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NASPI / DISOCCUPAZIONE, PATRONATO

DIS-COLL 2026: Disoccupazione per Collaboratori Coordinati

Naspi Anticipata CAF Udine

La DIS-COLL e la disoccupazione dedicata ai collaboratori coordinati e continuativi (co.co.co), assegnisti di ricerca e dottorandi con borsa di studio. Nel 2026 questa indennita continua ad essere un sostegno importante per chi perde involontariamente un contratto di collaborazione.

Requisiti DIS-COLL 2026

Per accedere alla DIS-COLL nel 2026 servono:

  • Almeno 3 mesi di contribuzione nell’anno precedente la cessazione
  • Disoccupazione involontaria (scadenza contratto, non rinnovo)
  • Iscrizione al Centro per l’Impiego
  • Rilascio DID (Dichiarazione Immediata Disponibilita al lavoro)



Calcolo importo DIS-COLL

L’importo si calcola sul reddito medio mensile degli ultimi 12 mesi:

  • 75% del reddito se inferiore a 1.352 euro
  • 75% di 1.352 euro + 25% della parte eccedente se superiore
  • Importo massimo circa 1.550 euro/mese
  • Riduzione del 3% ogni mese dal quarto mese



Durata DIS-COLL

La durata e pari alla meta dei mesi di contribuzione negli ultimi 12 mesi, con massimo 12 mesi.



Come presentare domanda

La domanda va presentata entro 68 giorni dalla cessazione del rapporto tramite:

  • Sito INPS con SPID
  • Contact center INPS
  • Patronato

📚 Approfondisci: Leggi la nostra NASPI 2026: Guida Completa per una panoramica completa.



Hai bisogno di assistenza?

Il CAF Centro Fiscale di Udine ti aiuta con pensioni, NASPI e successioni.

Contattaci:

  • Telefono: 0432 1638640
  • Email: info@centrofiscale.com

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

Settembre 15, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale
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NOTIZIE

Assegno Unico 2027 e rivalutazione ISTAT: come cambiano gli importi

ASSEGNO UNICO UNIVERSALEASSEGNO UNICO UNIVERSALE

L’assegno unico 2027 si prepara a un nuovo adeguamento degli importi mensili. Il meccanismo di rivalutazione automatica legato all’inflazione, previsto dalla normativa istitutiva della misura, dovrebbe infatti far salire le cifre erogate alle famiglie con figli a carico. Non sono ancora stati diffusi i decreti ufficiali con i nuovi valori, ma il funzionamento del sistema permette di capire in che direzione si muoveranno gli importi.

Si tratta di una notizia attesa da migliaia di nuclei familiari italiani, dato che l’assegno unico e universale rappresenta ormai il principale sostegno economico per chi ha figli a carico, minorenni o maggiorenni fino a 21 anni se rispettano determinati requisiti. Vediamo nel dettaglio come funziona la rivalutazione, quali sono gli importi attuali presi come riferimento e cosa aspettarsi dal 2027.

Indice dei contenuti

  • Cos’è l’Assegno Unico e a chi spetta
  • Come funziona la rivalutazione annuale
  • Gli importi 2026 come riferimento per il 2027
  • Cosa cambia con l’Assegno Unico 2027
  • Tempistiche e domande frequenti

Cos’è l’Assegno Unico e a chi spetta

L’assegno unico e universale (AUU) è una prestazione economica erogata dall’INPS a sostegno delle famiglie con figli a carico. È stato introdotto dal D.Lgs. 230/2021 e ha sostituito diverse misure precedenti, come il bonus bebè e le detrazioni fiscali per figli a carico under 21, semplificando il sistema di aiuti alle famiglie in un’unica prestazione mensile.

Ne hanno diritto le famiglie con figli minorenni a carico, senza limiti di reddito, e con figli maggiorenni fino ai 21 anni se rispettano requisiti specifici (ad esempio se frequentano un percorso di studi, un tirocinio, sono registrati come disoccupati in cerca di lavoro o svolgono il servizio civile universale). Non ci sono soglie di reddito minime per accedere alla misura: cambia però l’importo erogato, che varia in base al valore dell’ISEE del nucleo familiare.

Chi non presenta l’ISEE, o presenta un ISEE superiore alla soglia massima prevista, riceve comunque l’importo minimo garantito dalla normativa. Questo elemento è importante da ricordare: anche le famiglie con redditi più elevati hanno diritto a una quota, seppur ridotta rispetto a chi si trova nelle fasce ISEE più basse.

Come funziona la rivalutazione annuale

Il punto centrale della notizia riguarda proprio il meccanismo di rivalutazione dell’assegno unico. La normativa istitutiva prevede infatti che gli importi vengano aggiornati ogni anno sulla base della variazione dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo, lo stesso indicatore utilizzato per adeguare pensioni e altre prestazioni sociali all’andamento dell’inflazione.

In parole semplici: se il costo della vita aumenta, aumentano proporzionalmente anche gli importi dell’assegno, in modo da mantenere inalterato il potere d’acquisto del sostegno erogato alle famiglie. Questo adeguamento è già avvenuto per il passaggio dal 2025 al 2026, quando gli importi sono stati rivalutati dello 1,4% circa, e si ripeterà secondo lo stesso schema anche per il passaggio al 2027.

La rivalutazione non riguarda solo l’importo massimo per figlio, ma anche le altre componenti della misura: l’importo minimo, le maggiorazioni per figli con disabilità, la maggiorazione per i figli successivi al secondo, quella per le madri under 21 e quella per i nuclei in cui entrambi i genitori lavorano. Tutte queste voci vengono aggiornate percentualmente, mantenendo invariata la struttura complessiva della prestazione. Resta invece fissa a 150 euro al mese la maggiorazione forfettaria per i nuclei con almeno 4 figli (Circolare INPS n. 7/2026).

Gli importi 2026 come riferimento per il 2027

Per capire quali potrebbero essere gli importi del 2027 è utile partire dai valori attualmente in vigore nel 2026, che rappresentano la base di calcolo su cui si applicherà la nuova rivalutazione. Attualmente l’assegno unico prevede questi importi mensili per figlio:

  • Fino a un ISEE di circa 17.468,51 euro: importo massimo di 203,80 euro al mese per figlio minorenne (99,10 euro per i figli di 18-20 anni);
  • Tra la soglia minima e quella massima di ISEE: importo decrescente calcolato in modo progressivo;
  • Con ISEE superiore a 46.582,71 euro, oppure in assenza di ISEE: importo minimo di 58,30 euro al mese per figlio minorenne (29,10 euro per i figli di 18-20 anni);
  • Maggiorazione per figli con disabilità under 21: 99,10 euro al mese per disabilità media, 110,60 euro per disabilità grave e 122,30 euro per non autosufficienza, indipendentemente dall’ISEE;
  • Maggiorazione forfettaria per famiglie con 4 o più figli: circa 150 euro al mese per nucleo (non per singolo figlio);
  • Maggiorazione per nuclei con entrambi i genitori lavoratori: fino a 34,90 euro per ogni figlio minorenne con ISEE fino a 17.468,51 euro, poi decrescente e pari a zero oltre 46.582,71 euro (non spetta per i figli tra 18 e 21 anni).

Questi valori, aggiornati per il 2026 con una rivalutazione dell’1,4% rispetto all’anno precedente (Circolare INPS n. 7 del 30 gennaio 2026, Allegato 1), costituiscono il punto di partenza sul quale verrà applicata la percentuale di adeguamento per il 2027. È importante sottolineare che si tratta di importi di riferimento attuali, non ancora dei nuovi valori 2027.

Cosa cambia con l’Assegno Unico 2027

Per il 2027 ci si attende quindi un nuovo incremento degli importi dell’assegno unico, in linea con l’andamento dell’inflazione registrato nel corso del 2026. Al momento non esiste però una percentuale ufficiale di rivalutazione, né un decreto che stabilisca in modo definitivo i nuovi importi: questi dati vengono normalmente comunicati dall’INPS con una circolare dedicata, generalmente pubblicata verso la fine dell’anno o nei primi mesi di quello successivo.

Sulla base del meccanismo di calcolo previsto dalla normativa, è ragionevole ipotizzare che gli importi massimi e minimi dell’assegno unico 2027 possano salire leggermente rispetto ai valori 2026, così come è accaduto negli anni precedenti. Non è però possibile, allo stato attuale, indicare cifre precise: qualsiasi stima circolata in questa fase va considerata provvisoria, in attesa di conferma ufficiale da parte di INPS e MEF.

Un altro elemento da monitorare riguarda le eventuali novità che potrebbero essere introdotte con la prossima Legge di Bilancio, che talvolta ha previsto interventi aggiuntivi rispetto alla semplice rivalutazione ISTAT, ad esempio maggiorazioni specifiche per particolari categorie di famiglie o soglie ISEE riviste. Anche in questo caso, si tratta di ipotesi che potranno essere confermate solo con la pubblicazione dei testi normativi definitivi.

Fonti

  • Circolare INPS n. 7 del 30 gennaio 2026 (importi e soglie ISEE dell’Assegno Unico 2026)
  • Allegato 1 alla Circolare INPS n. 7/2026 (tabella degli importi mensili 2026 per fascia ISEE)
  • D.Lgs. 29 dicembre 2021, n. 230 (istituzione dell’Assegno Unico e Universale)
  • Messaggio INPS n. 3931 del 24 dicembre 2025 (calendario dei pagamenti dell’Assegno Unico 2026)

Tempistiche e domande frequenti

Per quanto riguarda le tempistiche, l’adeguamento degli importi dell’assegno unico 2027 dovrebbe avvenire, come consuetudine, tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027, con l’INPS che pubblicherà la circolare esplicativa contenente i nuovi valori mensili. I pagamenti ai beneficiari già titolari della prestazione avvengono in date diverse ogni mese, fissate dal calendario annuale dell’INPS (per il 2026 il messaggio n. 3931 del 24 dicembre 2025), mentre per le nuove domande la prima rata arriva di norma nell’ultima settimana del mese successivo a quello di presentazione.

Quando arriveranno i nuovi importi dell’assegno unico 2027?

Gli importi aggiornati vengono generalmente comunicati dall’INPS tra la fine dell’anno in corso e i primi mesi di quello successivo, attraverso una circolare dedicata alla rivalutazione annuale.

Di quanto aumenterà l’assegno unico nel 2027?

Non esiste ancora una percentuale ufficiale. L’aumento dipenderà dalla variazione dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo registrata nel corso del 2026, quindi al momento si può parlare solo di stime prudenti in attesa di conferma ufficiale.

Serve presentare un nuovo ISEE per ricevere l’importo aggiornato?

Sì. L’ISEE ha validità dal 1 gennaio al 31 dicembre di ogni anno: per continuare a ricevere l’importo calcolato in base alla propria situazione economica è necessario presentare una nuova DSU (Dichiarazione Sostitutiva Unica) valida per l’anno di riferimento.

Chi non presenta l’ISEE perde l’assegno unico?

No, ma senza ISEE valido si riceve l’importo minimo previsto dalla normativa, quello riservato anche a chi ha un ISEE superiore alla soglia massima.

Fino a che età spetta l’assegno unico per i figli?

Spetta senza limiti di reddito per i figli minorenni, mentre per i figli maggiorenni è previsto fino ai 21 anni, a condizione che frequentino un percorso di studi o di formazione, svolgano un tirocinio, siano registrati come disoccupati e in cerca di lavoro presso i servizi pubblici per l’impiego, oppure svolgano un’attività lavorativa con reddito complessivo inferiore a 8.000 euro annui, oppure svolgano il servizio civile universale.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

Settembre 14, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale
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Pensione a 64 anni, Giorgetti apre alla proposta della Lega: chi potrebbe uscire prima

Pensione 2026 INPS

La pensione a 64 anni torna al centro del dibattito politico. Il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha commentato con apertura la proposta della Lega di consentire l’uscita anticipata dal lavoro a 64 anni di età, pur ricordando la necessità di garantire l’equilibrio dei conti pubblici. Al momento si tratta di un’ipotesi allo studio, non di una misura già approvata: vediamo cosa è stato detto finora e chi potrebbe beneficiarne in caso di attuazione.

Indice dei contenuti

  1. Cosa ha detto Giorgetti sulla pensione a 64 anni
  2. La proposta della Lega: di cosa si tratta
  3. Chi potrebbe beneficiare della pensione a 64 anni
  4. L’equilibrio dei conti pubblici: il nodo principale
  5. Cosa cambia rispetto alle regole attuali sulla pensione anticipata
  6. Domande frequenti sulla pensione a 64 anni

Cosa ha detto Giorgetti sulla pensione a 64 anni

Durante l’evento “A tua difesa” organizzato dalla Lega, il Ministro Giancarlo Giorgetti ha affrontato il tema della pensione a 64 anni, sostenendo che la proposta del partito “deve essere letta nel modo corretto”. Il titolare del MEF ha sottolineato che qualsiasi intervento sul sistema previdenziale deve garantire equilibrio dei conti ed equità di trattamento tra i lavoratori. Non si è trattato di un annuncio ufficiale di riforma, ma di un commento politico a un’idea ancora in fase di discussione all’interno della maggioranza.

Le parole di Giorgetti vanno quindi lette come un’apertura di principio, non come un impegno concreto del Governo. La misura, se dovesse essere formalizzata, richiederebbe comunque un percorso di approvazione parlamentare e una copertura finanziaria adeguata, aspetti su cui al momento non ci sono dettagli ufficiali.

La proposta della Lega: di cosa si tratta

La proposta della Lega punterebbe ad ampliare la possibilità di pensione anticipata a 64 anni anche ai lavoratori del cosiddetto sistema misto, cioè coloro che hanno iniziato a versare contributi previdenziali prima del 1996 e che oggi, per accedere a formule di uscita anticipata legate al metodo contributivo, incontrano requisiti diversi rispetto a chi ha iniziato a lavorare dopo quella data.

Secondo le prime indiscrezioni riprese dalla stampa, l’ipotesi prevederebbe la possibilità di un ricalcolo dell’intera carriera contributiva con il metodo contributivo per chi accetta di uscire a 64 anni. Va detto con chiarezza: i requisiti contributivi minimi esatti, le eventuali penalizzazioni sull’importo dell’assegno e la platea precisa dei beneficiari non sono ancora stati definiti in alcun testo normativo ufficiale. Si tratta quindi di una proposta che necessita di ulteriori chiarimenti tecnici prima di poter essere valutata nel dettaglio.

Chi potrebbe beneficiare della pensione a 64 anni

Se la proposta dovesse effettivamente trovare spazio in un provvedimento normativo, i principali destinatari sarebbero i lavoratori appartenenti al sistema misto, ovvero chi ha iniziato la propria carriera lavorativa prima del 1996 e oggi non può accedere ad alcune forme di pensionamento anticipato riservate a chi rientra interamente nel sistema contributivo.

In generale, tra i lavoratori più interessati a un’eventuale estensione dell’uscita a 64 anni potrebbero esserci:

  • lavoratori dipendenti e autonomi con una carriera contributiva iniziata prima del 1996;
  • persone vicine alla soglia dei 64 anni che oggi non rientrano nei requisiti per l’uscita anticipata;
  • chi valuta di accettare un ricalcolo contributivo pur di anticipare l’uscita dal lavoro.

È importante ribadire che, trattandosi di una proposta ancora al vaglio, non esiste al momento alcuna platea ufficiale di beneficiari. Chi si trova vicino all’età pensionabile continua quindi a fare riferimento agli strumenti di uscita già previsti dal quadro normativo vigente, aggiornato dalla Legge di Bilancio 2026.

L’equilibrio dei conti pubblici: il nodo principale

Il tema più delicato resta quello delle coperture finanziarie. Ogni misura che anticipa l’uscita dal lavoro comporta un costo per le casse pubbliche, e lo stesso Giorgetti ha ricordato che qualunque intervento sulle pensioni deve essere sostenibile nel tempo. Non a caso, il Ministro ha collegato la discussione sulla pensione a 64 anni al più ampio tema dell’equità tra generazioni, evocando anche l’ipotesi di una flat tax per i redditi dei giovani lavoratori, altro tema emerso nello stesso contesto.

Va sottolineato che, in questa fase, il Governo continua a promuovere anche misure di segno opposto rispetto all’uscita anticipata, come gli incentivi per chi, pur avendo già maturato il diritto alla pensione, decide di restare al lavoro. Ne è un esempio il bonus Giorgetti 2026, riservato ai lavoratori dipendenti che maturano i requisiti per la pensione anticipata e scelgono di proseguire l’attività lavorativa. Questo dimostra come, al momento, coesistano nel dibattito pubblico spinte contrapposte: da un lato la richiesta di flessibilità in uscita, dall’altro la necessità di trattenere lavoratori esperti sul mercato del lavoro.

Cosa cambia rispetto alle regole attuali sulla pensione anticipata

Ad oggi, il sistema previdenziale italiano prevede già diverse strade per l’uscita anticipata, con requisiti di età e di contribuzione differenti a seconda della misura (pensione anticipata ordinaria, opzioni riservate a specifiche categorie, strumenti di accompagnamento alla pensione). La proposta della Lega, se dovesse concretizzarsi, si aggiungerebbe a queste opzioni come ulteriore canale, riservato in particolare a chi accetta il ricalcolo contributivo della propria carriera.

Va ribadito che, allo stato attuale, non è cambiato nulla nelle regole vigenti per l’accesso alla pensione. Le novità approvate con l’ultima Legge di Bilancio 2026 restano il quadro normativo di riferimento, mentre la proposta sulla pensione a 64 anni rimane, per ora, una discussione politica senza traduzione in un testo di legge.

Domande frequenti sulla pensione a 64 anni

La pensione a 64 anni è già in vigore?
No. Si tratta di una proposta politica della Lega, commentata con apertura da Giorgetti, ma non ancora tradotta in un provvedimento normativo approvato.

Chi potrebbe beneficiare della misura, se approvata?
Secondo le prime indicazioni, la proposta riguarderebbe soprattutto i lavoratori del sistema misto, cioè chi ha iniziato a versare contributi prima del 1996, disposti a un ricalcolo contributivo della carriera.

Quando potrebbe entrare in vigore la pensione a 64 anni?
Non ci sono al momento tempistiche ufficiali. La misura dovrebbe eventualmente essere discussa e approvata nell’ambito di una prossima manovra economica.

Ci saranno penalizzazioni sull’importo dell’assegno pensionistico?
Non è ancora possibile saperlo con certezza: i dettagli tecnici, comprese eventuali riduzioni legate al ricalcolo contributivo, non sono stati definiti in modo ufficiale.

Cosa devono fare oggi i lavoratori vicini alla pensione?
Chi è vicino all’età pensionabile deve continuare a fare riferimento alle regole attualmente vigenti, senza contare sulla proposta della pensione a 64 anni finché non sarà eventualmente approvata in via definitiva.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

Settembre 14, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale
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Voucher Doppia Transizione 2026, fino a 11.500 euro per le MPMI capitoline

Notizie fiscali CAF Centro Fiscale

Arriva una nuova occasione per le imprese della Capitale che vogliono innovarsi senza pesare troppo sui bilanci. Il voucher doppia transizione 2026 è un contributo a fondo perduto promosso dalla Camera di Commercio di Roma, pensato per sostenere le micro, piccole e medie imprese (MPMI) del territorio nel percorso verso la trasformazione digitale e la sostenibilità ambientale. Il contributo può arrivare fino a 11.500 euro per impresa e rappresenta una delle misure più interessanti degli ultimi mesi per chi opera a Roma e provincia.

Nelle prossime righe vediamo che cos’è il voucher doppia transizione 2026, chi può richiederlo, quali spese sono ammesse e quali sono, ad oggi, le informazioni disponibili su tempistiche e modalità di presentazione della domanda.

Indice dei contenuti

  1. Cos’è il Voucher Doppia Transizione 2026
  2. A chi è rivolto: i requisiti per le MPMI di Roma
  3. Importo del contributo: fino a 11.500 euro
  4. Spese ammissibili per la transizione digitale ed ecologica
  5. Come e quando fare domanda per il Voucher Doppia Transizione 2026
  6. Domande frequenti sul Voucher Doppia Transizione 2026

Cos’è il Voucher Doppia Transizione 2026

Il voucher doppia transizione 2026 è una misura di finanza agevolata rivolta alle imprese con sede legale e/o unità locale nel territorio di competenza della Camera di Commercio di Roma. L’espressione “doppia transizione” indica il duplice obiettivo del bando: da un lato favorire l’introduzione di tecnologie digitali nei processi aziendali, dall’altro accompagnare le imprese verso percorsi di sostenibilità ambientale.

In pratica, si tratta di un contributo a fondo perduto, cioè una somma che l’impresa non deve restituire, erogata a copertura di una parte delle spese sostenute per acquistare beni strumentali o servizi di consulenza e formazione collegati a queste due aree di intervento. L’obiettivo dichiarato è quello di rendere le MPMI romane più competitive, moderne e attente all’impatto ambientale della propria attività.

A chi è rivolto: i requisiti per le MPMI di Roma

Il voucher doppia transizione 2026 è riservato alle micro, piccole e medie imprese (MPMI) che rispettano alcuni requisiti fondamentali richiesti dal bando della Camera di Commercio di Roma. In particolare, secondo quanto riportato, per partecipare l’impresa deve rispettare questi criteri:

  • Avere sede legale e/o unità locale nel territorio di competenza della Camera di Commercio di Roma
  • Risultare regolarmente iscritta e attiva al Registro delle Imprese
  • Aver dichiarato l’attività svolta nella sede interessata dall’investimento
  • Essere in regola con il pagamento del diritto annuale camerale
  • Trovarsi nel pieno e libero esercizio dei propri diritti, senza le condizioni ostative previste dal bando
  • Non aver ricevuto contributi dalla Camera di Commercio di Roma nei tre anni antecedenti la data di pubblicazione del bando

Rientrano quindi nel perimetro dei potenziali beneficiari anche le ditte individuali, comprese quelle che operano in regime forfettario, purché iscritte come impresa al Registro delle Imprese e in possesso dei requisiti dimensionali previsti per le MPMI. È comunque opportuno verificare con attenzione il testo integrale del bando pubblicato dalla Camera di Commercio di Roma prima di presentare domanda.

Importo del contributo: fino a 11.500 euro

Il cuore della misura è naturalmente l’entità del contributo. Il voucher doppia transizione 2026 viene erogato nella forma di un contributo a fondo perduto pari al 70% delle spese ammissibili, fino a un importo massimo ordinario di 10.000 euro per impresa. È richiesto un investimento minimo di 3.000 euro per poter accedere alla misura.

A questo importo base si possono aggiungere delle premialità cumulabili, che permettono di arrivare fino al tetto massimo di 11.500 euro, sempre nel limite del 100% della spesa ammessa. Le premialità previste sono le seguenti:

  • 250 euro aggiuntivi per le imprese in possesso del rating di legalità
  • 250 euro aggiuntivi per le imprese certificate sulla parità di genere
  • 1.000 euro aggiuntivi per le imprese costituite in maggioranza da giovani fino a 35 anni

Va sottolineato che il bando complessivo mette a disposizione risorse per un plafond significativo destinato alle imprese del territorio, ma l’importo effettivamente riconosciuto a ciascuna impresa dipenderà dalle spese sostenute e dalla presenza o meno delle premialità sopra descritte.

Spese ammissibili per la transizione digitale ed ecologica

Il voucher doppia transizione 2026 non copre qualsiasi tipo di spesa, ma è circoscritto agli investimenti realmente collegati ai due ambiti del bando: la digitalizzazione dei processi aziendali e i percorsi di sostenibilità. Tra le spese ammissibili rientrano, in linea generale, l’acquisto di beni strumentali finalizzati all’introduzione delle tecnologie previste dal bando e i servizi di consulenza o formazione relativi a queste stesse tecnologie.

Sono invece escluse alcune categorie di spesa considerate non direttamente funzionali al progetto di innovazione. Tra queste rientrano, ad esempio:

  • Smartphone, tablet, televisori e piccoli elettrodomestici non collegati al progetto
  • Canoni di manutenzione e assistenza tecnica, veicoli e beni destinati alla vendita
  • Spese di trasporto, vitto e alloggio
  • Attività di digital marketing, web advertising e servizi di mero adeguamento a obblighi di legge
  • Fatture di importo unitario inferiore a 500 euro

Le spese, per essere ammissibili, dovranno essere sostenute in una finestra temporale ben precisa: secondo quanto riportato dal bando, il periodo utile va dal 1° settembre 2026 al 30 aprile 2027. È quindi consigliabile pianificare gli investimenti tenendo conto di queste tempistiche.

Come e quando fare domanda per il Voucher Doppia Transizione 2026

Sul fronte delle scadenze, le informazioni finora circolate indicano che l’invio delle domande per il voucher doppia transizione 2026 sarebbe previsto in una finestra temporale compresa tra il 15 e il 22 settembre 2026. Trattandosi di dati che possono essere soggetti a precisazioni ufficiali, è sempre buona norma fare riferimento diretto al testo del bando pubblicato dalla Camera di Commercio di Roma prima di avviare qualsiasi pratica.

Come spesso accade con questo tipo di misure, la presentazione della domanda richiede la predisposizione di una documentazione tecnica ed economica precisa, oltre al rispetto puntuale dei requisiti soggettivi e oggettivi previsti dal bando. Un errore nella compilazione o un documento mancante può compromettere l’accesso al contributo, motivo per cui molte imprese scelgono di farsi affiancare da consulenti specializzati in finanza agevolata per la predisposizione della pratica.

Domande frequenti sul Voucher Doppia Transizione 2026

Cos’è esattamente il Voucher Doppia Transizione?

È un contributo a fondo perduto promosso dalla Camera di Commercio di Roma per sostenere le MPMI del territorio negli investimenti legati alla trasformazione digitale e alla sostenibilità ambientale.

Chi può richiedere il voucher?

Le micro, piccole e medie imprese con sede legale e/o unità locale nel territorio di competenza della Camera di Commercio di Roma, regolarmente iscritte e attive al Registro delle Imprese e in regola con il diritto annuale camerale.

Qual è l’importo massimo del contributo?

Il contributo ordinario copre il 70% delle spese ammissibili fino a 10.000 euro, importo che può salire fino a 11.500 euro grazie alle premialità cumulabili previste dal bando.

Quali spese sono escluse dal voucher?

Sono escluse, tra le altre, le spese per smartphone e tablet non collegati al progetto, veicoli, canoni di manutenzione, spese di trasporto e vitto, attività di digital marketing e le fatture di importo unitario inferiore a 500 euro.

Entro quando va presentata la domanda?

Secondo le prime indicazioni circolate, la finestra per l’invio delle domande sarebbe compresa tra il 15 e il 22 settembre 2026, salvo eventuali aggiornamenti ufficiali da parte della Camera di Commercio di Roma.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

Settembre 14, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale
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Interpelli Fiscali a Pagamento 2026: Chi Paga e Chi è Esonerato

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Gli interpelli fiscali a pagamento sono al centro di una riforma che sta cambiando il rapporto tra contribuenti e Agenzia delle Entrate. Il contributo da versare per presentare alcune tipologie di istanze di interpello è stato previsto dal D.Lgs. 219/2023, che ha riscritto l’articolo 11 dello Statuto del contribuente, ed è stato ridefinito dal D.Lgs. 192/2025, che lo circoscrive alle fattispecie particolarmente complesse. Nella pratica, però, gli interpelli sono finora rimasti gratuiti, perché manca ancora il regolamento che stabilisce gli importi. La novità non riguarda tutti gli interpelli: resta la gratuità per le richieste di chiarimento più comuni, mentre il pagamento riguarda le istanze più complesse, come quelle antiabuso o probatorie. Lo schema di regolamento attuativo è già stato esaminato dal Consiglio di Stato, che ha chiesto correttivi prima della pubblicazione definitiva. Vediamo nel dettaglio quali interpelli fiscali a pagamento sono previsti, quanto potrebbero costare e chi resta escluso dall’obbligo.

Indice dei contenuti

  1. Cosa sono gli interpelli fiscali a pagamento
  2. Quali interpelli sono soggetti al contributo
  3. Quanto costano gli interpelli fiscali a pagamento
  4. Chi è esonerato dal pagamento del contributo per interpello
  5. Iter normativo degli interpelli fiscali a pagamento

Cosa sono gli interpelli fiscali a pagamento

L’interpello è lo strumento con cui un contribuente chiede in anticipo all’Agenzia delle Entrate un parere su come applicare una norma fiscale al proprio caso concreto, prima di compiere un’operazione che potrebbe avere conseguenze tributarie rilevanti. Immagina un’azienda che sta valutando una riorganizzazione societaria e vuole sapere se il Fisco considererà l’operazione elusiva prima di realizzarla: presentare un interpello le permette di avere una risposta ufficiale e di tutelarsi da future contestazioni. Fino a oggi questo servizio è rimasto di fatto gratuito, indipendentemente dal tipo di istanza o dalle dimensioni di chi la presentava, perché il contributo già previsto dal D.Lgs. 219/2023 non è mai diventato operativo. Con il D.Lgs. 192/2025, che ha riscritto l’articolo 11, comma 3, dello Statuto del contribuente (L. 212/2000), il quadro cambia: il contributo viene circoscritto alle istanze relative a fattispecie particolarmente complesse, mentre le istanze più diffuse restano senza costi.

Quali interpelli sono soggetti al contributo

La riforma non estende l’obbligo di pagamento a tutte le tipologie di interpello, ma lo circoscrive alle fattispecie considerate di maggiore complessità istruttoria per l’Agenzia delle Entrate. Restano invece gratuiti gli interpelli di uso più comune tra privati e piccole partite IVA, cioè quelli interpretativi e qualificatori, con cui si chiede semplicemente come si applica una norma a una situazione specifica.

Istanze soggette al contributo

Secondo quanto emerso dallo schema di regolamento attuativo, il contributo per interpello riguarderebbe:

  • gli interpelli antiabuso, con cui si verifica se un’operazione configura un abuso del diritto tributario
  • gli interpelli disapplicativi, usati per chiedere di non applicare una norma antielusiva in casi particolari
  • gli interpelli probatori, con cui si dimostra la sussistenza di specifici requisiti previsti dalla legge
  • le istanze collegate a nuovi investimenti
  • le istanze legate al regime dei neo-residenti

Quanto costano gli interpelli fiscali a pagamento

Sul fronte degli importi, lo schema di regolamento affida la misura del contributo a una tabella allegata, che incrocia i tre parametri indicati dalla norma: la tipologia di contribuente, il suo volume d’affari o di ricavi e la tipologia di interpello presentata. Per la dimensione economica è stata individuata una soglia di 100 milioni di euro di fatturato o ricavi, che separa i contribuenti in due fasce con tariffe differenziate. Gli importi precisi della tabella non sono a oggi conoscibili: il testo definitivo del regolamento non è ancora stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale e il parere del Consiglio di Stato non riporta i valori delle tariffe. Va inoltre segnalato che il Consiglio di Stato, con il parere n. 1204/2026, ha invitato il Ministero dell’Economia a introdurre una progressività più equa tra le due fasce, per evitare di trattare allo stesso modo imprese di dimensioni molto diverse tra loro.

Chi è esonerato dal pagamento del contributo per interpello

Non tutti i contribuenti che presentano un’istanza rientrante tra quelle a pagamento dovranno versare il contributo. Lo schema di regolamento prevede infatti alcune esclusioni. Sono esonerati i soggetti che aderiscono al regime dell’adempimento collaborativo (D.Lgs. 128/2015), il rapporto rafforzato e volontario tra grandi contribuenti e Agenzia delle Entrate basato su trasparenza e dialogo preventivo: chi partecipa a questo regime ha già un canale diretto con il Fisco e non deve pagare per ottenere chiarimenti tramite interpello. È il caso di ricordare che il tema dell’adempimento collaborativo è stato oggetto di recenti chiarimenti operativi da parte dell’Agenzia delle Entrate, approfonditi nell’articolo Adempimento Collaborativo 2026: Guida Completa ai Chiarimenti Operativi. Sono esonerate anche le pubbliche amministrazioni. Per tutte le altre categorie di contribuenti, invece, resta da chiarire con precisione l’eventuale applicazione di riduzioni o franchigie per i soggetti di dimensioni più piccole, aspetto su cui il regolamento definitivo dovrà fare chiarezza.

Iter normativo degli interpelli fiscali a pagamento

Al momento la riforma sugli interpelli fiscali a pagamento non è ancora pienamente operativa. Il D.Lgs. 192/2025 ha riscritto l’articolo 11, comma 3, dello Statuto del contribuente (L. 212/2000) ponendo le basi della nuova disciplina, ma serve un regolamento del Ministero dell’Economia e delle Finanze, adottato ai sensi dell’articolo 17, comma 3, della legge 400/1988, per definire nel dettaglio tariffe, modalità di pagamento e adempimenti procedurali. Su questo schema di regolamento il Consiglio di Stato ha già reso il proprio parere, segnalando la necessità di correttivi sulla progressività degli importi. I prossimi passaggi previsti sono la pubblicazione del testo definitivo del regolamento e, successivamente, uno o più provvedimenti attuativi dell’Agenzia delle Entrate che stabiliranno in concreto come e quando versare il contributo. Fino a quel momento, gli interpelli restano sostanzialmente regolati dalle norme oggi vigenti.

La riforma degli interpelli fiscali a pagamento segna un cambio di approccio nel rapporto tra contribuenti e Agenzia delle Entrate: le istanze più complesse, come quelle antiabuso, disapplicative e probatorie, diventeranno a pagamento, mentre resteranno gratuite le richieste interpretative più diffuse. Restano da definire gli importi precisi e alcuni dettagli applicativi, in attesa della pubblicazione del regolamento definitivo del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Nei prossimi mesi si attendono ulteriori chiarimenti sulle modalità operative di versamento del contributo.

Domande Frequenti sugli Interpelli Fiscali a Pagamento

Cosa sono gli interpelli fiscali a pagamento?

Sono le istanze di interpello per le quali è previsto il versamento di un contributo all’Agenzia delle Entrate: il contributo è stato introdotto dal D.Lgs. 219/2023 nell’articolo 11 dello Statuto del contribuente ed è stato ridefinito dal D.Lgs. 192/2025, che lo limita alle fattispecie particolarmente complesse. Riguardano in particolare interpelli antiabuso, disapplicativi, probatori e alcune istanze su nuovi investimenti o regime dei neo-residenti.

Quali interpelli restano gratuiti?

Restano gratuiti gli interpelli interpretativi e qualificatori, cioè le istanze più comuni con cui si chiede come applicare una norma fiscale a un caso concreto.

Chi è esonerato dal pagamento del contributo per interpello?

Secondo lo schema di regolamento attuativo sono esonerati i soggetti aderenti al regime dell’adempimento collaborativo e le pubbliche amministrazioni. Per le altre categorie si attendono chiarimenti definitivi.

Quanto costa presentare un interpello a pagamento?

Gli importi esatti non sono ancora stati pubblicati in via definitiva: saranno fissati da una tabella allegata al regolamento del MEF, che incrocia tipologia di contribuente, volume d’affari o ricavi (con una soglia di 100 milioni di euro) e tipologia di interpello.

Quando entra in vigore il contributo per gli interpelli fiscali a pagamento?

La norma non è ancora pienamente operativa: manca la pubblicazione del regolamento attuativo definitivo del MEF, dopo il parere del Consiglio di Stato, e i successivi provvedimenti dell’Agenzia delle Entrate sulle modalità di pagamento.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

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Pensione donne 2026: chi può uscire prima e con quali requisiti

Pensione 2026 INPS

Il tema della pensione donne torna spesso al centro dell’attenzione, soprattutto quando si avvicina l’approvazione della Legge di Bilancio. Molte lavoratrici si chiedono se esistano ancora, nel 2026, vie di uscita anticipata pensate appositamente per loro, e a quali condizioni. La risposta non è semplice: alcune misure storiche, come Opzione Donna, non sono state prorogate per le nuove maturazioni, mentre altre restano attive con requisiti specifici. Vediamo nel dettaglio la situazione aggiornata, distinguendo tra chi ha già maturato un diritto negli anni scorsi e chi deve invece orientarsi tra le misure ancora disponibili.

Indice dei contenuti

  1. Le vie di uscita anticipata riservate alle donne nel 2026
  2. Opzione Donna 2026: chi può ancora accedere
  3. APE Sociale 2026: la misura prorogata per le categorie fragili
  4. Fondo Casalinghe e altre agevolazioni per le madri

Le vie di uscita anticipata riservate alle donne nel 2026

Parlando di pensione donne requisiti 2026, occorre innanzitutto chiarire che non esiste più un’unica misura pensata esclusivamente per le lavoratrici, come poteva sembrare in passato con Opzione Donna. Oggi il quadro è più frammentato e si compone di diversi strumenti, alcuni dei quali riservati a specifiche condizioni personali o familiari, più che al solo genere.

Le principali strade percorribili nel 2026 sono le seguenti:

  • Opzione Donna, ma solo per chi ha già maturato i requisiti entro il 31 dicembre 2024 (diritto cosiddetto “cristallizzato”);
  • APE Sociale, prorogata anche per il 2026 e aperta a caregiver, persone con invalidità e disoccupati di lunga durata, categorie in cui rientrano molte lavoratrici;
  • Fondo Casalinghe INPS, dedicato a chi ha svolto lavoro di cura familiare non retribuito, con requisiti anagrafici e contributivi propri;
  • agevolazioni collegate alla maternità, come il bonus per le lavoratrici madri con tre figli, che pur non essendo una via di pensionamento anticipato incide sul reddito disponibile durante la vita lavorativa.

A questi strumenti si affiancano le misure generali di pensione anticipata, come quella per i lavori gravosi o quella riservata a chi assiste familiari con disabilità grave ai sensi della Legge 104, a cui le donne possono accedere se rientrano nelle condizioni previste, senza distinzioni di genere.

Opzione Donna 2026: chi può ancora accedere

La misura più conosciuta legata alla pensione donne è senza dubbio Opzione Donna, che negli anni ha permesso l’uscita anticipata con il calcolo interamente contributivo, generalmente meno favorevole rispetto al sistema misto ma comunque utile per chi vuole lasciare il lavoro prima. La Legge di Bilancio 2026 (legge 30 dicembre 2025, n. 199) non ha previsto una nuova proroga della misura per chi matura i requisiti da quest’anno in poi: di fatto, per le nuove lavoratrici la porta di Opzione Donna resta chiusa.

Resta però pienamente valido il principio della cristallizzazione del diritto: chi aveva già maturato i requisiti entro il 31 dicembre 2024 conserva la possibilità di presentare domanda anche successivamente, indipendentemente dalla chiusura formale della misura per le nuove platee. I requisiti richiesti erano 35 anni di contributi e un’età anagrafica di 61 anni, ridotta di un anno per ogni figlio fino a un massimo di due anni: quindi 60 anni con un figlio e 59 anni con due o più figli. Potevano accedervi le lavoratrici rientranti in categorie specifiche, tra cui caregiver, persone con invalidità civile pari o superiore al 74% e lavoratrici licenziate o dipendenti di imprese con un tavolo di crisi attivo: per queste ultime il requisito anagrafico è di 59 anni, a prescindere dal numero di figli.

Le istruzioni operative per il riconoscimento dei requisiti maturati entro fine 2024 sono arrivate con la circolare INPS n. 19 del 25 febbraio 2026: chi ritiene di rientrare in questa platea può ancora presentare domanda, ma è importante verificare con attenzione la propria posizione contributiva, perché un errore nella ricostruzione della carriera potrebbe far perdere il diritto acquisito.

APE Sociale 2026: la misura prorogata per le categorie fragili

Diversamente da Opzione Donna, l’APE Sociale è stata prorogata fino al 31 dicembre 2026 dalla Legge di Bilancio 2026 (legge 30 dicembre 2025, n. 199), senza modifiche sostanziali ai requisiti già in vigore. Si tratta di un’indennità a carico dello Stato, non di una vera pensione, erogata fino al raggiungimento dell’età per la pensione di vecchiaia, pensata per accompagnare fuori dal lavoro chi si trova in condizioni di particolare fragilità.

Per il 2026 l’età richiesta resta fissata a 63 anni e 5 mesi, con anzianità contributiva minima variabile a seconda della categoria di appartenenza. Le categorie tutelate comprendono:

  • caregiver che assistono da almeno sei mesi un familiare con disabilità grave convivente;
  • persone con una riduzione della capacità lavorativa pari almeno al 74%;
  • disoccupati che hanno terminato di percepire l’indennità di disoccupazione;
  • lavoratori impegnati in mansioni gravose o particolarmente usuranti da un numero minimo di anni.

Molte donne, in particolare quelle che hanno svolto per anni il ruolo di caregiver familiare, possono rientrare proprio in questa misura. Le domande di riconoscimento delle condizioni di accesso vanno presentate entro finestre precise: per il 2026 il 31 marzo, il 15 luglio e, come termine ultimo, il 30 novembre 2026. Un motivo in più per non rimandare la verifica della propria situazione.

Fondo Casalinghe e altre agevolazioni per le madri

Un capitolo spesso trascurato quando si parla di pensione donne requisiti 2026 riguarda il Fondo Casalinghe INPS, istituito dal D.Lgs. 565/1996 per garantire una copertura previdenziale a chi si dedica, senza retribuzione, alla cura della famiglia. Possono iscriversi le persone tra i 16 e i 65 anni che svolgono lavori di cura familiare non retribuiti, senza vincolo di subordinazione e senza altra attività lavorativa che comporti l’iscrizione a una gestione previdenziale obbligatoria.

I requisiti per accedere alla pensione di vecchiaia del Fondo sono due alternative:

  • 57 anni di età e almeno 5 anni di contributi versati nel Fondo, a condizione che l’importo della pensione maturata sia pari ad almeno 1,2 volte l’assegno sociale;
  • 65 anni di età e almeno 5 anni di contributi, senza alcuna soglia minima legata all’importo della pensione.

È importante sapere che i contributi versati nel Fondo Casalinghe non sono cumulabili né totalizzabili con quelli versati in altre gestioni previdenziali: per calcolare la pensione erogata dal Fondo contano esclusivamente i contributi versati al suo interno. Questo aspetto viene spesso frainteso e può generare aspettative sbagliate su quale pensione ci si può attendere.

Accanto a queste misure previdenziali vere e proprie, restano attive alcune agevolazioni collegate alla maternità che, pur non anticipando l’uscita dal lavoro, alleggeriscono il carico economico delle famiglie durante la vita lavorativa, come gli esoneri contributivi per le lavoratrici madri. Per un quadro più ampio sulle prospettive future del sistema previdenziale italiano, può essere utile anche capire come cambierà l’accesso alla pensione con il progressivo avvicinarsi delle regole 2027 sull’uscita a 64 anni.

Domande frequenti sulla pensione donne 2026

Ecco le domande più comuni delle lavoratrici che stanno valutando un’uscita anticipata nel 2026.

Opzione Donna esiste ancora nel 2026?

La misura non è stata prorogata per le nuove maturazioni dalla Legge di Bilancio 2026. Resta però valida per chi aveva già maturato i requisiti entro il 31 dicembre 2024, grazie al principio della cristallizzazione del diritto.

Quali requisiti servivano per Opzione Donna entro il 2024?

Servivano 35 anni di contributi e un’età di 61 anni, ridotta a 60 anni con un figlio e 59 anni con due o più figli, oltre all’appartenenza a categorie specifiche come caregiver, invalide civili almeno al 74% o lavoratrici licenziate (per queste ultime il requisito è 59 anni a prescindere dai figli).

L’APE Sociale è utile per le donne caregiver?

Sì. L’APE Sociale è stata prorogata anche per il 2026 e comprende tra le categorie tutelate proprio i caregiver che assistono familiari con disabilità grave, oltre a persone con invalidità elevata, disoccupati di lunga durata e lavoratori con mansioni gravose.

Chi può iscriversi al Fondo Casalinghe INPS?

Possono iscriversi le persone tra i 16 e i 65 anni che si dedicano a lavori di cura familiare non retribuiti, senza altra attività che comporti l’iscrizione a una gestione previdenziale obbligatoria e senza essere già titolari di pensione diretta.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

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Modulo TFR3: cos’è e come si compila per i lavoratori neoassunti

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Con l’entrata in vigore delle nuove regole sulla previdenza complementare, dal 1° luglio 2026 le aziende devono utilizzare uno strumento specifico per informare i lavoratori appena assunti sulla destinazione del TFR, il trattamento di fine rapporto. Si tratta del modulo TFR3, disciplinato dal decreto interministeriale del 4 settembre 2026, che sostituisce i precedenti modelli utilizzati per raccogliere la scelta dei dipendenti tra il mantenimento del TFR in azienda (o presso l’INPS) e il conferimento a un fondo pensione. In questo articolo vediamo nel dettaglio cos’è il modulo TFR3, chi deve consegnarlo, come si compila e cosa succede se il lavoratore non esprime alcuna scelta entro i termini previsti.

Indice dei contenuti

  1. Cos’è il modulo TFR3
  2. Chi deve compilare il modulo TFR3 e quando
  3. Come si compila il modulo TFR3
  4. Cosa succede se il dipendente non risponde entro 60 giorni
  5. Domande frequenti sul modulo TFR3

Cos’è il modulo TFR3

Il modulo TFR3 è il documento con cui il datore di lavoro comunica al dipendente neoassunto le informazioni essenziali sulla previdenza complementare e raccoglie, per iscritto, la sua decisione sulla destinazione del TFR maturando. In pratica, ogni lavoratore che inizia un nuovo rapporto di lavoro deve scegliere se lasciare il proprio trattamento di fine rapporto accantonato in azienda (o presso il Fondo di Tesoreria INPS, per le aziende con almeno 60 dipendenti di media annua nel 2026) oppure destinarlo a un fondo pensione complementare, così da costruire una pensione integrativa nel tempo.

Il modello nasce per rendere più chiara e trasparente questa scelta, che in passato veniva gestita attraverso altri moduli (come il TFR2) e meccanismi di silenzio-assenso diversi da quelli attuali. Per un quadro più ampio sulla riforma e sulle nuove scadenze, abbiamo già approfondito le regole sulla destinazione del TFR dei neoassunti introdotte dal 1° luglio 2026.

Chi deve compilare il modulo TFR3 e quando

Il modulo TFR3 riguarda i lavoratori assunti con decorrenza successiva al 30 giugno 2026. Non si tratta soltanto di chi affronta il primo impiego della propria vita lavorativa: devono compilarlo anche i lavoratori non alla prima assunzione, se hanno già in corso un’adesione a una forma di previdenza complementare con conferimento del TFR presso un altro datore di lavoro o un fondo pensione.

È compito dell’azienda consegnare il modulo al momento dell’assunzione, insieme alle altre informazioni obbligatorie sul rapporto di lavoro. Il dipendente, da parte sua, ha a disposizione un termine di 60 giorni dall’assunzione per restituire il modulo compilato con la propria scelta. In sintesi, chi deve occuparsene:

  • Il datore di lavoro, che consegna il modulo TFR3 al momento dell’assunzione e informa il lavoratore sulle opzioni disponibili.
  • Il lavoratore neoassunto, sia alla prima esperienza lavorativa sia già titolare di un’adesione a un fondo pensione, che deve compilare e restituire il modulo.
  • L’ufficio del personale o il consulente del lavoro dell’azienda, che gestisce la raccolta e la conservazione dei moduli firmati.

Come si compila il modulo TFR3

La compilazione del modulo TFR3 richiede attenzione perché la scelta indicata ha effetti che durano nel tempo. Il modello, reso disponibile anche in formato digitale sul sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, prevede una parte informativa (a cura dell’azienda, con i dati del datore di lavoro e le opzioni previste dal contratto collettivo di riferimento) e una parte da compilare a cura del lavoratore, in cui va indicata una delle possibili destinazioni del TFR.

Tra le informazioni che di norma compaiono nel modulo troviamo i dati anagrafici del lavoratore, la data di assunzione, l’eventuale fondo pensione di categoria previsto dal contratto collettivo nazionale applicato e lo spazio per indicare se si sceglie di mantenere il TFR in azienda oppure di conferirlo a un fondo pensione, anche diverso da quello negoziale. È il caso di ricordare che la scelta di destinare il TFR alla previdenza complementare è generalmente irrevocabile, mentre resta possibile, in alcuni casi, cambiare fondo pensione in un secondo momento.

Proprio per la delicatezza di questa scelta, molti lavoratori preferiscono farsi assistere da un professionista prima di firmare il modulo TFR3, in modo da valutare con calma vantaggi e implicazioni fiscali delle diverse opzioni.

Cosa succede se il dipendente non risponde entro 60 giorni

Una delle novità più importanti legate al modulo TFR3 riguarda proprio cosa accade in caso di inerzia del lavoratore. Se il dipendente non restituisce il modulo compilato entro 60 giorni dall’assunzione, scatta un meccanismo di adesione automatica alla previdenza complementare, che sostituisce il precedente sistema del conferimento tacito.

In pratica, decorso il termine senza una scelta esplicita, il TFR maturando viene destinato automaticamente al fondo pensione individuato dal contratto collettivo nazionale di lavoro applicato al rapporto (o, in mancanza, a un fondo residuale previsto dalla normativa). Questo meccanismo punta a favorire la diffusione della previdenza complementare tra i lavoratori, ma rende ancora più importante conoscere in anticipo il funzionamento del modulo TFR3 e i tempi entro cui esprimere una preferenza diversa.

Domande frequenti sul modulo TFR3

Cos’è esattamente il modulo TFR3?

È il modulo con cui l’azienda informa il neoassunto sulla previdenza complementare e raccoglie la sua scelta sulla destinazione del TFR maturando, come previsto dal decreto interministeriale del 4 settembre 2026.

Chi deve compilare il modulo TFR3?

I lavoratori assunti dal 1° luglio 2026, sia alla prima esperienza lavorativa sia già titolari di un’adesione a un fondo pensione con conferimento del TFR.

Quanto tempo ho per restituire il modulo TFR3?

Il lavoratore ha 60 giorni dalla data di assunzione per compilare e restituire il modulo con la propria scelta sulla destinazione del TFR.

Cosa succede se non compilo il modulo TFR3?

Decorsi i 60 giorni senza una scelta esplicita, scatta l’adesione automatica alla previdenza complementare, con il TFR destinato al fondo pensione previsto dal contratto collettivo applicato.

Posso trovare il modulo TFR3 online?

Sì, il modello è disponibile anche in formato digitale sul sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, oltre che tramite l’ufficio del personale dell’azienda.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

Settembre 14, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale
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Incentivo stabilizzazione under 35: domande INPS, requisiti ed esonero contributivo

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L’incentivo stabilizzazione under 35 e ufficialmente operativo: l’INPS ha aperto le domande per il nuovo esonero contributivo destinato ai datori di lavoro privati che trasformano un contratto a termine in un rapporto a tempo indeterminato per lavoratori giovani. La misura, nota anche con la sigla ESTA, punta a favorire la stabilizzazione occupazionale under 35 attraverso uno sgravio totale dei contributi previdenziali a carico dell’azienda, entro un tetto mensile e per le sole trasformazioni contrattuali effettuate entro la fine del 2026.

Secondo quanto indicato dall’INPS, l’agevolazione riguarda le trasformazioni contrattuali effettuate in una finestra temporale ben definita del 2026 e si aggiunge al quadro degli incentivi all’occupazione giovanile gia previsti dalla normativa vigente. Vediamo nel dettaglio come funziona, chi puo beneficiarne e quali sono i passaggi per presentare la domanda INPS.

Indice dei contenuti

  1. Cos’e l’incentivo stabilizzazione under 35
  2. Requisiti per l’esonero contributivo giovani under 35
  3. Importo e durata dell’esonero contributivo
  4. Come funziona la domanda INPS per la stabilizzazione
  5. Scadenze e periodo agevolato
  6. Domande frequenti sull’incentivo stabilizzazione under 35

Cos’e l’incentivo stabilizzazione under 35

L’incentivo stabilizzazione under 35 e una misura di decontribuzione pensata per incoraggiare le imprese a trasformare i rapporti di lavoro a tempo determinato in contratti stabili, riservata ai lavoratori piu giovani. In pratica, quando un datore di lavoro privato decide di rendere permanente un contratto che prima era a termine, puo beneficiare di un esonero contributivo quasi totale sui contributi previdenziali dovuti per quel lavoratore, ad esclusione dei premi e contributi INAIL destinati all’assicurazione contro gli infortuni.

L’obiettivo dichiarato dal legislatore, come richiamato dall’INPS nelle proprie comunicazioni ufficiali, e quello di ridurre il ricorso ai contratti a termine per le fasce piu giovani della popolazione attiva, favorendo percorsi di lavoro piu stabili e continuativi. La misura si inserisce nel pacchetto di interventi collegati al decreto Lavoro 2026 (articolo 4 del DL 30 aprile 2026 n. 62, convertito con modificazioni dalla legge 25 giugno 2026 n. 112) e viene gestita dall’INPS attraverso una procedura telematica dedicata.

Requisiti per l’esonero contributivo giovani under 35

Per accedere all’esonero contributivo giovani occorre che si verifichino contemporaneamente alcune condizioni relative sia al lavoratore sia al tipo di operazione contrattuale effettuata. In base alle indicazioni fornite dall’INPS, i requisiti principali riguardano l’eta del lavoratore, la sua storia contributiva pregressa e la natura della trasformazione contrattuale.

  • Il lavoratore deve avere meno di 35 anni al momento della trasformazione del contratto.
  • Non deve aver mai avuto, in precedenza, un rapporto di lavoro a tempo indeterminato presso qualsiasi datore di lavoro.
  • Il contratto deve passare da tempo determinato a tempo indeterminato (stabilizzazione vera e propria, non una nuova assunzione ex novo).
  • Il contratto a termine oggetto di stabilizzazione deve essere stato instaurato entro il 30 aprile 2026 e avere una durata complessiva, proroghe comprese, non superiore a 12 mesi.
  • Il datore di lavoro deve essere un soggetto privato, secondo le regole generali applicabili agli incentivi all’occupazione.
  • La trasformazione deve avvenire tra il 1 agosto e il 31 dicembre 2026 e senza soluzione di continuita rispetto al precedente rapporto a termine.

Restano inoltre applicabili, secondo quanto generalmente previsto per questo tipo di agevolazioni, i principi di carattere generale in materia di incentivi all’assunzione: regolarita contributiva dell’azienda (DURC), rispetto dei contratti collettivi e assenza di violazioni delle norme fondamentali a tutela dei lavoratori. Per la verifica puntuale della propria situazione, e opportuno rivolgersi a professionisti qualificati.

Importo e durata dell’esonero contributivo

Il cuore della misura e rappresentato dall’entita dello sgravio riconosciuto alle aziende. Secondo le indicazioni diffuse dall’INPS, l’incentivo stabilizzazione under 35 prevede un esonero pari al 100% dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, con esclusione dei premi INAIL, entro un tetto massimo di 500 euro mensili per lavoratore e per un periodo massimo di 24 mesi.

Si tratta quindi di uno sgravio significativo, che puo tradursi in un risparmio rilevante per le imprese che scelgono di stabilizzare giovani lavoratori gia impiegati con contratti a termine. Va precisato che il tetto mensile rappresenta un limite massimo: l’importo effettivo dell’esonero dipende dai contributi realmente dovuti per quel rapporto di lavoro, secondo le indicazioni operative fornite dall’Istituto.

Come funziona la domanda INPS per la stabilizzazione

La domanda INPS per ottenere l’esonero contributivo si presenta attraverso il Portale delle Agevolazioni (l’ex piattaforma DiResCo), nella sezione dedicata agli incentivi previsti dal decreto Lavoro 2026, identificata dalla sigla ESTA. La procedura richiede l’accesso con le credenziali digitali abilitate (SPID, CIE o CNS) e la compilazione dell’istanza da parte del datore di lavoro o del proprio consulente.

L’INPS gestisce le domande in modo differenziato a seconda che la trasformazione contrattuale sia gia stata effettuata oppure debba ancora avvenire. Nel primo caso, l’Istituto comunica in tempi rapidi l’esito della richiesta e l’importo dell’esonero riconosciuto. Nel secondo caso, l’INPS riserva preventivamente le risorse necessarie e invita l’azienda a completare la trasformazione del contratto, trasmettendo poi la comunicazione obbligatoria relativa al rapporto di lavoro entro un termine di 10 giorni.

Data la complessita della procedura e la necessita di rispettare tempistiche precise, molte aziende preferiscono farsi assistere da consulenti del lavoro o intermediari abilitati nella gestione dell’istanza, per evitare errori che potrebbero compromettere il riconoscimento dello sgravio.

Scadenze e periodo agevolato

Il periodo entro cui devono avvenire le trasformazioni contrattuali agevolate e delimitato: secondo quanto reso noto dall’INPS, la misura riguarda le trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato realizzate tra il 1 agosto e il 31 dicembre 2026. Le domande sono aperte dal 29 luglio 2026 (messaggio INPS n. 2518/2026), in seguito alla circolare INPS n. 72 del 3 luglio 2026 che ha definito le modalita attuative dell’agevolazione.

Le aziende interessate a beneficiare dell’incentivo stabilizzazione under 35 devono quindi muoversi entro la fine dell’anno per completare sia la trasformazione contrattuale sia l’invio della domanda, tenendo conto anche dei tempi tecnici della procedura telematica gestita dall’INPS.

Domande frequenti sull’incentivo stabilizzazione under 35

Chi puo richiedere l’incentivo stabilizzazione under 35?
Possono farne richiesta i datori di lavoro privati che trasformano un contratto a tempo determinato in un contratto a tempo indeterminato per un lavoratore under 35 che non ha mai avuto in precedenza un rapporto di lavoro stabile.

Quanto vale l’esonero contributivo giovani previsto dalla misura?
Secondo le indicazioni INPS, l’esonero e pari al 100% dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, esclusi i premi INAIL, entro un massimo di 500 euro mensili per lavoratore e per una durata fino a 24 mesi.

Come si presenta la domanda INPS stabilizzazione?
La domanda va presentata online tramite il Portale delle Agevolazioni dell’INPS, nella sezione dedicata agli incentivi del decreto Lavoro 2026, con accesso tramite identita digitale.

Entro quando bisogna trasformare il contratto per ottenere l’agevolazione?
Le trasformazioni contrattuali agevolate devono avvenire tra il 1 agosto e il 31 dicembre 2026, secondo il periodo indicato dall’INPS per questa misura.

Questo articolo e stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne e responsabile dei contenuti.

Settembre 14, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale
https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-14 10:00:002026-09-09 12:07:04Incentivo stabilizzazione under 35: domande INPS, requisiti ed esonero contributivo
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Ravvedimento IMU: si può fare dopo il questionario del Comune?

Notizie fiscali CAF Centro Fiscale

Ricevere una lettera dal Comune che chiede chiarimenti sull’IMU versata negli anni scorsi mette in allarme molti contribuenti. La domanda che si pongono in tanti è sempre la stessa: si può ancora fare il ravvedimento IMU dopo aver ricevuto un questionario del Comune, oppure è ormai troppo tardi? La risposta, in base alla normativa vigente, è rassicurante: nella maggior parte dei casi il ravvedimento operoso resta praticabile anche dopo il questionario, perché questo documento non equivale a un accertamento fiscale vero e proprio. Vediamo perché, cosa dice la legge e come si calcolano sanzioni ridotte e interessi.

Indice dei contenuti

  1. Cos’è il questionario del Comune sull’IMU
  2. Perché il questionario non è un avviso di accertamento
  3. Ravvedimento operoso IMU dopo il questionario: cosa dice la legge
  4. Come calcolare sanzioni e interessi ridotti
  5. Cosa fare se arriva un questionario IMU dal Comune
  6. Domande frequenti sul ravvedimento IMU dopo il questionario del Comune

Cos’è il questionario del Comune sull’IMU

Il questionario è una richiesta di informazioni che l’ufficio tributi del Comune invia al contribuente per raccogliere dati utili a verificare la correttezza dei versamenti IMU. Può riguardare, ad esempio, la composizione del nucleo familiare, l’uso effettivo di un immobile dichiarato come abitazione principale, l’esistenza di un comodato registrato oppure la data di inizio o fine di un’agevolazione.

Si tratta di uno strumento di attività istruttoria, cioè di una fase preliminare che serve al Comune per capire se, in base ai dati in suo possesso, ci siano stati errori o omissioni nel pagamento dell’imposta. Il contribuente è tenuto a rispondere, ma la richiesta in sé non contiene alcuna pretesa economica: non indica un importo da pagare né applica sanzioni.

Perché il questionario non è un avviso di accertamento

La differenza tra questionario e avviso di accertamento è sostanziale, non solo formale. L’avviso di accertamento è un atto impositivo: quantifica l’imposta dovuta, applica le sanzioni e gli interessi, e diventa definitivo se non viene impugnato nei termini di legge. Il questionario, al contrario, non contiene alcuna pretesa: è solo una richiesta di dati propedeutica a un eventuale accertamento futuro.

Questa distinzione è decisiva per capire se resta possibile il ravvedimento operoso. La legge, dopo le modifiche in vigore dal 12 agosto 2026, blocca la possibilità di ravvedersi sui tributi locali solo quando è già stato notificato un atto di liquidazione o un accertamento formale. Finché il Comune si limita a chiedere informazioni, il contribuente non ha ricevuto alcun atto impositivo e può quindi ancora regolarizzare spontaneamente la propria posizione.

Chi ha ricevuto anche una lettera di compliance con invito a verificare i propri versamenti si trova in una situazione simile: può valutare di approfondire il tema leggendo il nostro articolo su sconto tributi locali e lettere di compliance.

Ravvedimento operoso IMU dopo il questionario: cosa dice la legge

Il ravvedimento operoso è disciplinato dall’articolo 13 del D.Lgs. 472/1997 e consente di regolarizzare spontaneamente un versamento omesso o insufficiente, pagando l’imposta dovuta insieme a una sanzione ridotta e agli interessi. Per i tributi locali come l’IMU, l’articolo 10-bis del D.L. 124/2019 aveva già esteso le riduzioni di sanzione previste per i ravvedimenti più tardivi, ma è stato l’articolo 12, comma 3, del D.Lgs. 147/2026 (in vigore dal 12 agosto 2026) a estendere ai tributi di regioni ed enti locali anche l’articolo 13, comma 1-ter, del D.Lgs. 472/1997: da quella data il ravvedimento è ammesso anche dopo l’inizio di accessi, ispezioni, verifiche o altre attività di controllo, purché avvenga prima della notifica dell’atto di accertamento o di liquidazione.

In pratica, ricevere un questionario del Comune sull’IMU non fa scattare alcun divieto: il contribuente può ancora usare il ravvedimento operoso per correggere l’errore prima che arrivi un vero accertamento. Anzi, spesso è proprio il momento più conveniente per farlo: rispondere al questionario regolarizzando spontaneamente la propria posizione evita l’arrivo di un atto con sanzioni piene, che per le violazioni commesse fino al 31 dicembre 2026 vanno dal 100% al 200% dell’imposta in caso di dichiarazione omessa e dal 50% al 100% in caso di dichiarazione infedele.

Chi si accorge, rispondendo al questionario, di aver perso un’agevolazione IMU per mancata dichiarazione può approfondire anche il nostro articolo dedicato alle agevolazioni IMU e all’obbligo di dichiararle, spesso collegato proprio a questo tipo di verifiche comunali.

Come calcolare sanzioni e interessi ridotti

La sanzione ordinaria per omesso o insufficiente versamento IMU è pari al 25% dell’imposta non pagata, per le violazioni commesse dal 1° settembre 2024 in poi (in base alla riforma delle sanzioni tributarie del D.Lgs. 87/2024). Con il ravvedimento operoso, questa sanzione si riduce in modo significativo a seconda di quanto tempo è trascorso dalla scadenza originaria di pagamento.

  • Ravvedimento sprint (entro 14 giorni dalla scadenza): sanzione dello 0,0833% per ogni giorno di ritardo
  • Ravvedimento breve (dal 15° al 30° giorno): sanzione dell’1,25%
  • Ravvedimento medio (dal 31° al 90° giorno): sanzione dell’1,39%
  • Ravvedimento lungo (entro un anno dalla scadenza): sanzione del 3,125%
  • Ravvedimento biennale (entro due anni dalla scadenza): sanzione del 3,572%
  • Ravvedimento oltre due anni: sanzione del 4,17%

A questi importi si aggiungono gli interessi legali, calcolati giorno per giorno dalla data in cui il versamento avrebbe dovuto essere effettuato fino al giorno del pagamento effettivo. Il tasso di interesse legale per il 2026 è stato fissato all’1,60% annuo con decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Facciamo un esempio pratico. Supponiamo che una persona non abbia versato l’acconto IMU di giugno per un importo di 500 euro e se ne accorga dopo aver ricevuto il questionario del Comune, ma comunque entro 90 giorni dalla scadenza. Applicando la fascia del ravvedimento medio, la sanzione ridotta sarà pari a circa 7 euro (1,39% di 500 euro), a cui si sommano pochi euro di interessi legali calcolati sui giorni di ritardo. Un importo molto più contenuto rispetto alla sanzione piena del 25%, che sui 500 euro corrisponderebbe a 125 euro.

Cosa fare se arriva un questionario IMU dal Comune

Chi riceve un questionario dal proprio Comune sull’IMU dovrebbe innanzitutto verificare con attenzione i dati richiesti: intestazione dell’immobile, categoria catastale, eventuali agevolazioni applicate, residenza anagrafica e uso effettivo dell’immobile. Un controllo accurato permette di capire se ci sono davvero irregolarità da sanare oppure se si tratta solo di un disallineamento tra le banche dati del Comune e la situazione reale.

Se dal controllo emerge un versamento omesso o insufficiente, conviene attivarsi rapidamente con il ravvedimento operoso, proprio perché più passa il tempo, più la sanzione ridotta aumenta, fino al momento in cui il Comune dovesse notificare un vero e proprio avviso di accertamento, che chiude definitivamente questa possibilità.

Domande frequenti sul ravvedimento IMU dopo il questionario del Comune

Il questionario del Comune sull’IMU blocca il ravvedimento operoso?
No. Il questionario è solo un’attività istruttoria, non un atto impositivo. Il ravvedimento resta possibile finché non viene notificato un avviso di accertamento o di liquidazione.

Cosa succede se non rispondo al questionario del Comune?
La mancata risposta non comporta automaticamente sanzioni dirette, ma espone il contribuente al rischio che il Comune proceda comunque con un accertamento basato sui dati già in suo possesso, perdendo così l’occasione di regolarizzare con sanzioni ridotte.

Qual è la sanzione base per omesso versamento IMU?
Per le violazioni commesse dal 1° settembre 2024 la sanzione ordinaria è pari al 25% dell’imposta non versata. Con il ravvedimento operoso questa percentuale si riduce sensibilmente in base al tempo trascorso dalla scadenza.

Il ravvedimento operoso IMU si può fare anche dopo l’inizio di una verifica del Comune?
Sì. Dal 12 agosto 2026 l’articolo 12, comma 3, del D.Lgs. 147/2026 ha esteso ai tributi locali l’articolo 13, comma 1-ter, del D.Lgs. 472/1997: ci si può ravvedere anche dopo l’avvio di controlli, verifiche o ispezioni, a condizione che non sia già stato notificato l’atto di accertamento o di liquidazione.

Quanto valgono gli interessi da versare insieme al ravvedimento IMU?
Gli interessi si calcolano al tasso legale, fissato all’1,60% annuo per il 2026, applicato giorno per giorno dalla scadenza del versamento fino alla data del pagamento effettivo.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

Settembre 14, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale
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Pensione Casalinghe: il Fondo INPS, chi può iscriversi e quanto versare

Pensione 2026 INPS

La pensione casalinghe fondo INPS torna al centro dell’attenzione: sono ancora poche le persone che, pur dedicando la vita alla cura della famiglia senza una retribuzione, sanno di poter costruire una pensione propria iscrivendosi al Fondo di previdenza per le persone che svolgono lavori di cura non retribuiti, comunemente chiamato Fondo Casalinghe. Si tratta di una gestione separata dell’INPS pensata proprio per chi si occupa della casa e dei familiari senza un impiego che preveda contributi obbligatori. Vediamo chi può iscriversi, quanto bisogna versare e quando si può accedere alla pensione casalinghe.

Indice dei contenuti

  1. Cos’è il Fondo Casalinghe INPS e chi può iscriversi
  2. Come versare i contributi al Fondo Casalinghe
  3. Pensione casalinghe: requisiti ed età per la liquidazione
  4. Deduzione fiscale e altri vantaggi del Fondo
  5. Domande frequenti sul Fondo Casalinghe INPS

Cos’è il Fondo Casalinghe INPS e chi può iscriversi

Il Fondo Casalinghe INPS è una forma di previdenza volontaria istituita dal decreto legislativo n. 565 del 1996 e operativa dal 1° gennaio 1997, come evoluzione della storica “Mutualità pensioni” del 1963, proprio per garantire una copertura pensionistica a chi svolge lavori domestici e di cura familiare senza percepire uno stipendio. Chi versa i contributi al Fondo, infatti, non ha un datore di lavoro che li trattiene in busta paga: è la persona stessa a occuparsene, in modo del tutto volontario.

Possono iscriversi al Fondo le persone tra i 16 e i 65 anni che si dedicano, in modo gratuito ed esclusivo, alla cura della propria famiglia e della casa. È una possibilità aperta sia alle donne sia agli uomini, purché non abbiano già un’altra copertura previdenziale obbligatoria e non siano titolari di una pensione diretta. In pratica, il Fondo si rivolge a chi, occupandosi quotidianamente della famiglia, rischierebbe altrimenti di restare senza alcuna posizione contributiva e quindi senza una pensione futura.

Per chi vuole capire nel dettaglio tutti i requisiti di accesso e le caratteristiche della prestazione, sul sito è disponibile un approfondimento dedicato: Pensione Casalinghe 2026: Requisiti, Importo e Come Richiederla.

Come versare i contributi al Fondo Casalinghe

Una volta iscritte, le casalinghe e i casalinghi possono versare i contributi in totale libertà, scegliendo l’importo e la frequenza più adatti alle proprie possibilità economiche. Non esiste infatti un obbligo di versamento periodico fisso: si può contribuire quando si preferisce, anche in un’unica soluzione durante l’anno.

  • Versamento minimo: 25,82 euro al mese, pari a 309,84 euro l’anno
  • Versamento massimo: nessun massimale previsto, i contributi possono essere aumentati liberamente
  • Modalità di pagamento: dal 1° ottobre 2026 i versamenti si effettuano esclusivamente tramite avviso pagoPA generato nella sezione dedicata al Fondo
  • Chi può versare: l’iscritto stesso oppure un familiare per conto della persona a carico

Più alto è l’importo versato nel corso degli anni, più consistente sarà l’assegno pensionistico maturato, dato che il Fondo funziona con il sistema di calcolo contributivo: la pensione è cioè direttamente proporzionale ai contributi accumulati. Chi ha dubbi su come gestire i versamenti, anche pregressi, può leggere anche il nostro approfondimento su Versamenti Volontari INPS, dal 2026 Saranno Solo Online.

Pensione casalinghe: requisiti ed età per la liquidazione

La domanda più frequente riguarda proprio i tempi: a che età si può andare in pensione dopo aver versato al Fondo Casalinghe? L’articolo 3 del decreto legislativo 565/1996 prevede due strade, che hanno in comune lo stesso requisito contributivo minimo: almeno 5 anni di contributi versati al Fondo, pari a 60 mesi accreditati.

La prima possibilità consente di accedere alla pensione già a 57 anni di età, ma a una condizione precisa: l’importo della pensione maturata deve essere almeno pari a 1,2 volte l’assegno sociale, cioè l’assegno sociale maggiorato del 20%. Poiché il calcolo è contributivo, con i soli versamenti minimi questa soglia è difficile da raggiungere. La seconda strada scatta a 65 anni di età: con almeno 5 anni di contributi la pensione viene liquidata senza alcun limite di importo. Non esistono altri requisiti alternativi: le regole della pensione anticipata contributiva e della vecchiaia ordinaria, con i loro vent’anni di contribuzione minima, riguardano il regime generale INPS e non il Fondo Casalinghe. Chi si iscrive dopo i 60 anni può inoltre versare una somma aggiuntiva (la cosiddetta riserva matematica) per completare i 5 anni di contribuzione entro i 65 anni.

Sempre con 5 anni di contributi è prevista la pensione di inabilità, se sopraggiunge l’assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa. Non è invece prevista la pensione ai superstiti e l’assegno del Fondo non viene integrato al trattamento minimo.

Attenzione a un punto spesso frainteso: i contributi versati al Fondo Casalinghe non possono essere ricongiunti, totalizzati né cumulati con quelli maturati in altre gestioni previdenziali, ad esempio da lavoro dipendente o autonomo. Per la pensione del Fondo contano unicamente i versamenti effettuati al Fondo stesso (circolare INPS n. 223/2001), mentre gli eventuali contributi da lavoro restano nella loro gestione e seguono le regole ordinarie. Il Fondo va quindi considerato una posizione previdenziale autonoma, utile soprattutto a chi non ha alcuna altra copertura.

Deduzione fiscale e altri vantaggi del Fondo

Oltre alla prospettiva di una pensione futura, l’iscrizione al Fondo Casalinghe porta con sé anche un vantaggio fiscale immediato. I contributi versati durante l’anno sono infatti interamente deducibili dal reddito complessivo in sede di dichiarazione dei redditi, riducendo così l’imponibile su cui si calcolano le imposte. La deduzione spetta anche a chi versa i contributi per conto di un familiare fiscalmente a carico, ad esempio un figlio o un coniuge che si dedica alla cura della casa.

Va inoltre ricordato che il Fondo Casalinghe si affianca ad altre misure pensate per chi si occupa della famiglia, come i bonus e le agevolazioni dedicate alle persone che svolgono lavoro di cura. Per un quadro completo delle opportunità attualmente disponibili si può consultare l’articolo Bonus Casalinghi e Casalinghe 2026.

Domande frequenti sul Fondo Casalinghe INPS

Chi può iscriversi al Fondo Casalinghe INPS?

Possono iscriversi le persone tra 16 e 65 anni che si dedicano gratuitamente ed esclusivamente alla cura della propria famiglia, senza un’altra copertura previdenziale obbligatoria e senza essere già titolari di una pensione diretta.

Quanto si deve versare al Fondo Casalinghe?

Il versamento minimo è di 25,82 euro al mese, pari a 309,84 euro l’anno. Non esiste un tetto massimo: si può versare l’importo che si preferisce, anche superiore al minimo, per costruire un assegno pensionistico più alto.

A che età si va in pensione con il Fondo Casalinghe?

A 57 anni con almeno 5 anni di contributi, ma solo se la pensione maturata è pari ad almeno 1,2 volte l’assegno sociale. In caso contrario si accede a 65 anni, sempre con 5 anni di contributi e senza limiti di importo.

I contributi del Fondo si sommano a quelli da lavoro?

No. I contributi del Fondo Casalinghe non sono ricongiungibili, totalizzabili né cumulabili con quelli di altre gestioni: per la pensione del Fondo valgono solo i versamenti fatti al Fondo.

I contributi versati sono deducibili dalle tasse?

Sì, i contributi versati al Fondo Casalinghe sono interamente deducibili dal reddito complessivo, anche quando vengono versati da un familiare a favore di una persona fiscalmente a carico.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

Settembre 14, 2026/0 Commenti/da Andrea Damiani
https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2026/02/Pensione-INPS-1.png 924 1640 Andrea Damiani https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Andrea Damiani2026-09-14 08:00:002026-09-09 11:35:27Pensione Casalinghe: il Fondo INPS, chi può iscriversi e quanto versare
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