa deduzione puo essere sufficiente. Per chi ha un ufficio in affitto, collaboratori o attrezzature costose, la valutazione va fatta con cura.

Coefficiente 86%: costruzioni e attivita residuali

Il coefficiente dell’86% e il piu alto e si applica al gruppo delle costruzioni e attivita immobiliari:

  • Imprenditori edili individuali (ATECO 41: costruzione edifici)
  • Lavori di installazione impianti (ATECO 43.21: elettricisti, 43.22: idraulici)
  • Completamenti e rifinitura edilizia (ATECO 43.30: imbianchini, piastrellisti)
  • Agenzie immobiliari (ATECO 68.31) – da non confondere con gli intermediari commercio (62%)

Potrebbe sembrare paradossale: elettricisti e idraulici hanno costi di materiali significativi, eppure si trovano con il coefficiente piu alto. Il legislatore ha ritenuto che i lavori edili e artigianali su commessa incorporino prevalentemente manodopera rispetto ai materiali. In realta, questa valutazione non riflette la situazione di molti artigiani che acquistano materiali in proprio.

La deduzione forfettaria del 14% (100% meno 86%) e la piu bassa in assoluto. Se i tuoi costi reali superano il 14% dei ricavi, il regime forfettario potrebbe non essere conveniente rispetto all’ordinario, a meno di sfruttare l’aliquota al 5% nei primi cinque anni.

Caso pratico: stesso fatturato 50.000 euro, tasse diverse per settore

Per rendere concreta la differenza tra coefficienti, calcoliamo l’imposta sostitutiva per sei contribuenti diversi, tutti con ricavi di 50.000 euro e contributi INPS Gestione Separata (aliquota 24%, altra copertura previdenziale). I contributi GS ammontano a 50.000 x 24% = 12.000 euro.

Nota: per i professionisti iscritti a casse previdenziali (ENPAM, ENPAP, INARCASSA, ecc.) i contributi variano. Il calcolo seguente usa la Gestione Separata come riferimento standardizzato. Per i medici, ad esempio, i contributi ENPAM sono significativamente diversi: approfondisci nella nostra guida ai contributi ENPAM 2026.

SettoreCoeff.Imponibile lordoContributi GSBase imp. nettaImposta 15%Netto finale
Commercio alimentare (bar, alimentari)40%20.000 euro12.000 euro8.000 euro1.200 euro36.800 euro
Commercio ambulante non alimentare54%27.000 euro12.000 euro15.000 euro2.250 euro35.750 euro
Agente di commercio (intermediario)62%31.000 euro12.000 euro19.000 euro2.850 euro35.150 euro
Ristoratore / gestore B&B67%33.500 euro12.000 euro21.500 euro3.225 euro34.775 euro
Professionista intellettuale (avvocato, psicologo, architetto)78%39.000 euro12.000 euro27.000 euro4.050 euro33.950 euro
Artigiano edile / elettricista / idraulico86%43.000 euro12.000 euro31.000 euro4.650 euro33.350 euro

La differenza tra il commerciante alimentare (1.200 euro di imposta) e l’artigiano edile (4.650 euro) a parita di 50.000 euro di fatturato e di 3.450 euro all’anno – quasi 3 volte di piu. Tutto dipende dal coefficiente applicato al proprio codice ATECO.

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Quando il forfettario diventa svantaggioso: la soglia di pareggio con l’ordinario

Il regime forfettario e conveniente solo se la tua deduzione forfettaria automatica e uguale o superiore ai tuoi costi reali. Quando i costi effettivi superano la deduzione forfettaria, il regime ordinario diventa piu conveniente, perche ti permette di dedurre i costi reali.

Il forfettario e svantaggioso quando: Costi reali > (100% – Coefficiente) x Ricavi

– Professione intellettuale (coeff. 78%): costi reali > 22% dei ricavi
– Artigiano edile (coeff. 86%): costi reali > 14% dei ricavi
– Commercio alimentare (coeff. 40%): costi reali > 60% dei ricavi (raro)

Esempio concreto – professionista intellettuale con ricavi 50.000 euro:

  • Deduzione forfettaria disponibile: 50.000 x 22% = 11.000 euro
  • Se hai costi reali di 8.000 euro (affitto coworking 3.600 + software 600 + formazione 1.800 + assicurazione 2.000): stai sotto gli 11.000 euro – forfettario conveniente
  • Se hai costi reali di 15.000 euro (ufficio in affitto 7.200 + collaboratore part-time 6.000 + altri 1.800): superi gli 11.000 euro – ordinario potenzialmente conveniente

Esempio – artigiano edile con ricavi 50.000 euro (coeff. 86%):

  • Deduzione forfettaria disponibile: 50.000 x 14% = 7.000 euro
  • Se i materiali acquistati valgono 12.000 euro e il furgone costa 4.000 euro/anno: costi reali = 16.000 euro, superiori ai 7.000 – ordinario significativamente conveniente

La Corte dei Conti, nel suo rendiconto 2024, ha sollevato il tema della cosiddetta trappola dimensionale: chi si avvicina alla soglia degli 85.000 euro di ricavi puo trovarsi in una zona grigia dove il confronto tra regime forfettario e regime ordinario va effettuato con attenzione. Chi si avvicina ai 70.000-80.000 euro di fatturato dovrebbe simulare entrambi gli scenari, considerando anche i maggiori oneri amministrativi del regime ordinario.

Settori dove conviene restare in forfettario vs settori dove valutare l’ordinario

CoefficienteSettori tipiciRaccomandazioneQuando rivalutare
40%Commercio alimentare, bar, gelaterie, produzione alimentareForfettario quasi sempre conveniente sotto soglia 85kSolo se hai costi > 60% del fatturato (raro nel food)
54%Ambulanti non alimentari, vendita porta a portaGeneralmente conveniente, margini di solito bassiSe costi merce > 46% del fatturato
62%Agenti di commercio, rappresentantiValutare anno per anno in base alle spese di trasfertaSe spese trasferte + campionari > 38% del fatturato
67%Ristoranti, alberghi, B&B, parrucchieri, estetisteValutare con attenzione soprattutto per ristoratori con costi elevatiSe costi materie prime + personale > 33% del fatturato
78%Avvocati, consulenti, psicologi, architetti, medici, informatici, designerConveniente se lavori senza struttura fissa (casa/coworking)Se hai ufficio, dipendenti o costi > 22% del fatturato
86%Costruzioni, artigiani edili, elettricisti, idraulici, immobiliariValutare sempre il confronto ordinario, specialmente con materiali elevatiSe costi materiali > 14% del fatturato (frequente nel settore)

Una considerazione finale: il regime forfettario offre un vantaggio non solo fiscale ma anche amministrativo. Niente IVA da gestire, niente ritenute d’acconto, contabilita semplificata. Questi risparmi di tempo e di costi del commercialista sono un beneficio reale che va sommato al confronto puramente fiscale.

Per i contribuenti in zona grigia – con costi elevati o vicini alla soglia degli 85.000 euro – la simulazione professionale e fondamentale. Un errore di valutazione puo costare migliaia di euro all’anno.

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Domande frequenti sui coefficienti di redditivita forfettario 2026

I coefficienti di redditivita sono cambiati nel 2026?

No. I coefficienti dell’Allegato 4 della Legge 190/2014 non sono stati modificati da nessuna legge di bilancio successiva, inclusa la L. 207/2024. Rimangono identici per il 2026: 40%, 54%, 62%, 67%, 78%, 86%.

Come faccio a sapere qual e il mio coefficiente?

Dipende dal codice ATECO della tua attivita. Identifica il tuo codice ATECO e confrontalo con i gruppi della tabella dell’Allegato 4 L. 190/2014. Il tuo commercialista o il CAF possono indicarti con certezza il gruppo di appartenenza.

Un freelance IT paga lo stesso di un avvocato in forfettario?

Si, dal punto di vista del coefficiente: entrambi applicano il 78%. La differenza puo emergere dai contributi previdenziali: un informatico in Gestione Separata INPS paga il 24% (con altra copertura) o il 26,07% (senza altra copertura), mentre un avvocato versa i contributi Cassa Forense con aliquota diversa.

Posso scegliere un coefficiente piu basso se il mio non mi conviene?

No. Il coefficiente e determinato automaticamente dal codice ATECO della tua attivita e non e modificabile. Se hai piu attivita con codici ATECO diversi, si applica il coefficiente dell’attivita prevalente (quella con ricavi maggiori).

Il coefficiente vale anche per l’aliquota al 5% delle startup?

Si. Il coefficiente di redditivita funziona allo stesso modo sia con l’aliquota standard al 15% sia con quella agevolata al 5% per le nuove attivita nei primi cinque anni. Cambia solo l’aliquota applicata alla base imponibile, non il coefficiente di calcolo.

Approfondimenti per settore: guide complete 2026

Hai trovato utile questa analisi comparativa dei coefficienti di redditivita? Abbiamo preparato guide complete e aggiornate al 2026 per i due settori piu numerosi nel regime forfettario italiano:

Avvocati – settore #1 con 154.828 forfettari

  • Partita IVA avvocato 2026: guida completa al forfettario, Cassa Forense e RC professionale – PILLAR con coefficiente 78%, contributi, studio legale, caso pratico
  • Quanto guadagna un avvocato libero professionista in forfettario nel 2026 – tabelle reddito netto a 30k/50k/80k
  • Aprire studio legale forfettario 2026: requisiti, costi, software gestione – guida operativa
  • Avvocato e Cassa Forense 2026: contributi forfettari, minimi, modello 5 – tutto sui contributi previdenziali

Consulenti aziendali – settore #2 con 74.462 forfettari

  • Partita IVA consulente aziendale 2026: forfettario, ATECO 70.22, fatturazione B2B – PILLAR con Gestione Separata INPS, cause ostative, esempio pratico
  • Consulente aziendale: forfettario o SRL? Confronto fiscale 2026 – soglia di pareggio con tabella numerica
  • Fatturazione B2B consulente forfettario 2026: codici, marche da bollo, ritenuta – guida operativa SDI e N2.2
Giugno 28, 2026/0 Commenti/da Andrea Damiani
https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Regime-Forfettario-2026-limiti-e-controlli.png 924 1640 Andrea Damiani https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Andrea Damiani2026-06-28 09:21:322026-06-29 21:47:37Coefficienti di redditivita forfettario 2026: analisi per settore e quanto si paga davvero
PARTITA IVA, PARTITA IVA CON REGIME FORFETTARIO

Forfettario e Mutuo Casa 2026: Come Ottenerlo con Partita IVA Forfettaria

Notizie fiscali CAF Centro Fiscale

Indice dei contenuti

  1. Il problema dei forfettari con il mutuo: percezione vs realta
  2. Come le banche valutano il reddito di un forfettario
  3. Esempio pratico: dal compenso alla rata massima
  4. Come migliorare la propria posizione prima di chiedere il mutuo
  5. Banche piu aperte ai forfettari nel 2026
  6. Mutuo prima casa under 36 e garanzia Consap 2026
  7. Documentazione necessaria per il mutuo del forfettario
  8. Strategia: alzare il reddito imponibile in vista del mutuo
  9. Casi particolari: startup, consolidato, dipendente
  10. Alternative al mutuo per chi non riesce a ottenerlo
  11. Costi del mutuo per un forfettario
  12. Detrazione interessi mutuo: il forfettario non ne usufruisce
  13. Esempio completo: il caso di Marco
  14. Domande frequenti (FAQ)

Sei un forfettario e vuoi comprare casa nel 2026 con un mutuo, ma le banche ti dicono che il tuo reddito non basta? Non sei solo: migliaia di partite IVA forfettarie ogni anno si trovano davanti a uno scenario paradossale. Tu fatturi 50.000 euro l’anno, ma la banca ne vede appena 32.000. La rata massima che ti propongono e la meta di quella che potresti realmente sostenere.

Il motivo? Le banche non guardano i tuoi compensi reali, ma il reddito imponibile indicato nel Modello Redditi PF, Quadro LM. E nel regime forfettario questo reddito e sempre piu basso del fatturato, perche tiene conto del coefficiente di redditivita e dei contributi previdenziali versati.

In questa guida del CAF Centro Fiscale di Udine ti spieghiamo come funziona davvero la valutazione bancaria di un forfettario, come migliorare la tua posizione prima di chiedere il mutuo, quali banche sono piu aperte alle partite IVA forfettarie, come funziona la garanzia Consap per gli under 36 e quali documenti preparare. Con esempi numerici concreti per capire ogni passaggio.

Il problema dei forfettari con il mutuo: percezione vs realta

Il regime forfettario e nato per semplificare la fiscalita delle piccole partite IVA con un’aliquota agevolata (5% per i primi 5 anni di attivita, 15% a regime). Il problema e che la stessa semplificazione che ti fa pagare poche tasse ti penalizza quando devi dimostrare il tuo reddito a terzi: banche, locatori, finanziarie.

La banca, quando valuta una richiesta di mutuo, deve seguire criteri prudenziali stabiliti dalla normativa di vigilanza. Non puo basarsi sul tuo “fatturato lordo” ne sui movimenti del tuo conto corrente. Deve guardare il reddito imponibile fiscalmente accertato, quello che risulta nel Quadro LM del Modello Redditi PF.

E qui arriva il paradosso: un forfettario che fattura 50.000 euro l’anno, sul Modello Redditi PF non ha un reddito imponibile di 50.000 euro, ma molto meno. Le banche lo sanno e applicano i loro parametri di sostenibilita su quella cifra ridotta, dimezzando di fatto la rata massima che potresti permetterti.

Il risultato pratico? Tanti forfettari con redditi reali piu che dignitosi si vedono rifiutare il mutuo o ottengono cifre lontane dalle loro esigenze, costretti a rinunciare all’acquisto della casa o a ripiegare su soluzioni meno convenienti.

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Come le banche valutano il reddito di un forfettario

Per capire come uscire dal paradosso, dobbiamo prima capire cosa esattamente guarda la banca. La valutazione del merito creditizio per un forfettario si basa su tre elementi:

  • Reddito imponibile dichiarato nel Quadro LM del Modello Redditi PF degli ultimi 2-3 anni
  • Continuita dell’attivita (almeno 2 anni di partita IVA, meglio 3)
  • Stabilita dei flussi (estratti conto bancari coerenti con i compensi dichiarati)

Come si calcola il reddito imponibile forfettario

La formula e semplice ma decisiva:

Reddito imponibile = (Compensi incassati x Coefficiente di redditivita) – Contributi previdenziali versati

Il coefficiente di redditivita e una percentuale stabilita per legge in base al codice ATECO della tua attivita. Le piu comuni:

  • Professionisti (consulenti, avvocati, architetti, ingegneri): 78%
  • Commercio al dettaglio: 40%
  • Intermediari del commercio: 62%
  • Costruzioni e immobiliare: 86%
  • Servizi di alloggio e ristorazione: 40%
  • Altre attivita economiche: 67%

Significa che, indipendentemente dalle spese reali sostenute, il fisco ti riconosce solo una percentuale fissa di “reddito” sui tuoi compensi. Le spese effettive non contano: il regime forfettario e proprio “forfettario” perche non ammette deduzioni analitiche.

La regola del terzo: come la banca calcola la rata massima

Una volta determinato il reddito imponibile annuo, la banca applica il principio della sostenibilita finanziaria: la rata mensile del mutuo non deve superare circa 1/3 del reddito mensile netto. Alcune banche sono piu prudenti (1/4) o piu permissive (40%), ma 33% e lo standard.

La formula approssimativa e:

Rata massima sostenibile = (Reddito imponibile annuo / 12) x 33%

Esempio pratico: dal compenso alla rata massima

Vediamo concretamente come si trasforma un compenso reale in rata massima approvabile. Prendiamo Laura, una consulente forfettaria con codice ATECO professionale (coefficiente 78%).

Dati di partenza:

  • Compensi annui incassati: 50.000 euro
  • Coefficiente di redditivita: 78%
  • Contributi INPS Gestione Separata versati: 7.000 euro

Calcolo del reddito imponibile:

  • 50.000 x 78% = 39.000 euro (reddito lordo forfettario)
  • 39.000 – 7.000 (contributi) = 32.000 euro reddito imponibile

Calcolo della rata massima bancaria:

  • 32.000 / 12 = 2.666 euro reddito mensile
  • 2.666 x 33% = circa 890 euro di rata massima sostenibile

Cosa significa nella pratica? Con una rata di 890 euro al mese, a un tasso del 3,5% su 25 anni, Laura puo ottenere un mutuo di circa 178.000 euro. Se vuole comprare una casa da 250.000 euro, deve mettere di tasca propria almeno 72.000 euro (oltre alle imposte di acquisto e alle spese notarili).

Eppure Laura, sul suo conto, vede entrare 50.000 euro all’anno. Sente di poter sostenere ben piu di 890 euro al mese. Ma per la banca quei 50.000 non esistono: esistono solo i 32.000 del Quadro LM. Questo e il cuore del problema dei forfettari.

Come migliorare la propria posizione prima di chiedere il mutuo

La buona notizia e che, con una pianificazione di 12-24 mesi, un forfettario puo migliorare significativamente le sue chance di ottenere un mutuo adeguato alle sue reali capacita. Ecco le 5 strategie piu efficaci:

1. Anticipo del 30% (riduce il loan-to-value)

Il Loan-to-Value (LTV) e il rapporto tra mutuo richiesto e valore dell’immobile. Le banche sono molto piu disponibili a finanziare al massimo l’80% del valore (LTV 80%), e ancora piu generose se il LTV scende al 70% o meno.

Mettere un anticipo del 30% (anziche del 20% standard) significa: meno rischio per la banca, condizioni piu favorevoli (tasso piu basso), maggiore probabilita di approvazione anche con reddito imponibile basso.

2. Documentazione completa e ben organizzata

Non basta presentare l’ultimo Modello Redditi. Per dimostrare la solidita reale dell’attivita, conviene preparare un dossier che includa:

  • Modelli Redditi PF degli ultimi 3 anni (non solo l’ultimo)
  • Modelli F24 dei contributi previdenziali versati
  • Fatturato medio annuo degli ultimi 3 anni con grafico in crescita
  • Estratti conto bancari degli ultimi 12 mesi
  • Elenco dei principali clienti (committenti stabili = piu rassicurazione)
  • Eventuali contratti di collaborazione pluriennali

3. Stabilita lavorativa: minimo 2-3 anni di partita IVA

Le banche guardano con sospetto chi ha aperto la partita IVA da meno di un anno. La regola standard e almeno 2 anni di attivita continuativa, meglio 3. Se hai aperto da poco, conviene aspettare prima di chiedere il mutuo, oppure presentarti con un coniuge dipendente come cointestatario.

4. Avere un coniuge dipendente: il dual income

Questa e probabilmente la strategia piu efficace per un forfettario. Se il coniuge ha un contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato, cointestare il mutuo cambia completamente la situazione:

  • I redditi si sommano (dual income)
  • La banca considera il dipendente come “ancora di stabilita”
  • Il rischio percepito si abbassa drasticamente
  • Si sblocca il diritto alle detrazioni IRPEF per gli interessi (ne parliamo dopo)

5. Fideiussione o garante: un parente dipendente o pensionato

Se non hai un coniuge dipendente, puoi chiedere a un genitore o parente con reddito stabile di fare da fideiussore (garante) sul mutuo. Il garante non diventa proprietario dell’immobile, ma si impegna a pagare la rata se tu non riesci. Per la banca, questo abbassa il rischio e rende piu facile l’approvazione.

Banche piu aperte ai forfettari nel 2026

Non tutte le banche valutano i forfettari allo stesso modo. Alcune sono particolarmente restrittive (richiedono 3 anni di attivita e redditi imponibili sopra i 25.000 euro), altre sono piu flessibili e hanno prodotti specifici per partite IVA.

Sulla base delle esperienze raccolte dai nostri clienti CAF e dalle policy commerciali pubbliche, queste sono le banche piu aperte ai forfettari nel 2026:

  • BPER Banca – generalmente disponibile, valuta caso per caso, prodotti dedicati alle partite IVA
  • Credit Agricole Italia – storicamente attenta ai professionisti, anche forfettari
  • Banca Sella – flessibile, soprattutto per professionisti consolidati
  • Banca Mediolanum / Webank – mutui online competitivi, valutazione meno rigida sulla forma del reddito
  • Intesa Sanpaolo – dipende molto dalla filiale e dal direttore, ma con un buon dossier puo aprire
  • UniCredit – selettiva, ma con anticipo del 30% e 3 anni di attivita valuta

Strategia consigliata: non chiedere preventivi a una sola banca. Presenta il tuo dossier ad almeno 3-4 istituti diversi, anche tramite un mediatore creditizio autorizzato OAM, che conosce le politiche commerciali aggiornate di ogni banca e sa quale prodotto proporre.

Tieni presente che le politiche cambiano spesso: una banca che oggi e chiusa ai forfettari puo aprirsi tra 6 mesi, e viceversa. La situazione del 2026 e generalmente piu favorevole rispetto al passato grazie alla crescita strutturale del numero di partite IVA in Italia (oltre 1,7 milioni di forfettari attivi).

Mutuo prima casa under 36 e garanzia Consap 2026

Se hai meno di 36 anni e vuoi acquistare la prima casa, esiste una via privilegiata che vale anche per i forfettari: il Fondo di garanzia per la prima casa gestito da Consap (Concessionaria Servizi Assicurativi Pubblici) per conto del Ministero dell’Economia.

Cos’e e come funziona la garanzia Consap

Lo Stato, tramite Consap, offre alla banca una garanzia pubblica fino all’80% del capitale erogato. Questo significa che se anche il mutuo richiesto supera l’80% del valore dell’immobile (fino al 100% in alcuni casi), la banca e tutelata e puo concedere il finanziamento con maggiore tranquillita.

Requisiti per accedere nel 2026

  • Eta: meno di 36 anni al momento della richiesta
  • ISEE: non superiore a 40.000 euro (per accedere a condizioni piu agevolate)
  • Importo mutuo: fino a 250.000 euro
  • Immobile: deve essere prima casa, non di lusso (categorie escluse A/1, A/8, A/9)
  • Categoria professionale: aperta anche ai lavoratori autonomi e ai forfettari

Vantaggi concreti per il forfettario under 36

  • Possibilita di ottenere fino al 100% del valore dell’immobile (LTV 100%) senza anticipo
  • Tassi di interesse calmierati per ISEE sotto i 40.000 euro
  • Esenzione da imposta sostitutiva sul mutuo
  • Esenzione da imposta di registro, ipotecaria e catastale (se compri da privato)

Importante: la garanzia Consap non sostituisce la valutazione bancaria. La banca deve comunque approvare la pratica in base al merito creditizio. Ma sapere che c’e la garanzia pubblica abbassa il rischio percepito e aumenta sensibilmente le probabilita di accettazione, anche per un forfettario.

Le agevolazioni under 36 sono state confermate e prorogate piu volte: verifica sempre la scadenza in vigore al momento della richiesta (tipicamente fine anno), perche ogni Legge di Bilancio puo modificare le condizioni.

Documentazione necessaria per il mutuo del forfettario

Quando ti presenti in banca per chiedere un mutuo da forfettario, la lista dei documenti richiesti e piu ampia rispetto a un dipendente. Prepararla in anticipo, ben organizzata, fa la differenza in fase di valutazione.

Documenti fiscali (i piu importanti)

  • Modello Redditi PF degli ultimi 3 anni (con quietanze di trasmissione)
  • Quadro LM evidenziato (e quello che la banca legge per capire il reddito imponibile)
  • Modelli F24 dei contributi INPS o casse private versati negli ultimi 3 anni
  • Modelli F24 dell’imposta sostitutiva pagata (saldo e acconti)
  • Eventuali ricevute di pagamento delle marche da bollo sulle fatture

Documenti dell’attivita

  • Visura camerale aggiornata (se sei ditta individuale iscritta al Registro Imprese)
  • Certificato di attribuzione partita IVA
  • Eventuale iscrizione all’albo professionale
  • Fatture rappresentative dell’attivita (campione di 10-15 fatture recenti)
  • Elenco dei principali clienti con contratti di collaborazione (se esistono)

Documenti bancari

  • Estratti conto degli ultimi 12 mesi (alcune banche chiedono 24 mesi)
  • Documentazione di eventuali finanziamenti in corso (rate auto, prestiti personali)
  • Estratti conto delle carte di credito revolving
  • Eventuali patrimoni mobiliari (BTP, polizze, fondi)

Documenti personali

  • Documento di identita e codice fiscale
  • Stato di famiglia
  • Eventuale separazione o divorzio (sentenze)
  • ISEE aggiornato (se chiedi agevolazioni under 36)

Documenti dell’immobile da acquistare

  • Compromesso o proposta di acquisto
  • Visura catastale
  • Planimetria catastale
  • Atto di provenienza del venditore
  • APE (Attestato di Prestazione Energetica)
  • Eventuale perizia di parte (alcune banche la richiedono prima dell’erogazione)

Strategia: alzare il reddito imponibile in vista del mutuo

Ecco un consiglio fondamentale che molti forfettari non conoscono: nei 2-3 anni precedenti la richiesta di mutuo, conviene “alzare” il reddito imponibile per migliorare la valutazione bancaria. Non si tratta di evadere o di dichiarare il falso, ma di scegliere strategicamente come compilare il Modello Redditi.

Opzione 1: incassare di piu prima del mutuo

Se hai possibilita di pianificare le incassature dei tuoi clienti, programma di incassare quanto piu possibile nei 2-3 anni che precedono la richiesta. Pagherai un po’ piu di tasse, ma il reddito imponibile salira e con esso la rata sostenibile.

Esempio: se di solito fatturi a fine anno e incassi a gennaio dell’anno dopo, in vista del mutuo conviene farti pagare entro il 31 dicembre. Cosi il reddito entra nell’anno fiscale piu utile.

Opzione 2: NON dedurre tutti i contributi previdenziali

Questa e una strategia poco conosciuta ma perfettamente legale. Nel regime forfettario puoi scegliere se dedurre dal reddito imponibile tutti i contributi previdenziali versati oppure solo una parte. Se ne deduci di meno, il reddito imponibile sale.

Tornando all’esempio di Laura:

  • Caso A (deduce tutto): 39.000 – 7.000 = 32.000 reddito imponibile -> rata max 890 euro
  • Caso B (non deduce): 39.000 – 0 = 39.000 reddito imponibile -> rata max 1.072 euro

Nel caso B, Laura paga circa 1.000 euro in piu di imposta sostitutiva al 15% (1.050 euro per la precisione, calcolata sui 7.000 contributi non dedotti), ma in cambio puo richiedere un mutuo significativamente piu alto. Per chi compra casa una volta nella vita, e un investimento che vale la pena valutare.

Opzione 3: presentare un dossier “esteso”

Anche se la banca guarda principalmente il Quadro LM, puoi arricchire la pratica con documentazione che mostri la solidita complessiva della tua attivita: contratti pluriennali, lettere di intenti dei clienti, fatturato in crescita costante. Questo non cambia il calcolo formale, ma puo influenzare positivamente il direttore di filiale che decide.

Importante: queste strategie vanno valutate con un commercialista o con il tuo CAF. Il CAF Centro Fiscale di Udine aiuta i forfettari a pianificare la dichiarazione in vista di esigenze come il mutuo, facendo simulazioni numeriche per capire quale opzione conviene davvero.

Casi particolari: startup, consolidato, dipendente

La situazione del forfettario di fronte al mutuo cambia molto in base alla fase della sua attivita. Vediamo i tre profili tipici.

Forfettario startup (aliquota 5%, primi 5 anni)

Chi rientra nel regime startup forfettario con aliquota agevolata al 5% e nei primi 5 anni di attivita. La situazione di fronte al mutuo e particolarmente difficile:

  • Storico dichiarativo limitato (1-2 anni di Modelli Redditi)
  • Reddito imponibile spesso molto basso (i primi anni di attivita sono di assestamento)
  • Difficolta a dimostrare la continuita

Cosa fare? Aspettare di avere almeno 2-3 anni di Modelli Redditi alle spalle, oppure presentarsi con un cointestatario dipendente (coniuge o genitore). Senza queste due leve, ottenere il mutuo e quasi impossibile.

Forfettario consolidato (aliquota 15%, oltre 5 anni)

Il forfettario “veterano”, quello con almeno 5 anni di attivita continuativa e aliquota standard al 15%, ha una situazione molto piu favorevole:

  • Storico fiscale solido (5+ anni di Modelli Redditi)
  • Trend di fatturato dimostrabile (idealmente in crescita)
  • Flussi bancari stabili e prevedibili
  • Reputazione professionale consolidata

Per questo profilo, le banche piu aperte (BPER, Credit Agricole, Sella, Mediolanum) offrono spesso condizioni quasi paragonabili a quelle di un dipendente, soprattutto se il reddito imponibile supera i 30.000 euro annui.

Forfettario + dipendente (in famiglia)

Questo e il caso ideale. Se nella coppia c’e un forfettario e un dipendente, la strategia migliore e cointestare il mutuo tra i due, oppure intestarlo solo al dipendente. In entrambi i casi:

  • Il dipendente porta stabilita e affidabilita percepita
  • I redditi si sommano (se cointestato)
  • Si sblocca la detrazione IRPEF degli interessi (di cui il forfettario solo non puo beneficiare)
  • La banca approva piu facilmente

Spesso la soluzione ottimale e: mutuo cointestato 50/50, immobile cointestato, detrazione interessi al 50% per il coniuge dipendente sui suoi 4.000 euro annui detraibili.

Alternative al mutuo per chi non riesce a ottenerlo

Se anche dopo aver provato tutte le strategie il mutuo bancario resta fuori portata, esistono alternative meno conosciute ma valide per acquisire la prima casa.

Affitto con riscatto (rent-to-buy)

Strumento contrattuale regolato dal D.L. 133/2014. Il rent-to-buy permette di:

  • Vivere nella casa pagando un canone mensile
  • Una parte del canone viene accantonata come acconto per il futuro acquisto
  • Dopo un periodo concordato (3-5 anni), si decide se acquistare o rinunciare
  • Nel frattempo, il forfettario consolida il suo storico e puo arrivare al mutuo con dossier piu solido

Leasing immobiliare

Il leasing immobiliare e una strada piu adatta a forfettari con codici ATECO professionali o di impresa, soprattutto se l’immobile ha anche destinazione d’uso strumentale (ad esempio uno studio professionale). Permette di:

  • Pagare canoni periodici alla societa di leasing
  • Riscattare l’immobile a fine contratto a prezzo agevolato
  • Dedurre fiscalmente parte dei canoni (per le imprese, non per il forfettario puro)

Acquisto tramite societa (SRL semplificata)

Per chi ha disponibilita di liquidita ma reddito imponibile basso, una strada percorribile e costituire una SRL semplificata e acquistare l’immobile in capo alla societa. La SRL puo accedere a finanziamenti dedicati alle imprese, con criteri di valutazione diversi dal mutuo prima casa.

Attenzione: questa strategia ha implicazioni fiscali e amministrative significative (gestione della societa, costi annui, doppia tassazione utili). Va valutata solo con un commercialista in casi specifici, non come scorciatoia rispetto al mutuo personale.

Costi del mutuo per un forfettario

I costi di un mutuo per un forfettario sono identici a quelli per un dipendente in termini di voci, ma il TAEG (tasso effettivo) puo essere leggermente piu alto, perche le banche applicano uno spread maggiorato per il maggior rischio percepito. Vediamo le voci principali.

Tasso fisso vs variabile

  • Tasso fisso: rata invariata per tutta la durata. Conviene quando i tassi di mercato sono bassi e si prevede che salgano
  • Tasso variabile: rata legata all’Euribor. Conveniente in scenari di tassi in calo, ma rischiosa per chi ha redditi non garantiti
  • Tasso misto: parte fissa e parte variabile, soluzione di compromesso

Per un forfettario, generalmente conviene il tasso fisso: la rata costante permette una pianificazione finanziaria piu prevedibile, importante per chi non ha un cedolino fisso ogni mese.

Spese di istruttoria

Sono i costi che la banca chiede per analizzare la pratica. Variano da 0 (in alcuni mutui online) a 1.000-1.500 euro nelle banche tradizionali. Per i forfettari, l’istruttoria e generalmente piu lunga e costosa per la maggiore documentazione richiesta.

Imposta sostitutiva sul mutuo

  • 0,25% sul capitale erogato per la prima casa
  • 2% sul capitale erogato per seconde case o immobili non agevolati
  • Esenzione totale se accedi alla garanzia Consap under 36 con ISEE sotto 40.000 euro

Altri costi tipici

  • Perizia tecnica: 200-400 euro per la valutazione dell’immobile
  • Polizza incendio e scoppio obbligatoria: 200-400 euro all’anno
  • Polizza vita o sulle malattie gravi: facoltativa, ma spesso “consigliata” dalla banca
  • Spese notarili: 1.500-3.000 euro tra mutuo e atto
  • Spese di gestione annuale: 0-100 euro/anno per la pratica

Totale costi accessori per un mutuo medio da 200.000 euro: tra 4.000 e 8.000 euro al momento dell’erogazione, oltre alle polizze annuali.

Detrazione interessi mutuo: il forfettario non ne usufruisce

Una delle agevolazioni piu importanti sul mutuo prima casa e la detrazione IRPEF degli interessi passivi. Vediamo perche per il forfettario rappresenta un problema specifico.

Come funziona la detrazione (in generale)

I contribuenti italiani possono detrarre dall’IRPEF il 19% degli interessi passivi pagati sul mutuo prima casa, fino a un massimo di 4.000 euro di interessi all’anno (quindi una detrazione massima di 760 euro annui).

Su un mutuo medio di 200.000 euro a tasso 3,5%, gli interessi pagati nei primi anni sono circa 6.500-7.000 euro, ma il tetto di 4.000 euro fa scattare la detrazione massima da 760 euro all’anno. Su 25 anni di mutuo, sono circa 15.000-18.000 euro di IRPEF risparmiata.

Il forfettario non paga IRPEF, quindi non detrae

Qui sta il problema. Il forfettario non paga IRPEF: paga la imposta sostitutiva (al 5% o al 15%) che sostituisce IRPEF e addizionali. Le detrazioni fiscali si applicano solo all’IRPEF, non all’imposta sostitutiva.

Conseguenza pratica: il forfettario che intesta il mutuo solo a se stesso perde la detrazione del 19% sugli interessi. Su 25 anni, e una perdita di 15.000-18.000 euro netti.

La soluzione: cointestare al coniuge dipendente

Se il coniuge ha un reddito da lavoro dipendente o pensione (paga IRPEF), cointestare il mutuo permette al coniuge di portare in detrazione il 50% degli interessi sulla sua dichiarazione, recuperando 380 euro all’anno (su 4.000 euro di interessi annui condivisi).

Ancora meglio: intestare il mutuo solo al coniuge dipendente (se il suo reddito basta da solo), per portare l’intera detrazione del 19% su 4.000 euro = 760 euro all’anno. Per 25 anni, fa 19.000 euro di IRPEF risparmiata.

Attenzione: per portare la detrazione, il coniuge deve essere proprietario (almeno in parte) dell’immobile e cointestatario (almeno in parte) del mutuo. Va pianificato bene con il commercialista o il CAF prima di firmare il rogito.

Esempio completo: il caso di Marco

Mettiamo insieme tutto quanto detto in un esempio numerico realistico. Marco e un forfettario consulente IT a Udine, ha 32 anni, vuole comprare una casa da 250.000 euro insieme a sua moglie Sara, dipendente in azienda.

La situazione di partenza

  • Marco: forfettario da 4 anni, codice ATECO 62.02.00 (consulenza IT, coefficiente 67%), compensi annui 60.000 euro
  • Sara: dipendente a tempo indeterminato, RAL 28.000 euro
  • Risparmi della coppia: 75.000 euro
  • Casa target: 250.000 euro a Udine

Calcolo del reddito Marco

  • 60.000 x 67% = 40.200 euro reddito lordo
  • 40.200 – 7.500 contributi INPS = 32.700 reddito imponibile

Scenario 1: mutuo solo intestato a Marco

  • Reddito mensile: 32.700 / 12 = 2.725 euro
  • Rata massima sostenibile: 2.725 x 33% = 900 euro
  • Mutuo ottenibile a tasso 3,5% su 25 anni: circa 180.000 euro
  • Anticipo necessario: 70.000 euro (poco sotto i risparmi disponibili)
  • Detrazione interessi: 0 euro (Marco non paga IRPEF)
  • Costo perdita detrazioni in 25 anni: -18.000 euro

Scenario 2: mutuo cointestato a Marco e Sara

  • Reddito netto Marco: ~32.700 – 5.000 imposte = 27.700 euro
  • Reddito netto Sara (dipendente RAL 28K): ~21.000 euro
  • Reddito familiare netto: 48.700 euro
  • Reddito mensile: 48.700 / 12 = 4.060 euro
  • Rata massima sostenibile: 4.060 x 33% = 1.340 euro
  • Mutuo ottenibile a tasso 3,3% su 25 anni: circa 270.000 euro (con anticipo del 30%, 175.000 di mutuo richiesto)
  • Detrazione interessi (50% per Sara): 380 euro/anno
  • Risparmio in 25 anni: +9.500 euro

Decisione finale

Marco e Sara optano per lo scenario 2: mutuo cointestato 50/50, casa cointestata 50/50, anticipo del 30% (75.000 euro). Richiedono il mutuo a BPER, presentando il dossier completo: 4 Modelli Redditi di Marco, 4 CU di Sara, estratti conto bancari, lista clienti di Marco, contratto di lavoro di Sara.

Aggiungono la garanzia Consap under 36 (Marco ha 32 anni, ISEE familiare sotto 40.000 euro). Ottengono un mutuo da 175.000 euro al 3,3% fisso, rata di 855 euro/mese, esenzione dall’imposta sostitutiva. Risultato: casa acquistata con condizioni ottimali e detrazione interessi attiva.

Domande frequenti (FAQ)

Posso ottenere un mutuo prima casa se sono forfettario da meno di 2 anni?

Molto difficile da soli: la maggior parte delle banche richiede almeno 2 dichiarazioni dei redditi consolidate (quindi 2 anni di partita IVA). Se hai meno storico, le strade sono: aspettare e accumulare almeno 24 mesi di attivita, oppure presentarti con un cointestatario dipendente o con un fideiussore solido. La garanzia Consap under 36 aiuta, ma non sostituisce la valutazione di stabilita reddituale.

Conviene aprire una SRL per ottenere il mutuo piu facilmente?

Quasi mai. Il mutuo intestato alla SRL non e un mutuo prima casa (non vale la detrazione, non vale l’imposta sostitutiva 0,25%, non vale la garanzia Consap). I costi annuali della SRL (gestione contabile, IRES, IRAP, doppia tassazione utili) superano spesso i benefici. Conviene solo in casi specifici, come acquisto di immobili strumentali per l’attivita.

Quanto incidono gli estratti conto bancari sulla decisione della banca?

Molto. La banca controlla la coerenza tra reddito dichiarato e movimenti reali e cerca segnali di stabilita: entrate periodiche regolari, assenza di scoperti frequenti, capacita di accantonamento mensile. Un estratto conto “in ordine” puo compensare in parte un reddito imponibile basso. Un estratto conto caotico (continui rossi, pignoramenti, pagamenti rateali) puo affossare anche una pratica con buon reddito.

Posso usare l’ISEE basso per accedere a mutui agevolati?

L’ISEE basso (sotto 40.000 euro per la garanzia Consap under 36) ti da accesso a condizioni piu favorevoli (tassi calmierati, esenzione imposta sostitutiva sul mutuo, garanzia pubblica fino al 100%). Ma non aumenta la rata massima approvabile: la banca continua a guardare il reddito imponibile per la sostenibilita. ISEE basso = tante agevolazioni accessorie, non significa “automaticamente mutuo piu alto”.

Se non deduco i contributi nel Modello Redditi, perdo il diritto di averli pagati?

No. I contributi previdenziali versati restano validi ai fini pensionistici indipendentemente dal fatto che tu li deduca o meno fiscalmente. La scelta di non dedurli (o dedurli parzialmente) influenza solo il reddito imponibile dichiarato, non il tuo montante INPS o cassa privata. La pensione futura non cambia.

Quanti anni dovrei pianificare in anticipo prima di chiedere il mutuo?

L’ideale e 2-3 anni di pianificazione. In questo arco di tempo puoi: stabilizzare la partita IVA, alzare strategicamente il reddito imponibile, accumulare l’anticipo del 30%, costruire estratti conto puliti, ottenere eventuali contratti pluriennali con clienti. Chi pianifica con anticipo ha tassi migliori, somme piu alte, meno rifiuti.

Il CAF Centro Fiscale puo aiutarmi nella pratica del mutuo?

Si, in piu modi: predisposizione del Modello Redditi PF ottimizzato per la richiesta di mutuo, simulazioni di scenari (deducendo o non deducendo contributi), preparazione del dossier documentale completo, calcolo dell’ISEE per la garanzia under 36, consulenza sulla cointestazione coniugale per le detrazioni. Non siamo mediatori creditizi (non trattiamo direttamente con le banche), ma costruiamo la base fiscale ottimale per presentarti al meglio. Prenota un appuntamento al CAF Centro Fiscale di Udine: studiamo insieme la strategia migliore per il tuo caso.

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Giugno 28, 2026/0 Commenti/da Andrea Damiani
https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Andrea Damiani https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Andrea Damiani2026-06-28 08:00:002026-05-24 09:54:39Forfettario e Mutuo Casa 2026: Come Ottenerlo con Partita IVA Forfettaria
PARTITA IVA, PARTITA IVA CON REGIME FORFETTARIO

Forfettari e dichiarazione precompilata 2026: l’intervento del commercialista resta indispensabile

regime forfettario partita iva

Ogni anno, con l’arrivo della stagione delle dichiarazioni fiscali, milioni di contribuenti italiani si interrogano sulla possibilita di compilare la propria dichiarazione dei redditi in autonomia, sfruttando il servizio di precompilata messo a disposizione dall’Agenzia delle Entrate. Per i titolari di partita IVA in regime forfettario, pero, il quadro e molto diverso: la precompilata non e uno strumento a loro disposizione nei termini ordinari, e il ruolo del commercialista — o di un CAF abilitato — rimane non solo utile ma in molti casi indispensabile.

In questo articolo analizziamo nel dettaglio perche i forfettari non possono affidarsi al 730 precompilato, quali adempimenti dichiarativi li riguardano nel 2026, e in che cosa consiste concretamente il contributo professionale di un consulente fiscale nella gestione della loro posizione tributaria.

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Indice dei contenuti

  1. Cos’e la dichiarazione precompilata e chi puo usarla
  2. Perche i forfettari non possono usare il 730 precompilato
  3. La precompilata parziale del Modello Redditi: cosa c’e e cosa manca
  4. Come funziona il calcolo del reddito nel regime forfettario 2026
  5. I requisiti del regime forfettario nel 2026: le cause ostative da verificare
  6. Cosa fa concretamente il commercialista per un forfettario
  7. Scadenze dichiarative 2026 per i forfettari
  8. La novita 2026: i controlli dell’Agenzia delle Entrate sui forfettari
  9. CAF e forfettari: quando il CAF puo essere un’alternativa al commercialista
  10. Errori comuni dei forfettari fai da te
  11. Il caso dei forfettari con redditi misti: la complessita aumenta
  12. FAQ — Domande frequenti

Cos’e la dichiarazione precompilata e chi puo usarla

La dichiarazione dei redditi precompilata e un servizio introdotto dall’Agenzia delle Entrate con il D.Lgs. 175/2014 e progressivamente esteso negli anni successivi. A partire dal 30 aprile di ogni anno, i contribuenti interessati possono accedere al proprio cassetto fiscale tramite SPID/CIE e trovare una bozza della dichiarazione gia compilata con i dati in possesso del Fisco: redditi da lavoro dipendente, pensioni, spese sanitarie, interessi sui mutui, contributi previdenziali.

Il modello messo a disposizione e il 730, pensato per i lavoratori dipendenti, i pensionati e alcune categorie di soggetti con redditi semplici. Il 730 ha il vantaggio di non richiedere versamenti diretti: il conguaglio fiscale (a debito o a credito) transita attraverso il sostituto d’imposta o viene rimborsato direttamente dall’Agenzia delle Entrate.

La questione fondamentale per i titolari di partita IVA in regime forfettario e la seguente: il 730 — anche nella versione precompilata — non e il modello dichiarativo che li riguarda.

Perche i forfettari non possono usare il 730 precompilato

Il regime forfettario e disciplinato dalla Legge 190/2014 (art. 1, commi 54-89) e prevede un sistema di tassazione completamente separato rispetto all’IRPEF ordinaria. Il reddito dei forfettari e determinato in modo forfetario, applicando un coefficiente di redditivita ai ricavi o compensi lordi, e su questo reddito si applica una imposta sostitutiva del 15% (ridotta al 5% per i primi cinque anni di attivita, in presenza dei requisiti richiesti).

Questa caratteristica — l’imposta sostitutiva — e la ragione tecnica per cui il 730 non e utilizzabile. Il 730 e il modello dell’IRPEF progressiva, mentre il forfettario paga un’imposta sostitutiva che si dichiara nel Modello Redditi Persone Fisiche (Modello Redditi PF), specificamente nel Quadro LM (Lavoro autonomo, impresa e regimi fiscali agevolati).

Caratteristica730 precompilatoModello Redditi PF (forfettari)
Soggetti interessatiLavoratori dipendenti, pensionatiTitolari P.IVA regime forfettario
Tipo di tassazioneIRPEF progressiva (23%-43%)Imposta sostitutiva 15% (o 5%)
Quadro principaleQuadro C (lavoro dipendente)Quadro LM
Scadenza trasmissione30 settembre31 ottobre (tramite intermediario)
Versamenti direttiNo (tramite sostituto d’imposta)Si (acconto + saldo)
Precompilata disponibileSi (dal 30 aprile)Solo bozza parziale (Quadro LM vuoto)

E importante chiarire un aspetto: dal 2022, l’Agenzia delle Entrate ha esteso il servizio di precompilata anche ai titolari di partita IVA che presentano il Modello Redditi PF. Tuttavia, questa bozza per i forfettari e significativamente diversa — e molto piu incompleta — rispetto a quella per i lavoratori dipendenti.

La precompilata parziale del Modello Redditi: cosa c’e e cosa manca

La bozza precompilata del Modello Redditi PF contiene i dati che il Fisco gia conosce: informazioni anagrafiche, redditi da lavoro dipendente eventualmente percepiti in parallelo, interessi passivi su mutui, contributi previdenziali comunicati dagli enti previdenziali.

Tuttavia, il Quadro LM — il cuore della dichiarazione del forfettario — e completamente vuoto nella bozza precompilata. Il Fisco non conosce in automatico:

  • L’ammontare dei ricavi o compensi dell’anno di imposta
  • Il coefficiente di redditivita applicabile in base al codice ATECO
  • I contributi previdenziali obbligatori deducibili dal reddito lordo
  • L’imposta sostitutiva da versare (acconto e saldo)
  • Le eventuali perdite pregresse in regime agevolato
  • La presenza o meno dei requisiti per l’aliquota ridotta al 5%

Tutti questi dati devono essere inseriti manualmente. E non si tratta di semplice trascrizione: richiede conoscenza delle norme, verifica dei requisiti, calcolo corretto del reddito imponibile e delle imposte dovute.

Come funziona il calcolo del reddito nel regime forfettario 2026

Per capire perche la compilazione del Quadro LM richiede competenze specifiche, e utile ripercorrere la logica del calcolo del reddito nel regime forfettario.

Formula di calcolo:

Ricavi o compensi lordi × Coefficiente di redditivita = Reddito lordo

Reddito lordo − Contributi previdenziali obbligatori = Reddito netto imponibile

Reddito netto imponibile × 15% (o 5%) = Imposta sostitutiva dovuta

Il coefficiente di redditivita varia in base al codice ATECO dell’attivita svolta. La tabella prevista dalla Legge 190/2014, confermata per il 2026:

Gruppo di attivitaCoefficiente
Industrie alimentari e bevande40%
Commercio all’ingrosso e al dettaglio40%
Commercio ambulante di prodotti alimentari40%
Commercio ambulante di altri prodotti54%
Intermediari del commercio62%
Alloggio, ristorazione e servizi di ristorazione67%
Attivita professionali, scientifiche, tecniche, sanitarie, istruzione78%
Costruzioni e attivita immobiliari86%
Altre attivita economiche67%

Esempio pratico — Consulente informatico, ricavi 60.000 euro

  • Ricavi: 60.000 euro
  • Coefficiente attivita professionali: 78%
  • Reddito lordo: 60.000 × 78% = 46.800 euro
  • Contributi INPS Gestione Separata (aliquota 26,07%): circa 12.200 euro versati*
  • Reddito imponibile: 46.800 − 12.200 = 34.600 euro
  • Imposta sostitutiva 15%: 5.190 euro

*Calcolo semplificato. I contributi effettivamente deducibili sono quelli versati nell’anno di imposta.

I requisiti del regime forfettario nel 2026: le cause ostative da verificare

Un aspetto critico che spesso sfugge ai forfettari che si cimentano nell’auto-dichiarazione e la verifica delle cause ostative: le condizioni che, se verificate nell’anno precedente, escludono l’accesso o la permanenza nel regime. Per il 2026 (anno d’imposta 2025), le principali cause ostative previste dalla normativa vigente (L. 190/2014 e L. 207/2024):

  • Ricavi o compensi superiori a 85.000 euro nell’anno precedente: comporta l’uscita dal regime nell’anno successivo. Se i ricavi superano 100.000 euro nell’anno corrente, l’uscita e immediata con obbligo di applicare IVA dal mese successivo al superamento.
  • Redditi da lavoro dipendente o assimilato superiori a 35.000 euro nell’anno precedente (soglia elevata dalla Legge di Bilancio 2025, L. 207/2024, da 30.000 euro): questa causa ostativa riguarda anche i pensionati con pensione superiore a tale importo.
  • Partecipazione in societa di persone, associazioni professionali o SRL con controllo diretto che svolgono attivita riconducibile a quella della P.IVA forfettaria.
  • Esercizio di attivita principalmente verso datori di lavoro attuali o dei due anni precedenti.
  • Spese per lavoro accessorio e personale superiori a 20.000 euro lordi nell’anno precedente (soglia ridotta dalla L. 207/2024 da 30.000 a 20.000 euro).

La verifica di queste cause ostative richiede conoscenza della normativa e capacita di interpretazione. Errori in questa fase possono comportare l’applicazione del regime sbagliato, con conseguenti obblighi di IVA e tassazione IRPEF o, al contrario, rischio di accertamento per applicazione indebita del regime agevolato.

Cosa fa concretamente il commercialista per un forfettario

1. Verifica annuale dei requisiti di permanenza

Il commercialista esegue ogni anno un controllo sistematico delle cause ostative. Il confronto tra redditi da lavoro dipendente e la soglia dei 35.000 euro richiede la lettura corretta della Certificazione Unica (CU), la distinzione tra redditi imponibili e non, e la verifica di eventuali redditi da pensione o collaborazione che concorrono al limite.

2. Compilazione corretta del Quadro LM

Il Quadro LM del Modello Redditi PF e articolato in sezioni distinte. La scelta della sezione corretta, l’inserimento preciso dei ricavi, la deduzione dei contributi e il calcolo dell’imposta richiedono competenze specifiche. Un errore nel codice ATECO puo portare all’applicazione del coefficiente di redditivita sbagliato e a un’imposta sostitutiva non corretta.

3. Gestione di redditi misti

Moltissimi forfettari hanno redditi di piu natura: la P.IVA forfettaria ma anche un lavoro dipendente part-time, proventi da locazioni, interessi, dividendi. In questi casi la dichiarazione si complica significativamente: il Modello Redditi PF deve raccogliere tutti i quadri rilevanti (LM per il forfettario, Quadro C per il lavoro dipendente, FA per affitti, RL per altri redditi).

4. Calcolo degli acconti e pianificazione del cash flow fiscale

Il regime forfettario prevede il versamento dell’imposta sostitutiva in acconto (prima rata 40% entro il 30 giugno, seconda rata 60% entro il 30 novembre) e in saldo (entro il 30 giugno dell’anno successivo). Il commercialista calcola gli importi, valuta l’opportunita di ridurre gli acconti se il reddito del periodo in corso e presumibilmente inferiore, e pianifica i versamenti per evitare sanzioni.

5. Verifica delle detrazioni accessorie

I forfettari non beneficiano delle detrazioni IRPEF ordinarie (spese mediche, interessi sul mutuo, spese per i figli a carico, ecc.) perche pagano un’imposta sostitutiva e non l’IRPEF. Tuttavia, in presenza di redditi misti, alcune detrazioni possono essere applicate sulla quota di reddito soggetta a IRPEF. Capire cosa si puo o non si puo detrarre richiede un’analisi caso per caso.

Scadenze dichiarative 2026 per i forfettari

ScadenzaAdempimentoNote
30 aprile 2026Disponibilita bozza precompilata (Modello Redditi PF)Solo parzialmente compilata — Quadro LM vuoto
30 giugno 2026Saldo anno precedente + prima rata acconto (40%)F24 — codice tributo 1793
30 luglio 2026Versamento con maggiorazione 0,40% (proroga estiva)Alternativa al 30 giugno se si opta per la proroga
31 ottobre 2026Trasmissione Modello Redditi PF tramite intermediarioScadenza ordinaria per invio tramite CAF o commercialista
30 novembre 2026Seconda rata acconto imposta sostitutiva (60%)F24 — codice tributo 1793 (acconto seconda rata)

Il Modello Redditi PF, a differenza del 730, non viene inviato tramite il portale precompilata in modalita semplificata: il forfettario deve avvalersi di un intermediario abilitato (CAF con servizio P.IVA, commercialista, consulente del lavoro) oppure, se dotato di idoneo software, inviarlo tramite i canali Fisconline/Entratel.

La novita 2026: i controlli dell’Agenzia delle Entrate sui forfettari

Un tema sempre piu rilevante nel 2026 riguarda l’intensificazione dell’attivita di controllo dell’Agenzia delle Entrate sui forfettari. L’Agenzia ha aumentato le comunicazioni di anomalia inviate ai titolari di P.IVA, concentrandosi su:

  • Verifica del superamento della soglia di 85.000 euro di ricavi: l’incrocio dei dati delle fatture elettroniche con le dichiarazioni presentate permette di individuare i casi di mancata uscita dal regime.
  • Controllo delle cause ostative, in particolare la verifica del reddito da lavoro dipendente attraverso i flussi delle Certificazioni Uniche.
  • Verifica della corretta applicazione dell’imposta sostitutiva: sono stati segnalati casi di forfettari che applicavano erroneamente l’aliquota del 5% pur non avendo i requisiti (attivita non nuova, o gia esercitata nei tre anni precedenti).

In questo contesto, avere un professionista che ha verificato la correttezza della dichiarazione e degli adempimenti non e solo un vantaggio operativo: e una forma di tutela preventiva. In caso di comunicazione di irregolarita, il commercialista risponde tempestivamente, valuta la fondatezza della contestazione e, se necessario, presenta memorie difensive o procede al ravvedimento operoso nei termini.

CAF e forfettari: quando il CAF puo essere un’alternativa al commercialista

I CAF (Centri di Assistenza Fiscale) sono abilitati ad assistere i contribuenti nella presentazione del Modello 730, ma non tutti i CAF sono abilitati alla presentazione del Modello Redditi PF, che e il modello dei forfettari.

I CAF che gestiscono anche le partite IVA in regime forfettario sono quelli che dispongono di intermediari abilitati (dottori commercialisti, ragionieri, consulenti del lavoro) nel proprio organico o in convenzione. Questi CAF possono offrire:

  • Analisi della situazione fiscale complessiva del contribuente
  • Verifica dei requisiti di permanenza nel regime forfettario
  • Compilazione e trasmissione del Modello Redditi PF
  • Calcolo e supporto nella predisposizione dei versamenti F24
  • Assistenza in caso di comunicazioni dell’Agenzia delle Entrate

Il CAF Centro Fiscale di Udine offre assistenza completa per i titolari di partita IVA in regime forfettario, con consulenti qualificati in grado di gestire la dichiarazione annuale e la pianificazione fiscale durante l’anno. Leggi anche: Ritenuta d’Acconto Regime Forfettario 2026: Quando Si Applica e Come Gestirla.

Errori comuni dei forfettari fai da te

  • Confondere il 730 con il Modello Redditi: alcuni forfettari presentano il 730 (sbagliato) invece del Modello Redditi PF, omettendo la dichiarazione dei ricavi dell’attivita.
  • Non dedurre i contributi INPS versati: la deduzione dei contributi previdenziali obbligatori e una delle poche riduzioni consentite ai forfettari. Ometterla porta a pagare piu imposte del dovuto.
  • Applicare l’aliquota al 5% senza averne i diritti: la riduzione al 5% per i primi cinque anni si applica solo se l’attivita e nuova (nei tre anni precedenti non e stata esercitata attivita artistica, professionale o d’impresa, anche in forma associata).
  • Non comunicare l’uscita dal regime: chi supera i 85.000 euro di ricavi deve uscire dal forfettario dall’anno successivo e impostare correttamente la propria contabilita.
  • Ignorare la gestione dei versamenti F24: i codici tributo corretti, le scadenze e le modalita di compensazione non sono intuitive per chi non ha familiarita con la fiscalita delle partite IVA.

Il caso dei forfettari con redditi misti: la complessita aumenta

Una delle situazioni piu delicate e frequenti e quella del forfettario con redditi misti: chi svolge un’attivita professionale in regime forfettario ma ha anche un rapporto di lavoro dipendente, percepisce pensione, ha immobili in affitto o ha altri redditi soggetti a IRPEF.

In questi casi il Modello Redditi PF deve contenere:

  • Il Quadro LM per il reddito in regime forfettario (imposta sostitutiva)
  • Il Quadro C per i redditi da lavoro dipendente (dati dalla CU del datore di lavoro)
  • Il Quadro RB per gli eventuali redditi fondiari
  • Il Quadro RL per altri redditi (locazioni brevi, compensi occasionali)
  • Il Quadro RP per le detrazioni — applicabili pero solo sulla parte di reddito IRPEF, non su quello forfettario

Le detrazioni per carichi di famiglia si calcolano sull’IRPEF lorda dovuta sul reddito complessivo IRPEF (escludendo quello forfettario). Se la quota IRPEF e modesta, la detrazione potrebbe non trovare capienza. Questo aspetto richiede un’analisi professionale per ottimizzare la posizione fiscale del contribuente. Leggi anche: Partita IVA Logopedista 2026 e Partita IVA Veterinario 2026.

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FAQ — Domande frequenti

I forfettari possono usare la dichiarazione precompilata 2026?

I forfettari non possono usare il 730 precompilato, riservato ai lavoratori dipendenti e pensionati. Dal 2022 esiste una bozza precompilata del Modello Redditi PF, ma il Quadro LM — il cuore della dichiarazione del forfettario — e sempre vuoto e va compilato manualmente da un professionista.

Qual e il modello dichiarativo dei forfettari?

I titolari di partita IVA in regime forfettario devono presentare il Modello Redditi Persone Fisiche (Modello Redditi PF), compilando il Quadro LM. Questo modello va trasmesso tramite intermediario abilitato (CAF con servizio P.IVA, commercialista) entro il 31 ottobre di ogni anno.

Quando scade la dichiarazione dei redditi per i forfettari nel 2026?

La scadenza per la trasmissione del Modello Redditi PF tramite intermediario abilitato e il 31 ottobre 2026 (per l’anno d’imposta 2025). L’invio autonomo tramite Fisconline/Entratel scade invece al 30 novembre 2026.

Quanto paga di tasse un forfettario nel 2026?

Il forfettario paga un’imposta sostitutiva del 15% sul reddito netto imponibile (ricavi × coefficiente − contributi previdenziali). Per le nuove attivita che rispettano i requisiti, l’aliquota e ridotta al 5% per i primi cinque anni. Non applica l’IVA sulle fatture e non beneficia delle detrazioni IRPEF ordinarie.

Posso detrarre le spese mediche se sono in regime forfettario?

No, se il reddito e interamente forfettario. Le detrazioni IRPEF (spese mediche, interessi mutuo, spese per figli a carico) si applicano sull’IRPEF dovuta, ma il forfettario paga un’imposta sostitutiva. Chi ha redditi misti (forfettario + lavoro dipendente) puo invece beneficiare delle detrazioni sulla quota di reddito soggetta a IRPEF.

Cosa succede se un forfettario supera i 85.000 euro di ricavi?

Se i ricavi superano 85.000 euro nell’anno, il forfettario perde il regime dall’anno successivo e deve passare al regime ordinario con IVA e contabilita ordinaria. Se i ricavi superano 100.000 euro nell’anno in corso, l’uscita dal regime e immediata: dall’operazione che ha determinato il superamento occorre applicare IVA e ricalcolare le imposte.

Il CAF puo assistere un forfettario nella dichiarazione dei redditi?

Si, ma solo i CAF dotati di intermediari abilitati (commercialisti, ragionieri) possono gestire il Modello Redditi PF dei forfettari. I CAF che gestiscono solo il 730 non possono assistere i titolari di P.IVA in regime forfettario. E fondamentale verificare preventivamente i servizi offerti dal CAF a cui ci si rivolge.

Giugno 23, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale
https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Partita-iva-regime-forfettario.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-06-23 12:23:482026-06-28 00:15:47Forfettari e dichiarazione precompilata 2026: l’intervento del commercialista resta indispensabile
PARTITA IVA, PARTITA IVA CON REGIME FORFETTARIO

Investimenti Strumentali Regime Forfettario 2026: Acquisto Beni e Auto

Risparmio e Investimenti

Una delle domande più frequenti che riceviamo al CAF Centro Fiscale di Udine riguarda gli investimenti strumentali nel regime forfettario: se compro un computer, un’auto o un macchinario per la mia attività, posso scaricarlo dalle tasse? La risposta, purtroppo, è quasi sempre no. Nel forfettario il meccanismo di calcolo delle imposte è completamente diverso da quello del regime ordinario, è questo ha conseguenze importanti per chi deve investire nella propria attività.

In questa guida ti spieghiamo in modo semplice come funzionano gli investimenti strumentali nel regime forfettario 2026, qual e il temuto limite di 20.000 euro sui beni strumentali, cosa rientra e cosa non rientra in questo calcolo, come gestire l’acquisto di un’auto e quando conviene valutare il passaggio al regime ordinario. Troverai anche esempi pratici per categoria professionale e una checklist operativa per non sbagliare.

Indice dei contenuti

  1. Regola fondamentale: nel forfettario i costi non si deducono
  2. L’unica vera eccezione: i contributi previdenziali
  3. Il limite operativo dei 20.000 euro: cos’e e come si calcola
  4. Cosa rientra nel limite 20.000 euro
  5. Cosa non rientra nel limite 20.000 euro
  6. Auto in regime forfettario: conviene davvero?
  7. Leasing, noleggio o acquisto: cosa scegliere
  8. Attrezzature professionali per categoria
  9. Quando conviene uscire dal forfettario per gli acquisti
  10. Registro investimenti e quadro RS
  11. Esempio pratico: il caso di un web designer
  12. Beni usati e acquisti all’estero
  13. Domande frequenti

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Regola fondamentale: nel forfettario i costi non si deducono

Partiamo dal principio più importante, perché è la chiave per capire tutto il resto: nel regime forfettario i costi reali della tua attività non sono deducibili. Questo significa che, qualunque spesa tu sostenga (computer, auto, attrezzature, mobili, software), non potrai sottrarla dai ricavi per ridurre le tasse. La spesa esce dalle tue tasche per intero, senza alcun risparmio fiscale.

Il motivo è semplice: il forfettario calcola il reddito imponibile applicando un coefficiente di redditività ai ricavi. Il coefficiente di redditività è una percentuale fissa stabilita per legge in base al codice ATECO della tua attività. Per esempio, un consulente con coefficiente 78% paga le tasse sul 78% del fatturato, qualunque siano stati i suoi costi reali. Il restante 22% è considerato “costo forfettario” già compreso nel calcolo. Per questo si chiama “regime forfettario”: i costi sono già stati forfetizzati a monte.

Cosa significa in pratica? Facciamo un esempio concreto. Supponiamo che Marco, consulente informatico in forfettario, fatturi 50.000 euro nel 2026 e abbia un coefficiente di redditività del 78%. Marco paghera l’imposta sostitutiva del 15% su 39.000 euro (cioè sul 78% di 50.000), quindi circa 5.850 euro di tasse. Se durante l’anno Marco ha comprato un MacBook da 3.500 euro, due monitor da 800 euro l’uno, una sedia ergonomica da 600 euro e un software da 500 euro (totale 6.200 euro), quei 6.200 euro non riducono in nessun modo le sue tasse. Sono soldi usciti dal suo conto e basta.

Questo è un punto su cui molti commettono errori, soprattutto chi viene dal regime ordinario o da un’esperienza da dipendente. Nel forfettario non esistono “spese aziendali da scaricare”. Non esiste l’IVA detraibile. Non esiste l’ammortamento. Non esistono i costi di gestione. Esiste solo il forfait. Per approfondire l’argomento puoi leggere la nostra guida sulle spese deducibili nel regime forfettario 2026, dove trovi l’elenco completo di cio che si può (e cio che non si può) sottrarre.

L’unica vera eccezione: i contributi previdenziali

Se hai letto fin qui pensando “ma quindi proprio nulla e deducibile?”, ti diamo una buona notizia. Esiste una sola eccezione alla regola dell’indeducibilita totale dei costi nel forfettario: i contributi previdenziali obbligatori. Questi contributi (INPS Gestione Separata, Artigiani e Commercianti, oppure Casse private come Cassa Forense, Inarcassa, ENPAM, ENPAP, ENPAPI) sono gli unici “costi” che puoi sottrarre dal reddito imponibile prima di applicare l’imposta sostitutiva del 15%.

Il meccanismo e questo: prima si calcola il reddito imponibile applicando il coefficiente di redditività ai ricavi, poi si sottraggono i contributi previdenziali pagati nell’anno e infine si applica l’imposta sostitutiva del 15% (5% per i primi 5 anni se si rispettano i requisiti per il forfettario “startup”). Questo unico spiraglio di deducibilita è regolato in modo preciso e ti consigliamo di approfondirlo nella nostra guida sui contributi previdenziali deducibili nel regime forfettario, dove trovi calcoli, esempi e tutte le casse professionali.

Tutto il resto, invece, segue la regola generale. Niente affitti deducibili, niente carburanti, niente formazione, niente attrezzature: nel forfettario sono considerati già compresi nel coefficiente. Per gli investimenti strumentali, in particolare, c’e una complicazione in più: anche se non li puoi dedurre, devi comunque tenerne traccia perché oltre una certa soglia ti fanno uscire dal regime.

Il limite operativo dei 20.000 euro: cos’e e come si calcola

Veniamo al punto forse più delicato di tutti. Anche se i beni strumentali non sono deducibili, esiste comunque un limite operativo che devi rispettare per restare nel forfettario: il valore complessivo dei beni strumentali utilizzati nei 3 anni precedenti non deve superare 20.000 euro. Se sfori questa soglia, scatta una causa ostativa e nell’anno successivo dovrai uscire dal regime forfettario per passare al regime ordinario.

Attenzione a un dettaglio importante: il limite si calcola sui beni “utilizzati” nei 3 anni precedenti, non solo su quelli acquistati nell’anno in corso. Quindi se ad inizio 2026 hai già un computer comprato nel 2024 da 2.000 euro, una stampante professionale del 2025 da 1.500 euro e attrezzature varie del 2024 per 3.000 euro, sei già a 6.500 euro di beni “in uso” e dovrai calcolare quanto puoi ancora investire prima di sforare.

La logica del legislatore è chiara: il forfettario è pensato per piccole attività con struttura leggera. Se la tua attività richiede investimenti importanti in beni strumentali (un magazzino pieno di macchinari, una flotta di veicoli, server e infrastrutture costose), non e più compatibile con un regime semplificato e devi passare a quello ordinario, dove peraltro potrai dedurti tutti questi costi attraverso l’ammortamento.

Importante: il limite di 20.000 euro è una causa ostativa di permanenza, non di accesso. Significa che si verifica anno per anno guardando ai 3 esercizi precedenti. Se sfori nel 2026, esci dal forfettario nel 2027. Se nel 2027 hai dismesso alcuni beni e torni sotto la soglia, potrai eventualmente rientrare nel forfettario dal 2028 (sempre rispettando tutti gli altri requisiti). Tieni un controllo costante della situazione.

Cosa rientra nel limite 20.000 euro

A questo punto la domanda e: cosa devo conteggiare in quel limite? La regola generale e che rientrano tutti i beni strumentali pluriennali, cioè i beni che durano più di un esercizio e che vengono utilizzati per produrre il reddito d’impresa o di lavoro autonomo. Vediamo gli esempi più comuni:

  • PC, laptop, smartphone e tablet usati per lavoro: vanno conteggiati al costo di acquisto comprensivo di IVA (perché il forfettario non detrae l’IVA, quindi il costo “reale” include l’imposta).
  • Macchinari professionali di qualsiasi tipo: macchine da cucire per sarti, attrezzature da estetista, strumenti di laboratorio, attrezzi da elettricista, macchine fotografiche professionali.
  • Auto aziendale: rientra al 50% del costo di acquisto, perché si presume un uso promiscuo (privato e professionale). Se hai pagato 30.000 euro per un’auto, ne conti 15.000 nel limite 20K.
  • Mobili e arredi per ufficio o studio: scrivanie, sedie ergonomiche, librerie, lampade da lavoro, armadi per archivio.
  • Software acquistati una tantum: licenze perpetue (es. AutoCAD perpetuo, Office 2024 in versione perpetua, software gestionali con licenza definitiva).
  • Apparecchiature elettroniche di valore: stampanti professionali, server, sistemi di videosorveglianza, attrezzature audio-video.

Il valore da conteggiare e il costo storico di acquisto, cioè quanto hai effettivamente speso al momento dell’acquisto, IVA inclusa (visto che nel forfettario l’IVA non è detraibile). Non si applicano riduzioni per ammortamenti o usura: il bene “vale” quanto l’hai pagato fino a quando lo dismetti dall’attività.

Cosa non rientra nel limite 20.000 euro

Non tutto cio che compri per la tua attività rientra nel calcolo. Vediamo cosa non si conteggia nel limite di 20.000 euro, perché questo ti permette di pianificare meglio gli acquisti senza rischiare di sforare:

  • Materiali di consumo: carta, cancelleria, toner, materiale di pulizia, piccola minuteria. Sono spese ricorrenti che si esauriscono nell’esercizio.
  • Spese ricorrenti e abbonamenti: abbonamenti software SaaS (Adobe Creative Cloud, Microsoft 365 in abbonamento, gestionali in cloud), domini e hosting, abbonamenti a banche dati professionali. Non sono beni strumentali ma servizi.
  • Affitti e leasing operativi: il canone di locazione di un ufficio non rientra. Anche il noleggio a lungo termine (NLT) e il leasing operativo non si conteggiano, perché non c’e acquisto.
  • Materie prime e merci: per artigiani e commercianti, il magazzino e le materie prime usate per produrre i beni venduti non rientrano. Sono costi di produzione, non beni strumentali.
  • Terreni e immobili: per espressa previsione normativa, gli immobili sono esclusi dal calcolo del limite 20K, sia che si tratti di acquisto sia di affitto. Questo vale anche per chi compra lo studio professionale o il negozio.
  • Beni di valore inferiore a 516,46 euro: tradizionalmente sono considerati beni di “modico valore” e secondo la prassi prevalente non rientrano nel calcolo. Su questo punto è sempre meglio confrontarsi con un consulente per casi specifici.

Questo elenco apre opportunita interessanti di pianificazione. Se sai di dover investire molto, puoi orientarti verso soluzioni in abbonamento o noleggio per non saturare il limite di 20.000 euro. Per esempio, scegliere Microsoft 365 in abbonamento annuale anziche Office in licenza perpetua ti tiene fuori dal calcolo. Allo stesso modo, una formula di noleggio a lungo termine per l’auto è fiscalmente più “leggera” rispetto all’acquisto, almeno ai fini del limite.

Auto in regime forfettario: conviene davvero?

L’acquisto di un’auto nel regime forfettario e uno dei temi più spinosi. La domanda che ci sentiamo fare più spesso e: “ma se compro un’auto come partita IVA forfettaria, posso scaricarla?”. La risposta breve è no, non puoi dedurre il costo. Vediamo nel dettaglio cosa succede:

  • Costo di acquisto: completamente non deducibile. L’auto la paghi con i tuoi soldi senza alcun beneficio fiscale.
  • Limite 20.000 euro: il valore dell’auto rientra al 50% del costo di acquisto IVA inclusa. Esempio: auto da 30.000 euro = 15.000 euro contati nel limite, auto da 20.000 euro = 10.000 euro contati.
  • IVA: non detraibile, perché il forfettario non gestisce l’IVA. Tutti i costi auto includono il 22% di IVA che paghi e non recuperi mai.
  • Carburante, manutenzione, assicurazione, bollo: tutti costi non deducibili.

Per fare un confronto onesto: nel regime ordinario un professionista può dedurre il 20% del costo dell’auto attraverso l’ammortamento (con un tetto di costo deducibile di 18.075,99 euro), detrarre il 40% dell’IVA e dedurre il 20% delle spese di gestione. Nel forfettario, invece, zero deduzioni e zero detrazioni IVA. Per le imprese (es. agenti di commercio, autotrasporto) le percentuali ordinarie sono ancora più alte (80% o anche 100% in alcuni casi), rendendo la differenza tra forfettario e ordinario ancora più marcata.

Conclusione pratica: se per la tua attività l’auto è un investimento marginale (un consulente che si sposta poco, un freelance che lavora da casa), il forfettario va benissimo anche con un’auto modesta. Ma se sei un agente di commercio, un installatore, un fotografo che gira tutta Italia, o comunque qualcuno per cui l’auto è uno strumento di lavoro principale, il regime ordinario potrebbe essere economicamente più conveniente nonostante la maggiore complessita.

Leasing, noleggio o acquisto: cosa scegliere

La scelta della modalità di acquisizione del bene ha un impatto importante sul calcolo del limite 20.000 euro. Vediamo le tre opzioni principali:

  • Acquisto diretto: il bene entra nel patrimonio. Si conteggia nel limite 20K per il valore di acquisto (al 50% per le auto).
  • Leasing finanziario: a fine contratto è prevista l’opzione di riscatto. Fiscalmente il bene si considera “utilizzato” e i canoni rientrano nel calcolo del limite 20.000 euro.
  • Leasing operativo o noleggio a lungo termine (NLT): non c’e opzione di riscatto, il bene resta del noleggiatore. Non si conteggia nel limite 20K perché non c’e acquisto e non c’e disponibilita “patrimoniale” del bene.

Per chi e in forfettario e ha bisogno di un veicolo importante, il noleggio a lungo termine (NLT) o il leasing operativo sono spesso la soluzione più intelligente. Non sono deducibili (come tutto il resto nel forfettario), ma almeno non vanno a saturare il limite di 20.000 euro, lasciandoti spazio per altri investimenti come computer, attrezzature o software. In più, il noleggio include spesso assicurazione, manutenzione e bollo in un canone unico, semplificando la gestione.

Anche per i macchinari e l’attrezzatura professionale, il leasing operativo sta diventando un’opzione sempre più diffusa. Per esempio, un fotografo può noleggiare illuminazione professionale per un servizio specifico, un estetista può prendere a noleggio un macchinario per laser senza saturare il limite, un informatico può usare formule di “hardware as a service” per server e workstation.

Attrezzature professionali per categoria

Vediamo concretamente cosa rientra nel calcolo del limite 20.000 euro per alcune categorie professionali tipiche dei nostri clienti del CAF Centro Fiscale di Udine:

Fotografo professionista

  • Corpi macchina fotografici professionali (3.000-8.000 euro l’uno)
  • Obiettivi (da 500 a 3.000 euro ciascuno)
  • Sistema di illuminazione, flash, softbox
  • Computer per post-produzione, monitor calibrati, hard disk esterni
  • Software con licenza perpetua (ma Adobe in abbonamento NO)
  • Drone se uso professionale

Un fotografo che inizia con un set completo da 12.000-15.000 euro e già molto vicino al limite. Conviene scaglionare gli acquisti negli anni o orientarsi su noleggio per le attrezzature di nicchia.

Estetista o centro estetico

  • Lettino professionale (1.000-3.000 euro)
  • Macchinari per trattamenti (laser, radiofrequenza, ultrasuoni: 5.000-15.000 euro l’uno)
  • Lampade lupe, sterilizzatori, scaldacera
  • Mobili e arredi del centro
  • Cassa fiscale e POS

Le estetiste sono tra le categorie che più rapidamente saturano il limite 20K, soprattutto se aprono un centro estetico nuovo con macchinari moderni. In molti casi conviene valutare già in partenza il regime ordinario.

Elettricista o artigiano installatore

  • Furgone (al 50% del costo per il limite 20K)
  • Attrezzatura specifica: cercacavi, pinze amperometriche, oscilloscopi, scale
  • Magazzino con materiali di scorta (i materiali sono costi di produzione, non beni strumentali)
  • Trapani, avvitatori, sega circolare

Consulente informatico

  • Workstation potenti (2.000-5.000 euro)
  • Monitor multipli, anche curvi e ad alta risoluzione
  • Server per laboratorio o testing
  • Sedia ergonomica, scrivania regolabile
  • Smartphone professionale (al 100% se uso esclusivo lavorativo)

Per un informatico in forfettario, in genere il limite 20K è gestibile distribuendo gli acquisti su 2-3 anni. La maggior parte dei software professionali oggi e in abbonamento, quindi non incide sul limite.

Quando conviene uscire dal forfettario per gli acquisti

Ci sono due scenari principali in cui valutare il passaggio al regime ordinario diventa una scelta razionale dal punto di vista degli investimenti:

  • Hai bisogno di investire più di 20.000 euro in 3 anni: se la tua attività richiede strumentazione importante, sei comunque costretto ad uscire dal forfettario quando sfori il limite. Tanto vale pianificare il passaggio in modo strategico.
  • Vuoi dedurre costi importanti: se ogni anno sostieni costi reali per più del 30-40% del fatturato (tra investimenti, affitti, dipendenti, materie prime), il forfettario probabilmente ti sta facendo pagare più tasse di quante ne pagheresti in ordinario, anche con aliquota marginale più alta.

La valutazione di convenienza tra forfettario e ordinario è sempre specifica per ogni contribuente. Dipende dal coefficiente di redditività del codice ATECO, dal volume di costi reali, dai contributi previdenziali, dalla situazione familiare (perché in ordinario IRPEF si applicano le detrazioni per familiari a carico, mentre in forfettario no). Al CAF Centro Fiscale di Udine facciamo simulazioni personalizzate per capire qual e il regime più conveniente nel tuo caso specifico.

Nel regime ordinario potrai dedurre il costo dei beni strumentali tramite l’ammortamento, cioè distribuendo la deduzione su più esercizi in base alla vita utile del bene (in genere dal 5% al 25% all’anno a seconda della categoria). Inoltre, per certi tipi di beni esistono incentivi specifici come l’iperammortamento previsto dalla Legge di Bilancio 2026, che permette deduzioni fino al 130-140% del costo per beni 4.0.

Registro investimenti e quadro RS

Anche se nel forfettario la contabilita e semplificata, gli investimenti strumentali devono essere tracciati e comunicati al Fisco. Vediamo cosa devi fare in pratica:

  • Tieni un registro investimenti: non e formalmente obbligatorio nel forfettario, ma e fortemente consigliato. Annota data di acquisto, descrizione del bene, fornitore, importo IVA inclusa, modalità (acquisto, leasing, NLT). Ti serve per dimostrare in caso di controllo di non aver superato il limite 20K.
  • Conserva fatture e documenti di acquisto: le fatture vanno conservate per 10 anni (5 anni per i normali documenti fiscali, ma per beni strumentali è prudente tenerle finche il bene è in uso più altri 5 anni).
  • Comunica i dati nel Quadro RS della dichiarazione dei redditi: il forfettario compila il quadro LM ma anche un quadro RS specifico dove vanno indicati alcuni dati riepilogativi sui beni strumentali e sui costi sostenuti, anche se non deducibili.

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