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NOTIZIE

Ritenuta d’Acconto Corte Costituzionale 2025: l’Elenco Sostitutivo del 770 all’Agenzia delle Entrate

Modello 770 e certificazione unica

L’Agenzia delle Entrate ha pubblicato il 10 settembre 2026 il provvedimento Prot. 249042/2026, che disciplina la trasmissione dell’elenco dei percipienti di somme e valori soggetti a ritenuta d’acconto corrisposti nel periodo d’imposta 2025 dall’Amministrazione della Corte Costituzionale. Si tratta di una misura tecnica che riguarda un solo soggetto, la Corte Costituzionale appunto, ma che vale la pena spiegare bene perché genera spesso confusione tra CU e modello 770. Chiariamo subito un punto: la Certificazione Unica non cambia affatto, mentre l’unica novità riguarda la dichiarazione annuale dei sostituti d’imposta.

Indice dei contenuti

  1. Corte Costituzionale sostituto d’imposta: cosa significa
  2. La Certificazione Unica resta invariata: è lei ad alimentare la precompilata
  3. La vera novità: l’elenco che sostituisce il modello 770
  4. Perché la differenza tra CU e 770 conta per i cittadini
  5. Domande frequenti sulla ritenuta d’acconto Corte Costituzionale

Corte Costituzionale sostituto d’imposta: cosa significa

La Corte Costituzionale, come qualsiasi datore di lavoro, ente pubblico o soggetto che eroga compensi soggetti a ritenuta, agisce come sostituto d’imposta a tutti gli effetti di legge. Questo significa che, quando paga somme a consulenti, collaboratori o altri percipienti, trattiene una parte dell’importo a titolo di ritenuta d’acconto e la versa allo Stato per conto del beneficiario, secondo il meccanismo previsto dall’articolo 29, comma 3, del DPR 600/1973. In pratica, il percipiente riceve già l’importo al netto delle imposte dovute, mentre la Corte Costituzionale si occupa di comunicare all’Agenzia delle Entrate i dati di ogni pagamento effettuato.

Questo meccanismo non è diverso da quello applicato da un’azienda privata o da una pubblica amministrazione qualsiasi: cambia soltanto la modalità con cui l’ente comunica i dati alla fine dell’anno, come vedremo tra poco.

La Certificazione Unica resta invariata: è lei ad alimentare la precompilata

È importante sottolineare che il provvedimento del 10 settembre 2026 non tocca in alcun modo la Certificazione Unica. La Corte Costituzionale, come ogni altro sostituto d’imposta, continua a rilasciare e trasmettere la CU con le scadenze ordinarie valide per tutti: il 16 marzo 2026 per la generalità dei redditi, oppure il 30 aprile 2026 per i redditi di lavoro autonomo abituale e le provvigioni.

È proprio la Certificazione Unica, e non l’elenco oggetto di questo provvedimento, a confluire nella dichiarazione precompilata messa a disposizione dei contribuenti dall’Agenzia delle Entrate. Chi ha percepito compensi dalla Corte Costituzionale nel 2025 troverà quindi questi redditi già indicati nella propria precompilata sulla base della CU ricevuta, esattamente come accade con qualsiasi altro sostituto d’imposta italiano.

La vera novità: l’elenco che sostituisce il modello 770

L’unica particolarità introdotta dal provvedimento riguarda il modello 770, cioè la dichiarazione annuale che i sostituti d’imposta devono normalmente presentare per riepilogare tutte le ritenute operate durante l’anno. Per la sola Amministrazione della Corte Costituzionale, questa dichiarazione non viene presentata nella forma ordinaria del modello 770, ma sostituita da un apposito elenco dei percipienti, trasmesso telematicamente con le stesse specifiche tecniche previste per il modello 770/2026, comprensive dei prospetti ST, SV, SX e SY.

Questa modalità sostitutiva trova la sua base normativa nell’articolo 4, comma 6-bis, del DPR 322/1998, che consente a determinati organi di adottare procedure di comunicazione semplificate rispetto agli adempimenti dichiarativi standard. Il termine per la trasmissione dell’elenco è fissato al 31 ottobre 2026: una data che, cadendo di sabato, slitta al primo giorno lavorativo successivo, cioè lunedì 2 novembre 2026, secondo le regole ordinarie di proroga degli adempimenti fiscali.

Perché la differenza tra CU e 770 conta per i cittadini

Per chi non lavora quotidianamente con la fiscalità, la distinzione tra CU e modello 770 può sembrare un dettaglio tecnico irrilevante. In realtà capire questa differenza aiuta a evitare confusione: la CU è il documento che riguarda direttamente il singolo percipiente e che serve per la dichiarazione dei redditi, mentre il 770 è una dichiarazione riepilogativa che il sostituto d’imposta presenta all’Agenzia delle Entrate, senza alcun impatto diretto sulla posizione fiscale personale del contribuente.

Chi ha ricevuto compensi dalla Corte Costituzionale nel 2025, quindi, non deve preoccuparsi di questo provvedimento: la propria situazione fiscale dipende esclusivamente dalla Certificazione Unica ricevuta, non dall’elenco che sostituisce il modello 770. Va inoltre ricordato che, negli ultimi tempi, anche altri organi costituzionali hanno adottato modalità di comunicazione analoghe verso l’Agenzia delle Entrate, nell’ambito della semplificazione degli adempimenti fiscali riservati a queste particolari amministrazioni.

Chi gestisce anche una propria attività con partita IVA e vuole tenersi aggiornato sugli obblighi di comunicazione verso l’Agenzia delle Entrate può approfondire anche il tema della fattura elettronica semplificata 2026, altra novità che semplifica gli adempimenti per i contribuenti.

Domande frequenti sulla ritenuta d’acconto Corte Costituzionale

Il provvedimento del 10 settembre 2026 modifica la Certificazione Unica?

No. La CU resta invariata e viene trasmessa con le scadenze ordinarie del 16 marzo 2026, o del 30 aprile 2026 per i redditi di lavoro autonomo abituale e le provvigioni. Il provvedimento riguarda esclusivamente la sostituzione del modello 770.

Cosa cambia realmente per la Corte Costituzionale come sostituto d’imposta?

Cambia soltanto la modalità di presentazione della dichiarazione annuale dei sostituti d’imposta: al posto del modello 770, la Corte Costituzionale trasmette un elenco dei percipienti con le stesse specifiche tecniche, entro il 31 ottobre 2026.

Qual è la base normativa di questa modalità sostitutiva?

L’articolo 4, comma 6-bis, del DPR 322/1998, che consente questa procedura semplificata in luogo della presentazione ordinaria del modello 770.

Questo provvedimento alimenta la dichiarazione precompilata?

No. È la Certificazione Unica, trasmessa con le scadenze ordinarie, ad alimentare la precompilata. L’elenco sostitutivo del 770 non ha alcun impatto su questo processo.

Chi ha ricevuto compensi dalla Corte Costituzionale nel 2025 deve fare qualcosa di diverso?

No, la posizione fiscale del percipiente dipende dalla Certificazione Unica ricevuta, esattamente come per qualsiasi altro sostituto d’imposta. Il provvedimento riguarda solo gli adempimenti interni della Corte Costituzionale verso l’Agenzia delle Entrate.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

Settembre 12, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale
https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2024/12/Cu-e-770.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-12 09:00:002026-09-11 16:34:55Ritenuta d’Acconto Corte Costituzionale 2025: l’Elenco Sostitutivo del 770 all’Agenzia delle Entrate
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Forfettario Turismo Friuli 2026: B&B, Agriturismo e Baite in Carnia

Notizie fiscali CAF Centro Fiscale

Forfettario Turismo Friuli 2026: Guida per B&B, Agriturismi e Vacanze in Baita in Carnia

Il Friuli Venezia Giulia è una destinazione turistica in crescita: dalle spiagge di Lignano e Grado alla montagna di Carnia e Tarvisiano, passando per i borghi del Collio e del Carso. Se stai pensando di avviare un B&B, un agriturismo o di mettere a reddito una baita in Carnia, il regime forfettario 2026 può essere la soluzione fiscale ideale — ma solo se sei nella categoria giusta. In questa guida spieghiamo chi può adottare il forfettario per le strutture ricettive in FVG, quali codici ATECO usare e come gestire adempimenti specifici come la SCIA e l’imposta di soggiorno.

Indice dei contenuti

  1. B&B in Friuli: Imprenditoriale vs Non Imprenditoriale — La Differenza che Cambia Tutto
  2. Codici ATECO per Strutture Ricettive FVG e Coefficienti Forfettario
  3. Agriturismo FVG e Forfettario: Un Caso Speciale
  4. Baite e Case Vacanza in Carnia: Come Funziona il Forfettario
  5. SCIA e Comunicazioni Obbligatorie per Strutture Ricettive FVG
  6. Imposta di Soggiorno e Forfettario: Come Gestirla
  7. Contratti di Locazione Breve e Piattaforme Online (Airbnb, Booking)
  8. Domande Frequenti sul Forfettario per Turismo in FVG
  9. Contatta il CAF Centro Fiscale per Aprire la Tua Struttura Ricettiva in FVG

B&B in Friuli: Imprenditoriale vs Non Imprenditoriale — La Differenza che Cambia Tutto

In Friuli Venezia Giulia, la disciplina del B&B è regolata dalla LR FVG 16/2015 (Testo Unico del Turismo). La distinzione fondamentale è tra B&B non imprenditoriale e B&B imprenditoriale:

CaratteristicaB&B non imprenditorialeB&B imprenditoriale
Camere max3 camere, max 6 posti lettoIllimitate (con limiti edilizi)
Presenza del titolareObbligatoria nell’abitazioneNon obbligatoria
PastiSolo colazioneColazione + ristorazione
AperturaNon continuativa (≤270 gg/anno)Anche continuativa
Regime fiscaleRedditi diversi (o impresa se supera soglie)Partita IVA obbligatoria
Forfettario possibile?Non di solito (redditi diversi)SÌ, con partita IVA

Il regime forfettario si applica ai B&B con partita IVA (imprenditoriali) o ai gestori di affittacamere che hanno avviato un’attività d’impresa. Il B&B non imprenditoriale con 1-3 camere gestito in forma occasionale dal proprietario produce «redditi diversi» tassati IRPEF ordinaria, non è soggetto a IVA e non usa il forfettario.

Codici ATECO per Strutture Ricettive FVG e Coefficienti Forfettario

StrutturaCodice ATECOCoefficienteSoglia ricavi
Alberghi, hotel55.10.0040%85.000 €
B&B imprenditoriale55.20.5140%85.000 €
Affittacamere, case vacanza55.20.1040%85.000 €
Campeggi, villaggi turistici55.30.0040%85.000 €
Ostelli55.90.2040%85.000 €
Ristorazione (ristorante, trattoria)56.10.1140%85.000 €
Bar e caffè56.30.0040%85.000 €

Il coefficiente di redditività del 67% per alloggio e ristorazione significa che l’imposta sostitutiva del 15% (o 5% per i primi 5 anni di nuova attività) si applica solo al 40% dei ricavi. Su 60.000 euro di fatturato, il reddito imponibile è di 40.200 euro, con imposta sostitutiva di 6.030 euro.

Agriturismo FVG e Forfettario: Un Caso Speciale

L’agriturismo in FVG è disciplinato dalla L. 96/2006 (nazionale) e dalla LR FVG 25/1996. La particolarità dell’agriturismo è che l’attività è «connessa» all’agricoltura: deve essere svolta dall’imprenditore agricolo, con prodotti prevalentemente aziendali.

L’agriturismo puro non usa il forfettario: applica il regime IVA agricolo speciale (art. 34 bis DPR 633/72) con percentuale di compensazione forfettaria sull’IVA. Tuttavia, se l’imprenditore agricolo/agriturismo supera i limiti delle attività connesse e sviluppa un’attività commerciale autonoma (es. bar aperto al pubblico, ristorante con clientela esterna prevalente), quella parte può essere assoggettata a regime ordinario o forfettario.

Caso pratico — Malga in Carnia: Una malga che accoglie turisti per pasti tipici e pernottamento agro-montani, con prevalenza di prodotti propri (latte, formaggi, carne), rientra nell’agriturismo regolato dalla LR FVG 25/1996. Se i ricavi dall’attività agrituristica superano quelli agricoli (verifica annuale), potrebbe scattare l’obbligo di gestione separata. La consulenza del CAF è fondamentale per questi casi.

Baite e Case Vacanza in Carnia: Come Funziona il Forfettario

La locazione turistica di baite in Carnia, Tarvisiano, Collio o Carso può avvenire in due forme:

  • Locazione breve occasionale (D.L. 50/2017): fino a 4 unità immobiliari affittate con contratti brevi (≤30 giorni), il proprietario paga cedolare secca al 21% (prima unità) o 26% (dalla seconda). Nessuna partita IVA, nessun forfettario
  • Attività imprenditoriale di locazione turistica: chi affitta 5+ unità o lo fa in modo sistematico e organizzato è considerato imprenditore. Deve aprire partita IVA e può usare il regime forfettario con ATECO 55.20.10 (affittacamere, case vacanza)

La distinzione tra locazione breve e attività imprenditoriale non dipende solo dal numero di immobili ma dal complesso delle circostanze: servizi aggiuntivi offerti (pulizie, biancheria, check-in personalizzato), pubblicità sistematica, organizzazione strutturata, stagionalità. Le Entrate hanno emesso diverse circolari sul punto.

SCIA e Comunicazioni Obbligatorie per Strutture Ricettive FVG

Aprire una struttura ricettiva in FVG richiede adempimenti amministrativi specifici oltre a quelli fiscali:

  • SCIA al SUAP comunale: Segnalazione Certificata di Inizio Attività da presentare al comune prima dell’avvio dell’attività ricettiva. Richiede requisiti edilizi, igienico-sanitari e di sicurezza
  • Iscrizione al Registro delle Imprese (se attività imprenditoriale): presso la Camera di Commercio di Udine-Pordenone o Trieste-Gorizia
  • Comunicazione presenze alle Forze dell’Ordine: per ogni ospite, entro 24 ore dall’arrivo (o entro 6 ore per comuni di confine), tramite il portale Alloggiati Web della Polizia di Stato
  • Comunicazione ISTAT turismo: flussi mensili di arrivi/presenze al Servizio Statistica della Regione FVG (sistema regionale integrato)
  • Imposta di soggiorno: se il comune dove operi l’ha istituita, devi riscuoterla dai turisti e versarla periodicamente al comune (vedi articolo dedicato)

Imposta di Soggiorno e Forfettario: Come Gestirla

L’imposta di soggiorno è riscossa dalla struttura ricettiva per conto del Comune, ma non è un ricavo della struttura: è denaro del Comune che transita attraverso il gestore. Nel regime forfettario, l’imposta di soggiorno non concorre ai ricavi e non va inclusa nella soglia degli 85.000 euro (confermato da prassi Agenzia delle Entrate). Va però versata regolarmente al Comune nei termini stabiliti dalla delibera comunale, tenendo una contabilità separata dei flussi.

Contratti di Locazione Breve e Piattaforme Online (Airbnb, Booking)

Chi usa piattaforme come Airbnb o Booking.com per affittare la propria struttura in FVG deve tenere conto di:

  • Ritenuta d’acconto del 21%: le piattaforme che riscuotono il canone applicano una ritenuta d’acconto se il gestore è in regime di cedolare secca. Per i forfettari con partita IVA attiva, le piattaforme non dovrebbero applicare ritenuta (il forfettario non è soggetto a ritenuta d’acconto)
  • CIN (Codice Identificativo Nazionale): dal 2024 ogni struttura ricettiva italiana deve avere il CIN, da esporre fisicamente e comunicare alle piattaforme online. Senza CIN si rischiano sanzioni pesanti
  • Fattura al cliente straniero: anche in forfettario, puoi emettere fattura a clienti stranieri in formato elettronico o cartaceo. Non esponi IVA (regime forfettario), e la fattura cross-border non richiede esterometro

Domande Frequenti sul Forfettario per Turismo in FVG

Posso aprire un B&B a Grado o Lignano in regime forfettario?
Sì, se gestisci un B&B imprenditoriale (con partita IVA, SCIA e registrazione imprese), puoi adottare il forfettario con ATECO 55.20.51 e soglia 85.000 euro di ricavi annui. La stagionalità del turismo balneare FVG rende spesso i ricavi annui contenuti, perfetti per il forfettario.

Un gestore di rifugio alpino in Carnia può usare il forfettario?
I rifugi alpini sono strutture ricettive atipiche, spesso gestiti da associazioni (CAI) in convenzione. Se il gestore è una persona fisica con contratto di gestione e supera le soglie della locazione breve occasionale, può aprire partita IVA in forfettario con ATECO 55.90.20 (altri servizi di alloggio). La valutazione del caso specifico richiede consulenza.

La SCIA costa qualcosa?
La SCIA in sé è gratuita come adempimento burocratico, ma potrebbe richiedere il pagamento di diritti di segreteria comunali (variabili da comune a comune) e di eventuali consulenze tecniche per i requisiti edilizi/sanitari.

Se ho un B&B e un appartamento vacanza nello stesso comune, devo aprire due partite IVA?
No. Una sola partita IVA è sufficiente per tutte le attività ricettive dello stesso soggetto, anche se si tratta di strutture diverse. L’ATECO principale sarà quello prevalente per fatturato.

Contatta il CAF Centro Fiscale per Aprire la Tua Struttura Ricettiva in FVG

Il CAF Centro Fiscale di Udine ti accompagna in tutti i passaggi per avviare la tua struttura turistica in FVG con il regime fiscale corretto:

  • Valutazione se la tua attività è imprenditoriale o occasionale
  • Scelta del codice ATECO e apertura partita IVA in forfettario
  • Impostazione della contabilità per l’imposta di soggiorno
  • Assistenza SCIA e adempimenti comunali
  • Fatturazione elettronica per clienti italiani e stranieri

Anche se sei a Lignano, Grado, Tarvisio, Cividale o in Carnia: il CAF Centro Fiscale opera online per tutto il FVG.

  • Telefono: 0432 1638640
  • WhatsApp: 366 6018121
  • Online: pratiche.centrofiscale.com

Guida aggiornata a giugno 2026. Le normative regionali e comunali possono variare: verifica sempre con il CAF la tua situazione specifica prima di avviare l’attività.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

Settembre 12, 2026/0 Commenti/da Andrea Damiani
https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Andrea Damiani https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Andrea Damiani2026-09-12 09:00:002026-08-17 11:03:14Forfettario Turismo Friuli 2026: B&B, Agriturismo e Baite in Carnia
NOTIZIE

Legge 104, permessi doppi: cosa cambia se si assistono più familiari disabili

I permessi legge 104 doppi sono un tema che riguarda sempre più lavoratori italiani chiamati ad assistere non uno, ma più familiari con handicap grave. La normativa, contenuta nell’articolo 33 della Legge 104/1992, prevede in via ordinaria tre giorni di permesso retribuito al mese per chi assiste un familiare in condizione di disabilità grave. Ma cosa succede quando le persone da assistere sono due? È davvero possibile raddoppiare i permessi, arrivando fino a sei giorni al mese? La risposta non è scontata: servono condizioni precise, verificate caso per caso dall’INPS.

Indice dei contenuti

  1. Cos’è il raddoppio dei permessi legge 104
  2. Le condizioni per cumulare i permessi legge 104
  3. Il superamento del referente unico
  4. Come fare domanda e i controlli INPS

Cos’è il raddoppio dei permessi legge 104

L’articolo 33, comma 3, della Legge 104/1992 riconosce al lavoratore dipendente, pubblico o privato, il diritto a tre giorni di permesso mensile retribuito per assistere un familiare con handicap in situazione di gravità, così come definita dall’articolo 3, comma 3, della stessa legge. Si tratta di una condizione che deve essere accertata da un’apposita commissione medica, e non coincide automaticamente con il semplice riconoscimento di un’invalidità civile.

Quando un lavoratore si trova ad assistere due familiari entrambi in condizione di handicap grave, ad esempio un figlio e un genitore, la domanda più frequente riguarda proprio la possibilità di cumulare i permessi, ottenendo così fino a sei giorni al mese, tre per ciascuna persona assistita. Il raddoppio, però, non è un automatismo previsto genericamente dalla legge: dipende dalla effettiva necessità di prestare assistenza a entrambi i familiari, verificata dall’INPS attraverso l’istruttoria delle domande presentate.

Le condizioni per cumulare i permessi legge 104

Il tema del cumulo è stato oggetto di chiarimenti a partire dal D.Lgs. 119/2011, che ha modificato in parte la disciplina originaria dell’articolo 33. Il principio applicato dall’INPS è che il raddoppio dei permessi legge 104 può essere riconosciuto solo se il lavoratore dimostra di dover prestare assistenza a entrambi i familiari in momenti diversi, e non contemporaneamente nello stesso arco temporale. In altre parole, se l’assistenza a una persona può essere prestata insieme a quella dell’altra, senza che vi sia un’effettiva esigenza di presenza separata, l’INPS può respingere la richiesta di cumulo.

Tra i requisiti principali richiesti per accedere ai permessi legge 104 doppi figurano:

  • un legame familiare più stretto rispetto a quello richiesto per il permesso relativo a una sola persona: per assistere più persone con handicap grave deve trattarsi del coniuge, della parte di un’unione civile, del convivente di fatto oppure di un parente o affine entro il primo grado, estensibile al secondo grado soltanto se i genitori o il coniuge della persona con disabilità abbiano compiuto 65 anni, siano anch’essi affetti da patologie invalidanti oppure siano deceduti o mancanti (per il permesso riferito a una sola persona assistita, invece, il limite ordinario è il secondo grado, esteso al terzo alle stesse condizioni);
  • il riconoscimento di handicap in situazione di gravità ai sensi dell’articolo 3, comma 3, per ciascuno dei familiari assistiti;
  • l’assenza di ricovero a tempo pieno del familiare disabile, salvo le eccezioni previste dalla normativa per situazioni cliniche particolari;
  • la presentazione di due domande distinte all’INPS, una per ciascuna persona da assistere, corredate della relativa documentazione sanitaria.

È importante distinguere questa fattispecie dai permessi che il lavoratore disabile richiede per sé stesso: in questo caso i tre giorni mensili spettano al lavoratore in prima persona, in ragione della propria condizione di handicap grave, e seguono regole in parte diverse da quelle previste per chi assiste un familiare.

Il superamento del referente unico

Fino a qualche anno fa, la normativa individuava per ogni persona con handicap grave un solo referente unico, cioè un unico lavoratore titolare dei permessi per quella specifica assistenza, salvo eccezioni limitate previste per i genitori. Questo vincolo creava non poche difficoltà organizzative alle famiglie in cui più persone avrebbero potuto occuparsi, a turno, dello stesso familiare disabile.

Con il D.Lgs. 105/2022, attuativo della direttiva europea sull’equilibrio tra vita professionale e vita familiare, la figura del referente unico è stata superata. Da agosto 2022, infatti, più lavoratori possono essere contemporaneamente titolari dei permessi legge 104 per assistere lo stesso familiare con handicap grave, alternandosi nella cura secondo le proprie esigenze di lavoro e di vita familiare, fermo restando il limite complessivo di tre giorni mensili per ciascuna persona assistita, da ripartire tra gli aventi diritto. Questa modifica ha reso la disciplina dei permessi legge 104 doppi e del cumulo più flessibile, permettendo una migliore distribuzione del carico assistenziale tra i componenti della famiglia.

Come fare domanda e i controlli INPS

La richiesta dei permessi legge 104 va presentata in via telematica all’INPS dai lavoratori del settore privato, mentre i dipendenti pubblici la presentano alla propria amministrazione, allegando la documentazione che attesta sia il legame di parentela o affinità con la persona assistita, sia il verbale della commissione medica che riconosce la condizione di handicap in situazione di gravità. Quando si tratta di richiedere il cumulo per due familiari, occorre presentare due domande separate, una per ciascuna persona da assistere, indicando in ciascuna le motivazioni che giustificano la necessità di assistenza in tempi differenziati.

Una volta riconosciuti, i permessi possono essere fruiti a giorni interi oppure a ore, secondo le modalità previste dal contratto collettivo applicato al rapporto di lavoro. Questa frazionabilità consente al lavoratore di organizzare l’assistenza in modo più aderente alle reali necessità del familiare disabile, senza dover necessariamente assentarsi per l’intera giornata lavorativa.

Va infine ricordato che l’utilizzo dei permessi legge 104 è soggetto a controlli, sia da parte dell’INPS sia da parte del datore di lavoro. La giurisprudenza consolidata richiede che il permesso venga impiegato per finalità effettivamente connesse all’assistenza del familiare disabile: un uso improprio, cioè non riconducibile a un nesso causale con la cura della persona assistita, può configurare un abuso del diritto. Le conseguenze, nei casi più gravi accertati dai tribunali del lavoro, possono arrivare fino al licenziamento per giusta causa, oltre a eventuali responsabilità di natura civile o penale.

La disciplina dei permessi legge 104 doppi resta quindi un equilibrio tra il diritto delle famiglie a organizzare l’assistenza a più familiari disabili e la necessità, da parte degli enti previdenziali, di verificare che il beneficio venga utilizzato in modo coerente con la sua finalità originaria: garantire cura e vicinanza a chi si trova in condizioni di fragilità.

Domande frequenti

Quanti giorni di permesso spettano se si assistono due familiari con handicap grave?

In linea di principio si può arrivare a sei giorni al mese, tre per ciascun familiare assistito, ma il raddoppio non è automatico: serve che si tratti del coniuge, della parte di un’unione civile, del convivente di fatto o di un parente o affine entro il primo grado (secondo grado solo se i genitori o il coniuge del disabile hanno compiuto 65 anni, sono affetti da patologie invalidanti, deceduti o mancanti) e che venga dimostrata l’effettiva necessità di prestare assistenza in momenti diversi a entrambe le persone.

È automatico il raddoppio dei permessi legge 104?

No. Il cumulo dei permessi legge 104 doppi viene valutato caso per caso dall’INPS, che verifica se il lavoratore deve realmente occuparsi dei due familiari in tempi differenziati e non contemporaneamente.

Cos’è cambiato con il D.Lgs. 105/2022 sul referente unico?

Prima del D.Lgs. 105/2022 un solo lavoratore poteva essere titolare dei permessi per assistere una determinata persona con handicap grave. Dal 2022 questo vincolo è stato eliminato: più familiari possono ora alternarsi nell’assistenza, condividendo i permessi legge 104 previsti.

I permessi legge 104 possono essere frazionati in ore?

Sì. In base al contratto collettivo applicato, i permessi possono essere fruiti a giorni interi oppure frazionati a ore, per adattarsi meglio alle esigenze di assistenza del familiare disabile.

Cosa rischia chi usa in modo improprio i permessi legge 104?

Un utilizzo dei permessi non collegato all’effettiva assistenza del familiare disabile può configurare un abuso del diritto. Le conseguenze possono includere provvedimenti disciplinari fino al licenziamento per giusta causa, oltre a eventuali responsabilità civili o penali.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

Settembre 11, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale
https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2021/02/caregiver-con-mascherina.jpg 470 780 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-11 13:00:002026-09-08 12:34:32Legge 104, permessi doppi: cosa cambia se si assistono più familiari disabili
NOTIZIE

Sanzioni INTRASTAT: la Cassazione esclude il cumulo giuridico, ma la decisione non convince

Notizie fiscali CAF Centro Fiscale

Indice dei contenuti

  1. La decisione della Cassazione sul cumulo giuridico Intrastat
  2. Perche la decisione sul cumulo giuridico Intrastat non convince
  3. Le conseguenze pratiche per le imprese con piu violazioni Intrastat

Le sanzioni Intrastat tornano al centro del dibattito tra fiscalisti dopo una recente ordinanza della Corte di Cassazione che ha escluso l’applicazione del cumulo giuridico alle violazioni relative alla presentazione degli elenchi riepilogativi. Il tema, tecnico solo in apparenza, riguarda migliaia di imprese che ogni anno gestiscono scambi intracomunitari di beni e servizi. La questione del cumulo giuridico Intrastat critica non è solo accademica: incide direttamente sull’entità delle sanzioni che un’azienda può trovarsi a pagare quando, per errore o disorganizzazione, non presenta o presenta in ritardo più elenchi consecutivi. Con l’ordinanza n. 15524/2026 la Cassazione ha accolto la tesi dell’Agenzia delle Entrate, affermando che la sanzione prevista dall’art. 11 comma 4 del D.Lgs. 471/1997 va applicata singolarmente per ciascun elenco violato, senza possibilità di ricorrere al meccanismo attenuativo dell’art. 12 del D.Lgs. 472/1997. Una parte della dottrina e degli operatori del settore, tuttavia, considera questa lettura eccessivamente rigida e potenzialmente in contrasto con i principi generali del sistema sanzionatorio tributario.

La decisione della Cassazione sul cumulo giuridico Intrastat

Il caso portato all’attenzione della Suprema Corte riguardava violazioni nella presentazione dei modelli Intra 2 relativi ad alcune annualità comprese tra il 2008 e il 2010. Il contribuente aveva chiesto l’applicazione del cumulo giuridico, l’istituto disciplinato dall’art. 12 del D.Lgs. 472/1997 che, in presenza di più violazioni della stessa indole commesse in tempi diversi, consente di applicare una sanzione unica maggiorata anziché sommare tutte le sanzioni singolarmente previste. La Cassazione, accogliendo il ricorso dell’Agenzia delle Entrate, ha ritenuto decisivo il dato letterale dell’art. 11 comma 4 D.Lgs. 471/1997: la norma prevede la sanzione “per ciascuno” degli elenchi interessati dalla violazione, formulazione che secondo i giudici imporrebbe l’applicazione autonoma della sanzione per ogni singolo elenco Intrastat omesso o tardivo, escludendo in radice il ricorso al cumulo giuridico delle sanzioni. Per una ricostruzione completa dei fatti di causa e del percorso argomentativo seguito dalla Corte, rimandiamo al nostro precedente approfondimento Intrastat omesso o tardivo: la Cassazione esclude il cumulo giuridico delle sanzioni, dedicato integralmente alla ricostruzione della vicenda giudiziaria.

Perché la decisione sul cumulo giuridico Intrastat non convince

Il punto critico sollevato da diversi commentatori riguarda proprio l’interpretazione letterale adottata dalla Cassazione. Secondo questa lettura alternativa, l’espressione “per ciascuno” contenuta nell’art. 11 comma 4 avrebbe la sola funzione di individuare la sanzione base da applicare a ogni elenco, cioè il parametro di calcolo, senza per questo derogare alla disciplina generale del concorso di violazioni tributarie prevista dall’art. 12. In altre parole, una cosa è stabilire come si quantifica la sanzione per il singolo elenco, un’altra è stabilire se, in presenza di più violazioni analoghe commesse in periodi diversi, si possa comunque applicare il meccanismo di favore del cumulo giuridico. Per i critici della pronuncia, la Cassazione avrebbe sovrapposto questi due piani, arrivando a una conclusione che finisce per svuotare di significato l’istituto del cumulo giuridico proprio nei casi in cui sarebbe più utile: le violazioni ripetute e sistematiche, non quelle isolate. Questa lettura, inoltre, si porrebbe in tensione con la ratio stessa dell’art. 12 del D.Lgs. 472/1997, pensato dal legislatore proprio per evitare che errori reiterati della stessa natura producano un effetto sanzionatorio moltiplicativo sproporzionato rispetto alla gravità reale della condotta.

Le conseguenze pratiche per le imprese con più violazioni Intrastat

Sul piano operativo, l’esclusione del cumulo giuridico per le sanzioni Intrastat produce effetti concreti tutt’altro che trascurabili. Immaginiamo un’azienda che, per un disguido interno o un cambio di consulente, ometta di presentare gli elenchi riepilogativi per più mesi consecutivi: con il cumulo giuridico la sanzione complessiva sarebbe stata calcolata partendo dalla violazione più grave, aumentata di una percentuale, con un tetto complessivo più contenuto. Senza questo meccanismo, invece, le sanzioni si sommano una a una, elenco per elenco, con un effetto moltiplicativo che può risultare particolarmente penalizzante per le imprese di piccole e medie dimensioni, spesso meno strutturate nella gestione degli adempimenti doganali e statistici legati agli scambi intracomunitari. Tra le conseguenze pratiche più rilevanti segnalate dagli operatori del settore vi sono:

  • l’aumento significativo dell’esposizione sanzionatoria per le imprese con più periodi di violazione consecutivi;
  • la disparità di trattamento rispetto ad altre fattispecie di concorso di violazioni tributarie dove il cumulo giuridico resta applicabile;
  • il rischio di sanzioni percepite come sproporzionate rispetto alla effettiva gravità dell’omissione, specie quando derivano da un unico errore organizzativo di fondo;
  • la necessità, per i contribuenti già sanzionati, di valutare con attenzione l’eventuale impugnazione degli atti alla luce di questo nuovo orientamento.

Proprio per questo, diversi commentatori auspicano un intervento chiarificatore, eventualmente delle Sezioni Unite, che possa ricomporre il contrasto interpretativo e restituire coerenza al sistema sanzionatorio in materia di sanzioni Intrastat.

La vicenda delle sanzioni Intrastat e del cumulo giuridico resta dunque aperta sul piano interpretativo. Se da un lato l’ordinanza n. 15524/2026 della Cassazione offre indicazioni operative immediate a favore dell’Agenzia delle Entrate, dall’altro le critiche sollevate da parte della dottrina lasciano intravedere la possibilità di futuri interventi chiarificatori, anche a livello di Sezioni Unite. Le imprese con più violazioni Intrastat pendenti dovranno nel frattempo monitorare l’evoluzione della giurisprudenza di merito e di legittimità su questo specifico profilo del concorso di violazioni tributarie.

Domande Frequenti sulle Sanzioni Intrastat e il Cumulo Giuridico

Cos’è il cumulo giuridico delle sanzioni tributarie?

Il cumulo giuridico è l’istituto previsto dall’art. 12 del D.Lgs. 472/1997 che, in presenza di più violazioni della stessa indole commesse in tempi diversi, consente di applicare una sanzione unica maggiorata invece di sommare aritmeticamente tutte le sanzioni singolarmente previste.

Quali sanzioni si applicano per gli elenchi Intrastat omessi o tardivi?

L’art. 11 comma 4 del D.Lgs. 471/1997 prevede una sanzione amministrativa per l’omessa o tardiva presentazione degli elenchi riepilogativi Intrastat, da applicare, secondo la recente ordinanza della Cassazione, singolarmente per ciascun elenco violato.

La decisione della Cassazione sul cumulo giuridico Intrastat è definitiva?

Si tratta di un’ordinanza della Cassazione (n. 15524/2026) che orienta la giurisprudenza ma non chiude definitivamente il dibattito. Vista la critica sollevata da parte della dottrina, non è escluso un futuro intervento chiarificatore, anche delle Sezioni Unite.

Perché la dottrina critica l’esclusione del cumulo giuridico per le sanzioni Intrastat?

Perché ritiene che la formula “per ciascuno” dell’art. 11 comma 4 riguardi solo il calcolo della sanzione base per singolo elenco, senza derogare alla disciplina generale del concorso di violazioni, e perché l’esclusione produce sanzioni sproporzionate in caso di violazioni plurime e ripetute.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.


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Omessa comunicazione dati conducente: ecco cosa rischi (art. 126-bis)

Notizie fiscali CAF Centro Fiscale

Quando arriva una multa per un’infrazione che comporta la decurtazione di punti dalla patente, il proprietario del veicolo che non era alla guida ha un obbligo preciso: comunicare i dati del conducente al momento del fatto. Molti automobilisti sottovalutano questo adempimento, convinti che pagare la multa sia sufficiente. In realta l’omessa comunicazione dati conducente e una violazione autonoma, punita con una sanzione amministrativa distinta da quella originaria, spesso piu salata della multa di partenza.

La norma di riferimento e l’articolo 126-bis del Codice della Strada, che impone al proprietario dell’auto, o al legale rappresentante se si tratta di una societa, di indicare all’organo accertatore chi si trovava al volante entro un termine preciso. Se questo passaggio viene ignorato, dimenticato o gestito in ritardo, scatta una seconda sanzione che si somma alla prima. Vediamo come funziona la comunicazione dati conducente, quali sono le conseguenze dell’omessa comunicazione, quando si puo essere esonerati e cosa cambia tra proprietario privato e azienda.

Indice dei contenuti

  1. Cosa prevede l’articolo 126-bis del Codice della Strada
  2. Il termine di 60 giorni per comunicare i dati del conducente
  3. Quanto costa non comunicare i dati del conducente: la sanzione
  4. Giustificato motivo: quando si e esonerati dalla sanzione
  5. Proprietario privato o azienda: le regole cambiano
  6. Punti patente: cosa succede se non si comunica il conducente
  7. Come funziona la comunicazione dei dati del conducente
  8. Verbale mai notificato: cosa fare
  9. Domande frequenti sull’omessa comunicazione dati conducente

Cosa prevede l’articolo 126-bis del Codice della Strada

L’articolo 126-bis del Codice della Strada disciplina l’obbligo di comunicare i dati del conducente quando una violazione prevede la decurtazione di punti dalla patente. Il principio e semplice: i punti si tolgono a chi guidava, non necessariamente al proprietario del veicolo. Se al momento dell’infrazione, ad esempio un eccesso di velocita rilevato da autovelox o un passaggio con il semaforo rosso, alla guida c’era un’altra persona, il proprietario deve indicarne l’identita e gli estremi della patente. Questo obbligo riguarda in particolare le infrazioni accertate senza contestazione immediata, cioe quelle rilevate da dispositivi automatici, quando non e stato possibile fermare il veicolo sul momento.

Il termine di 60 giorni per comunicare i dati del conducente

Il proprietario dell’auto ha 60 giorni di tempo dalla notifica del verbale per comunicare i dati del conducente all’organo di polizia che ha accertato l’infrazione. Il termine decorre dalla data di notifica del verbale, non dalla data dell’infrazione: e quindi fondamentale controllare con attenzione quando il verbale e stato effettivamente recapitato, ad esempio tramite raccomandata o posta elettronica certificata. Superare questo termine senza fornire l’informazione richiesta, oppure fornirla in modo incompleto o con dati non veritieri, espone il proprietario alla sanzione prevista per l’omessa comunicazione dati conducente. La comunicazione deve contenere non solo il nome del conducente, ma anche gli estremi della sua patente di guida: un’indicazione parziale puo essere equiparata a una mancata comunicazione.

Quanto costa non comunicare i dati del conducente: la sanzione

Se il proprietario del veicolo non comunica i dati del conducente entro i 60 giorni previsti, senza un motivo giustificato, scatta una sanzione amministrativa pecuniaria autonoma, prevista dal comma 2 dell’articolo 126-bis. La sanzione va da 291 a 1.166 euro: si tratta degli importi in vigore dal 2021 e confermati anche per il 2026, perche l’aggiornamento biennale delle sanzioni del Codice della Strada e stato sospeso. E una cifra che in molti casi supera quella della multa originaria. Si tratta di una sanzione distinta e aggiuntiva rispetto a quella collegata alla violazione di partenza: il proprietario puo quindi trovarsi a pagare due sanzioni separate, quella per l’infrazione stradale e quella per l’omessa comunicazione dati conducente. E un aspetto spesso sottovalutato, perche molti pensano che ignorare la richiesta comporti al massimo un piccolo aggravio, mentre l’importo puo essere considerevole.

Giustificato motivo: quando si e esonerati dalla sanzione

La legge prevede un’eccezione: se il proprietario dimostra un giustificato motivo, la sanzione per omessa comunicazione dati conducente non si applica. Il giustificato motivo deve essere concreto e documentato, non una semplice giustificazione generica. Rientrano in questa categoria, ad esempio, i casi in cui il veicolo era stato prestato a piu persone diverse e non e piu possibile ricostruire con certezza chi guidava in quella specifica occasione, oppure situazioni di furto del veicolo o di utilizzo da parte di terzi non autorizzati. La giurisprudenza ha piu volte ribadito che l’onere di provare il giustificato motivo spetta al proprietario. Anche l’eventuale annullamento del verbale originario puo incidere sulla sanzione accessoria, perche viene meno il presupposto stesso dell’obbligo di comunicazione.

Proprietario privato o azienda: le regole cambiano

Quando il veicolo e intestato a una persona fisica, l’obbligo di comunicazione dei dati del conducente ricade direttamente sul proprietario. Le cose cambiano quando l’intestatario e una societa o un’azienda: in questo caso e il legale rappresentante a dover fornire i dati del conducente, spesso attingendo a un registro interno delle assegnazioni dei veicoli aziendali. Molte aziende con flotte auto adottano proprio per questo un sistema di tracciamento che indica chi ha in uso ciascun veicolo in un determinato periodo, per poter rispondere correttamente e nei tempi alla richiesta di comunicazione dati conducente. La mancata organizzazione interna di questi dati espone l’azienda allo stesso rischio del privato.

Punti patente: cosa succede se non si comunica il conducente

Un aspetto centrale della normativa riguarda la decurtazione dei punti patente. Se il proprietario comunica correttamente i dati del conducente, saranno decurtati i punti dalla patente di chi era effettivamente alla guida. Se invece non avviene alcuna comunicazione, i punti non possono essere scalati a nessuno, perche manca la certezza su chi guidava il veicolo al momento dell’infrazione. In questo caso il proprietario, se diverso dal conducente, paga solo la sanzione pecuniaria per l’omessa comunicazione, ma non subisce la decurtazione punti. Un meccanismo che a prima vista puo sembrare vantaggioso, ma nella pratica comporta un esborso economico che spesso supera il valore dei punti che si sarebbero persi.

Come funziona la comunicazione dei dati del conducente

La comunicazione dei dati del conducente va inviata all’organo di polizia che ha accertato l’infrazione, utilizzando i canali indicati nel verbale stesso o nella lettera di sanzione ricevuta. Servono i dati anagrafici completi del conducente e gli estremi della patente di guida. Data la delicatezza dei termini e le conseguenze di un errore o di un ritardo, e importante prestare grande attenzione a ogni passaggio della procedura: un’informazione incompleta, un dato sbagliato o un invio fuori tempo massimo possono comportare comunque l’applicazione della sanzione, anche quando l’intenzione era quella di adempiere correttamente all’obbligo.

Verbale mai notificato: cosa fare

Capita spesso che il proprietario riceva una seconda sanzione, quella per omessa comunicazione dati conducente, senza aver mai ricevuto regolarmente il verbale originario dell’infrazione. In questi casi e fondamentale verificare con attenzione le date e le modalita di notifica: se il primo verbale non e stato notificato nei termini di legge, oppure presenta vizi nella procedura di notifica, questo puo riflettersi anche sulla legittimita della sanzione accessoria collegata alla mancata comunicazione. Prima di procedere con il pagamento, e sempre opportuno controllare con cura la documentazione ricevuta, le date di notifica riportate e la correttezza formale di entrambi gli atti, dal momento che un vizio nel verbale principale puo incidere sull’intera vicenda sanzionatoria.

Domande frequenti sull’omessa comunicazione dati conducente

Cosa succede se non comunico i dati di chi guidava l’auto?

Se non si comunicano i dati del conducente entro 60 giorni dalla notifica del verbale, senza un giustificato motivo, si rischia una sanzione amministrativa pecuniaria autonoma prevista dall’articolo 126-bis del Codice della Strada, che si aggiunge a quella per l’infrazione originaria.

Entro quanto tempo devo comunicare i dati del conducente?

Il termine e di 60 giorni dalla data di notifica del verbale, non dalla data dell’infrazione. E importante verificare con precisione quando il verbale e stato effettivamente recapitato.

Quanto costa la sanzione per omessa comunicazione dati conducente?

La sanzione amministrativa prevista dall’articolo 126-bis comma 2 del Codice della Strada va da 291 a 1.166 euro, una cifra spesso superiore alla multa di partenza. Sono gli importi in vigore dal 2021, rimasti invariati anche per il 2026 perche l’adeguamento biennale delle sanzioni e stato sospeso.

Cosa significa “giustificato motivo” per essere esonerati dalla sanzione?

E una situazione concreta e documentabile che ha reso impossibile identificare con certezza il conducente, come il prestito frequente del veicolo a persone diverse o l’uso non autorizzato da parte di terzi. Deve essere provata dal proprietario.

Se non comunico i dati del conducente perdo comunque i punti sulla patente?

No. Senza comunicazione non e possibile individuare con certezza chi era alla guida, quindi i punti non vengono decurtati a nessuno. Il proprietario pero resta soggetto al pagamento della sanzione pecuniaria per l’omessa comunicazione.

Le aziende hanno le stesse regole dei privati per comunicare il conducente?

L’obbligo esiste anche per le aziende proprietarie dei veicoli: in questo caso e il legale rappresentante a dover fornire i dati del conducente entro i 60 giorni, spesso basandosi su un registro interno di assegnazione dei mezzi aziendali.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

Settembre 11, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale
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Licenziamento illecito: chi sceglie l’indennità perde la Naspi

Notizie fiscali CAF Centro Fiscale

Chi vince una causa per licenziamento illecito si trova davanti a una scelta importante: tornare al proprio posto di lavoro oppure incassare un’indennità economica. Una recente pronuncia della Corte di Cassazione ha chiarito un aspetto che riguarda direttamente la tasca dei lavoratori, ovvero cosa succede alla NASpI quando si opta per l’indennità sostitutiva della reintegrazione. Il legame tra licenziamento illecito, indennità e NASpI genera spesso dubbi, perché le regole cambiano a seconda della scelta compiuta dal lavoratore e del momento in cui viene esercitata. Vediamo cosa prevede la normativa e cosa ha stabilito la Cassazione con la sentenza n. 24981/2026.

Indice dei contenuti

  1. Licenziamento illecito e reintegrazione nel posto di lavoro
  2. L’indennità sostitutiva della reintegrazione: le 15 mensilità
  3. Licenziamento illecito, indennità e NASpI: cosa ha stabilito la Cassazione
  4. Cosa conviene valutare prima di scegliere l’indennità sostitutiva

Licenziamento illecito e reintegrazione nel posto di lavoro

Quando un giudice dichiara un licenziamento illecito, la conseguenza dipende dal tipo di vizio riscontrato e dalla data di assunzione del lavoratore. Nei casi più gravi, come il licenziamento discriminatorio o quello dichiarato nullo, oppure per i lavoratori assunti prima del 7 marzo 2015 con contratto a tempo indeterminato tutelato dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, il giudice può disporre la reintegrazione nel posto di lavoro.

La reintegrazione significa che il rapporto di lavoro riprende da dove si era interrotto: il datore deve richiamare il dipendente e corrispondere anche le retribuzioni maturate nel periodo intercorso tra il licenziamento e la sentenza, con alcuni limiti previsti dalla legge. Per gli assunti dal 7 marzo 2015 in poi si applica invece il contratto a tutele crescenti del decreto legislativo 23/2015, che limita il reintegro del lavoratore ai casi più gravi (licenziamento discriminatorio, nullo o intimato in forma orale) e alle ipotesi di licenziamento disciplinare o per giustificato motivo oggettivo in cui il fatto contestato risulti insussistente (art. 3 comma 2 del decreto legislativo 23/2015, come esteso dalle sentenze della Corte costituzionale n. 128 e n. 129 del 2024), mentre nelle altre ipotesi di illegittimità è prevista soltanto un’indennità economica.

In presenza dei presupposti per la reintegrazione, la legge non obbliga comunque il lavoratore a rientrare in azienda: può scegliere un’alternativa economica, che ha conseguenze dirette anche sulla NASpI, come vedremo nei prossimi paragrafi.

L’indennità sostitutiva della reintegrazione: le 15 mensilità

In alternativa al rientro in azienda, il lavoratore che ha diritto alla reintegrazione può optare per l’indennità sostitutiva della reintegrazione, pari a 15 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto. Si tratta di una somma prevista sia dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori per i lavoratori con tutele piene, sia dall’articolo 2 comma 3 del decreto legislativo 23/2015 per gli assunti con contratto a tutele crescenti, dove però le 15 mensilità sono calcolate sull’ultima retribuzione di riferimento per il trattamento di fine rapporto.

La scelta spetta esclusivamente al lavoratore, che deve esercitarla entro 30 giorni dalla comunicazione del deposito della sentenza, oppure entro 30 giorni dall’invito del datore di lavoro a riprendere servizio, se anteriore. Non è un obbligo: chi preferisce tornare al proprio posto può farlo, chi invece ritiene preferibile chiudere il rapporto di lavoro dietro compenso economico può richiedere le 15 mensilità.

Un aspetto importante riguarda la natura di questa scelta: optando per l’indennità, il rapporto di lavoro si considera risolto per volontà dello stesso lavoratore, e non più per effetto del licenziamento originario. È proprio questo passaggio a incidere sul diritto alla NASpI, come chiarito di recente dalla Cassazione.

Licenziamento illecito, indennità e NASpI: cosa ha stabilito la Cassazione

Il nodo più delicato riguarda proprio il rapporto tra licenziamento illecito, indennità e NASpI. Nel periodo che intercorre tra il licenziamento e la sentenza che lo dichiara illegittimo, molti lavoratori presentano domanda di NASpI e ricevono il sussidio mensile, trovandosi in una condizione di disoccupazione involontaria. La domanda che si sono posti per anni lavoratori e operatori è: cosa succede a quei soldi se, dopo la sentenza, si sceglie l’indennità sostitutiva della reintegrazione invece di tornare al lavoro?

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 24981 del 3 settembre 2026, ha fissato un principio chiaro sul rapporto tra licenziamento illecito e indennità NASpI. La NASpI percepita fino al momento in cui il lavoratore esercita l’opzione per l’indennità sostitutiva non deve essere restituita: per tutto quel periodo, infatti, la disoccupazione era comunque conseguenza di un licenziamento illegittimo, quindi involontaria a tutti gli effetti.

Le cose cambiano dal momento in cui il lavoratore comunica formalmente la scelta dell’indennità sostitutiva. Da quella data, la NASpI si interrompe: le mensilità successive non sono più dovute, perché la cessazione del rapporto di lavoro diventa, da quel momento, una scelta consapevole del lavoratore e non più una conseguenza del licenziamento subito. Per lo stesso motivo, non spetta una nuova prestazione NASpI collegata a quel licenziamento, perché viene meno il requisito della disoccupazione involontaria.

In sintesi, chi sceglie l’indennità sostitutiva della reintegrazione conserva la NASpI già incassata, ma perde il diritto alle mensilità future legate a quel rapporto di lavoro. La linea di confine, secondo la Cassazione, è netta e coincide con il giorno in cui l’opzione viene formalizzata.

Cosa conviene valutare prima di scegliere l’indennità sostitutiva

Di fronte a un licenziamento illecito dichiarato illegittimo dal giudice, la decisione tra rientrare in azienda o incassare l’indennità sostitutiva non riguarda solo l’aspetto economico immediato. Vale la pena considerare alcuni elementi prima di compiere la scelta:

  • il rapporto con il datore di lavoro e le prospettive di un reinserimento sereno in azienda;
  • le concrete possibilità di trovare una nuova occupazione in tempi ragionevoli;
  • l’importo complessivo dell’indennità rispetto alle retribuzioni maturate in caso di reintegrazione;
  • l’effetto sulla NASpI, che si interrompe dal momento dell’opzione per l’indennità;
  • eventuali altre prestazioni previdenziali o assistenziali legate alla condizione di disoccupato.

Si tratta di una valutazione che intreccia aspetti giuridici, economici e personali, spesso diversi da caso a caso. Anche per questo motivo, prima di esercitare la scelta tra reintegrazione e indennità sostitutiva, è opportuno un confronto con un professionista o un patronato in grado di analizzare la situazione specifica, comprese le conseguenze sulla NASpI già percepita o su quella futura.

Domande frequenti

Cos’è l’indennità sostitutiva della reintegrazione?

È una somma pari a 15 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, che il lavoratore può scegliere in alternativa al rientro in azienda dopo un licenziamento illecito dichiarato illegittimo dal giudice.

Chi sceglie l’indennità sostitutiva deve restituire la NASpI già percepita?

No. Secondo la Cassazione (sentenza n. 24981/2026), la NASpI percepita fino al momento dell’opzione per l’indennità non va restituita, perché fino a quella data la disoccupazione era involontaria.

Dopo aver scelto l’indennità, spetta ancora la NASpI?

No. Dal momento in cui si formalizza la scelta dell’indennità sostitutiva, la NASpI si interrompe, perché la cessazione del rapporto è considerata una decisione volontaria del lavoratore.

Entro quanto tempo va esercitata la scelta tra reintegrazione e indennità?

Entro 30 giorni dalla comunicazione del deposito della sentenza, oppure entro 30 giorni dall’invito del datore di lavoro a riprendere servizio, se questo invito è anteriore.

La regola vale sia per i vecchi assunti sia per i contratti a tutele crescenti?

Sì. Il meccanismo dell’indennità sostitutiva delle 15 mensilità è previsto sia dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori per le tutele piene, sia dal decreto legislativo 23/2015 per i contratti a tutele crescenti, con alcune differenze nel calcolo dell’indennità.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

Settembre 11, 2026/0 Commenti/da Andrea Damiani
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Flat tax sugli aumenti di stipendio ai giovani: la proposta di Giorgetti

Notizie fiscali CAF Centro Fiscale

Negli ultimi giorni si parla molto di una possibile flat tax aumento stipendio giovani, un’idea lanciata dal Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti nell’ambito dei lavori per la manovra 2027. Va detto subito, con la massima chiarezza, che si tratta di una proposta politica ancora in fase di discussione, non di una norma già approvata né tantomeno in vigore. Manca infatti un testo normativo definitivo, e i dettagli concreti potrebbero cambiare più volte prima di un eventuale via libera parlamentare.

L’idea di fondo, secondo le prime indiscrezioni circolate dopo un evento della Lega a inizio settembre 2026, sarebbe quella di incentivare le aziende ad aumentare gli stipendi dei lavoratori più giovani, applicando una tassazione agevolata proprio sulla quota di incremento salariale. In pratica, non si tasserebbe l’intera busta paga con l’aliquota ordinaria, ma solo la parte “aggiuntiva” con un’imposta sostitutiva più leggera. Vediamo cosa si sa finora e quali sono i punti ancora da chiarire.

Indice dei contenuti

  1. Cos’è la proposta di Giorgetti sulla flat tax per i giovani
  2. Come potrebbe funzionare la flat tax sugli aumenti di stipendio
  3. Perché si parla di flat tax per i giovani nella manovra 2027
  4. Cosa cambierebbe per lavoratori e imprese con la nuova flat tax
  5. Domande frequenti sulla flat tax aumento stipendio giovani

Cos’è la proposta di Giorgetti sulla flat tax per i giovani

Il Ministro Giorgetti avrebbe illustrato l’ipotesi di una flat tax aumento stipendio giovani come strumento per contrastare la cosiddetta fuga dei cervelli, cioè il fenomeno per cui molti giovani italiani qualificati scelgono di lavorare all’estero attratti da stipendi più alti. L’obiettivo dichiarato sarebbe quello di rendere più conveniente, per le imprese, aumentare la retribuzione dei lavoratori under 35 (o comunque di una fascia di età ancora da definire), sapendo che su quella quota di aumento si applicherebbe un prelievo fiscale ridotto rispetto all’IRPEF ordinaria.

Il meccanismo richiamerebbe, nelle intenzioni, quello già sperimentato con la detassazione al 5% prevista per i rinnovi contrattuali nella legge di bilancio 2026. In quel caso, gli aumenti derivanti dal rinnovo del contratto collettivo hanno beneficiato di un’imposta sostitutiva agevolata invece della tassazione IRPEF piena. Per approfondire questo meccanismo già esistente, può essere utile leggere la nostra guida sulla detassazione tredicesima Manovra 2027 con flat tax al 15%, che spiega come funzionano le imposte sostitutive applicate a specifiche voci della busta paga.

Come potrebbe funzionare la flat tax sugli aumenti di stipendio

Secondo le prime ricostruzioni giornalistiche, il meccanismo allo studio prevederebbe una sorta di accordo tra Stato e imprese: le aziende disposte ad aumentare gli stipendi dei giovani dipendenti potrebbero applicare, sulla parte di reddito corrispondente all’aumento, un’aliquota agevolata anziché le aliquote IRPEF ordinarie (che oggi, ricordiamolo, arrivano fino al 43% per gli scaglioni di reddito più alti). Non si tratterebbe quindi di un aumento automatico riconosciuto a tutti i lavoratori, ma di un incentivo fiscale che le imprese potrebbero decidere di attivare volontariamente.

L’ipotesi allo studio richiamerebbe il modello già utilizzato per i rinnovi contrattuali, con un’imposta sostitutiva che, in parole semplici, è una tassa unica che prende il posto di più imposte (IRPEF e addizionali) su una determinata quota di reddito. In questo modo, invece di applicare l’aliquota marginale piena sull’aumento, si pagherebbe una percentuale fissa e più bassa. Al momento, però, non esistono cifre ufficiali sull’aliquota che verrebbe applicata: qualsiasi percentuale circolata sui media resta un’ipotesi giornalistica, non un dato confermato dal Ministero dell’Economia.

Nello stesso pacchetto di dichiarazioni, Giorgetti avrebbe fatto riferimento anche a un possibile innalzamento della soglia di ricavi per accedere al regime forfettario delle partite IVA, portandola dagli attuali 85.000 euro fino a 100.000 euro. Anche in questo caso si tratta di una proposta e non di una misura già decisa. Chi gestisce una partita IVA e vuole capire come funziona oggi il regime agevolato può consultare la nostra guida al regime forfettario 2026 con requisiti e aliquote vigenti.

Perché si parla di flat tax per i giovani nella manovra 2027

La discussione sulla flat tax aumento stipendio giovani si inserisce nel più ampio dibattito sulla manovra 2027, la legge di bilancio che il Governo dovrà presentare nei prossimi mesi. Tra i temi affrontati da Giorgetti, oltre alla tassazione degli aumenti salariali e all’ampliamento del forfettario, sarebbero emerse anche riflessioni sul sistema pensionistico, con l’obiettivo dichiarato di trovare un equilibrio tra sostenibilità dei conti pubblici ed equità generazionale.

Va sottolineato che, in questa fase, si tratta di orientamenti politici emersi durante un evento di partito, non di testi già trasmessi al Parlamento. La strada per arrivare a una norma effettiva passa attraverso diversi passaggi: la stesura di un disegno di legge di bilancio, l’esame parlamentare, eventuali emendamenti e, infine, l’approvazione definitiva, che normalmente avviene entro la fine dell’anno per le manovre economiche. Solo a quel punto sapremo se la flat tax giovani diventerà una misura concreta e con quali regole precise.

Chi si occupa di dichiarazioni fiscali sa bene quanto sia importante distinguere tra proposte allo studio e norme effettivamente in vigore, perché applicare regole non ancora approvate può generare errori nella busta paga o nella dichiarazione dei redditi. Per chi in futuro dovesse verificare l’effetto di eventuali imposte sostitutive sul proprio modello 730, sarà comunque utile affidarsi a professionisti aggiornati sulle norme effettivamente vigenti in quel momento.

Cosa cambierebbe per lavoratori e imprese con la nuova flat tax

Se la proposta dovesse trasformarsi in norma, gli effetti pratici dipenderebbero molto dai dettagli tecnici che verranno definiti. Per i lavoratori giovani, un’eventuale tassazione incrementi salariali più leggera significherebbe vedere una parte più consistente dell’aumento di stipendio riflessa in busta paga netta, invece di essere in gran parte assorbita dalle imposte. Per le imprese, invece, l’incentivo sarebbe quello di rendere più sostenibile, dal punto di vista del costo del lavoro, la scelta di premiare i dipendenti più giovani.

Tra i punti ancora da chiarire ci sarebbero, tra gli altri:

  • la fascia d’età esatta dei lavoratori beneficiari (si parla genericamente di “giovani”, senza un limite anagrafico ufficiale);
  • l’aliquota dell’imposta sostitutiva applicabile sulla quota di aumento;
  • se la misura sarà obbligatoria per le aziende o basata su adesione volontaria;
  • l’eventuale tetto massimo di reddito o di importo dell’aumento agevolabile;
  • la copertura finanziaria della misura, elemento sempre decisivo nell’iter di approvazione di una manovra.

Solo con la pubblicazione di un testo normativo, anche in bozza, sarà possibile valutare con precisione la reale portata di questa flat tax aumento stipendio giovani e capire quanti lavoratori potrebbero effettivamente beneficiarne. Chi in questi mesi ha già usufruito di imposte sostitutive in dichiarazione, ad esempio su premi di produttività o rinnovi contrattuali, e si chiede come vengono gestite in fase di conguaglio, può trovare utili indicazioni nel nostro approfondimento sui rimborsi 730 e imposte sostitutive.

Domande frequenti sulla flat tax aumento stipendio giovani

La flat tax sugli aumenti di stipendio ai giovani è già legge?
No. Al momento si tratta soltanto di una proposta emersa dalle dichiarazioni del Ministro Giorgetti in vista della manovra 2027. Non esiste ancora un testo normativo, né una data ufficiale di presentazione in Parlamento.

Quando potrebbe entrare in vigore questa flat tax per i giovani?
Se la proposta venisse effettivamente inserita nella legge di bilancio, l’iter prevederebbe la discussione parlamentare nei mesi finali del 2026, con un’eventuale entrata in vigore dal 1° gennaio 2027. Si tratta comunque di un’ipotesi, condizionata all’effettiva approvazione della misura.

Chi potrebbe beneficiare della flat tax sugli aumenti di stipendio?
Secondo le prime indiscrezioni, la misura sarebbe pensata per i lavoratori dipendenti più giovani che ricevono un aumento di stipendio dall’azienda. Non è ancora chiaro quale sarebbe il limite di età esatto né se ci saranno altri requisiti di reddito o di settore.

Quanto si risparmierebbe con la flat tax aumento stipendio giovani?
Non ci sono ancora cifre ufficiali sul risparmio fiscale. L’ipotesi allo studio è di applicare un’imposta sostitutiva più bassa dell’aliquota IRPEF ordinaria sulla sola quota di aumento, ma l’entità esatta del beneficio dipenderà dall’aliquota che verrà eventualmente stabilita nel testo definitivo.

Questa proposta è collegata ad altre misure della manovra 2027?
Sì, secondo le dichiarazioni riportate, la stessa occasione sarebbe stata usata da Giorgetti per parlare anche di un possibile innalzamento della soglia del regime forfettario per le partite IVA e di temi legati al sistema pensionistico, nell’ambito della più ampia discussione sulla manovra 2027.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

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NASPI / DISOCCUPAZIONE, PATRONATO

NASPI e Partita IVA 2026: Compatibilità e Limiti di Reddito

Naspi Anticipata CAF Udine

Molti lavoratori si chiedono se è possibile percepire la NASPI mentre si ha una partita IVA. La risposta è sì, ma con limiti di reddito specifici e obblighi di comunicazione all’INPS.

NASPI e Partita IVA sono compatibili?

Sì, NASPI e partita IVA sono compatibili nel 2026, a condizione di rispettare i limiti di reddito previsti.

Condizioni per mantenere la NASPI

  • Reddito da partita IVA fino a 5.500 euro annui: NASPI ridotta dell’80% del reddito previsto
  • Comunicazione obbligatoria all’INPS: entro 30 giorni dall’apertura della partita IVA o dall’inizio dell’attività
  • Dichiarazione reddito presunto: devi indicare quanto prevedi di guadagnare nell’anno



Calcolo riduzione NASPI con partita IVA

Se apri una partita IVA durante la NASPI o ne hai già una attiva, l’importo della disoccupazione viene ridotto.

Formula di riduzione

  • Reddito previsto annuo da P.IVA: ad esempio 4.000 euro
  • Riduzione mensile NASPI: (4.000 × 80%) / 12 = 267 euro/mese
  • Se la NASPI era di 1.000 euro/mese, diventa 1.000 – 267 = 733 euro/mese



NASPI e regime forfettario

Il regime forfettario è compatibile con la NASPI, purché il reddito non superi i 5.500 euro annui.

Vantaggi del forfettario durante NASPI

  • Tassazione agevolata al 5% o 15%
  • Nessuna ritenuta d’acconto
  • Contabilità semplificata
  • Possibilità di testare un’attività autonoma prima di perdere la NASPI



Comunicazioni obbligatorie all’INPS

Quando apri una partita IVA o modifichi il reddito previsto, devi comunicarlo all’INPS.

Come comunicare

  • Area riservata INPS con SPID
  • Modulo online “NASPI-COM”
  • Entro 30 giorni dall’apertura P.IVA o dalla variazione di reddito
  • Indicare il reddito presunto annuo

Cosa succede se non comunichi

La mancata comunicazione comporta:

  • Decadenza dal diritto alla NASPI
  • Restituzione di tutte le somme percepite indebitamente
  • Possibili sanzioni amministrative



Cosa succede se supero i 5.500 euro

Se il reddito da partita IVA supera i 5.500 euro annui:

  • Perdi il diritto alla NASPI
  • Devi comunicare immediatamente all’INPS il superamento del limite
  • Non hai diritto alla restituzione delle mensilità già percepite (se hai comunicato correttamente il reddito previsto)



Partita IVA aperta prima della NASPI

Se avevi già una partita IVA prima di perdere il lavoro dipendente:

  • Hai comunque diritto alla NASPI (se soddisfi i requisiti)
  • Devi dichiarare il reddito previsto dalla P.IVA
  • La NASPI viene ridotta secondo le stesse regole

Domande frequenti

Posso aprire una partita IVA mentre percepisco la NASPI?

Sì, puoi aprire una partita IVA durante la NASPI, ma devi comunicarlo all’INPS entro 30 giorni e rispettare il limite di 5.500 euro di reddito annuo.

Il limite di 5.500 euro è lordo o netto?

Il limite di 5.500 euro si riferisce al reddito imponibile della partita IVA (quindi già al netto delle spese deducibili in regime ordinario, o il reddito forfettizzato in regime forfettario).

Posso richiedere la liquidazione anticipata della NASPI per aprire una P.IVA?

Sì, puoi richiedere la liquidazione in un’unica soluzione della NASPI residua per avviare un’attività autonoma o di impresa. In questo caso non ci sono limiti di reddito.


📚 Approfondisci: Leggi la nostra NASPI 2026: Guida Completa per una panoramica completa.



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Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

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CAF, SUCCESSIONI

Sbloccare Conti Correnti e Titoli del Defunto 2026: Documenti, Tempi Bancari e Cosa Succede al Conto Cointestato

Notizie fiscali CAF Centro Fiscale

Quando muore un familiare, la prima urgenza concreta non è quasi mai fiscale: è economica. Serve pagare il funerale, le utenze domestiche, la rata del mutuo, la badante, e all’improvviso si scopre che il conto del defunto è bloccato. Capire come sbloccare conti correnti e titoli del defunto diventa quindi la priorità assoluta nelle prime settimane, molto prima di preoccuparsi delle imposte di successione.

La buona notizia è che il blocco non è un capriccio della banca né una forma di sfiducia verso gli eredi: è un obbligo di legge preciso, con regole chiare e con alcune eccezioni che permettono di ottenere liquidità in tempi rapidi. La cattiva notizia è che, se i documenti vengono presentati in modo incompleto o disordinato, i tempi si allungano di settimane, a volte di mesi.

In questa guida vediamo passo per passo cosa serve per sbloccare conti correnti e titoli del defunto: la norma che impone il blocco (l’art. 48 del D.Lgs. 346/1990), l’elenco completo dei documenti richiesti dalla banca, i casi di esonero dalla dichiarazione di successione, cosa succede davvero al conto cointestato, come si volturano titoli, dossier titoli e fondi, come ottenere subito il saldo per le spese funerarie e cosa fare se l’istituto rifiuta o ritarda oltre il ragionevole.

Indice dei contenuti

  1. Perché la banca blocca conto e titoli del defunto (art. 48 D.Lgs. 346/1990)
  2. Documenti richiesti dalla banca per sbloccare conti correnti e titoli del defunto
  3. Esonero dalla dichiarazione di successione: quando si applica
  4. Conto cointestato: firma disgiunta, firma congiunta e quota del defunto
  5. Titoli, dossier titoli e fondi in successione: come si sbloccano
  6. Saldo per spese funerarie: come ottenere liquidità subito
  7. Tempi bancari tipici per sbloccare conti correnti e titoli del defunto
  8. Cosa fare se la banca rifiuta o ritarda: reclamo scritto e ricorso ABF
  9. La guida completa alla successione: dal decesso alla voltura
  10. Domande frequenti su come sbloccare conti correnti e titoli del defunto

Perché la banca blocca conto e titoli del defunto (art. 48 D.Lgs. 346/1990)

Nel momento esatto in cui la banca viene a conoscenza del decesso di un cliente, blocca tutti i rapporti intestati a quella persona: conto corrente, libretto di risparmio, dossier titoli, fondi, cassetta di sicurezza. Da quel momento non si possono più effettuare prelievi, bonifici o disposizioni, e vengono sospese anche le deleghe a operare eventualmente rilasciate in vita (la delega, per legge, si estingue con la morte del delegante).

Il motivo è scritto nell’art. 48 del D.Lgs. 346/1990, il testo unico sulle successioni e donazioni. La norma vieta a banche e intermediari finanziari di compiere operazioni sui beni caduti in successione finché non venga fornita la prova della presentazione della dichiarazione di successione (o della dichiarazione integrativa), salvo i casi di esonero previsti dalla legge. In parole semplici: la banca fa da “guardiano” per conto dell’Erario, perché quelle somme potrebbero essere soggette a imposta di successione e lo Stato vuole essere certo che vengano dichiarate prima di uscire dal conto.

Cosa significa concretamente per gli eredi? Che non basta dimostrare di essere figlio, coniuge o erede testamentario: occorre esibire alla banca la ricevuta di avvenuta presentazione della dichiarazione rilasciata dall’Agenzia delle Entrate, oppure documentare che si rientra in un caso di esonero. Il riordino dei tributi indiretti avviato con il D.Lgs. 139/2024 non ha toccato questo principio di fondo: la logica del blocco resta identica anche nel 2026.

Un’eccezione poco conosciuta riguarda l’erede unico di età non superiore a 26 anni: in presenza di immobili nell’asse ereditario, la banca può svincolare somme anche prima della dichiarazione, ma solo nei limiti di quanto serve a pagare le imposte ipotecaria, catastale e di bollo. È una misura pensata per non lasciare senza liquidità i giovani eredi che devono anticipare i tributi.

Se stai affrontando per la prima volta l’argomento e ti serve una panoramica introduttiva più snella, puoi leggere anche il nostro approfondimento base Successione Conto Corrente 2026: Sblocco e Procedura, mentre qui entriamo nel dettaglio operativo dei casi più delicati.

Documenti richiesti dalla banca per sbloccare conti correnti e titoli del defunto

La differenza tra una pratica chiusa in tre settimane e una che si trascina per mesi sta quasi sempre nella completezza del fascicolo consegnato allo sportello. Ogni istituto ha una propria modulistica interna, ma il nucleo dei documenti richiesti è sostanzialmente identico ovunque.

Per sbloccare conti correnti e titoli del defunto la banca chiede di norma:

  • Certificato di morte rilasciato dal Comune (in alcuni casi è accettato l’estratto per riassunto dell’atto di morte).
  • Dichiarazione sostitutiva di atto notorio — oppure atto notorio notarile se la banca lo pretende — con l’indicazione di tutti gli eredi, del regime successorio (legittimo o testamentario) e dell’assenza di altri chiamati all’eredità.
  • Dichiarazione di successione presentata, accompagnata dalla ricevuta di avvenuta presentazione rilasciata dall’Agenzia delle Entrate; in alternativa, la dichiarazione sostitutiva che attesta il ricorrere di un caso di esonero.
  • Testamento pubblicato con il relativo verbale di pubblicazione notarile, se il defunto ha lasciato disposizioni testamentarie.
  • Documenti di identità e codici fiscali di tutti gli eredi, in corso di validità.

A questi si aggiungono i moduli di richiesta di svincolo firmati da tutti gli eredi: è un punto critico, perché la banca non liquida nulla se manca anche una sola firma. Se un erede è minorenne o incapace serve l’autorizzazione del giudice tutelare; se un erede risiede all’estero possono essere richieste firme autenticate o apostille.

Attenzione anche alla rinuncia all’eredità: se uno dei chiamati ha rinunciato, va prodotta copia dell’atto di rinuncia ricevuto dal notaio o dal cancelliere del Tribunale, altrimenti la banca continuerà a considerarlo parte della compagine ereditaria. Nei casi con beni o eredi in altri Stati dell’Unione Europea può entrare in gioco anche il Certificato Successorio Europeo, che semplifica la prova della qualità di erede davanti agli intermediari stranieri.

Raccogliere e coordinare questa documentazione è la parte più faticosa dell’intera procedura. Il CAF Centro Fiscale di Udine predispone il fascicolo completo, cura la dichiarazione di successione e consegna agli eredi la ricevuta da portare in banca, evitando i rimpalli allo sportello.

Esonero dalla dichiarazione di successione: quando si applica

Non tutte le successioni obbligano alla presentazione della dichiarazione. Esiste un esonero che, quando ricorre, permette di sbloccare conti correnti e titoli del defunto senza passare dall’Agenzia delle Entrate, con un evidente risparmio di tempo e di costi.

L’esonero si applica quando si verificano contemporaneamente tre condizioni:

  • l’eredità è devoluta al coniuge e ai parenti in linea retta (figli, nipoti in linea retta, genitori);
  • l’attivo ereditario complessivo non supera i 100.000 euro;
  • l’asse ereditario non comprende immobili né diritti reali immobiliari (nuda proprietà, usufrutto, diritto di abitazione).

Basta che una sola di queste condizioni venga meno — per esempio la presenza di un garage, di un terreno agricolo di scarso valore o di un fratello tra gli eredi — perché l’obbligo di dichiarazione torni pieno. È un errore frequente: molte famiglie danno per scontato l’esonero perché “i soldi sul conto sono pochi”, dimenticando il piccolo immobile intestato al defunto.

Come si documenta l’esonero in banca? Con una dichiarazione sostitutiva di atto notorio nella quale gli eredi attestano, sotto la propria responsabilità, che ricorrono i presupposti di legge: rapporto di parentela, valore dell’attivo entro la soglia e assenza di immobili. In pratica si sostituisce la ricevuta dell’Agenzia delle Entrate con un’autocertificazione qualificata. Va sottolineato che si tratta di una dichiarazione con valore legale: se i dati sono falsi o approssimativi, le conseguenze ricadono su chi firma, sul piano sia fiscale sia penale.

Proprio per questo conviene far valutare la situazione da un professionista prima di firmare qualsiasi cosa. Il valore dell’attivo va infatti calcolato con criteri precisi (saldo dei conti alla data del decesso, valore dei titoli, ratei di interesse, TFR e crediti verso terzi) e non “a occhio”. Se vuoi capire quando è possibile procedere senza atto notarile, trovi un quadro completo in Successione Senza Notaio 2026.

Conto cointestato: firma disgiunta, firma congiunta e quota del defunto

Il conto cointestato è la situazione che genera più equivoci. La convinzione diffusa è che, se il conto era intestato anche al coniuge superstite, non cambi nulla. Non è così: il conto non si blocca per intero, ma la quota del defunto entra comunque in successione.

La distinzione fondamentale riguarda le modalità di firma. Nel conto a firma disgiunta ciascun cointestatario può operare da solo: alla morte di uno, la banca congela la quota del defunto e lascia operativa quella del superstite. Nel conto a firma congiunta, invece, ogni operazione richiede la firma di tutti: venendo a mancare uno dei firmatari, il rapporto resta di fatto paralizzato finché non si definisce la successione. È una differenza pratica enorme in termini di liquidità immediata.

Quanto vale la quota del defunto? Sul piano fiscale opera una presunzione di appartenenza in parti uguali: con due cointestatari si considera del defunto il 50% del saldo, con tre il 33% e così via, salvo prova contraria. Vincere questa presunzione è possibile ma non semplice: occorre dimostrare documentalmente che le somme provenivano esclusivamente dal cointestatario superstite (ad esempio con l’accredito dello stipendio o di un indennizzo personale su quel conto).

Immaginiamo che Marco e la moglie Anna abbiano un conto cointestato a firma disgiunta con 40.000 euro. Alla morte di Marco, Anna continua a disporre della sua metà (20.000 euro), mentre gli altri 20.000 euro sono considerati parte dell’asse ereditario e vanno divisi tra gli eredi di Marco, inclusa Anna stessa in qualità di coniuge.

Cambia qualcosa tra coniugi e non coniugi? Sul piano fiscale la presunzione del 50% è la stessa, ma le conseguenze successorie sono molto diverse. Tra coniugi il superstite è comunque erede legittimo e riceve una quota consistente della metà del defunto. Tra conviventi di fatto o soggetti non legati da parentela, invece, il cointestatario superstite non è erede: la quota del defunto va agli eredi di quest’ultimo (figli, genitori, fratelli) ed è tassata con l’aliquota più alta se il convivente riceve qualcosa per testamento. È il caso in cui una consulenza preventiva evita conflitti familiari molto pesanti.

Titoli, dossier titoli e fondi in successione: come si sbloccano

Sbloccare un dossier titoli è più complesso che sbloccare un conto corrente, perché non si tratta solo di trasferire denaro ma di gestire strumenti finanziari che, nel frattempo, continuano a oscillare di valore.

All’apertura della successione la banca congela il dossier: gli eredi non possono vendere, comprare o spostare i titoli, ma nel frattempo azioni, obbligazioni, fondi comuni ed ETF restano investiti e soggetti al mercato. Cedole e dividendi maturati vengono normalmente accreditati su un conto tecnico e liquidati insieme al resto.

Gli eredi hanno di regola due strade. La prima è la voltura del dossier: i titoli vengono trasferiti “in natura” su un nuovo dossier intestato agli eredi (in comunione oppure ripartiti pro quota su dossier individuali), mantenendo la posizione di investimento. La seconda è la liquidazione: i titoli vengono venduti e il ricavato distribuito. La scelta non è neutra sul piano fiscale, perché incide sul calcolo delle plusvalenze e sul cosiddetto costo fiscale di carico dei titoli.

Un passaggio spesso sottovalutato riguarda la valorizzazione ai fini della dichiarazione di successione: azioni, obbligazioni e quote di fondi vanno indicati nel quadro dedicato agli altri beni e diritti (il tradizionale quadro dei titoli), con il valore determinato secondo i criteri di legge alla data del decesso. Per i titoli quotati si fa riferimento alla media dei prezzi dell’ultimo trimestre; per quelli non quotati e per le quote societarie i criteri sono diversi e richiedono valutazioni specifiche. Serve quindi una certificazione di sussistenza rilasciata dalla banca, che attesta consistenza e valore dei rapporti alla data della morte: è il primo documento da chiedere allo sportello, prima ancora di iniziare la pratica.

Da non dimenticare, infine, i rapporti “dormienti”: libretti di risparmio, buoni fruttiferi postali, polizze e piani di accumulo. Le polizze vita seguono una regola a parte, perché le somme liquidate ai beneficiari designati non rientrano nell’asse ereditario e non scontano imposta di successione.

Saldo per spese funerarie: come ottenere liquidità subito

C’è un caso in cui la banca può muoversi prima che la successione sia completata: il pagamento delle spese funerarie. È la via più rapida per ottenere liquidità nelle prime settimane, quando il conto è ancora bloccato ma le fatture arrivano.

La prassi bancaria consolidata prevede che l’istituto paghi direttamente l’agenzia funebre, tramite bonifico a favore dell’impresa e non degli eredi. Questo perché la banca deve avere la certezza della destinazione della somma: non sta anticipando denaro agli eredi, sta saldando un debito documentato del defunto.

Per ottenere lo svincolo servono di norma:

  • la fattura dell’agenzia funebre intestata al defunto o all’erede che ha commissionato il servizio, con gli estremi bancari dell’impresa;
  • il certificato di morte;
  • la richiesta firmata dagli eredi noti, secondo la modulistica della banca.

Non esiste un importo fissato dalla legge: ogni istituto applica un proprio massimale interno e valuta caso per caso, tenendo conto della disponibilità sul conto. In concreto la banca copre l’importo della fattura funebre nei limiti del saldo disponibile, mentre difficilmente accetta di anticipare somme per spese diverse (utenze, condominio, badante), che restano congelate fino alla conclusione della pratica.

Un suggerimento pratico: conserva con cura tutte le ricevute delle spese funerarie. Oltre a servire per lo svincolo, le spese funebri sono detraibili nella dichiarazione dei redditi entro i limiti previsti dalla normativa fiscale, e vanno quindi recuperate anche in sede di 730 o Modello Redditi dell’anno successivo.

Tempi bancari tipici per sbloccare conti correnti e titoli del defunto

Quanto ci vuole davvero? La legge non fissa un termine perentorio entro cui la banca deve liquidare gli eredi, quindi qui parliamo di ordini di grandezza pratici, non di garanzie.

Nell’esperienza quotidiana delle pratiche successorie, una volta consegnata la documentazione completa — inclusa la ricevuta di presentazione della dichiarazione di successione — una banca impiega mediamente da due a quattro settimane per accreditare le somme agli eredi. Le pratiche più semplici, con un solo erede e un unico conto corrente, possono chiudersi anche in una decina di giorni. Quelle articolate (più eredi, dossier titoli da volturare, testamento, eredi residenti all’estero, minorenni coinvolti) arrivano facilmente a due o tre mesi.

A questi tempi va sommato il percorso a monte, che è quasi sempre la parte più lunga: reperire i certificati anagrafici, ottenere dalla banca la certificazione di sussistenza dei rapporti alla data del decesso, predisporre e trasmettere la dichiarazione di successione, che va comunque presentata entro 12 mesi dalla data del decesso. Sommando tutto, tra decesso e accredito effettivo passano realisticamente diversi mesi.

Cosa allunga i tempi più spesso? Nell’ordine: la mancanza della firma di un erede, l’errata indicazione dei rapporti nella dichiarazione, la presenza di rapporti “dimenticati” scoperti in un secondo momento e la modulistica interna compilata in modo incompleto. Sono tutti ostacoli evitabili con una gestione ordinata della pratica fin dal primo giorno.

Cosa fare se la banca rifiuta o ritarda: reclamo scritto e ricorso ABF

Può accadere che, pur avendo consegnato tutto, la banca continui a rinviare, chieda documenti già forniti o si rifiuti di svincolare senza motivazioni chiare. In questi casi gli eredi hanno strumenti concreti di tutela, e non serve subito un giudizio civile.

Il primo passo è il reclamo scritto alla banca, da inviare all’ufficio reclami tramite PEC o raccomandata A/R. Il reclamo deve essere asciutto e documentato: dati del defunto e del rapporto, elenco dei documenti già consegnati con le date, descrizione del comportamento contestato e richiesta esplicita di svincolo. È bene allegare copia delle ricevute di consegna: sono la prova che il termine ha iniziato a decorrere.

La banca ha 60 giorni per rispondere al reclamo. Se non risponde, oppure se la risposta non è soddisfacente, si può presentare ricorso all’Arbitro Bancario Finanziario (ABF), l’organismo di risoluzione stragiudiziale delle controversie tra clienti e intermediari istituito presso la Banca d’Italia. Il ricorso va proposto entro 12 mesi dalla presentazione del reclamo e costa 20 euro di contributo spese, che l’intermediario deve rimborsare se il ricorso viene accolto anche solo in parte.

Alcuni limiti da conoscere prima di partire:

  • se si chiede il pagamento di una somma di denaro, l’importo richiesto non può superare 200.000 euro;
  • il reclamo preventivo alla banca è obbligatorio: senza, il ricorso all’ABF è inammissibile;
  • le decisioni dell’ABF non sono esecutive come una sentenza, ma l’eventuale inadempimento dell’intermediario viene reso pubblico, e nella pratica le banche vi si adeguano quasi sempre.

Nella maggior parte dei casi, però, il contenzioso si evita a monte: il rifiuto della banca nasce quasi sempre da un fascicolo incompleto o da una dichiarazione di successione compilata in modo impreciso, non da una volontà ostruzionistica dell’istituto.

La guida completa alla successione: dal decesso alla voltura

Sbloccare il conto è solo una tappa di un percorso più ampio, che comprende l’accettazione dell’eredità, la dichiarazione all’Agenzia delle Entrate, il pagamento delle imposte ipotecaria e catastale e la voltura degli immobili.

Se devi affrontare l’intero iter e non solo la fase bancaria, ti consigliamo di partire dalla nostra guida pillar: Come Funziona la Successione 2026: Guida Step-by-Step dalla Morte alla Voltura. Trovi il quadro completo, con la sequenza corretta degli adempimenti e le scadenze da rispettare.

Due approfondimenti utili a chi si trova nella situazione più frequente: Successione Genitori ai Figli 2026, per capire franchigie e imposte quando l’eredità passa in linea retta, e Successione Senza Notaio 2026, per sapere quando la pratica può essere gestita direttamente dal CAF.

Ricorda infine un aspetto tipicamente friulano: in Friuli Venezia Giulia vige il sistema tavolare, un registro catastale diverso dal resto d’Italia, in cui la voltura degli immobili non è automatica e richiede l’intavolazione al Libro Fondiario. È una competenza specifica che i CAF nazionali spesso non hanno e che il CAF Centro Fiscale di Udine gestisce da anni.

Domande frequenti su come sbloccare conti correnti e titoli del defunto

Quanto tempo ci vuole per sbloccare conti correnti e titoli del defunto?

Dopo la consegna della documentazione completa alla banca, comprensiva della ricevuta di presentazione della dichiarazione di successione, servono mediamente da due a quattro settimane. Le pratiche con più eredi, dossier titoli o testamento possono richiedere due o tre mesi. Non esiste un termine di legge: i tempi dipendono dall’organizzazione interna dell’istituto e, soprattutto, dalla completezza del fascicolo.

Il conto cointestato con il coniuge si blocca del tutto?

No, se il conto è a firma disgiunta: il coniuge superstite continua a operare sulla propria quota, mentre viene congelata la quota del defunto, presunta pari al 50% del saldo salvo prova contraria. Se invece il conto è a firma congiunta, ogni operazione richiede la firma di tutti i cointestatari e il rapporto resta di fatto bloccato fino alla definizione della successione.

Posso usare il conto del defunto per pagare il funerale?

Sì, entro certi limiti. La banca può saldare direttamente l’agenzia funebre dietro presentazione della fattura e del certificato di morte, senza attendere la conclusione della successione. Il pagamento avviene a favore dell’impresa e non degli eredi, nei limiti del saldo disponibile e del massimale interno stabilito dall’istituto.

Serve sempre la dichiarazione di successione per sbloccare il conto?

Non sempre. Scatta l’esonero quando l’eredità è devoluta al coniuge o a parenti in linea retta, l’attivo ereditario non supera i 100.000 euro e non ci sono immobili né diritti reali immobiliari. In quel caso alla banca si presenta una dichiarazione sostitutiva di atto notorio che attesta la sussistenza dei requisiti di esonero. Basta però un solo immobile, o un erede non in linea retta, per far tornare l’obbligo.

Cosa succede alle azioni e ai fondi presenti nel dossier titoli?

Restano investiti e continuano a oscillare di valore, ma il dossier è bloccato: non si può vendere né riacquistare. Una volta completata la successione, gli eredi possono scegliere tra la voltura del dossier su nuovi rapporti intestati a loro o la liquidazione dei titoli. I valori vanno comunque indicati nella dichiarazione di successione, calcolati alla data del decesso secondo i criteri di legge.

La banca non risponde da mesi: cosa posso fare?

Occorre inviare un reclamo scritto all’ufficio reclami della banca, via PEC o raccomandata A/R, allegando le prove della documentazione già consegnata. La banca ha 60 giorni per rispondere. In caso di silenzio o di risposta negativa si può presentare ricorso all’Arbitro Bancario Finanziario entro 12 mesi dal reclamo, con un contributo di 20 euro e per richieste di denaro fino a 200.000 euro.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.


Hai Bisogno di Assistenza per la Successione?

Sbloccare conti correnti e titoli del defunto non è una procedura impossibile, ma è una procedura che non perdona le imprecisioni: un documento mancante, una firma dimenticata o una dichiarazione di successione compilata male possono bloccare per mesi somme di cui la famiglia ha bisogno subito.

Il CAF Centro Fiscale di Udine segue l’intera pratica: raccolta dei certificati, richiesta alla banca della certificazione dei rapporti alla data del decesso, valutazione dell’eventuale esonero, predisposizione e invio della dichiarazione di successione all’Agenzia delle Entrate, consegna della ricevuta da esibire allo sportello e assistenza fino allo svincolo effettivo di conti, dossier titoli e fondi. Ci occupiamo anche delle successioni con immobili in Friuli Venezia Giulia, dove il sistema tavolare richiede l’intavolazione al Libro Fondiario.

Compila il modulo qui sotto o prenota un appuntamento per ricevere un preventivo personalizzato: ti diciamo subito quali documenti servono nel tuo caso e quanto tempo richiederà la pratica. Il servizio è disponibile sia in ufficio a Udine, in Viale Tullio 13, sia online in tutta Italia.

Hai bisogno di assistenza per la successione? Il CAF Centro Fiscale di Udine è a tua disposizione, sia in ufficio che online. Contattaci al 0432 1638640 o scrivici su WhatsApp al 366 6018121.

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    04/09/2026
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    01/09/2026
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    25/08/2026
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    Ottima esperienza col signor Edison che mi ha seguita nelle pratiche per bonus edilizi con competenza e cortesia.
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    23/07/2026
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    Settembre 10, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale
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    Naspi: cosa succede quando finisce l’indennità di disoccupazione

    Dimissioni Volontarie 2026 TFR e Naspi

    La Naspi non dura per sempre. Prima o poi l’indennità di disoccupazione arriva al suo ultimo bonifico, e per chi non ha ancora trovato un nuovo lavoro quel momento può generare non poca preoccupazione. Capire in anticipo quando scatta la naspi fine indennità, e soprattutto cosa succede subito dopo, aiuta a organizzarsi senza farsi cogliere impreparati.

    In questo articolo vediamo quanto può durare la Naspi nel 2026, quali obblighi restano in capo a chi la riceve, cosa cambia quando l’assegno si esaurisce e quali strumenti di sostegno al reddito possono, in alcuni casi, prendere il posto dell’indennità.

    Indice dei contenuti

    1. Naspi 2026: quanto dura l’indennità di disoccupazione
    2. Cosa succede quando finisce la Naspi
    3. Gli obblighi verso il centro per l’impiego
    4. Assegno di Inclusione: un aiuto possibile dopo la fine della Naspi
    5. Ricollocazione lavorativa dopo la Naspi
    6. Domande frequenti sulla fine della Naspi

    Naspi 2026: quanto dura l’indennità di disoccupazione

    La Naspi (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego) è la prestazione INPS pensata per chi perde involontariamente il lavoro dipendente. La sua durata naspi non è uguale per tutti: dipende dalla storia contributiva di chi la richiede. In pratica spettano tante mensilità quante sono le settimane di contribuzione maturate negli ultimi quattro anni, divise per due.

    Questo significa che chi ha lavorato con continuità per molti anni può arrivare fino al tetto massimo previsto dalla normativa, pari a 24 mesi, cioè due anni pieni di indennità. Chi invece ha una carriera più discontinua, magari fatta di contratti brevi alternati a periodi di inattività, riceve una Naspi più breve, anche di poche mensilità.

    Un aspetto che spesso sorprende i beneficiari è la riduzione progressiva dell’importo. A partire dal sesto mese di fruizione (dall’ottavo mese per chi ha compiuto 55 anni alla data di presentazione della domanda), l’assegno si riduce del 3% ogni mese. Non si tratta quindi di un importo fisso dall’inizio alla fine, ma di una cifra che si assottiglia progressivamente, proprio per incentivare la ricerca attiva di una nuova occupazione. Per approfondire i casi in cui la prestazione può essere sospesa o revocata prima del termine naturale, il nostro approfondimento su quando la Naspi si perde, si sospende o decade spiega nel dettaglio le situazioni più comuni.

    Cosa succede quando finisce la Naspi

    Quando si arriva alla naspi fine indennità, il pagamento mensile semplicemente si interrompe: non c’è un rinnovo automatico, né una proroga concessa d’ufficio. L’ultimo bonifico corrisponde all’ultima mensilità spettante in base al calcolo iniziale, e da quel momento il sostegno economico legato alla Naspi cessa definitivamente.

    Questo non significa però che la persona perda automaticamente lo stato di disoccupazione o gli altri diritti collegati. Restare senza indennità e senza lavoro è una condizione delicata, ma non priva di strumenti. È importante, in questa fase, verificare con attenzione la propria posizione presso l’INPS e presso il centro per l’impiego di riferimento, perché da questi due soggetti dipendono sia eventuali ulteriori misure di sostegno sia le opportunità di reinserimento lavorativo.

    Vale la pena ricordare anche un aspetto pratico spesso trascurato: con la fine della Naspi cambia la situazione reddituale del nucleo familiare. Per chi deve richiedere prestazioni legate all’ISEE, come bonus o agevolazioni comunali, può essere utile sapere che esiste uno strumento chiamato ISEE corrente, pensato proprio per fotografare una situazione economica peggiorata rispetto a quella certificata dall’ISEE ordinario. Anche il calendario dei pagamenti INPS resta un riferimento utile in questa fase di transizione: lo trovi nel nostro articolo sul calendario dei pagamenti INPS di settembre 2026.

    Gli obblighi verso il centro per l’impiego

    Chi percepisce la Naspi non riceve un sostegno economico incondizionato. Fin dalla presentazione della domanda, il beneficiario sottoscrive la cosiddetta Dichiarazione di Immediata Disponibilità al lavoro (DID), che lo inserisce nel percorso di politiche attive gestito dai centri per l’impiego.

    Durante tutto il periodo di fruizione della Naspi, e non solo alla fine, restano attivi alcuni obblighi concreti:

    • partecipare agli appuntamenti fissati dal centro per l’impiego per la profilazione e l’orientamento;
    • accettare eventuali percorsi di formazione o riqualificazione professionale proposti;
    • comunicare tempestivamente l’inizio di una nuova attività lavorativa, anche se part-time o a termine;
    • rispondere alle convocazioni per colloqui di lavoro ritenuti congrui rispetto al proprio profilo.

    Il mancato rispetto di questi obblighi può comportare la decadenza dalla prestazione anche prima della scadenza naturale. Per questo motivo, mantenere un rapporto attivo con il centro per l’impiego non è solo un adempimento burocratico, ma anche il canale attraverso cui passano concretamente le opportunità di ricollocazione lavorativa una volta che la naspi fine indennità diventa realtà.

    Assegno di Inclusione: un aiuto possibile dopo la fine della Naspi

    Quando l’indennità si esaurisce e non è ancora arrivato un nuovo impiego, alcune famiglie possono valutare l’accesso all’Assegno di Inclusione (ADI), la misura di sostegno al reddito destinata ai nuclei in condizioni di fragilità economica e sociale. Non si tratta di una prosecuzione automatica della Naspi, ma di una prestazione diversa, con requisiti propri legati all’ISEE del nucleo familiare, alla composizione della famiglia e alla presenza di componenti fragili (minori, over 60, persone con disabilità).

    Proprio perché i requisiti sono stringenti, non tutti coloro che escono dalla Naspi hanno automaticamente diritto all’ADI: è necessario un ISEE aggiornato e, spesso, conviene valutare se richiedere un ISEE corrente per rappresentare in modo fedele la nuova situazione economica, oggi più bassa rispetto a quando si percepiva ancora l’indennità di disoccupazione.

    Ricollocazione lavorativa dopo la Naspi

    L’obiettivo dichiarato della Naspi non è mai stato quello di sostituire uno stipendio a tempo indeterminato, ma di accompagnare la persona verso un nuovo impiego. Per questo, superata la fase dell’indennità, resta centrale il rapporto con i servizi per il lavoro: aggiornamento del profilo professionale, partecipazione a corsi di formazione, candidature seguite anche con il supporto di operatori specializzati.

    Chi ha una storia contributiva solida e un profilo professionale ricercato spesso trova una nuova occupazione prima ancora che la Naspi si esaurisca. Per altri, invece, il periodo successivo alla fine dell’indennità può richiedere un supplemento di attivazione, magari accettando percorsi di riqualificazione o valutando settori diversi da quello di provenienza. In ogni caso, la fine della Naspi non chiude le porte: rimangono aperti sia i canali del centro per l’impiego sia, quando ne ricorrano i requisiti, le misure di sostegno al reddito come l’Assegno di Inclusione.

    Domande frequenti sulla fine della Naspi

    Quanto dura al massimo la Naspi nel 2026?

    La durata massima è di 24 mesi, ma il periodo effettivo dipende dalle settimane di contribuzione maturate negli ultimi quattro anni: la Naspi spetta per metà di quelle settimane.

    Cosa succede se finisce la Naspi e non ho ancora trovato lavoro?

    Il pagamento si interrompe automaticamente. Restano attivi gli obblighi verso il centro per l’impiego e, se si possiedono i requisiti economici, si può valutare l’accesso a misure come l’Assegno di Inclusione.

    La Naspi si può rinnovare automaticamente?

    No. Al termine del periodo spettante non c’è alcun rinnovo automatico. Per una nuova Naspi serve un nuovo evento di disoccupazione involontaria e nuovi requisiti contributivi.

    Devo restituire la Naspi se trovo lavoro prima della scadenza?

    In generale no, la Naspi già percepita non va restituita se si trova una nuova occupazione: va però comunicata tempestivamente al centro per l’impiego e all’INPS, perché l’indennità si interrompe o si riduce a seconda del tipo di contratto.

    Cosa devo fare per non perdere diritti dopo la fine della Naspi?

    Conviene mantenere aggiornata la propria posizione presso il centro per l’impiego, verificare l’ISEE del nucleo familiare e informarsi tempestivamente su eventuali misure di sostegno al reddito a cui si potrebbe avere diritto.

    Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

    Settembre 10, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale
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