NOTIZIELegge 104, permessi doppi: cosa cambia se si assistono più familiari disabiliI permessi legge 104 doppi sono un tema che riguarda sempre più lavoratori italiani chiamati ad assistere non uno, ma più familiari con handicap grave. La normativa, contenuta nell’articolo 33 della Legge 104/1992, prevede in via ordinaria tre giorni di permesso retribuito al mese per chi assiste un familiare in condizione di disabilità grave. Ma cosa succede quando le persone da assistere sono due? È davvero possibile raddoppiare i permessi, arrivando fino a sei giorni al mese? La risposta non è scontata: servono condizioni precise, verificate caso per caso dall’INPS.Indice dei contenutiCos’è il raddoppio dei permessi legge 104Le condizioni per cumulare i permessi legge 104Il superamento del referente unicoCome fare domanda e i controlli INPSCos’è il raddoppio dei permessi legge 104L’articolo 33, comma 3, della Legge 104/1992 riconosce al lavoratore dipendente, pubblico o privato, il diritto a tre giorni di permesso mensile retribuito per assistere un familiare con handicap in situazione di gravità, così come definita dall’articolo 3, comma 3, della stessa legge. Si tratta di una condizione che deve essere accertata da un’apposita commissione medica, e non coincide automaticamente con il semplice riconoscimento di un’invalidità civile.Quando un lavoratore si trova ad assistere due familiari entrambi in condizione di handicap grave, ad esempio un figlio e un genitore, la domanda più frequente riguarda proprio la possibilità di cumulare i permessi, ottenendo così fino a sei giorni al mese, tre per ciascuna persona assistita. Il raddoppio, però, non è un automatismo previsto genericamente dalla legge: dipende dalla effettiva necessità di prestare assistenza a entrambi i familiari, verificata dall’INPS attraverso l’istruttoria delle domande presentate. Le condizioni per cumulare i permessi legge 104Il tema del cumulo è stato oggetto di chiarimenti a partire dal D.Lgs. 119/2011, che ha modificato in parte la disciplina originaria dell’articolo 33. Il principio applicato dall’INPS è che il raddoppio dei permessi legge 104 può essere riconosciuto solo se il lavoratore dimostra di dover prestare assistenza a entrambi i familiari in momenti diversi, e non contemporaneamente nello stesso arco temporale. In altre parole, se l’assistenza a una persona può essere prestata insieme a quella dell’altra, senza che vi sia un’effettiva esigenza di presenza separata, l’INPS può respingere la richiesta di cumulo.Tra i requisiti principali richiesti per accedere ai permessi legge 104 doppi figurano:un legame familiare più stretto rispetto a quello richiesto per il permesso relativo a una sola persona: per assistere più persone con handicap grave deve trattarsi del coniuge, della parte di un’unione civile, del convivente di fatto oppure di un parente o affine entro il primo grado, estensibile al secondo grado soltanto se i genitori o il coniuge della persona con disabilità abbiano compiuto 65 anni, siano anch’essi affetti da patologie invalidanti oppure siano deceduti o mancanti (per il permesso riferito a una sola persona assistita, invece, il limite ordinario è il secondo grado, esteso al terzo alle stesse condizioni);il riconoscimento di handicap in situazione di gravità ai sensi dell’articolo 3, comma 3, per ciascuno dei familiari assistiti;l’assenza di ricovero a tempo pieno del familiare disabile, salvo le eccezioni previste dalla normativa per situazioni cliniche particolari;la presentazione di due domande distinte all’INPS, una per ciascuna persona da assistere, corredate della relativa documentazione sanitaria.È importante distinguere questa fattispecie dai permessi che il lavoratore disabile richiede per sé stesso: in questo caso i tre giorni mensili spettano al lavoratore in prima persona, in ragione della propria condizione di handicap grave, e seguono regole in parte diverse da quelle previste per chi assiste un familiare. Il superamento del referente unicoFino a qualche anno fa, la normativa individuava per ogni persona con handicap grave un solo referente unico, cioè un unico lavoratore titolare dei permessi per quella specifica assistenza, salvo eccezioni limitate previste per i genitori. Questo vincolo creava non poche difficoltà organizzative alle famiglie in cui più persone avrebbero potuto occuparsi, a turno, dello stesso familiare disabile.Con il D.Lgs. 105/2022, attuativo della direttiva europea sull’equilibrio tra vita professionale e vita familiare, la figura del referente unico è stata superata. Da agosto 2022, infatti, più lavoratori possono essere contemporaneamente titolari dei permessi legge 104 per assistere lo stesso familiare con handicap grave, alternandosi nella cura secondo le proprie esigenze di lavoro e di vita familiare, fermo restando il limite complessivo di tre giorni mensili per ciascuna persona assistita, da ripartire tra gli aventi diritto. Questa modifica ha reso la disciplina dei permessi legge 104 doppi e del cumulo più flessibile, permettendo una migliore distribuzione del carico assistenziale tra i componenti della famiglia. Come fare domanda e i controlli INPSLa richiesta dei permessi legge 104 va presentata in via telematica all’INPS dai lavoratori del settore privato, mentre i dipendenti pubblici la presentano alla propria amministrazione, allegando la documentazione che attesta sia il legame di parentela o affinità con la persona assistita, sia il verbale della commissione medica che riconosce la condizione di handicap in situazione di gravità. Quando si tratta di richiedere il cumulo per due familiari, occorre presentare due domande separate, una per ciascuna persona da assistere, indicando in ciascuna le motivazioni che giustificano la necessità di assistenza in tempi differenziati.Una volta riconosciuti, i permessi possono essere fruiti a giorni interi oppure a ore, secondo le modalità previste dal contratto collettivo applicato al rapporto di lavoro. Questa frazionabilità consente al lavoratore di organizzare l’assistenza in modo più aderente alle reali necessità del familiare disabile, senza dover necessariamente assentarsi per l’intera giornata lavorativa.Va infine ricordato che l’utilizzo dei permessi legge 104 è soggetto a controlli, sia da parte dell’INPS sia da parte del datore di lavoro. La giurisprudenza consolidata richiede che il permesso venga impiegato per finalità effettivamente connesse all’assistenza del familiare disabile: un uso improprio, cioè non riconducibile a un nesso causale con la cura della persona assistita, può configurare un abuso del diritto. Le conseguenze, nei casi più gravi accertati dai tribunali del lavoro, possono arrivare fino al licenziamento per giusta causa, oltre a eventuali responsabilità di natura civile o penale.La disciplina dei permessi legge 104 doppi resta quindi un equilibrio tra il diritto delle famiglie a organizzare l’assistenza a più familiari disabili e la necessità, da parte degli enti previdenziali, di verificare che il beneficio venga utilizzato in modo coerente con la sua finalità originaria: garantire cura e vicinanza a chi si trova in condizioni di fragilità. Domande frequenti Quanti giorni di permesso spettano se si assistono due familiari con handicap grave?In linea di principio si può arrivare a sei giorni al mese, tre per ciascun familiare assistito, ma il raddoppio non è automatico: serve che si tratti del coniuge, della parte di un’unione civile, del convivente di fatto o di un parente o affine entro il primo grado (secondo grado solo se i genitori o il coniuge del disabile hanno compiuto 65 anni, sono affetti da patologie invalidanti, deceduti o mancanti) e che venga dimostrata l’effettiva necessità di prestare assistenza in momenti diversi a entrambe le persone.È automatico il raddoppio dei permessi legge 104?No. Il cumulo dei permessi legge 104 doppi viene valutato caso per caso dall’INPS, che verifica se il lavoratore deve realmente occuparsi dei due familiari in tempi differenziati e non contemporaneamente.Cos’è cambiato con il D.Lgs. 105/2022 sul referente unico?Prima del D.Lgs. 105/2022 un solo lavoratore poteva essere titolare dei permessi per assistere una determinata persona con handicap grave. Dal 2022 questo vincolo è stato eliminato: più familiari possono ora alternarsi nell’assistenza, condividendo i permessi legge 104 previsti.I permessi legge 104 possono essere frazionati in ore?Sì. In base al contratto collettivo applicato, i permessi possono essere fruiti a giorni interi oppure frazionati a ore, per adattarsi meglio alle esigenze di assistenza del familiare disabile.Cosa rischia chi usa in modo improprio i permessi legge 104?Un utilizzo dei permessi non collegato all’effettiva assistenza del familiare disabile può configurare un abuso del diritto. Le conseguenze possono includere provvedimenti disciplinari fino al licenziamento per giusta causa, oltre a eventuali responsabilità civili o penali.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.Settembre 11, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2021/02/caregiver-con-mascherina.jpg 470 780 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-11 13:00:002026-09-08 12:34:32Legge 104, permessi doppi: cosa cambia se si assistono più familiari disabili
NOTIZIESanzioni INTRASTAT: la Cassazione esclude il cumulo giuridico, ma la decisione non convinceIndice dei contenutiLa decisione della Cassazione sul cumulo giuridico IntrastatPerche la decisione sul cumulo giuridico Intrastat non convinceLe conseguenze pratiche per le imprese con piu violazioni IntrastatLe sanzioni Intrastat tornano al centro del dibattito tra fiscalisti dopo una recente ordinanza della Corte di Cassazione che ha escluso l’applicazione del cumulo giuridico alle violazioni relative alla presentazione degli elenchi riepilogativi. Il tema, tecnico solo in apparenza, riguarda migliaia di imprese che ogni anno gestiscono scambi intracomunitari di beni e servizi. La questione del cumulo giuridico Intrastat critica non è solo accademica: incide direttamente sull’entità delle sanzioni che un’azienda può trovarsi a pagare quando, per errore o disorganizzazione, non presenta o presenta in ritardo più elenchi consecutivi. Con l’ordinanza n. 15524/2026 la Cassazione ha accolto la tesi dell’Agenzia delle Entrate, affermando che la sanzione prevista dall’art. 11 comma 4 del D.Lgs. 471/1997 va applicata singolarmente per ciascun elenco violato, senza possibilità di ricorrere al meccanismo attenuativo dell’art. 12 del D.Lgs. 472/1997. Una parte della dottrina e degli operatori del settore, tuttavia, considera questa lettura eccessivamente rigida e potenzialmente in contrasto con i principi generali del sistema sanzionatorio tributario.La decisione della Cassazione sul cumulo giuridico IntrastatIl caso portato all’attenzione della Suprema Corte riguardava violazioni nella presentazione dei modelli Intra 2 relativi ad alcune annualità comprese tra il 2008 e il 2010. Il contribuente aveva chiesto l’applicazione del cumulo giuridico, l’istituto disciplinato dall’art. 12 del D.Lgs. 472/1997 che, in presenza di più violazioni della stessa indole commesse in tempi diversi, consente di applicare una sanzione unica maggiorata anziché sommare tutte le sanzioni singolarmente previste. La Cassazione, accogliendo il ricorso dell’Agenzia delle Entrate, ha ritenuto decisivo il dato letterale dell’art. 11 comma 4 D.Lgs. 471/1997: la norma prevede la sanzione “per ciascuno” degli elenchi interessati dalla violazione, formulazione che secondo i giudici imporrebbe l’applicazione autonoma della sanzione per ogni singolo elenco Intrastat omesso o tardivo, escludendo in radice il ricorso al cumulo giuridico delle sanzioni. Per una ricostruzione completa dei fatti di causa e del percorso argomentativo seguito dalla Corte, rimandiamo al nostro precedente approfondimento Intrastat omesso o tardivo: la Cassazione esclude il cumulo giuridico delle sanzioni, dedicato integralmente alla ricostruzione della vicenda giudiziaria. Perché la decisione sul cumulo giuridico Intrastat non convinceIl punto critico sollevato da diversi commentatori riguarda proprio l’interpretazione letterale adottata dalla Cassazione. Secondo questa lettura alternativa, l’espressione “per ciascuno” contenuta nell’art. 11 comma 4 avrebbe la sola funzione di individuare la sanzione base da applicare a ogni elenco, cioè il parametro di calcolo, senza per questo derogare alla disciplina generale del concorso di violazioni tributarie prevista dall’art. 12. In altre parole, una cosa è stabilire come si quantifica la sanzione per il singolo elenco, un’altra è stabilire se, in presenza di più violazioni analoghe commesse in periodi diversi, si possa comunque applicare il meccanismo di favore del cumulo giuridico. Per i critici della pronuncia, la Cassazione avrebbe sovrapposto questi due piani, arrivando a una conclusione che finisce per svuotare di significato l’istituto del cumulo giuridico proprio nei casi in cui sarebbe più utile: le violazioni ripetute e sistematiche, non quelle isolate. Questa lettura, inoltre, si porrebbe in tensione con la ratio stessa dell’art. 12 del D.Lgs. 472/1997, pensato dal legislatore proprio per evitare che errori reiterati della stessa natura producano un effetto sanzionatorio moltiplicativo sproporzionato rispetto alla gravità reale della condotta. Le conseguenze pratiche per le imprese con più violazioni IntrastatSul piano operativo, l’esclusione del cumulo giuridico per le sanzioni Intrastat produce effetti concreti tutt’altro che trascurabili. Immaginiamo un’azienda che, per un disguido interno o un cambio di consulente, ometta di presentare gli elenchi riepilogativi per più mesi consecutivi: con il cumulo giuridico la sanzione complessiva sarebbe stata calcolata partendo dalla violazione più grave, aumentata di una percentuale, con un tetto complessivo più contenuto. Senza questo meccanismo, invece, le sanzioni si sommano una a una, elenco per elenco, con un effetto moltiplicativo che può risultare particolarmente penalizzante per le imprese di piccole e medie dimensioni, spesso meno strutturate nella gestione degli adempimenti doganali e statistici legati agli scambi intracomunitari. Tra le conseguenze pratiche più rilevanti segnalate dagli operatori del settore vi sono:l’aumento significativo dell’esposizione sanzionatoria per le imprese con più periodi di violazione consecutivi;la disparità di trattamento rispetto ad altre fattispecie di concorso di violazioni tributarie dove il cumulo giuridico resta applicabile;il rischio di sanzioni percepite come sproporzionate rispetto alla effettiva gravità dell’omissione, specie quando derivano da un unico errore organizzativo di fondo;la necessità, per i contribuenti già sanzionati, di valutare con attenzione l’eventuale impugnazione degli atti alla luce di questo nuovo orientamento.Proprio per questo, diversi commentatori auspicano un intervento chiarificatore, eventualmente delle Sezioni Unite, che possa ricomporre il contrasto interpretativo e restituire coerenza al sistema sanzionatorio in materia di sanzioni Intrastat.La vicenda delle sanzioni Intrastat e del cumulo giuridico resta dunque aperta sul piano interpretativo. Se da un lato l’ordinanza n. 15524/2026 della Cassazione offre indicazioni operative immediate a favore dell’Agenzia delle Entrate, dall’altro le critiche sollevate da parte della dottrina lasciano intravedere la possibilità di futuri interventi chiarificatori, anche a livello di Sezioni Unite. Le imprese con più violazioni Intrastat pendenti dovranno nel frattempo monitorare l’evoluzione della giurisprudenza di merito e di legittimità su questo specifico profilo del concorso di violazioni tributarie. Domande Frequenti sulle Sanzioni Intrastat e il Cumulo GiuridicoCos’è il cumulo giuridico delle sanzioni tributarie?Il cumulo giuridico è l’istituto previsto dall’art. 12 del D.Lgs. 472/1997 che, in presenza di più violazioni della stessa indole commesse in tempi diversi, consente di applicare una sanzione unica maggiorata invece di sommare aritmeticamente tutte le sanzioni singolarmente previste.Quali sanzioni si applicano per gli elenchi Intrastat omessi o tardivi?L’art. 11 comma 4 del D.Lgs. 471/1997 prevede una sanzione amministrativa per l’omessa o tardiva presentazione degli elenchi riepilogativi Intrastat, da applicare, secondo la recente ordinanza della Cassazione, singolarmente per ciascun elenco violato.La decisione della Cassazione sul cumulo giuridico Intrastat è definitiva?Si tratta di un’ordinanza della Cassazione (n. 15524/2026) che orienta la giurisprudenza ma non chiude definitivamente il dibattito. Vista la critica sollevata da parte della dottrina, non è escluso un futuro intervento chiarificatore, anche delle Sezioni Unite.Perché la dottrina critica l’esclusione del cumulo giuridico per le sanzioni Intrastat?Perché ritiene che la formula “per ciascuno” dell’art. 11 comma 4 riguardi solo il calcolo della sanzione base per singolo elenco, senza derogare alla disciplina generale del concorso di violazioni, e perché l’esclusione produce sanzioni sproporzionate in caso di violazioni plurime e ripetute.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti. Articoli CorrelatiNOTIZIE Assegno di invalidità e stipendio: perché scatta il conguaglio IRPEF in busta pagaL'assegno ordinario di invalidità INPS è reddito imponibile IRPEF: chi lo percepisce insieme allo stipendio ha due sostituti d'imposta distinti, e in dichiarazione dei redditi scatta spesso un conguaglio a debito. Ecco perché succede e come limitarne l'impatto. https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-29 12:00:002026-09-29 07:23:39Assegno di invalidità e stipendio: perché scatta il conguaglio IRPEF in busta pagaNOTIZIE Opposizione decreto ingiuntivo: cosa cambia davvero con la riforma del processo civileCosa succede quando arriva un decreto ingiuntivo e come funziona l'opposizione dopo la riforma del processo civile: termini invariati, nuove regole sulla mediazione e conseguenze in caso di inattività. https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-29 10:00:002026-09-29 07:22:51Opposizione decreto ingiuntivo: cosa cambia davvero con la riforma del processo civileNOTIZIE Pensione nuovo lavoro: l’INPS può recuperare i rateiLa Cassazione n. 25154/2026 stabilisce che l'INPS può recuperare i ratei di pensione già pagati se il lavoratore riprende un impiego dipendente prima della decorrenza senza comunicarlo, anche se il nuovo datore di lavoro ha trasmesso il modello UNILAV. https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2026/02/Pensione-INPS-1.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-29 08:00:002026-09-29 07:21:49Pensione nuovo lavoro: l’INPS può recuperare i rateiSettembre 11, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-11 12:00:002026-09-08 12:21:36Sanzioni INTRASTAT: la Cassazione esclude il cumulo giuridico, ma la decisione non convince
NOTIZIE Assegno di invalidità e stipendio: perché scatta il conguaglio IRPEF in busta pagaL'assegno ordinario di invalidità INPS è reddito imponibile IRPEF: chi lo percepisce insieme allo stipendio ha due sostituti d'imposta distinti, e in dichiarazione dei redditi scatta spesso un conguaglio a debito. Ecco perché succede e come limitarne l'impatto. https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-29 12:00:002026-09-29 07:23:39Assegno di invalidità e stipendio: perché scatta il conguaglio IRPEF in busta paga
NOTIZIE Opposizione decreto ingiuntivo: cosa cambia davvero con la riforma del processo civileCosa succede quando arriva un decreto ingiuntivo e come funziona l'opposizione dopo la riforma del processo civile: termini invariati, nuove regole sulla mediazione e conseguenze in caso di inattività. https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-29 10:00:002026-09-29 07:22:51Opposizione decreto ingiuntivo: cosa cambia davvero con la riforma del processo civile
NOTIZIE Pensione nuovo lavoro: l’INPS può recuperare i rateiLa Cassazione n. 25154/2026 stabilisce che l'INPS può recuperare i ratei di pensione già pagati se il lavoratore riprende un impiego dipendente prima della decorrenza senza comunicarlo, anche se il nuovo datore di lavoro ha trasmesso il modello UNILAV. https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2026/02/Pensione-INPS-1.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-29 08:00:002026-09-29 07:21:49Pensione nuovo lavoro: l’INPS può recuperare i ratei
NOTIZIEOmessa comunicazione dati conducente: ecco cosa rischi (art. 126-bis)Quando arriva una multa per un’infrazione che comporta la decurtazione di punti dalla patente, il proprietario del veicolo che non era alla guida ha un obbligo preciso: comunicare i dati del conducente al momento del fatto. Molti automobilisti sottovalutano questo adempimento, convinti che pagare la multa sia sufficiente. In realta l’omessa comunicazione dati conducente e una violazione autonoma, punita con una sanzione amministrativa distinta da quella originaria, spesso piu salata della multa di partenza.La norma di riferimento e l’articolo 126-bis del Codice della Strada, che impone al proprietario dell’auto, o al legale rappresentante se si tratta di una societa, di indicare all’organo accertatore chi si trovava al volante entro un termine preciso. Se questo passaggio viene ignorato, dimenticato o gestito in ritardo, scatta una seconda sanzione che si somma alla prima. Vediamo come funziona la comunicazione dati conducente, quali sono le conseguenze dell’omessa comunicazione, quando si puo essere esonerati e cosa cambia tra proprietario privato e azienda.Indice dei contenutiCosa prevede l’articolo 126-bis del Codice della StradaIl termine di 60 giorni per comunicare i dati del conducenteQuanto costa non comunicare i dati del conducente: la sanzioneGiustificato motivo: quando si e esonerati dalla sanzioneProprietario privato o azienda: le regole cambianoPunti patente: cosa succede se non si comunica il conducenteCome funziona la comunicazione dei dati del conducenteVerbale mai notificato: cosa fareDomande frequenti sull’omessa comunicazione dati conducenteCosa prevede l’articolo 126-bis del Codice della StradaL’articolo 126-bis del Codice della Strada disciplina l’obbligo di comunicare i dati del conducente quando una violazione prevede la decurtazione di punti dalla patente. Il principio e semplice: i punti si tolgono a chi guidava, non necessariamente al proprietario del veicolo. Se al momento dell’infrazione, ad esempio un eccesso di velocita rilevato da autovelox o un passaggio con il semaforo rosso, alla guida c’era un’altra persona, il proprietario deve indicarne l’identita e gli estremi della patente. Questo obbligo riguarda in particolare le infrazioni accertate senza contestazione immediata, cioe quelle rilevate da dispositivi automatici, quando non e stato possibile fermare il veicolo sul momento. Il termine di 60 giorni per comunicare i dati del conducenteIl proprietario dell’auto ha 60 giorni di tempo dalla notifica del verbale per comunicare i dati del conducente all’organo di polizia che ha accertato l’infrazione. Il termine decorre dalla data di notifica del verbale, non dalla data dell’infrazione: e quindi fondamentale controllare con attenzione quando il verbale e stato effettivamente recapitato, ad esempio tramite raccomandata o posta elettronica certificata. Superare questo termine senza fornire l’informazione richiesta, oppure fornirla in modo incompleto o con dati non veritieri, espone il proprietario alla sanzione prevista per l’omessa comunicazione dati conducente. La comunicazione deve contenere non solo il nome del conducente, ma anche gli estremi della sua patente di guida: un’indicazione parziale puo essere equiparata a una mancata comunicazione. Quanto costa non comunicare i dati del conducente: la sanzioneSe il proprietario del veicolo non comunica i dati del conducente entro i 60 giorni previsti, senza un motivo giustificato, scatta una sanzione amministrativa pecuniaria autonoma, prevista dal comma 2 dell’articolo 126-bis. La sanzione va da 291 a 1.166 euro: si tratta degli importi in vigore dal 2021 e confermati anche per il 2026, perche l’aggiornamento biennale delle sanzioni del Codice della Strada e stato sospeso. E una cifra che in molti casi supera quella della multa originaria. Si tratta di una sanzione distinta e aggiuntiva rispetto a quella collegata alla violazione di partenza: il proprietario puo quindi trovarsi a pagare due sanzioni separate, quella per l’infrazione stradale e quella per l’omessa comunicazione dati conducente. E un aspetto spesso sottovalutato, perche molti pensano che ignorare la richiesta comporti al massimo un piccolo aggravio, mentre l’importo puo essere considerevole. Giustificato motivo: quando si e esonerati dalla sanzioneLa legge prevede un’eccezione: se il proprietario dimostra un giustificato motivo, la sanzione per omessa comunicazione dati conducente non si applica. Il giustificato motivo deve essere concreto e documentato, non una semplice giustificazione generica. Rientrano in questa categoria, ad esempio, i casi in cui il veicolo era stato prestato a piu persone diverse e non e piu possibile ricostruire con certezza chi guidava in quella specifica occasione, oppure situazioni di furto del veicolo o di utilizzo da parte di terzi non autorizzati. La giurisprudenza ha piu volte ribadito che l’onere di provare il giustificato motivo spetta al proprietario. Anche l’eventuale annullamento del verbale originario puo incidere sulla sanzione accessoria, perche viene meno il presupposto stesso dell’obbligo di comunicazione. Proprietario privato o azienda: le regole cambianoQuando il veicolo e intestato a una persona fisica, l’obbligo di comunicazione dei dati del conducente ricade direttamente sul proprietario. Le cose cambiano quando l’intestatario e una societa o un’azienda: in questo caso e il legale rappresentante a dover fornire i dati del conducente, spesso attingendo a un registro interno delle assegnazioni dei veicoli aziendali. Molte aziende con flotte auto adottano proprio per questo un sistema di tracciamento che indica chi ha in uso ciascun veicolo in un determinato periodo, per poter rispondere correttamente e nei tempi alla richiesta di comunicazione dati conducente. La mancata organizzazione interna di questi dati espone l’azienda allo stesso rischio del privato. Punti patente: cosa succede se non si comunica il conducenteUn aspetto centrale della normativa riguarda la decurtazione dei punti patente. Se il proprietario comunica correttamente i dati del conducente, saranno decurtati i punti dalla patente di chi era effettivamente alla guida. Se invece non avviene alcuna comunicazione, i punti non possono essere scalati a nessuno, perche manca la certezza su chi guidava il veicolo al momento dell’infrazione. In questo caso il proprietario, se diverso dal conducente, paga solo la sanzione pecuniaria per l’omessa comunicazione, ma non subisce la decurtazione punti. Un meccanismo che a prima vista puo sembrare vantaggioso, ma nella pratica comporta un esborso economico che spesso supera il valore dei punti che si sarebbero persi.Come funziona la comunicazione dei dati del conducenteLa comunicazione dei dati del conducente va inviata all’organo di polizia che ha accertato l’infrazione, utilizzando i canali indicati nel verbale stesso o nella lettera di sanzione ricevuta. Servono i dati anagrafici completi del conducente e gli estremi della patente di guida. Data la delicatezza dei termini e le conseguenze di un errore o di un ritardo, e importante prestare grande attenzione a ogni passaggio della procedura: un’informazione incompleta, un dato sbagliato o un invio fuori tempo massimo possono comportare comunque l’applicazione della sanzione, anche quando l’intenzione era quella di adempiere correttamente all’obbligo. Verbale mai notificato: cosa fareCapita spesso che il proprietario riceva una seconda sanzione, quella per omessa comunicazione dati conducente, senza aver mai ricevuto regolarmente il verbale originario dell’infrazione. In questi casi e fondamentale verificare con attenzione le date e le modalita di notifica: se il primo verbale non e stato notificato nei termini di legge, oppure presenta vizi nella procedura di notifica, questo puo riflettersi anche sulla legittimita della sanzione accessoria collegata alla mancata comunicazione. Prima di procedere con il pagamento, e sempre opportuno controllare con cura la documentazione ricevuta, le date di notifica riportate e la correttezza formale di entrambi gli atti, dal momento che un vizio nel verbale principale puo incidere sull’intera vicenda sanzionatoria.Domande frequenti sull’omessa comunicazione dati conducente Cosa succede se non comunico i dati di chi guidava l’auto?Se non si comunicano i dati del conducente entro 60 giorni dalla notifica del verbale, senza un giustificato motivo, si rischia una sanzione amministrativa pecuniaria autonoma prevista dall’articolo 126-bis del Codice della Strada, che si aggiunge a quella per l’infrazione originaria.Entro quanto tempo devo comunicare i dati del conducente?Il termine e di 60 giorni dalla data di notifica del verbale, non dalla data dell’infrazione. E importante verificare con precisione quando il verbale e stato effettivamente recapitato.Quanto costa la sanzione per omessa comunicazione dati conducente?La sanzione amministrativa prevista dall’articolo 126-bis comma 2 del Codice della Strada va da 291 a 1.166 euro, una cifra spesso superiore alla multa di partenza. Sono gli importi in vigore dal 2021, rimasti invariati anche per il 2026 perche l’adeguamento biennale delle sanzioni e stato sospeso.Cosa significa “giustificato motivo” per essere esonerati dalla sanzione?E una situazione concreta e documentabile che ha reso impossibile identificare con certezza il conducente, come il prestito frequente del veicolo a persone diverse o l’uso non autorizzato da parte di terzi. Deve essere provata dal proprietario.Se non comunico i dati del conducente perdo comunque i punti sulla patente?No. Senza comunicazione non e possibile individuare con certezza chi era alla guida, quindi i punti non vengono decurtati a nessuno. Il proprietario pero resta soggetto al pagamento della sanzione pecuniaria per l’omessa comunicazione.Le aziende hanno le stesse regole dei privati per comunicare il conducente?L’obbligo esiste anche per le aziende proprietarie dei veicoli: in questo caso e il legale rappresentante a dover fornire i dati del conducente entro i 60 giorni, spesso basandosi su un registro interno di assegnazione dei mezzi aziendali.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.Settembre 11, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-11 11:00:002026-09-08 12:11:47Omessa comunicazione dati conducente: ecco cosa rischi (art. 126-bis)
NOTIZIELicenziamento illecito: chi sceglie l’indennità perde la NaspiChi vince una causa per licenziamento illecito si trova davanti a una scelta importante: tornare al proprio posto di lavoro oppure incassare un’indennità economica. Una recente pronuncia della Corte di Cassazione ha chiarito un aspetto che riguarda direttamente la tasca dei lavoratori, ovvero cosa succede alla NASpI quando si opta per l’indennità sostitutiva della reintegrazione. Il legame tra licenziamento illecito, indennità e NASpI genera spesso dubbi, perché le regole cambiano a seconda della scelta compiuta dal lavoratore e del momento in cui viene esercitata. Vediamo cosa prevede la normativa e cosa ha stabilito la Cassazione con la sentenza n. 24981/2026.Indice dei contenutiLicenziamento illecito e reintegrazione nel posto di lavoroL’indennità sostitutiva della reintegrazione: le 15 mensilitàLicenziamento illecito, indennità e NASpI: cosa ha stabilito la CassazioneCosa conviene valutare prima di scegliere l’indennità sostitutivaLicenziamento illecito e reintegrazione nel posto di lavoroQuando un giudice dichiara un licenziamento illecito, la conseguenza dipende dal tipo di vizio riscontrato e dalla data di assunzione del lavoratore. Nei casi più gravi, come il licenziamento discriminatorio o quello dichiarato nullo, oppure per i lavoratori assunti prima del 7 marzo 2015 con contratto a tempo indeterminato tutelato dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, il giudice può disporre la reintegrazione nel posto di lavoro.La reintegrazione significa che il rapporto di lavoro riprende da dove si era interrotto: il datore deve richiamare il dipendente e corrispondere anche le retribuzioni maturate nel periodo intercorso tra il licenziamento e la sentenza, con alcuni limiti previsti dalla legge. Per gli assunti dal 7 marzo 2015 in poi si applica invece il contratto a tutele crescenti del decreto legislativo 23/2015, che limita il reintegro del lavoratore ai casi più gravi (licenziamento discriminatorio, nullo o intimato in forma orale) e alle ipotesi di licenziamento disciplinare o per giustificato motivo oggettivo in cui il fatto contestato risulti insussistente (art. 3 comma 2 del decreto legislativo 23/2015, come esteso dalle sentenze della Corte costituzionale n. 128 e n. 129 del 2024), mentre nelle altre ipotesi di illegittimità è prevista soltanto un’indennità economica.In presenza dei presupposti per la reintegrazione, la legge non obbliga comunque il lavoratore a rientrare in azienda: può scegliere un’alternativa economica, che ha conseguenze dirette anche sulla NASpI, come vedremo nei prossimi paragrafi. L’indennità sostitutiva della reintegrazione: le 15 mensilitàIn alternativa al rientro in azienda, il lavoratore che ha diritto alla reintegrazione può optare per l’indennità sostitutiva della reintegrazione, pari a 15 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto. Si tratta di una somma prevista sia dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori per i lavoratori con tutele piene, sia dall’articolo 2 comma 3 del decreto legislativo 23/2015 per gli assunti con contratto a tutele crescenti, dove però le 15 mensilità sono calcolate sull’ultima retribuzione di riferimento per il trattamento di fine rapporto.La scelta spetta esclusivamente al lavoratore, che deve esercitarla entro 30 giorni dalla comunicazione del deposito della sentenza, oppure entro 30 giorni dall’invito del datore di lavoro a riprendere servizio, se anteriore. Non è un obbligo: chi preferisce tornare al proprio posto può farlo, chi invece ritiene preferibile chiudere il rapporto di lavoro dietro compenso economico può richiedere le 15 mensilità.Un aspetto importante riguarda la natura di questa scelta: optando per l’indennità, il rapporto di lavoro si considera risolto per volontà dello stesso lavoratore, e non più per effetto del licenziamento originario. È proprio questo passaggio a incidere sul diritto alla NASpI, come chiarito di recente dalla Cassazione. Licenziamento illecito, indennità e NASpI: cosa ha stabilito la CassazioneIl nodo più delicato riguarda proprio il rapporto tra licenziamento illecito, indennità e NASpI. Nel periodo che intercorre tra il licenziamento e la sentenza che lo dichiara illegittimo, molti lavoratori presentano domanda di NASpI e ricevono il sussidio mensile, trovandosi in una condizione di disoccupazione involontaria. La domanda che si sono posti per anni lavoratori e operatori è: cosa succede a quei soldi se, dopo la sentenza, si sceglie l’indennità sostitutiva della reintegrazione invece di tornare al lavoro?La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 24981 del 3 settembre 2026, ha fissato un principio chiaro sul rapporto tra licenziamento illecito e indennità NASpI. La NASpI percepita fino al momento in cui il lavoratore esercita l’opzione per l’indennità sostitutiva non deve essere restituita: per tutto quel periodo, infatti, la disoccupazione era comunque conseguenza di un licenziamento illegittimo, quindi involontaria a tutti gli effetti.Le cose cambiano dal momento in cui il lavoratore comunica formalmente la scelta dell’indennità sostitutiva. Da quella data, la NASpI si interrompe: le mensilità successive non sono più dovute, perché la cessazione del rapporto di lavoro diventa, da quel momento, una scelta consapevole del lavoratore e non più una conseguenza del licenziamento subito. Per lo stesso motivo, non spetta una nuova prestazione NASpI collegata a quel licenziamento, perché viene meno il requisito della disoccupazione involontaria.In sintesi, chi sceglie l’indennità sostitutiva della reintegrazione conserva la NASpI già incassata, ma perde il diritto alle mensilità future legate a quel rapporto di lavoro. La linea di confine, secondo la Cassazione, è netta e coincide con il giorno in cui l’opzione viene formalizzata. Cosa conviene valutare prima di scegliere l’indennità sostitutivaDi fronte a un licenziamento illecito dichiarato illegittimo dal giudice, la decisione tra rientrare in azienda o incassare l’indennità sostitutiva non riguarda solo l’aspetto economico immediato. Vale la pena considerare alcuni elementi prima di compiere la scelta:il rapporto con il datore di lavoro e le prospettive di un reinserimento sereno in azienda;le concrete possibilità di trovare una nuova occupazione in tempi ragionevoli;l’importo complessivo dell’indennità rispetto alle retribuzioni maturate in caso di reintegrazione;l’effetto sulla NASpI, che si interrompe dal momento dell’opzione per l’indennità;eventuali altre prestazioni previdenziali o assistenziali legate alla condizione di disoccupato.Si tratta di una valutazione che intreccia aspetti giuridici, economici e personali, spesso diversi da caso a caso. Anche per questo motivo, prima di esercitare la scelta tra reintegrazione e indennità sostitutiva, è opportuno un confronto con un professionista o un patronato in grado di analizzare la situazione specifica, comprese le conseguenze sulla NASpI già percepita o su quella futura. Domande frequentiCos’è l’indennità sostitutiva della reintegrazione?È una somma pari a 15 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, che il lavoratore può scegliere in alternativa al rientro in azienda dopo un licenziamento illecito dichiarato illegittimo dal giudice.Chi sceglie l’indennità sostitutiva deve restituire la NASpI già percepita?No. Secondo la Cassazione (sentenza n. 24981/2026), la NASpI percepita fino al momento dell’opzione per l’indennità non va restituita, perché fino a quella data la disoccupazione era involontaria.Dopo aver scelto l’indennità, spetta ancora la NASpI?No. Dal momento in cui si formalizza la scelta dell’indennità sostitutiva, la NASpI si interrompe, perché la cessazione del rapporto è considerata una decisione volontaria del lavoratore.Entro quanto tempo va esercitata la scelta tra reintegrazione e indennità?Entro 30 giorni dalla comunicazione del deposito della sentenza, oppure entro 30 giorni dall’invito del datore di lavoro a riprendere servizio, se questo invito è anteriore.La regola vale sia per i vecchi assunti sia per i contratti a tutele crescenti?Sì. Il meccanismo dell’indennità sostitutiva delle 15 mensilità è previsto sia dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori per le tutele piene, sia dal decreto legislativo 23/2015 per i contratti a tutele crescenti, con alcune differenze nel calcolo dell’indennità.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti. Settembre 11, 2026/0 Commenti/da Andrea Damiani https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Andrea Damiani https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Andrea Damiani2026-09-11 10:00:002026-09-08 11:58:33Licenziamento illecito: chi sceglie l’indennità perde la Naspi
NOTIZIEFlat tax sugli aumenti di stipendio ai giovani: la proposta di GiorgettiNegli ultimi giorni si parla molto di una possibile flat tax aumento stipendio giovani, un’idea lanciata dal Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti nell’ambito dei lavori per la manovra 2027. Va detto subito, con la massima chiarezza, che si tratta di una proposta politica ancora in fase di discussione, non di una norma già approvata né tantomeno in vigore. Manca infatti un testo normativo definitivo, e i dettagli concreti potrebbero cambiare più volte prima di un eventuale via libera parlamentare.L’idea di fondo, secondo le prime indiscrezioni circolate dopo un evento della Lega a inizio settembre 2026, sarebbe quella di incentivare le aziende ad aumentare gli stipendi dei lavoratori più giovani, applicando una tassazione agevolata proprio sulla quota di incremento salariale. In pratica, non si tasserebbe l’intera busta paga con l’aliquota ordinaria, ma solo la parte “aggiuntiva” con un’imposta sostitutiva più leggera. Vediamo cosa si sa finora e quali sono i punti ancora da chiarire.Indice dei contenutiCos’è la proposta di Giorgetti sulla flat tax per i giovaniCome potrebbe funzionare la flat tax sugli aumenti di stipendioPerché si parla di flat tax per i giovani nella manovra 2027Cosa cambierebbe per lavoratori e imprese con la nuova flat taxDomande frequenti sulla flat tax aumento stipendio giovaniCos’è la proposta di Giorgetti sulla flat tax per i giovaniIl Ministro Giorgetti avrebbe illustrato l’ipotesi di una flat tax aumento stipendio giovani come strumento per contrastare la cosiddetta fuga dei cervelli, cioè il fenomeno per cui molti giovani italiani qualificati scelgono di lavorare all’estero attratti da stipendi più alti. L’obiettivo dichiarato sarebbe quello di rendere più conveniente, per le imprese, aumentare la retribuzione dei lavoratori under 35 (o comunque di una fascia di età ancora da definire), sapendo che su quella quota di aumento si applicherebbe un prelievo fiscale ridotto rispetto all’IRPEF ordinaria.Il meccanismo richiamerebbe, nelle intenzioni, quello già sperimentato con la detassazione al 5% prevista per i rinnovi contrattuali nella legge di bilancio 2026. In quel caso, gli aumenti derivanti dal rinnovo del contratto collettivo hanno beneficiato di un’imposta sostitutiva agevolata invece della tassazione IRPEF piena. Per approfondire questo meccanismo già esistente, può essere utile leggere la nostra guida sulla detassazione tredicesima Manovra 2027 con flat tax al 15%, che spiega come funzionano le imposte sostitutive applicate a specifiche voci della busta paga. Come potrebbe funzionare la flat tax sugli aumenti di stipendioSecondo le prime ricostruzioni giornalistiche, il meccanismo allo studio prevederebbe una sorta di accordo tra Stato e imprese: le aziende disposte ad aumentare gli stipendi dei giovani dipendenti potrebbero applicare, sulla parte di reddito corrispondente all’aumento, un’aliquota agevolata anziché le aliquote IRPEF ordinarie (che oggi, ricordiamolo, arrivano fino al 43% per gli scaglioni di reddito più alti). Non si tratterebbe quindi di un aumento automatico riconosciuto a tutti i lavoratori, ma di un incentivo fiscale che le imprese potrebbero decidere di attivare volontariamente.L’ipotesi allo studio richiamerebbe il modello già utilizzato per i rinnovi contrattuali, con un’imposta sostitutiva che, in parole semplici, è una tassa unica che prende il posto di più imposte (IRPEF e addizionali) su una determinata quota di reddito. In questo modo, invece di applicare l’aliquota marginale piena sull’aumento, si pagherebbe una percentuale fissa e più bassa. Al momento, però, non esistono cifre ufficiali sull’aliquota che verrebbe applicata: qualsiasi percentuale circolata sui media resta un’ipotesi giornalistica, non un dato confermato dal Ministero dell’Economia.Nello stesso pacchetto di dichiarazioni, Giorgetti avrebbe fatto riferimento anche a un possibile innalzamento della soglia di ricavi per accedere al regime forfettario delle partite IVA, portandola dagli attuali 85.000 euro fino a 100.000 euro. Anche in questo caso si tratta di una proposta e non di una misura già decisa. Chi gestisce una partita IVA e vuole capire come funziona oggi il regime agevolato può consultare la nostra guida al regime forfettario 2026 con requisiti e aliquote vigenti. Perché si parla di flat tax per i giovani nella manovra 2027La discussione sulla flat tax aumento stipendio giovani si inserisce nel più ampio dibattito sulla manovra 2027, la legge di bilancio che il Governo dovrà presentare nei prossimi mesi. Tra i temi affrontati da Giorgetti, oltre alla tassazione degli aumenti salariali e all’ampliamento del forfettario, sarebbero emerse anche riflessioni sul sistema pensionistico, con l’obiettivo dichiarato di trovare un equilibrio tra sostenibilità dei conti pubblici ed equità generazionale.Va sottolineato che, in questa fase, si tratta di orientamenti politici emersi durante un evento di partito, non di testi già trasmessi al Parlamento. La strada per arrivare a una norma effettiva passa attraverso diversi passaggi: la stesura di un disegno di legge di bilancio, l’esame parlamentare, eventuali emendamenti e, infine, l’approvazione definitiva, che normalmente avviene entro la fine dell’anno per le manovre economiche. Solo a quel punto sapremo se la flat tax giovani diventerà una misura concreta e con quali regole precise.Chi si occupa di dichiarazioni fiscali sa bene quanto sia importante distinguere tra proposte allo studio e norme effettivamente in vigore, perché applicare regole non ancora approvate può generare errori nella busta paga o nella dichiarazione dei redditi. Per chi in futuro dovesse verificare l’effetto di eventuali imposte sostitutive sul proprio modello 730, sarà comunque utile affidarsi a professionisti aggiornati sulle norme effettivamente vigenti in quel momento. Cosa cambierebbe per lavoratori e imprese con la nuova flat taxSe la proposta dovesse trasformarsi in norma, gli effetti pratici dipenderebbero molto dai dettagli tecnici che verranno definiti. Per i lavoratori giovani, un’eventuale tassazione incrementi salariali più leggera significherebbe vedere una parte più consistente dell’aumento di stipendio riflessa in busta paga netta, invece di essere in gran parte assorbita dalle imposte. Per le imprese, invece, l’incentivo sarebbe quello di rendere più sostenibile, dal punto di vista del costo del lavoro, la scelta di premiare i dipendenti più giovani.Tra i punti ancora da chiarire ci sarebbero, tra gli altri:la fascia d’età esatta dei lavoratori beneficiari (si parla genericamente di “giovani”, senza un limite anagrafico ufficiale);l’aliquota dell’imposta sostitutiva applicabile sulla quota di aumento;se la misura sarà obbligatoria per le aziende o basata su adesione volontaria;l’eventuale tetto massimo di reddito o di importo dell’aumento agevolabile;la copertura finanziaria della misura, elemento sempre decisivo nell’iter di approvazione di una manovra.Solo con la pubblicazione di un testo normativo, anche in bozza, sarà possibile valutare con precisione la reale portata di questa flat tax aumento stipendio giovani e capire quanti lavoratori potrebbero effettivamente beneficiarne. Chi in questi mesi ha già usufruito di imposte sostitutive in dichiarazione, ad esempio su premi di produttività o rinnovi contrattuali, e si chiede come vengono gestite in fase di conguaglio, può trovare utili indicazioni nel nostro approfondimento sui rimborsi 730 e imposte sostitutive. Domande frequenti sulla flat tax aumento stipendio giovaniLa flat tax sugli aumenti di stipendio ai giovani è già legge?No. Al momento si tratta soltanto di una proposta emersa dalle dichiarazioni del Ministro Giorgetti in vista della manovra 2027. Non esiste ancora un testo normativo, né una data ufficiale di presentazione in Parlamento.Quando potrebbe entrare in vigore questa flat tax per i giovani?Se la proposta venisse effettivamente inserita nella legge di bilancio, l’iter prevederebbe la discussione parlamentare nei mesi finali del 2026, con un’eventuale entrata in vigore dal 1° gennaio 2027. Si tratta comunque di un’ipotesi, condizionata all’effettiva approvazione della misura.Chi potrebbe beneficiare della flat tax sugli aumenti di stipendio?Secondo le prime indiscrezioni, la misura sarebbe pensata per i lavoratori dipendenti più giovani che ricevono un aumento di stipendio dall’azienda. Non è ancora chiaro quale sarebbe il limite di età esatto né se ci saranno altri requisiti di reddito o di settore.Quanto si risparmierebbe con la flat tax aumento stipendio giovani?Non ci sono ancora cifre ufficiali sul risparmio fiscale. L’ipotesi allo studio è di applicare un’imposta sostitutiva più bassa dell’aliquota IRPEF ordinaria sulla sola quota di aumento, ma l’entità esatta del beneficio dipenderà dall’aliquota che verrà eventualmente stabilita nel testo definitivo.Questa proposta è collegata ad altre misure della manovra 2027?Sì, secondo le dichiarazioni riportate, la stessa occasione sarebbe stata usata da Giorgetti per parlare anche di un possibile innalzamento della soglia del regime forfettario per le partite IVA e di temi legati al sistema pensionistico, nell’ambito della più ampia discussione sulla manovra 2027.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti. Settembre 11, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-11 09:00:002026-09-10 16:24:12Flat tax sugli aumenti di stipendio ai giovani: la proposta di Giorgetti
NOTIZIENaspi: cosa succede quando finisce l’indennità di disoccupazioneLa Naspi non dura per sempre. Prima o poi l’indennità di disoccupazione arriva al suo ultimo bonifico, e per chi non ha ancora trovato un nuovo lavoro quel momento può generare non poca preoccupazione. Capire in anticipo quando scatta la naspi fine indennità, e soprattutto cosa succede subito dopo, aiuta a organizzarsi senza farsi cogliere impreparati.In questo articolo vediamo quanto può durare la Naspi nel 2026, quali obblighi restano in capo a chi la riceve, cosa cambia quando l’assegno si esaurisce e quali strumenti di sostegno al reddito possono, in alcuni casi, prendere il posto dell’indennità.Indice dei contenutiNaspi 2026: quanto dura l’indennità di disoccupazioneCosa succede quando finisce la NaspiGli obblighi verso il centro per l’impiegoAssegno di Inclusione: un aiuto possibile dopo la fine della NaspiRicollocazione lavorativa dopo la NaspiDomande frequenti sulla fine della NaspiNaspi 2026: quanto dura l’indennità di disoccupazioneLa Naspi (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego) è la prestazione INPS pensata per chi perde involontariamente il lavoro dipendente. La sua durata naspi non è uguale per tutti: dipende dalla storia contributiva di chi la richiede. In pratica spettano tante mensilità quante sono le settimane di contribuzione maturate negli ultimi quattro anni, divise per due.Questo significa che chi ha lavorato con continuità per molti anni può arrivare fino al tetto massimo previsto dalla normativa, pari a 24 mesi, cioè due anni pieni di indennità. Chi invece ha una carriera più discontinua, magari fatta di contratti brevi alternati a periodi di inattività, riceve una Naspi più breve, anche di poche mensilità.Un aspetto che spesso sorprende i beneficiari è la riduzione progressiva dell’importo. A partire dal sesto mese di fruizione (dall’ottavo mese per chi ha compiuto 55 anni alla data di presentazione della domanda), l’assegno si riduce del 3% ogni mese. Non si tratta quindi di un importo fisso dall’inizio alla fine, ma di una cifra che si assottiglia progressivamente, proprio per incentivare la ricerca attiva di una nuova occupazione. Per approfondire i casi in cui la prestazione può essere sospesa o revocata prima del termine naturale, il nostro approfondimento su quando la Naspi si perde, si sospende o decade spiega nel dettaglio le situazioni più comuni. Cosa succede quando finisce la NaspiQuando si arriva alla naspi fine indennità, il pagamento mensile semplicemente si interrompe: non c’è un rinnovo automatico, né una proroga concessa d’ufficio. L’ultimo bonifico corrisponde all’ultima mensilità spettante in base al calcolo iniziale, e da quel momento il sostegno economico legato alla Naspi cessa definitivamente.Questo non significa però che la persona perda automaticamente lo stato di disoccupazione o gli altri diritti collegati. Restare senza indennità e senza lavoro è una condizione delicata, ma non priva di strumenti. È importante, in questa fase, verificare con attenzione la propria posizione presso l’INPS e presso il centro per l’impiego di riferimento, perché da questi due soggetti dipendono sia eventuali ulteriori misure di sostegno sia le opportunità di reinserimento lavorativo.Vale la pena ricordare anche un aspetto pratico spesso trascurato: con la fine della Naspi cambia la situazione reddituale del nucleo familiare. Per chi deve richiedere prestazioni legate all’ISEE, come bonus o agevolazioni comunali, può essere utile sapere che esiste uno strumento chiamato ISEE corrente, pensato proprio per fotografare una situazione economica peggiorata rispetto a quella certificata dall’ISEE ordinario. Anche il calendario dei pagamenti INPS resta un riferimento utile in questa fase di transizione: lo trovi nel nostro articolo sul calendario dei pagamenti INPS di settembre 2026. Gli obblighi verso il centro per l’impiegoChi percepisce la Naspi non riceve un sostegno economico incondizionato. Fin dalla presentazione della domanda, il beneficiario sottoscrive la cosiddetta Dichiarazione di Immediata Disponibilità al lavoro (DID), che lo inserisce nel percorso di politiche attive gestito dai centri per l’impiego.Durante tutto il periodo di fruizione della Naspi, e non solo alla fine, restano attivi alcuni obblighi concreti:partecipare agli appuntamenti fissati dal centro per l’impiego per la profilazione e l’orientamento;accettare eventuali percorsi di formazione o riqualificazione professionale proposti;comunicare tempestivamente l’inizio di una nuova attività lavorativa, anche se part-time o a termine;rispondere alle convocazioni per colloqui di lavoro ritenuti congrui rispetto al proprio profilo.Il mancato rispetto di questi obblighi può comportare la decadenza dalla prestazione anche prima della scadenza naturale. Per questo motivo, mantenere un rapporto attivo con il centro per l’impiego non è solo un adempimento burocratico, ma anche il canale attraverso cui passano concretamente le opportunità di ricollocazione lavorativa una volta che la naspi fine indennità diventa realtà. Assegno di Inclusione: un aiuto possibile dopo la fine della NaspiQuando l’indennità si esaurisce e non è ancora arrivato un nuovo impiego, alcune famiglie possono valutare l’accesso all’Assegno di Inclusione (ADI), la misura di sostegno al reddito destinata ai nuclei in condizioni di fragilità economica e sociale. Non si tratta di una prosecuzione automatica della Naspi, ma di una prestazione diversa, con requisiti propri legati all’ISEE del nucleo familiare, alla composizione della famiglia e alla presenza di componenti fragili (minori, over 60, persone con disabilità).Proprio perché i requisiti sono stringenti, non tutti coloro che escono dalla Naspi hanno automaticamente diritto all’ADI: è necessario un ISEE aggiornato e, spesso, conviene valutare se richiedere un ISEE corrente per rappresentare in modo fedele la nuova situazione economica, oggi più bassa rispetto a quando si percepiva ancora l’indennità di disoccupazione. Ricollocazione lavorativa dopo la NaspiL’obiettivo dichiarato della Naspi non è mai stato quello di sostituire uno stipendio a tempo indeterminato, ma di accompagnare la persona verso un nuovo impiego. Per questo, superata la fase dell’indennità, resta centrale il rapporto con i servizi per il lavoro: aggiornamento del profilo professionale, partecipazione a corsi di formazione, candidature seguite anche con il supporto di operatori specializzati.Chi ha una storia contributiva solida e un profilo professionale ricercato spesso trova una nuova occupazione prima ancora che la Naspi si esaurisca. Per altri, invece, il periodo successivo alla fine dell’indennità può richiedere un supplemento di attivazione, magari accettando percorsi di riqualificazione o valutando settori diversi da quello di provenienza. In ogni caso, la fine della Naspi non chiude le porte: rimangono aperti sia i canali del centro per l’impiego sia, quando ne ricorrano i requisiti, le misure di sostegno al reddito come l’Assegno di Inclusione. Domande frequenti sulla fine della NaspiQuanto dura al massimo la Naspi nel 2026?La durata massima è di 24 mesi, ma il periodo effettivo dipende dalle settimane di contribuzione maturate negli ultimi quattro anni: la Naspi spetta per metà di quelle settimane.Cosa succede se finisce la Naspi e non ho ancora trovato lavoro?Il pagamento si interrompe automaticamente. Restano attivi gli obblighi verso il centro per l’impiego e, se si possiedono i requisiti economici, si può valutare l’accesso a misure come l’Assegno di Inclusione.La Naspi si può rinnovare automaticamente?No. Al termine del periodo spettante non c’è alcun rinnovo automatico. Per una nuova Naspi serve un nuovo evento di disoccupazione involontaria e nuovi requisiti contributivi.Devo restituire la Naspi se trovo lavoro prima della scadenza?In generale no, la Naspi già percepita non va restituita se si trova una nuova occupazione: va però comunicata tempestivamente al centro per l’impiego e all’INPS, perché l’indennità si interrompe o si riduce a seconda del tipo di contratto.Cosa devo fare per non perdere diritti dopo la fine della Naspi?Conviene mantenere aggiornata la propria posizione presso il centro per l’impiego, verificare l’ISEE del nucleo familiare e informarsi tempestivamente su eventuali misure di sostegno al reddito a cui si potrebbe avere diritto.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.Settembre 10, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Dimissioni-Volontarie-2026-TFR-e-Naspi.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-10 18:00:002026-09-08 08:06:55Naspi: cosa succede quando finisce l’indennità di disoccupazione
NOTIZIEDetrazione Figli in Separazione: a Chi Spetta nel 2026Quando una coppia con figli si separa, tra le prime domande pratiche che si pone c’è proprio quella sulla detrazione figli separazione: a chi spetta, come si divide e cosa cambia rispetto a quando i genitori vivevano insieme. La risposta non è sempre immediata, perché dipende dal tipo di affidamento, dal reddito di ciascun genitore e da eventuali accordi presi in sede di separazione o divorzio. In questo articolo vediamo la regola generale, i casi particolari e come indicare correttamente la percentuale di detrazione nella dichiarazione dei redditi.Indice dei contenutiDetrazione figli separazione: la regola generaleAffido condiviso: la detrazione si divide al 50% tra i genitoriGenitore con reddito basso o incapiente: la detrazione al 100% all’altro genitoreDetrazioni fiscali e assegno unico: le differenze da conoscereCosa cambia con la separazione o il divorzio: accordi e sentenza del giudiceCome indicare la percentuale di detrazione nel modello 730 o Redditi PFDomande frequenti su detrazione figli separazioneDetrazione figli separazione: la regola generaleLa regola di base prevista dal TUIR (il Testo Unico delle Imposte sui Redditi, cioè la legge che regola le imposte dirette in Italia) stabilisce che la detrazione per i figli a carico spetta, in linea generale, al genitore affidatario. Nella maggior parte dei casi di separazione, però, oggi si applica l’affido condiviso, la forma di affidamento diventata la regola dopo la riforma del diritto di famiglia. In questa situazione, la detrazione figli separazione si divide automaticamente al 50% tra i due genitori, salvo un accordo diverso tra le parti.Questo significa che, in mancanza di indicazioni specifiche nell’accordo di separazione o nella sentenza del giudice, ciascun genitore può portare in detrazione metà dell’importo spettante per ogni figlio. Per un quadro completo su come funzionano le detrazioni per i figli e per gli altri familiari a carico, puoi consultare la nostra guida completa alle detrazioni familiari a carico 2026. Affido condiviso: la detrazione si divide al 50% tra i genitoriNell’affido condiviso, entrambi i genitori mantengono la responsabilità genitoriale e le decisioni importanti sui figli vengono prese insieme, anche se il bambino o il ragazzo può vivere prevalentemente con uno dei due. Dal punto di vista fiscale, questa parità si traduce proprio nella divisione al 50% della detrazione per i figli a carico, indipendentemente da chi dei due genitori il figlio viva effettivamente in via prevalente.I genitori, comunque, restano liberi di accordarsi diversamente: possono ad esempio stabilire che la detrazione spetti per intero a uno solo di loro, magari perché l’altro non ha un reddito sufficiente a beneficiarne. Questo tipo di accordo va indicato con chiarezza, per evitare contestazioni successive o errori nella dichiarazione dei redditi. Genitore con reddito basso o incapiente: la detrazione al 100% all’altro genitoreUn caso frequente riguarda il genitore cosiddetto incapiente, cioè quello il cui reddito è talmente basso da non generare un’imposta sufficiente per sfruttare la propria quota di detrazione. In questa situazione, la legge consente di attribuire il 100% della detrazione per i figli all’altro genitore, quello con un reddito più alto, in modo che l’agevolazione non vada persa.Facciamo un esempio pratico: se dopo la separazione un genitore ha un reddito molto contenuto e versa un’imposta IRPEF minima, difficilmente riuscirà a utilizzare la propria metà di detrazione. In questi casi conviene spostare l’intera detrazione sull’altro genitore, che potrà effettivamente beneficiarne in dichiarazione. Questa scelta va comunque concordata tra le parti e riportata correttamente nei documenti fiscali di entrambi. Detrazioni fiscali e assegno unico: le differenze da conoscereDal marzo 2022 il quadro è cambiato profondamente con l’introduzione dell’Assegno Unico e Universale, la misura che ha sostituito le vecchie detrazioni fiscali per i figli fino a 21 anni di età (salvo proroghe legate alla disabilità, che possono estendere il beneficio anche dopo questa soglia). Le detrazioni fiscali per figli a carico, quindi, oggi restano in vigore solo per i figli di età pari o superiore a 21 anni ma inferiore a 30 anni, con un importo fino a 950 euro per figlio (per i figli con disabilità accertata ai sensi della L. 104/1992 la detrazione spetta senza limiti di età), mentre per i figli under 21 la detrazione fiscale non si applica più, sostituita appunto dall’assegno mensile.L’assegno unico segue però regole proprie, diverse da quelle delle detrazioni fiscali. Anche in questo caso la regola generale prevede la divisione al 50% tra i due genitori, salvo un diverso accordo tra le parti o un caso di affido esclusivo, in cui l’importo può essere riconosciuto interamente al genitore collocatario. L’importo dell’assegno unico varia in base all’ISEE del nucleo familiare: per il 2026 si va da un massimo di circa 203,80 euro mensili per figlio (con ISEE fino a 17.468,51 euro) fino a un minimo di 57 euro mensili per chi ha un ISEE più alto o non lo presenta.Per i figli che hanno già superato i 21 anni e che quindi rientrano di nuovo nel perimetro delle detrazioni fiscali tradizionali, puoi trovare tutti i dettagli nella nostra guida dedicata all’assegno unico per figli maggiorenni 2026. Cosa cambia con la separazione o il divorzio: accordi e sentenza del giudiceNella maggior parte dei casi, la ripartizione della detrazione figli separazione viene definita direttamente nell’accordo di separazione consensuale o nella sentenza del giudice in caso di separazione giudiziale. In questi documenti può essere specificato con precisione a chi spetta la detrazione, in che percentuale e per quanto tempo, tenendo conto della situazione reddituale di entrambi i genitori.Se invece manca un accordo esplicito tra gli ex coniugi, si applica automaticamente la regola generale vista in precedenza: divisione al 50% in caso di affido condiviso. Le cose cambiano quando c’è un affido esclusivo a favore di un solo genitore: in questa situazione la detrazione spetta interamente al genitore affidatario, salvo che quest’ultimo non abbia un reddito sufficiente a utilizzarla, caso in cui può comunque essere trasferita all’altro genitore. Vale la pena ricordare che la separazione può dare accesso anche ad altre agevolazioni, come descritto nel nostro approfondimento sul bonus affitto per i genitori separati 2026. Come indicare la percentuale di detrazione nel modello 730 o Redditi PFUn aspetto pratico spesso sottovalutato riguarda la corretta compilazione della dichiarazione dei redditi. Sia nel modello 730 sia nel modello Redditi PF, nel quadro dedicato ai familiari a carico va indicata la percentuale di detrazione effettivamente spettante a ciascun genitore per ogni figlio: 100%, 50% o un’altra percentuale concordata tra le parti. Un errore in questa casella può generare incongruenze rispetto a quanto dichiarato dall’altro genitore, con il rischio di controlli da parte dell’Agenzia delle Entrate.Proprio perché i due genitori compilano dichiarazioni separate, è fondamentale che le percentuali indicate siano coerenti tra loro e rispecchino quanto stabilito nell’accordo di separazione o nella sentenza. In caso di dubbi su come gestire correttamente le voci della dichiarazione, anche in relazione ad altre eventuali rettifiche, può essere utile consultare anche il nostro articolo sull’opposizione al 730 precompilato per le spese sanitarie.Domande frequenti su detrazione figli separazioneLa detrazione per i figli spetta sempre al 50% tra i genitori separati?Solo in caso di affido condiviso e in assenza di un accordo diverso. Le parti possono comunque stabilire percentuali differenti, ad esempio il 100% a un solo genitore.Cosa succede se un genitore ha un reddito troppo basso per usare la detrazione?Si parla di genitore incapiente: in questi casi la detrazione può essere attribuita per intero all’altro genitore, in modo da non perdere il beneficio fiscale.La detrazione figli separazione riguarda anche i figli under 21 anni?No. Per i figli fino a 21 anni la detrazione fiscale è stata sostituita dall’assegno unico e universale dal marzo 2022. Le detrazioni tradizionali restano valide per i figli di età pari o superiore a 21 anni ma inferiore a 30 anni; oltre i 30 anni spettano solo in caso di disabilità accertata ai sensi della L. 104/1992.Anche l’assegno unico si divide al 50% tra genitori separati?Di norma sì, salvo diverso accordo tra le parti o casi di affido esclusivo, in cui l’importo può essere riconosciuto interamente al genitore collocatario.Dove si indica la percentuale di detrazione nella dichiarazione dei redditi?Nel quadro dedicato ai familiari a carico del modello 730 o del modello Redditi PF, dove va riportata la percentuale effettivamente spettante a ciascun genitore per ogni figlio.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti. Settembre 10, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-10 13:00:002026-09-07 08:18:40Detrazione Figli in Separazione: a Chi Spetta nel 2026
NOTIZIECedolare Secca ed Eredità: l’Erede Subentra o Deve Fare una Nuova Opzione?Quando un proprietario di casa che aveva scelto la cedolare secca viene a mancare, agli eredi si pone spesso una domanda tutt’altro che scontata: il regime fiscale agevolato si trasmette insieme all’immobile e al contratto di locazione, oppure va richiesto di nuovo? La questione, tornata di recente all’attenzione grazie a un approfondimento de La Legge per Tutti, riguarda migliaia di famiglie che ogni anno gestiscono una successione con un affitto in corso. La risposta, come vedremo, distingue nettamente il destino del contratto da quello dell’opzione fiscale.Il tema si intreccia inevitabilmente con la gestione della dichiarazione dei redditi dell’erede, che si trova a dover valutare come tassare i canoni incassati dopo il decesso del locatore, e con eventuali sanzioni da regolarizzare in caso di errore, tema su cui torneremo più avanti.Indice dei contenutiCedolare secca ed erede del defunto: cosa succede al regime fiscaleSubentro nel contratto di locazione: cosa cambia e cosa noCome esercitare la nuova opzione per la cedolare seccaPerché la cedolare secca non si eredita automaticamenteDomande frequenti su cedolare secca ed erede del defuntoCedolare secca ed erede del defunto: cosa succede al regime fiscaleLa cedolare secca è un’imposta sostitutiva che il proprietario di un immobile locato ad uso abitativo può scegliere al posto dell’IRPEF ordinaria e delle relative addizionali. Si tratta di un’opzione strettamente personale: riguarda il singolo soggetto passivo d’imposta, cioè la persona fisica che percepisce il canone, e non l’immobile in sé né il contratto di locazione considerato come rapporto giuridico autonomo.Proprio per questa natura personale, quando il locatore che aveva optato per la cedolare secca muore, il regime fiscale scelto non si trasferisce automaticamente all’erede. In altre parole, l’opzione esercitata dal defunto perde efficacia ai fini dell’imposta sul reddito dal momento del decesso: chi eredita l’immobile e subentra come locatore deve valutare in autonomia se confermare la cedolare secca a proprio nome oppure lasciare che i canoni futuri vengano tassati con le regole ordinarie IRPEF. Subentro nel contratto di locazione: cosa cambia e cosa noÈ fondamentale distinguere due piani che vengono spesso confusi: il subentro nel contratto di locazione e il subentro nel regime fiscale della cedolare secca. Il primo avviene in modo automatico, per effetto delle regole civilistiche sulla successione: gli eredi entrano nella posizione contrattuale del defunto, con gli stessi diritti e obblighi verso l’inquilino, senza bisogno di sottoscrivere un nuovo contratto.Il secondo piano, quello fiscale, segue invece una logica diversa. La cedolare secca non è un diritto reale che si trasmette insieme alla proprietà dell’immobile, ma una scelta tributaria che ciascun contribuente deve compiere in prima persona. Per questo motivo l’erede che intende continuare ad applicare l’imposta sostitutiva deve manifestare una nuova opzione, distinta da quella originariamente esercitata dal defunto.Va inoltre ricordato che l’efficacia della precedente opzione può continuare a produrre effetti solo per alcuni aspetti residuali, come l’imposta di registro e di bollo fino al termine dell’annualità contrattuale in corso, mentre ai fini della tassazione del reddito la posizione dell’erede va valutata ex novo. Chi gestisce anche immobili commerciali in cedolare secca deve prestare la stessa attenzione, perché il principio della personalità dell’opzione vale indipendentemente dalla destinazione dell’immobile. Come esercitare la nuova opzione per la cedolare seccaPer non perdere il beneficio fiscale, l’erede deve attivarsi in tempi ragionevoli dopo il decesso del locatore. La prassi dell’Agenzia delle Entrate richiede, tra l’altro, l’invio di una comunicazione all’inquilino con cui si manifesta la volontà di optare per la cedolare secca e si rinuncia alla facoltà di aggiornamento del canone secondo gli indici ISTAT, requisito tipico di questo regime.In sintesi, per gestire correttamente la successione nel rapporto di locazione l’erede dovrebbe occuparsi di:comunicare all’inquilino il subentro nella posizione di locatore e la volontà di applicare la cedolare secca;verificare i termini entro cui la nuova opzione viene considerata tempestiva rispetto al decesso;registrare correttamente il subentro presso l’Agenzia delle Entrate, anche tramite il modello utilizzato per le variazioni del contratto di locazione;valutare, in sede di dichiarazione dei redditi, come vanno indicati i canoni percepiti prima e dopo il decesso del dante causa.Se l’erede non esercita la nuova opzione entro i termini previsti, i canoni di locazione percepiti confluiscono nel reddito complessivo e vengono tassati con le aliquote IRPEF ordinarie, generalmente più onerose rispetto alle aliquote della cedolare secca. In caso di errori o ritardi nella gestione fiscale della successione, può inoltre rendersi necessario il ravvedimento operoso per sanare eventuali omissioni con sanzioni ridotte. Perché la cedolare secca non si eredita automaticamenteLa ragione di fondo di questa impostazione va cercata nella natura stessa della cedolare secca, introdotta dal decreto legislativo che disciplina il regime opzionale sui redditi da locazione degli immobili abitativi. Si tratta di un’imposta sostitutiva riferita al singolo soggetto passivo, non un attributo dell’immobile o del contratto. Ogni contribuente, compreso l’erede che diventa nuovo locatore, deve quindi compiere una scelta autonoma e consapevole, valutando la propria situazione reddituale complessiva.Questa distinzione tra successione nel contratto (automatica) e successione nel regime fiscale (non automatica) è il punto centrale da tenere a mente per chiunque si trovi a gestire un’eredità con un immobile locato. Sottovalutare questo aspetto può comportare, senza volerlo, un aggravio fiscale evitabile semplicemente esercitando per tempo la nuova opzione per la cedolare secca. Domande frequenti su cedolare secca ed erede del defuntoL’erede eredita automaticamente la cedolare secca del defunto?No. Il contratto di locazione passa automaticamente all’erede per successione, ma l’opzione per la cedolare secca è personale e va esercitata di nuovo dall’erede.Cosa succede se l’erede non esercita una nuova opzione?I canoni di locazione percepiti dopo il decesso vengono tassati con le aliquote IRPEF ordinarie, insieme alle addizionali regionali e comunali, invece che con l’imposta sostitutiva della cedolare secca.Il subentro nel contratto di locazione richiede un nuovo contratto?No, il subentro avviene per successione nel rapporto già esistente, senza necessità di stipulare un nuovo contratto di locazione con l’inquilino.Entro quanto tempo va comunicata la nuova opzione per la cedolare secca?La comunicazione andrebbe fatta tempestivamente rispetto al subentro nella posizione di locatore, secondo le indicazioni fornite dalla prassi dell’Agenzia delle Entrate: ritardi eccessivi possono compromettere il riconoscimento del regime agevolato per il periodo interessato.La regola vale anche per gli immobili commerciali in cedolare secca?Sì, il principio della personalità dell’opzione riguarda ogni immobile per cui è ammessa la cedolare secca, compresi i locali commerciali rientranti nella specifica disciplina agevolata.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti. Settembre 10, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2024/11/cedolare-secca.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-10 11:00:002026-09-07 08:03:49Cedolare Secca ed Eredità: l’Erede Subentra o Deve Fare una Nuova Opzione?
NOTIZIEItaliani all’estero, dove vanno? La top 5 delle mete più gettonate secondo l’AIREOgni anno decine di migliaia di italiani decidono di lasciare il Paese per lavoro, studio o per cercare una qualità della vita diversa. Secondo i dati della Fondazione Migrantes, elaborati sulle rilevazioni ISTAT-AIRE, il fenomeno degli italiani all’estero non si è mai fermato: negli ultimi anni ha anzi toccato numeri record, soprattutto tra i giovani. Ma dove vanno davvero gli italiani che scelgono di emigrare? Vediamo la top 5 delle mete più gettonate e cosa comporta, in pratica, l’iscrizione all’AIRE, l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero.Indice dei contenutiPerché sempre più italiani lasciano il Paese: i numeri AIRELa top 5 delle mete più gettonate dagli italiani all’esteroIscrizione AIRE: cos’è e chi è obbligato a farlaResidenza fiscale: cosa cambia quando ci si trasferisce all’esteroTasse e pensione per chi si trasferisce all’esteroDomande frequenti su italiani all’estero e AIREPerché sempre più italiani lasciano il Paese: i numeri AIRESecondo l’ultimo Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes, al 1° gennaio 2025 gli iscritti all’AIRE hanno superato quota 6,4 milioni, di cui oltre la metà residenti in Europa. Il 2024 è stato definito un anno record per le partenze: oltre 155.000 italiani hanno lasciato il Paese, e più di 123.000 si sono iscritti all’AIRE indicando come motivazione proprio l’emigrazione, con una crescita marcata rispetto all’anno precedente. Il dato più interessante riguarda i giovani tra i 18 e i 34 anni, la fascia d’età che ha fatto registrare l’aumento più consistente.Le ragioni di questo fenomeno sono diverse e spesso si sommano tra loro. C’è chi parte per un contratto di lavoro più stabile o meglio retribuito, chi insegue un percorso di studio o specializzazione, chi semplicemente cerca un equilibrio tra vita privata e lavoro difficile da trovare in Italia. Non stupisce quindi che il fenomeno degli italiani all’estero continui a crescere, alimentando una comunità sempre più numerosa e diffusa in tutto il mondo. La top 5 delle mete più gettonate dagli italiani all’esteroGuardando alle iscrizioni all’AIRE per espatrio registrate nel ventennio 2006-2024, la classifica delle mete più scelte dagli italiani all’estero resta saldamente europea. Ecco la top 5 delle destinazioni secondo i dati della Fondazione Migrantes.Regno Unito – circa 289.000 partenze dal 2006 a oggi, la meta più scelta dell’intero ventennioGermania – circa 248.000 partenze, seconda destinazione del ventennio e prima meta nel solo 2024, quando ha superato il Regno UnitoSvizzera – circa 166.000 partenze, meta privilegiata soprattutto per chi parte dal Nord ItaliaFrancia – circa 162.000 partenze, favorita dalla vicinanza geografica e culturaleSpagna – circa 106.000 partenze, in crescita per qualità della vita e climaIl Regno Unito continua ad attrarre soprattutto giovani professionisti, complice la conoscenza diffusa della lingua inglese e un mercato del lavoro dinamico nei settori finanziario e dei servizi, nonostante la Brexit abbia reso più complesse le procedure di ingresso e soggiorno. La Germania resta invece una meta storica per chi cerca stabilità occupazionale: l’economia tedesca ha una forte domanda di manodopera qualificata, dagli ingegneri ai tecnici specializzati, e può contare su una comunità italiana radicata da decenni.La Svizzera attira soprattutto per gli stipendi più elevati rispetto all’Italia e per la vicinanza geografica, che permette anche formule di lavoro frontaliero per chi risiede nelle regioni di confine. La Francia beneficia di legami storici, familiari e linguistici molto forti, oltre a un mercato del lavoro diversificato. Infine la Spagna conquista sempre più italiani grazie a un costo della vita generalmente più basso, un clima favorevole e un’affinità culturale che rende il trasferimento meno traumatico rispetto ad altre destinazioni. Iscrizione AIRE: cos’è e chi è obbligato a farlaL’AIRE, Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero, è il registro nel quale devono iscriversi tutti i cittadini italiani che trasferiscono la propria residenza fuori dall’Italia per un periodo superiore a dodici mesi. Non si tratta di una facoltà, ma di un vero e proprio obbligo di legge, previsto dalla Legge 470/1988: chi si trasferisce deve presentare la dichiarazione di trasferimento della residenza entro 90 giorni dall’arrivo nel Paese di destinazione, rivolgendosi all’Ufficio consolare italiano competente per territorio.L’iscrizione comporta la contestuale cancellazione dall’anagrafe della popolazione residente del Comune italiano di provenienza. Chi non adempie a questo obbligo rischia sanzioni amministrative e, soprattutto, complicazioni pratiche molto concrete: dalla difficoltà di dimostrare la residenza effettiva all’estero, alla gestione di pratiche fiscali, sanitarie e previdenziali che restano ancorate, formalmente, alla situazione italiana. È bene sapere, però, che l’iscrizione all’AIRE da sola non basta a determinare automaticamente la residenza fiscale estera: è una condizione necessaria, ma non sufficiente, come vedremo nel paragrafo seguente. Residenza fiscale: cosa cambia quando ci si trasferisce all’esteroUno degli aspetti che genera più confusione tra chi decide di trasferirsi riguarda la residenza fiscale. L’articolo 2 del TUIR (il Testo Unico delle Imposte sui Redditi), aggiornato dalla riforma fiscale entrata in vigore dal 2024, stabilisce che è considerato residente fiscale in Italia chi, per la maggior parte del periodo d’imposta (in pratica almeno 183 giorni l’anno, anche non continuativi), ha nel nostro Paese la residenza ai sensi del codice civile (la dimora abituale), il domicilio – inteso, dopo la riforma, come il luogo delle relazioni personali e familiari prevalenti – oppure semplicemente la presenza fisica; l’iscrizione anagrafica nella popolazione residente opera invece come presunzione, superabile con prova contraria.Con la riforma, l’iscrizione anagrafica in Italia non è più una presunzione assoluta: chi risulta ancora iscritto nei registri della popolazione residente per un errore formale può comunque dimostrare, con prove concrete, di aver effettivamente trasferito la propria vita all’estero. Resta però fondamentale, per chi si trasferisce, allineare correttamente iscrizione AIRE e situazione fiscale reale: vivere stabilmente all’estero senza aggiornare la propria posizione anagrafica e fiscale in Italia può generare contestazioni da parte dell’Amministrazione finanziaria, con richieste di imposte su redditi che si riteneva di aver già tassato altrove. Tasse e pensione per chi si trasferisce all’esteroChi diventa residente fiscale all’estero, in linea generale, paga le imposte sui redditi prodotti nel Paese di destinazione secondo le sue regole, e non è più tenuto a presentare la dichiarazione dei redditi in Italia per i redditi esteri, salvo eccezioni legate a redditi che restano di fonte italiana (ad esempio immobili o pensioni erogate da enti italiani). Per evitare che uno stesso reddito venga tassato due volte, l’Italia ha sottoscritto con numerosi Paesi delle convenzioni contro le doppie imposizioni, accordi bilaterali che stabiliscono quale Stato ha il diritto di tassare un determinato reddito e con quali eventuali crediti d’imposta a compensazione.Sul fronte previdenziale, trasferirsi all’estero non significa perdere i contributi versati in Italia. I contributi INPS restano acquisiti e, in molti casi, possono essere sommati a quelli versati nel nuovo Paese grazie ai meccanismi di totalizzazione previsti dai regolamenti dell’Unione Europea o dalle convenzioni bilaterali di sicurezza sociale stipulate dall’Italia con Paesi extra-UE. Questo significa che, al momento della pensione, è possibile mettere insieme i periodi contributivi maturati nei diversi Paesi in cui si è lavorato, per raggiungere i requisiti richiesti. Chi ha già maturato una pensione italiana, inoltre, continua a percepirla anche vivendo stabilmente all’estero, pur con alcune differenze procedurali legate ai controlli periodici e alle modalità di pagamento. Domande frequenti su italiani all’estero e AIREDevo iscrivermi all’AIRE se vado a vivere all’estero?Sì. Se il trasferimento della residenza all’estero supera i dodici mesi, l’iscrizione all’AIRE è obbligatoria per legge e va effettuata entro 90 giorni dall’arrivo nel Paese di destinazione, presso l’Ufficio consolare competente.Cosa succede se non mi iscrivo all’AIRE?Oltre alle sanzioni amministrative previste dalla normativa, la mancata iscrizione può creare difficoltà nel dimostrare l’effettivo trasferimento della residenza, con possibili ripercussioni sulla posizione fiscale e sull’accesso ad alcuni servizi consolari.Perdo la pensione italiana se mi trasferisco all’estero?No, la pensione già maturata continua a essere erogata anche a chi risiede stabilmente all’estero. I contributi versati in Italia restano validi e possono essere sommati a quelli maturati in altri Paesi grazie ai meccanismi di totalizzazione.L’iscrizione all’AIRE basta a farmi diventare residente fiscale all’estero?No. L’iscrizione AIRE è una condizione necessaria ma non sufficiente: la residenza fiscale dipende anche dal domicilio, dalla presenza fisica e dal centro degli interessi personali e familiari, secondo i criteri dell’articolo 2 del TUIR.Quali sono le mete preferite dagli italiani che emigrano?Secondo i dati della Fondazione Migrantes, la top 5 delle destinazioni più scelte da chi è espatriato dal 2006 a oggi è composta da Regno Unito, Germania, Svizzera, Francia e Spagna. Diverso è il quadro delle comunità italiane già residenti all’estero, dove i primi Paesi per iscritti AIRE complessivi restano Argentina, Germania e Svizzera.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.Settembre 10, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-10 10:00:002026-09-06 10:52:30Italiani all’estero, dove vanno? La top 5 delle mete più gettonate secondo l’AIRE
NOTIZIEContratto affitto non registrato: le spese di casa sono detraibili?Molti inquilini firmano un contratto di locazione senza preoccuparsi di registrarlo in Agenzia delle Entrate, magari per risparmiare sull’imposta di registro o perché il proprietario preferisce così. Ma un contratto affitto non registrato non è solo un problema tra le parti: ha conseguenze dirette sulla possibilità di scaricare le spese di casa nella dichiarazione dei redditi. Se ti stai chiedendo se con un contratto affitto non registrato spese detraibili possano comunque essere portate in detrazione, la risposta breve è no: senza registrazione, la maggior parte delle agevolazioni fiscali legate all’affitto restano precluse.In questo articolo vediamo perché la registrazione è un passaggio obbligatorio, quali detrazioni si perdono con un contratto affitto non registrato, cosa succede al bonus ristrutturazioni per chi vive in affitto e come è possibile sanare la posizione con la registrazione tardiva.Indice dei contenutiPerché la registrazione del contratto di affitto è obbligatoriaContratto affitto non registrato: quali spese non sono detraibiliBonus ristrutturazione e altre agevolazioni: cosa succede senza registrazioneSi può sanare la situazione? Registrazione tardiva e ravvedimento operosoDomande frequenti sul contratto affitto non registratoPerché la registrazione del contratto di affitto è obbligatoriaLa legge italiana è molto chiara su questo punto. L’articolo 1, comma 346, della Legge 311/2004 stabilisce che i contratti di locazione non registrati sono nulli. In pratica, un contratto di affitto stipulato ma mai portato in Agenzia delle Entrate non produce effetti giuridici pieni: è come se, dal punto di vista fiscale e legale, non fosse mai esistito in forma valida.La registrazione del contratto di locazione non è quindi un adempimento facoltativo o burocratico di secondo piano: è la condizione che rende il contratto opponibile a terzi, compreso il Fisco. Questo significa che tutte le agevolazioni fiscali collegate all’affitto di un immobile, dalle detrazioni per l’inquilino ai bonus edilizi, presuppongono un contratto regolarmente registrato.Va inoltre ricordato che l’obbligo di registrazione riguarda sia i contratti a canone libero sia quelli a canone concordato: l’unica eccezione è rappresentata dai contratti di durata non superiore a 30 giorni complessivi nell’anno con lo stesso conduttore, per i quali la registrazione è dovuta soltanto in caso d’uso. Anche i contratti transitori, ad esempio quelli stipulati per motivi di lavoro o di studio, devono essere registrati entro i termini previsti per non incorrere in problemi successivi. Contratto affitto non registrato: quali spese non sono detraibiliIl primo effetto pratico di un contratto affitto non registrato riguarda la detrazione del canone di locazione, disciplinata dall’articolo 16 del TUIR (il Testo Unico delle Imposte sui Redditi). Questa norma prevede una serie di detrazioni IRPEF a favore degli inquilini, cui si affianca la detrazione per i canoni degli studenti universitari fuori sede prevista dall’articolo 15, comma 1, lettera i-sexies del TUIR: tutte queste agevolazioni richiedono come presupposto un contratto di locazione valido e registrato.Senza registrazione, restano quindi precluse diverse categorie di detrazione per l’affitto, tra cui:la detrazione per i contratti a canone concordato, riservata agli inquilini che affittano l’abitazione principale con questa tipologia di contratto;la detrazione per i giovani di età compresa tra i 20 e i 31 anni non compiuti che stipulano un contratto per l’abitazione principale, diversa da quella dei genitori;la detrazione per i lavoratori dipendenti che si sono trasferiti per motivi di lavoro (i cosiddetti lavoratori fuori sede);la detrazione per gli studenti universitari fuori sede (articolo 15, comma 1, lettera i-sexies del TUIR), molto richiesta dalle famiglie con figli che studiano lontano da casa.Su quest’ultimo punto, se in famiglia avete uno studente fuori sede, può essere utile approfondire come funziona la detrazione affitto studenti fuori sede nel 730/2026 e come cambiano le regole con il nuovo bonus affitto studenti fuori sede: anche in questi casi, senza un contratto registrato, la detrazione non spetta. Se invece devi già capire dove inserire questi importi in dichiarazione, la guida su come compilare i righi E71 e E72 del 730/2026 spiega passo passo la compilazione, ma resta valida solo se il contratto alla base è regolare.In sostanza, con un contratto affitto non registrato spese detraibili legate al canone non possono essere indicate nella dichiarazione dei redditi. Chi lo facesse comunque rischierebbe una contestazione da parte dell’Agenzia delle Entrate, con recupero della detrazione indebitamente fruita e applicazione di sanzioni. Bonus ristrutturazione e altre agevolazioni: cosa succede senza registrazioneIl problema non riguarda solo la detrazione del canone. Anche chi vive in affitto e sostiene spese per lavori di ristrutturazione sull’immobile può, in linea generale, beneficiare delle detrazioni edilizie, ma solo se possiede un titolo idoneo sull’immobile: cioè un contratto di locazione o di comodato regolarmente registrato.Questo significa che, con un contratto affitto non registrato, l’inquilino che paga di tasca propria interventi di ristrutturazione, manutenzione straordinaria o riqualificazione energetica rischia di non poter accedere ai bonus edilizi, proprio perché manca il presupposto formale richiesto dalla normativa fiscale: un contratto opponibile e riconosciuto dal Fisco.La questione si estende, più in generale, a tutte le situazioni in cui la detrazione o la deduzione è collegata alla disponibilità dell’immobile in qualità di detentore (e non di proprietario). Ogni volta che la normativa richiede la prova del titolo di detenzione, un contratto non registrato non è considerato una prova valida. Per questo motivo, prima di sostenere spese importanti su un immobile in affitto, è sempre consigliabile verificare la propria posizione con un professionista, così da evitare di scoprire solo in dichiarazione dei redditi di aver perso il diritto all’agevolazione. Si può sanare la situazione? Registrazione tardiva e ravvedimento operosoLa buona notizia è che un contratto affitto non registrato non è una situazione irreversibile. È infatti possibile procedere con la registrazione tardiva del contratto, versando l’imposta di registro dovuta e le sanzioni previste, ridotte grazie al ravvedimento operoso se la regolarizzazione avviene spontaneamente, prima di controlli da parte dell’Agenzia delle Entrate.Una volta registrato il contratto, il rapporto di locazione acquista piena validità e da quel momento si aprono, in linea di principio, le condizioni per accedere alle detrazioni future collegate all’affitto. Il trattamento delle annualità pregresse, cioè se e in che misura sia possibile recuperare le detrazioni relative agli anni in cui il contratto non era ancora registrato, dipende dalle circostanze specifiche del singolo caso: è quindi opportuno verificare con il proprio CAF o commercialista come gestire correttamente la propria situazione, anche in relazione ai termini per la dichiarazione integrativa.È importante sapere, inoltre, che l’obbligo di registrazione non riguarda solo l’inquilino: anche il proprietario che affitta un immobile senza registrare il contratto va incontro a conseguenze fiscali, comprese sanzioni per omessa registrazione e per l’eventuale mancata dichiarazione dei canoni percepiti. In molti casi, quindi, la regolarizzazione conviene a entrambe le parti del rapporto di locazione. Domande frequenti sul contratto affitto non registratoUn contratto affitto non registrato è valido tra le parti?No. Secondo l’articolo 1, comma 346, della Legge 311/2004, i contratti di locazione non registrati sono nulli, quindi privi di effetti giuridici pieni sia tra le parti sia nei confronti del Fisco.Con un contratto affitto non registrato spese detraibili come il canone possono comunque essere indicate in dichiarazione?No, la detrazione del canone di locazione prevista dall’articolo 16 del TUIR richiede sempre un contratto regolarmente registrato: senza registrazione la detrazione non spetta.Gli studenti fuori sede perdono la detrazione se il contratto non è registrato?Sì. Anche la detrazione per gli studenti universitari fuori sede, prevista dall’articolo 15, comma 1, lettera i-sexies del TUIR, presuppone un contratto di locazione registrato, altrimenti l’agevolazione non può essere richiesta.Si può ancora rimediare a un contratto non registrato?Sì, tramite la registrazione tardiva del contratto, con versamento dell’imposta di registro e delle sanzioni ridotte grazie al ravvedimento operoso, quando la regolarizzazione avviene spontaneamente.Solo l’inquilino subisce conseguenze per il contratto non registrato?No. Anche il proprietario che non registra il contratto è soggetto a sanzioni e rischia contestazioni sui canoni percepiti e non dichiarati.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti. Settembre 9, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2020/12/registrazione-contratto-di-locazione-caf-centro-fiscale-udine.jpg 500 800 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-09 19:00:002026-09-06 10:38:59Contratto affitto non registrato: le spese di casa sono detraibili?