NOTIZIEDeducibilità Auto Aziendali 2026: Percentuali, Tetti di Spesa e Calcolo IVAChi ha una partita IVA e utilizza un’auto per lavoro si scontra prima o poi con una domanda ricorrente: quanto è deducibile davvero un’auto aziendale ai fini delle imposte, e quanta IVA si può recuperare? Il tema della deducibilità auto aziendali torna d’attualità ogni anno, tra novità sul fringe benefit dei dipendenti e regole sempre più stringenti sulla documentazione elettronica delle spese di carburante. La normativa di base non cambia da tempo, ma le percentuali di deduzione, i tetti di spesa fiscalmente rilevanti e le nuove regole sul valore da tassare in busta paga ai dipendenti creano ancora oggi non poca confusione tra professionisti e piccoli imprenditori. Vediamo come funziona nel 2026, categoria per categoria, la deducibilità auto aziendali e la relativa detrazione IVA auto aziendale.Indice dei contenutiIl quadro normativo: art. 164 TUIR e art. 19-bis1 DPR 633/72Le 4 categorie e le percentuali di deducibilità auto aziendaliDetrazione IVA auto aziendale: le percentuali dell’art. 19-bis1Fringe benefit auto 2025-2026: le nuove percentuali per i dipendentiEsempi di calcolo della deducibilità auto aziendaliDomande frequenti sulla deducibilità auto aziendaliIl quadro normativo: art. 164 TUIR e art. 19-bis1 DPR 633/72La deducibilità auto aziendali si fonda su due norme distinte, che disciplinano rispettivamente le imposte dirette e l’IVA. Da un lato c’è l’articolo 164 del TUIR (Testo Unico delle Imposte sui Redditi), che stabilisce quale percentuale dei costi di acquisto, manutenzione, carburante e assicurazione di un veicolo può essere dedotta dal reddito imponibile d’impresa o di lavoro autonomo. Dall’altro lato interviene l’articolo 19-bis1 del DPR 633/1972, la norma che regola l’IVA, la quale fissa invece la percentuale di imposta detraibile sugli stessi costi.È importante non confondere le due discipline: la deducibilità dei costi incide sulle imposte dirette (IRPEF o IRES e relative addizionali), mentre la detrazione IVA riguarda l’imposta sul valore aggiunto pagata su acquisto, manutenzione e carburante. Le due percentuali, come vedremo, spesso non coincidono: un’auto può essere deducibile al 20% ai fini delle imposte dirette ma con IVA detraibile al 40%, oppure fiscalmente strumentale al 100% su entrambi i fronti. Le 4 categorie e le percentuali di deducibilità auto aziendaliNon tutte le auto aziendali sono trattate allo stesso modo: l’art. 164 TUIR individua quattro categorie di utilizzo, ciascuna con una propria percentuale di deducibilità e, in alcuni casi, un tetto di spesa fiscalmente rilevante oltre il quale i costi eccedenti non producono alcun beneficio fiscale.Auto non strumentali a deducibilità limitata (uso promiscuo generico, senza assegnazione formale a un dipendente): deducibilità al 20% dei costi, entro un tetto di spesa di 18.075,99 euro per l’acquisto; per il noleggio il tetto annuo scende a circa 3.615,20 euro; per il leasing il limite non è calcolato sul canone pagato dall’utilizzatore, ma è riferito al costo di acquisto sostenuto dal concedente (la società di leasing).Auto concesse in uso promiscuo ai dipendenti per la maggior parte del periodo d’imposta, cioè per più di 183 giorni l’anno: deducibilità al 70% dei costi, senza alcun tetto di spesa.Auto di agenti e rappresentanti di commercio: deducibilità all’80% dei costi, con tetti più alti rispetto alla prima categoria: 25.822,84 euro per l’acquisto e 5.164,57 euro l’anno per il noleggio.Auto strumentali all’attività in senso esclusivo (ad esempio scuole guida, noleggio conto terzi, taxi): deducibilità al 100%, senza alcun tetto di spesa.La distinzione tra le categorie non è solo teorica: cambia in modo sostanziale l’onere fiscale effettivo di chi acquista o noleggia un veicolo per l’attività. Per questo motivo la corretta qualificazione dell’uso del mezzo, magari con un’assegnazione formale al dipendente quando ricorrono le condizioni, è un passaggio che conviene sempre valutare con attenzione prima di procedere all’acquisto. Detrazione IVA auto aziendale: le percentuali dell’art. 19-bis1Sul fronte dell’imposta sul valore aggiunto, l’articolo 19-bis1 del DPR 633/1972 introduce una logica in parte diversa rispetto alla deducibilità dei costi. Per le auto a deducibilità limitata, cioè quelle a uso promiscuo generico non assegnate formalmente a un dipendente, la detrazione IVA auto aziendale è fissata al 40% dell’imposta pagata su acquisto, manutenzione, carburante e altre spese di gestione.Per i veicoli strumentali all’attività in senso esclusivo e per le auto di agenti e rappresentanti di commercio, invece, l’IVA è detraibile al 100%, in linea con la piena deducibilità dei costi riconosciuta a queste categorie.Un caso particolare riguarda le auto assegnate ai dipendenti in uso promiscuo con addebito di un corrispettivo, cioè quando l’azienda fattura al dipendente una somma per l’utilizzo privato del veicolo: in questa ipotesi l’Agenzia delle Entrate (risposta a interpello n. 631 del 29 dicembre 2020) riconosce la detrazione integrale dell’IVA, perché il veicolo si considera interamente utilizzato nell’esercizio dell’impresa: l’addebito configura una prestazione di servizi resa al dipendente dietro corrispettivo, da assoggettare a IVA con base imponibile non inferiore al valore normale. Se invece l’auto è concessa al dipendente in uso gratuito, senza alcun addebito, resta applicabile la regola generale del 40%.Questo meccanismo richiede attenzione anche sul fronte documentale: dal 2026 le spese di carburante vanno gestite con la fattura elettronica da scontrino carburante, un adempimento che riguarda proprio le spese correnti di gestione dei veicoli aziendali. Nello stesso solco di digitalizzazione degli obblighi documentali rientra anche la fattura elettronica delle utenze, altro fronte su cui le partite IVA devono adeguarsi. Va inoltre segnalato che esiste, parallelamente, una misura di sostegno al caro-carburante pensata per i lavoratori dipendenti con redditi più bassi (si veda la guida al bonus benzina 2026), che non va confusa con le regole di deducibilità delle spese auto per le imprese. Fringe benefit auto 2025-2026: le nuove percentuali per i dipendentiUn capitolo distinto, ma spesso confuso con la deducibilità dei costi per l’azienda, riguarda il fringe benefit auto 2026 per i dipendenti che utilizzano un veicolo aziendale anche a fini privati. La Legge di Bilancio 2025 ha modificato l’articolo 51, comma 4, lettera a) del TUIR, cambiando il criterio con cui si calcola il valore che il dipendente deve dichiarare come reddito in busta paga.Le nuove percentuali, calcolate sul valore convenzionale ACI riferito a una percorrenza annua di 15.000 chilometri, sono differenziate in base all’alimentazione del veicolo:10% per le auto elettriche a batteria (BEV);20% per le auto elettriche ibride plug-in (PHEV);50% per tutte le altre alimentazioni, comprese benzina, diesel, ibrido tradizionale non plug-in, GPL e metano.È previsto un regime transitorio (art. 1, comma 48-bis, della Legge di Bilancio 2025, come modificato dal D.Lgs. 148/2026) per i veicoli concessi in uso promiscuo dal 1° luglio 2020 al 31 dicembre 2024 e per quelli ordinati dal datore di lavoro entro il 31 dicembre 2024 e concessi in uso promiscuo nel corso del 2025: per questi mezzi continuano ad applicarsi le vecchie percentuali, comprese tra il 25% e il 60% in base alle emissioni di CO2. Dal periodo d’imposta 2026, inoltre, il D.Lgs. 7 agosto 2026 n. 148 (decreto correttivo Omnibus) ha riscritto la lettera a): l’impianto 10%-20%-50% resta confermato, ma il valore del fringe benefit è maggiorato del 50% dopo il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello di prima immatricolazione del veicolo, con un ulteriore incremento del 5% in presenza di accessori e allestimenti non valorizzati nelle tabelle ACI e non acquistati dal dipendente.È fondamentale chiarire un punto che genera spesso confusione: queste percentuali riguardano esclusivamente il calcolo del reddito imponibile del dipendente (il fringe benefit in busta paga), non la deducibilità del costo del veicolo per l’azienda, che resta ancorata al 70% previsto per l’uso promiscuo superiore a 183 giorni, indipendentemente dal tipo di alimentazione del mezzo. Esempi di calcolo della deducibilità auto aziendaliPer capire in pratica come funziona la deducibilità auto aziendali, può essere utile qualche esempio semplificato, che non tiene conto di eventuali variabili specifiche del caso concreto.Un professionista acquista un’auto a 25.000 euro, da utilizzare in modo promiscuo senza assegnarla a un dipendente. Il costo fiscalmente rilevante non è l’intero prezzo pagato, ma è limitato al tetto di legge di 18.075,99 euro. Su questo importo si applica la deducibilità del 20%, secondo le quote di ammortamento previste dai coefficienti fiscali: la parte di prezzo che eccede il tetto (circa 6.924 euro, in questo caso) non produce alcun beneficio fiscale.Un’impresa, invece, assegna un’auto del valore di 30.000 euro a un dipendente in uso promiscuo per tutto l’anno. In questo caso non esiste alcun tetto di spesa: l’intero costo del veicolo concorre alla deduzione nella misura del 70%, una quota decisamente più ampia rispetto al primo esempio, a fronte però della tassazione del fringe benefit in capo al dipendente secondo le percentuali viste in precedenza.Un agente di commercio che acquista un’auto a 28.000 euro potrà invece dedurre l’80% dei costi calcolati fino al tetto di 25.822,84 euro, beneficiando quindi di un margine di deducibilità superiore rispetto al regime ordinario. Domande frequenti sulla deducibilità auto aziendaliQual è la differenza tra auto strumentale e auto non strumentale?Un’auto è strumentale quando l’attività d’impresa non potrebbe essere esercitata senza quel veicolo, come nel caso delle scuole guida, del noleggio conto terzi o dei taxi: per queste auto la deducibilità è del 100%. Un’auto è invece non strumentale quando viene utilizzata in modo promiscuo, sia per lavoro sia per uso personale: in questo caso la deducibilità scende al 20% (o sale al 70%/80% se assegnata a dipendenti o utilizzata da agenti di commercio), con i tetti di spesa visti in precedenza.Cosa succede se l’auto aziendale viene usata anche per scopi privati senza un’assegnazione formale al dipendente?Se manca un’assegnazione formale e documentata dell’uso promiscuo per più di 183 giorni, l’auto rientra nella categoria a deducibilità limitata: 20% dei costi entro il tetto di 18.075,99 euro e IVA detraibile al 40%. L’assenza di documentazione adeguata è uno degli errori più frequenti nei controlli fiscali su questo tipo di spese.Nel regime forfettario le percentuali di deducibilità dell’auto si applicano allo stesso modo?No. Chi aderisce al regime forfettario non deduce analiticamente le spese, comprese quelle relative all’auto: il reddito imponibile si calcola applicando un coefficiente di redditività forfettario al fatturato, un valore percentuale fisso che tiene già conto in modo forfettario di tutti i costi sostenuti. Le percentuali di deducibilità auto aziendali previste dall’art. 164 TUIR (20%, 70%, 80%, 100%) riguardano quindi solo i contribuenti in regime ordinario o semplificato.Le auto elettriche hanno una deducibilità dei costi più alta rispetto a benzina o diesel?No. Ai fini della deducibilità dei costi per l’impresa non c’è alcuna differenza legata all’alimentazione del veicolo: le percentuali del 20%, 70%, 80% e 100% si applicano allo stesso modo a prescindere dal tipo di motore. La differenza tra veicoli elettrici, ibridi plug-in e altre alimentazioni riguarda esclusivamente il calcolo del fringe benefit per i dipendenti che utilizzano l’auto aziendale in uso promiscuo.Come si documentano le spese di carburante ai fini della deducibilità?Dal 2026 le spese di carburante devono essere documentate con fattura elettronica, anche quando il rifornimento avviene al distributore tramite scontrino. Per approfondire, si può consultare la guida sulla fattura elettronica da scontrino carburante.Il tetto di spesa per il leasing dell’auto è uguale a quello dell’acquisto?Il tetto di 18.075,99 euro (o di 25.822,84 euro per agenti e rappresentanti) nel leasing non si applica al canone pagato dall’utilizzatore, ma è riferito al costo di acquisto del veicolo sostenuto dalla società di leasing (il concedente): è un aspetto tecnico che genera spesso equivoci nel calcolo della deducibilità auto aziendali.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.Settembre 28, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-28 15:57:482026-09-28 14:57:46Deducibilità Auto Aziendali 2026: Percentuali, Tetti di Spesa e Calcolo IVA
Logopedisti, PARTITA IVA, PARTITA IVA CON REGIME FORFETTARIO, Professionisti SanitariAprire Partita IVA Logopedista 2026: Codice ATECO 86.99.09, Gestione Separata INPS e Sistema TSAprire una partita IVA logopedista nel 2026 significa fare i conti con un dettaglio tecnico che molte guide online continuano a sbagliare: il codice ATECO. Dal 1° gennaio 2025 è in vigore la nuova classificazione ATECO 2025, operativa per l’Agenzia delle Entrate dal 1° aprile 2025 con riclassificazione d’ufficio delle posizioni già esistenti. Il codice corretto per il logopedista è oggi 86.99.09 – Altre attività paramediche indipendenti n.c.a., mentre il vecchio 86.90.29 appartiene alla classificazione ATECO 2007 (aggiornamento 2022) e non è più il codice attuale.In questa guida affrontiamo la partita IVA logopedista da un punto di vista molto concreto: quale codice usare, perché il logopedista versa i contributi alla Gestione Separata INPS e non a una cassa di categoria, come funziona il regime forfettario con coefficiente di redditività 78%, quando si applica l’esenzione IVA delle prestazioni sanitarie e quali sono gli obblighi verso il Sistema Tessera Sanitaria. Nessun tecnicismo lasciato a se stesso: ogni termine viene spiegato in parole semplici.Indice dei contenutiPartita IVA logopedista 2026: cosa cambia con ATECO 2025Codice ATECO 86.99.09: il codice corretto del logopedistaGestione Separata INPS: contributi della partita IVA logopedistaRegime forfettario logopedista: coefficiente 78% e limitiIVA ed esenzione art. 10 n. 18 per le prestazioni sanitarieSistema TS e fatturazione: gli adempimenti annualiGli errori più frequenti sulla partita IVA logopedistaDomande frequenti sulla partita IVA logopedistaPartita IVA logopedista 2026: cosa cambia con ATECO 2025Il logopedista è una professione sanitaria dell’area della riabilitazione, iscritta all’albo gestito dalla FNO TSRM-PSTRP (la Federazione nazionale degli ordini dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione). Questo dato, apparentemente burocratico, è la chiave di lettura di tutta la parte fiscale e previdenziale: è l’iscrizione all’albo a determinare la posizione contributiva, non il codice attività.Chi apre la partita IVA logopedista oggi si trova davanti a una classificazione delle attività economiche rinnovata. L’ATECO è semplicemente un codice numerico che dice allo Stato “che lavoro fai”: serve all’Agenzia delle Entrate, all’INPS e all’ISTAT per inquadrare statisticamente l’attività. La versione in vigore è l’ATECO 2025, entrata in applicazione dal 1° gennaio 2025 e adottata operativamente dall’Agenzia delle Entrate dal 1° aprile 2025.Chi era già titolare di partita IVA con il vecchio codice non ha dovuto presentare alcuna domanda: la riclassificazione è avvenuta d’ufficio. Il problema, nella pratica, è un altro: molte guide, moduli fai-da-te e persino alcuni articoli online continuano a riportare il codice superato, creando confusione in chi sta valutando di mettersi in proprio. Per questo la nostra partita IVA logopedista parte proprio dalla correzione di questo errore.Un secondo aspetto da chiarire subito riguarda le casse previdenziali. Molti pensano che ogni professione sanitaria abbia il proprio ente di previdenza: non è così. Per i logopedisti non esiste alcuna cassa autonoma, e il riferimento corretto è la Gestione Separata INPS. Vedremo più avanti perché questo punto genera tanti errori, compreso il mito di una riduzione contributiva che nella Gestione Separata non esiste. Codice ATECO 86.99.09: il codice corretto del logopedistaIl codice da indicare per la partita IVA logopedista è 86.99.09 – Altre attività paramediche indipendenti n.c.a. (dove “n.c.a.” significa “non classificate altrove”, cioè una categoria residuale che raccoglie le attività sanitarie indipendenti non elencate specificamente). È il codice della classificazione ATECO 2025, quindi quello attualmente in uso.Il precedente 86.90.29 era il riferimento della classificazione ATECO 2007 (aggiornamento 2022): va citato solo come nota storica, utile a chi ritrova quel numero su vecchi documenti, certificati di attribuzione o visure. Chiunque scriva ancora che il logopedista “deve usare il codice 86.90.29” sta lavorando su una classificazione superata.Nello stesso gruppo 86.99.09 confluiscono diverse professioni sanitarie tecniche e riabilitative, come dietisti, podologi, igienisti dentali e tecnici di radiologia. Il fisioterapista, invece, ha un codice proprio (86.95.00) e lo psicologo un altro ancora (86.93.00): l’elenco completo, professione per professione, lo trovi nella nostra tabella dei codici ATECO 2025 per le professioni sanitarie. ATECO 2025 e coefficiente di redditività: una doppia letturaC’è un passaggio tecnico che spiazza anche i professionisti più attenti. L’allegato della legge che fissa i coefficienti di redditività del regime forfettario è ancora costruito sulla vecchia classificazione: fino all’emanazione del nuovo decreto, per individuare il coefficiente resta il riferimento il codice ATECO 2007 corrispondente. In concreto, quindi, la partita IVA logopedista si apre con il codice ATECO 2025 86.99.09, ma il coefficiente applicato ai compensi continua a essere quello della categoria di appartenenza storica, pari al 78%.Questa doppia lettura è il motivo per cui conviene farsi affiancare nella fase di apertura: un codice indicato male non è solo un errore formale, può riflettersi sull’inquadramento dell’attività e sul calcolo delle imposte. Gli operatori del CAF Centro Fiscale di Udine verificano il codice corretto prima di trasmettere la pratica di apertura.Gestione Separata INPS: contributi della partita IVA logopedistaLa previdenza è il capitolo in cui si concentrano gli errori più gravi. Per il logopedista non esiste una cassa professionale dedicata: i contributi si versano alla Gestione Separata INPS, il fondo previdenziale previsto per i professionisti senza cassa di categoria. L’obbligo di iscrizione nasce dall’albo professionale e dall’assenza di una cassa, non dal codice ATECO scelto in fase di apertura.Le aliquote della Gestione Separata 2026 per la partita IVA logopedista sono due:26,07% per chi non ha altra copertura pensionistica obbligatoria (è il caso più comune del libero professionista “puro”);24% per chi è già assicurato altrove, ad esempio perché svolge anche un lavoro dipendente oppure è titolare di pensione.I contributi si calcolano sul reddito imponibile dell’attività, cioè su quanto risulta tassabile e non sul giro d’affari lordo. Nella Gestione Separata non è previsto alcun contributo minimo fisso: se in un anno l’attività produce poco reddito, i contributi restano proporzionalmente bassi. È una differenza sostanziale rispetto ad artigiani e commercianti, che invece versano i cosiddetti “minimali” anche senza incassi.I versamenti seguono le scadenze della dichiarazione dei redditi, con saldo dell’anno precedente e acconti per l’anno in corso tramite modello F24. È inoltre facoltativo addebitare in fattura una rivalsa del 4% al cliente: si tratta di una maggiorazione, non di un contributo aggiuntivo versato all’INPS, e concorre a formare il reddito professionale. Attenzione: nessuna riduzione del 35% per il logopedistaCapita spesso di leggere che il professionista in regime forfettario può chiedere una riduzione contributiva del 35%. È falso per la partita IVA logopedista: quella agevolazione riguarda esclusivamente artigiani e commercianti iscritti alle relative gestioni INPS. Nella Gestione Separata la riduzione del 35% non esiste e non può essere richiesta in alcun modo.Allo stesso modo, il logopedista non si iscrive a ENPAPI: quella cassa copre soltanto infermieri, infermieri pediatrici e assistenti sanitari. Non esistono casse “dedicate” ai logopedisti, ai fisioterapisti o ai podologi. Chi vi dice il contrario sta applicando regole di altre professioni.Regime forfettario logopedista: coefficiente 78% e limitiLa maggior parte di chi apre una partita IVA logopedista sceglie il regime forfettario, il regime agevolato riservato alle piccole attività. Il meccanismo è semplice: non si tengono i conti delle spese sostenute, ma si applica ai compensi incassati un coefficiente di redditività, cioè una percentuale fissa che lo Stato considera “reddito”. Per il logopedista il coefficiente è 78%: significa che su 100 euro incassati, 78 euro sono considerati reddito e 22 euro spese forfettarie, senza necessità di dimostrarle.Sul reddito così determinato, al netto dei contributi previdenziali effettivamente versati, si applica l’imposta sostitutiva. L’imposta sostitutiva è una tassa unica che prende il posto di IRPEF e addizionali regionali e comunali: invece di pagare più imposte separate, se ne paga una sola. L’aliquota ordinaria è il 15%, ridotta al 5% per i primi cinque anni di attività in presenza dei requisiti di novità dell’attività.Un esempio pratico aiuta a capire. Immagina che Giulia, logopedista appena iscritta all’albo, incassi 30.000 euro in un anno. Il reddito forfettario è il 78% di 30.000, cioè 23.400 euro. Su questa base si calcolano i contributi alla Gestione Separata al 26,07%, circa 6.100 euro. Il reddito imponibile scende quindi a circa 17.300 euro: applicando l’aliquota del 5% l’imposta è di circa 865 euro, che diventano circa 2.595 euro con l’aliquota ordinaria del 15%. Si tratta di un calcolo semplificato, utile solo a rendere l’idea.Per restare nel forfettario servono però alcune condizioni. I compensi annui non devono superare 85.000 euro. Soprattutto, chi affianca la libera professione a un impiego dipendente deve tenere d’occhio un secondo limite: i redditi da lavoro dipendente o assimilato non possono superare 35.000 euro (soglia valida per il 2025 e il 2026). Chi supera quel tetto non può accedere al regime, o ne esce dall’anno successivo.È una situazione molto frequente tra i logopedisti che lavorano part-time in una struttura e in parallelo seguono pazienti privati. Vale la pena ricordare, inoltre, che nel forfettario le detrazioni fiscali (spese mediche, ristrutturazioni, interessi sul mutuo) non possono essere scaricate dall’imposta sostitutiva: se non ci sono altri redditi IRPEF, si perdono. Un confronto preventivo tra forfettario e regime ordinario, quindi, non è un lusso ma una scelta di convenienza. IVA ed esenzione art. 10 n. 18 per le prestazioni sanitarieLe prestazioni del logopedista rientrano tra le prestazioni sanitarie esenti IVA ai sensi dell’art. 10 n. 18 del DPR 633/72, a condizione che siano rese nell’esercizio della professione sanitaria e abbiano finalità di diagnosi, cura e riabilitazione della persona. Valutazione del linguaggio, trattamento dei disturbi della comunicazione, riabilitazione della deglutizione o della voce sono tipicamente prestazioni con finalità terapeutica, quindi esenti.Attenzione però: l’esenzione segue la finalità sanitaria, non la qualifica di chi emette la fattura. Se lo stesso professionista svolge attività che non hanno scopo di cura – per esempio docenza, formazione ad altri operatori, consulenze organizzative, dizione o public speaking a fini professionali – quelle prestazioni escono dal perimetro dell’art. 10 n. 18 e sono soggette a IVA con aliquota ordinaria del 22%. È uno dei punti su cui conviene un controllo caso per caso.Esenzione IVA non vuol dire assenza di obblighi. La fattura va sempre emessa, riportando la dicitura di operazione esente art. 10 n. 18 DPR 633/72, e sulle fatture esenti di importo superiore a 77,47 euro è dovuta l’imposta di bollo da 2 euro, che può essere addebitata al paziente. Anche i forfettari, che non applicano IVA sulle proprie prestazioni, devono gestire correttamente queste indicazioni per non incorrere in contestazioni.Un ultimo aspetto: quando la partita IVA logopedista collabora con cooperative, poliambulatori, cliniche o scuole, la fattura è intestata a un soggetto titolare di partita IVA e le regole di fatturazione cambiano rispetto al paziente privato. Ne parliamo nel prossimo paragrafo, insieme al Sistema TS. Sistema TS e fatturazione: gli adempimenti annualiIl Sistema Tessera Sanitaria (abbreviato Sistema TS) è la banca dati che raccoglie le spese sanitarie sostenute dai cittadini e le riversa nella dichiarazione precompilata, così che il paziente possa detrarle. I professionisti sanitari iscritti agli albi, logopedisti compresi, rientrano tra i soggetti tenuti a trasmettere i dati delle prestazioni pagate dai privati.La notizia buona, per chi apre oggi una partita IVA logopedista, è che la cadenza dell’invio si è semplificata: la trasmissione è diventata annuale, da effettuare entro il 31 gennaio dell’anno successivo a quello di incasso (regola operativa dal periodo d’imposta 2025). Non ci sono più scadenze mensili o semestrali da rincorrere, ma questo non significa poter improvvisare: i dati vanno raccolti in modo ordinato durante l’anno, perché l’invio riguarda ogni singolo documento di spesa.C’è poi una regola che sorprende sempre: per le prestazioni sanitarie rese a persone fisiche è vietato emettere fattura elettronica tramite il Sistema di Interscambio. È un divieto a tutela della privacy dei dati sanitari, ormai strutturale. Al paziente privato, quindi, si consegna una fattura cartacea o in PDF; la fattura elettronica via SdI resta obbligatoria quando il cliente è un altro soggetto con partita IVA, come una cooperativa o un poliambulatorio, o una pubblica amministrazione.Gestire due binari paralleli – fatture cartacee ai pazienti e fatture elettroniche alle strutture, più l’invio annuale al Sistema TS – è più semplice con un software che tenga traccia di tutto. Tra le soluzioni disponibili sul mercato c’è per esempio fatturazioneitalia.it, che gestisce la fatturazione elettronica e la trasmissione dei dati al Sistema TS in un unico ambiente. Resta comunque fondamentale un controllo professionale sulla correttezza dei dati trasmessi.Ricordiamo infine che i dati inviati al Sistema TS alimentano le detrazioni fiscali dei pazienti nel modello 730: un errore nella trasmissione si traduce in una detrazione mancata per il paziente e in una possibile sanzione per il professionista.Gli errori più frequenti sulla partita IVA logopedistaDall’esperienza quotidiana con i professionisti sanitari emergono sempre gli stessi inciampi. Riconoscerli in anticipo è il modo più economico per evitarli, perché una partita IVA logopedista impostata male si corregge, ma con tempo e costi che si potevano risparmiare.indicare il vecchio codice 86.90.29 come codice attuale, quando la classificazione in vigore è ATECO 2025 con codice 86.99.09;chiedere la riduzione contributiva del 35%, che nella Gestione Separata INPS non esiste;cercare l’iscrizione a una cassa di categoria inesistente, o confondere ENPAPI (solo infermieri) con la previdenza dei logopedisti;credere che il codice ATECO determini la cassa previdenziale: l’obbligo dipende dall’albo e dall’assenza di cassa;ignorare il limite di 35.000 euro di redditi da lavoro dipendente, perdendo il regime forfettario senza accorgersene;emettere fattura elettronica a un paziente per una prestazione sanitaria, violando il divieto a tutela dei dati sanitari.Nessuno di questi errori è banale: tra contributi calcolati a vuoto, regimi perduti e sanzioni formali, il conto può diventare significativo. Per questo la fase di apertura merita una consulenza dedicata, con un preventivo personalizzato in base alla situazione reale: professione esclusiva, doppio lavoro, collaborazioni con strutture o studio proprio.Approfondimento consigliatoPer una panoramica su tutte le professioni sanitarie – codici, casse, obblighi IVA e adempimenti – leggi la nostra guida completa Partita IVA per Professionisti Sanitari 2026, il punto di partenza per confrontare la tua situazione con quella delle altre professioni dell’albo TSRM-PSTRP. Domande frequenti sulla partita IVA logopedistaQual è il codice ATECO corretto per la partita IVA logopedista nel 2026?Il codice corretto e attuale è 86.99.09 – Altre attività paramediche indipendenti n.c.a., previsto dalla classificazione ATECO 2025 in vigore dal 1° gennaio 2025. Il vecchio 86.90.29 apparteneva alla classificazione ATECO 2007 e non è più il codice attuale.Il logopedista deve iscriversi a ENPAPI o a una cassa di categoria?No. Per i logopedisti non esiste alcuna cassa autonoma: i contributi si versano alla Gestione Separata INPS. ENPAPI copre soltanto infermieri, infermieri pediatrici e assistenti sanitari.Esiste la riduzione del 35% dei contributi per il logopedista forfettario?No. La riduzione del 35% riguarda esclusivamente artigiani e commercianti iscritti alle relative gestioni INPS. Nella Gestione Separata, dove è iscritto il logopedista, quella riduzione non esiste e non può essere richiesta.Quanti contributi INPS paga una partita IVA logopedista?L’aliquota della Gestione Separata 2026 è del 26,07% se il professionista non ha altra copertura pensionistica obbligatoria, oppure del 24% se è già assicurato altrove, per esempio come lavoratore dipendente. I contributi si calcolano sul reddito imponibile e non è previsto alcun minimale fisso.Le prestazioni del logopedista sono esenti IVA?Sì, quando hanno finalità di diagnosi, cura e riabilitazione della persona si applica l’esenzione prevista dall’art. 10 n. 18 del DPR 633/72. Le prestazioni prive di finalità sanitaria, come docenze o consulenze organizzative, seguono invece le regole ordinarie con IVA al 22%.Ogni quanto vanno inviati i dati al Sistema TS?La trasmissione dei dati delle spese sanitarie al Sistema Tessera Sanitaria è annuale, entro il 31 gennaio dell’anno successivo a quello di incasso. Non sono più previsti invii mensili o semestrali.Posso avere la partita IVA logopedista e un lavoro dipendente?Sì, ma nel regime forfettario i redditi da lavoro dipendente o assimilato non devono superare 35.000 euro, soglia valida per il 2025 e il 2026. Oltre quel limite non si può accedere al regime agevolato o se ne esce dall’anno successivo.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.Assistenza per la tua partita IVA logopedistaAprire e gestire una partita IVA logopedista con il codice ATECO corretto, l’inquadramento previdenziale giusto e gli adempimenti del Sistema TS sotto controllo non è un percorso da affrontare con il fai-da-te. Il CAF Centro Fiscale di Udine segue i professionisti sanitari dall’apertura alla gestione ordinaria: verifica del codice 86.99.09, iscrizione alla Gestione Separata INPS, valutazione di convenienza tra regime forfettario e ordinario, corretta gestione dell’esenzione IVA e delle fatture ai pazienti, con un preventivo personalizzato sulla tua situazione.Ti aspettiamo nel nostro ufficio di Udine, Viale Tullio 13, oppure ti seguiamo online in tutta Italia, con la stessa assistenza e senza bisogno di spostarti. Per prenotare un appuntamento puoi chiamarci allo 0432 1638640 o scriverci su WhatsApp al 366 6018121: i nostri operatori si occupano di tutta la pratica, dalla raccolta dei documenti alla trasmissione, garantendo la correttezza di ogni passaggio. Settembre 28, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-28 15:00:002026-09-28 13:31:12Aprire Partita IVA Logopedista 2026: Codice ATECO 86.99.09, Gestione Separata INPS e Sistema TS
PARTITA IVA, PARTITA IVA CON REGIME FORFETTARIOScadenze forfettario 2026: calendario 2026-2027 e doppia botta del primo annoLe scadenze forfettario 2026 sono il vero punto debole di chi lavora con la partita IVA in regime forfettario. Il regime in sé è semplice: niente IVA sulle fatture, una sola imposta sostitutiva e pochi adempimenti. Proprio per questo molti si rilassano e scoprono a giugno di dover pagare cifre che non avevano messo da parte. Il problema non sono le tasse, ma il calendario: imposte, contributi INPS, bollo sulle fatture elettroniche e dichiarazione arrivano in momenti diversi dell’anno, con regole che cambiano tra il primo anno di attività e quelli successivi.In questa guida trovi il calendario completo delle scadenze del forfettario per il 2026 e il 2027, spiegato in parole semplici: cosa si paga, quando e perché. Vediamo anche la cosiddetta doppia botta del primo anno di partita IVA, cioè il momento in cui saldo e acconto arrivano insieme, e come prepararti con un accantonamento mensile. Se vuoi prima ripassare requisiti e aliquote, leggi la nostra guida al regime forfettario 2026. Poi tieni questa pagina come riferimento: le scadenze forfettario 2026 e 2027 sono tutte qui.Indice dei contenutiCalendario scadenze forfettario 2026-2027: la tabella completaImposta sostitutiva: saldo e acconti nelle scadenze forfettario 2026Contributi INPS del forfettario: Gestione Separata o artigiani e commerciantiBollo, dichiarazione dei redditi, Sistema TS e autofatture esteroPrimo anno di partita IVA: la doppia botta di giugnoScadenze forfettario 2026 e 2027: le date effettive tra weekend e festiviCome non perdere le scadenze: stima delle tasse e promemoria con Fatturazione ItaliaDomande frequenti sulle scadenze forfettario 2026Scadenze forfettario 2026: affidale al CAF Centro FiscaleCalendario scadenze forfettario 2026-2027: la tabella completa Partiamo dal quadro d’insieme. La tabella riassume le scadenze forfettario 2026 e degli anni successivi nella loro forma standard, cioè con la data fissata dalla legge. Non tutte le voci riguardano tutti: dipende dal tipo di attività e dalla gestione previdenziale a cui sei iscritto. Un libero professionista senza cassa, per esempio, paga la Gestione Separata INPS e non i contributi fissi; un artigiano o un commerciante fa il contrario.ScadenzaCosa si paga o si presentaChi è interessato31 gennaio (dell’anno dopo)Invio delle spese sanitarie al Sistema TSProfessionisti sanitari16 febbraio4ª rata contributi fissi INPS dell’anno precedente; IVA autofatture estero del 4° trimestreArtigiani e commercianti; chi ha autofatture estero28 febbraioBollo fatture elettroniche del 4° trimestre dell’anno precedenteTutti i forfettari con fatture soggette a bollo16 maggio1ª rata contributi fissi INPS; IVA autofatture estero del 1° trimestreArtigiani e commercianti; chi ha autofatture estero31 maggioBollo del 1° trimestreTutti i forfettari con fatture soggette a bollo30 giugnoSaldo dell’anno precedente e primo acconto dell’anno in corso: imposta sostitutiva, Gestione Separata o eccedenza INPSTutti20 agosto2ª rata contributi fissi INPS; IVA autofatture estero del 2° trimestreArtigiani e commercianti; chi ha autofatture estero30 settembreBollo del 2° trimestreTutti i forfettari con fatture soggette a bollo31 ottobreDichiarazione dei redditi (Modello Redditi PF, quadro LM)Tutti16 novembre3ª rata contributi fissi INPS; IVA autofatture estero del 3° trimestreArtigiani e commercianti; chi ha autofatture estero30 novembreSecondo acconto: imposta sostitutiva, Gestione Separata o eccedenza INPS; bollo del 3° trimestreTuttiCome vedi, i due momenti più pesanti dell’anno sono il 30 giugno e il 30 novembre: lì si concentrano imposta e contributi calcolati sul reddito. Le altre date pesano meno sul portafoglio, ma vanno rispettate: anche un bollo di pochi euro pagato in ritardo comporta sanzioni e interessi. Nelle prossime sezioni vediamo ogni voce nel dettaglio e, più avanti, trovi le date effettive del 2026 e del 2027, già corrette per i giorni che cadono nel fine settimana.Imposta sostitutiva: saldo e acconti nelle scadenze forfettario 2026 L’imposta sostitutiva è la tassa unica del forfettario: sostituisce IRPEF, addizionali regionali e comunali e IRAP. In pratica, invece di pagare più imposte separate, ne paghi una sola. Si calcola sul reddito ottenuto applicando ai compensi il coefficiente di redditività, cioè la percentuale che la legge considera guadagno per la tua attività (ad esempio il 78% per molti professionisti), meno i contributi previdenziali versati nell’anno. L’aliquota è del 15%, ridotta al 5% per i primi 5 anni se l’attività è davvero nuova. Approfondisci il calcolo nella guida all’imposta sostitutiva del regime forfettario.Il pagamento funziona con il meccanismo di saldo e acconto. Il saldo è la differenza tra l’imposta dovuta per l’anno appena chiuso e gli acconti già versati. L’acconto è un anticipo sull’imposta dell’anno in corso, calcolato di regola su quella dell’anno precedente. Tra le scadenze forfettario 2026, quindi, il 30 giugno si paga il saldo 2025 più il primo acconto 2026, mentre il 30 novembre si paga il secondo acconto 2026. I codici tributo F24 sono 1792 per il saldo, 1790 per il primo acconto e 1791 per il secondo.Quanto si paga di acconto: le soglie di 51,65 e 206 euroCon il metodo storico, quello usato di norma, l’acconto è pari all’imposta dovuta per l’anno precedente. Non sempre però si paga in due rate: tutto dipende dall’importo, secondo queste soglie.Imposta dell’anno precedente fino a 51,65 euro: nessun acconto da versare.Tra 51,65 e 206 euro: acconto in un’unica rata entro il 30 novembre.Oltre 206 euro: due rate di pari importo, 50% entro il 30 giugno e 50% entro il 30 novembre (art. 58 DL 124/2019). La ripartizione 40% e 60%, con la soglia di 257,52 euro, vale per i contribuenti che non sono forfettari né soggetti ISA.Facciamo un esempio. Supponiamo che Giulia abbia un’imposta sostitutiva 2025 di 1.000 euro e che nel 2025 non abbia versato acconti. A giugno 2026 paga il saldo di 1.000 euro più un primo acconto di 500 euro; a novembre paga il secondo acconto di 500 euro. Se invece la sua imposta 2025 fosse stata di 200 euro, avrebbe versato l’acconto 2026 in un’unica rata a novembre.Il metodo previsionale: quando convieneEsiste anche il metodo previsionale: invece di basarti sull’imposta dell’anno prima, calcoli gli acconti sull’imposta che prevedi di dover pagare per l’anno in corso. Conviene quando sai già che guadagnerai meno, per esempio perché hai perso un cliente importante o hai ridotto l’attività. Attenzione però: se la previsione si rivela troppo bassa, sulla differenza non versata scattano sanzioni e interessi. Per questo è una scelta da fare con il supporto di chi conosce i tuoi numeri, come il CAF Centro Fiscale.Proroghe e rateizzazione dei versamenti di giugnoDue precisazioni utili. Primo: negli ultimi anni il termine di giugno per forfettari e soggetti ISA è stato spesso spostato in avanti. Nel 2026, ad esempio, l’art. 6 del DL n. 89 del 22 maggio 2026 ha consentito di versare saldo e primo acconto entro il 20 luglio 2026 senza maggiorazione. Non è però una regola fissa: per il 2027 la data ordinaria resta il 30 giugno, salvo nuove proroghe. Secondo: saldo e primo acconto si possono rateizzare in rate mensili, con interessi, a patto di concludere i pagamenti entro il 16 dicembre.Contributi INPS del forfettario: Gestione Separata o artigiani e commercianti Il regime forfettario riguarda le tasse, non la previdenza: i contributi INPS si pagano comunque e sono spesso la voce più pesante. Le regole cambiano a seconda della gestione a cui sei iscritto, che dipende dall’attività svolta e dall’eventuale albo professionale, non dal codice ATECO. Vediamo le due situazioni più comuni.Gestione Separata INPS: 30 giugno e 30 novembreLa Gestione Separata INPS è la gestione previdenziale dei liberi professionisti senza una cassa di categoria: consulenti, formatori, grafici, ma anche diverse professioni sanitarie come fisioterapisti e logopedisti. Nel 2026 l’aliquota è del 26,07% (24% per chi ha già un’altra copertura previdenziale obbligatoria o è pensionato), applicata al reddito forfettario fino al massimale di 122.295 euro (circolare INPS n. 8/2026). Non ci sono contributi fissi: paghi in proporzione a quanto guadagni.Le date coincidono con quelle dell’imposta sostitutiva: il 30 giugno si versano il saldo dell’anno precedente e il primo acconto, il 30 novembre il secondo acconto. Gli acconti valgono in tutto l’80% dei contributi dell’anno prima, divisi in due rate del 40%. Chi è iscritto a una cassa professionale (come ENPAM per i medici o ENPAP per gli psicologi) non paga la Gestione Separata e segue le scadenze della propria cassa. Tutti i dettagli sono nella guida alla Gestione Separata INPS 2026.Artigiani e commercianti: quattro rate fisse più l’eccedenzaPer artigiani e commercianti il meccanismo è diverso. C’è una parte fissa, i contributi sul minimale, dovuta anche se guadagni poco o nulla: per il 2026 ammontano a 4.521,36 euro l’anno per gli artigiani e 4.611,64 euro per i commercianti (circolare INPS n. 14/2026). Si pagano in quattro rate: 16 maggio, 20 agosto, 16 novembre e 16 febbraio dell’anno successivo, con i modelli F24 predisposti dall’INPS, che il CAF recupera e verifica per te.Se il reddito supera il minimale, pari a 18.808 euro per il 2026, sulla parte in più si pagano i contributi a percentuale, la cosiddetta eccedenza, con le stesse date dell’imposta sostitutiva: saldo e primo acconto a giugno, secondo acconto a novembre. Approfondisci importi ed esempi di calcolo nella guida ai contributi INPS 2026 per artigiani e commercianti.Riduzione del 35%: solo per artigiani e commerciantiSu questo punto circola molta confusione. I forfettari iscritti alla gestione artigiani e commercianti possono chiedere la riduzione del 35% dei contributi, sia sulla parte fissa sia sull’eccedenza (art. 1, comma 77, L. 190/2014). Per chi è già in attività la richiesta va presentata entro il 28 febbraio dell’anno in cui si vuole lo sconto. Ricorda che contributi più bassi significano anche una pensione futura più bassa: è una scelta da valutare con attenzione.Attenzione: la riduzione del 35% non esiste in Gestione Separata. Se sei un libero professionista senza cassa paghi sempre l’aliquota piena del 26,07% (o del 24%) sul reddito forfettario, senza sconti di alcun tipo. Chi sostiene il contrario sta confondendo due gestioni diverse: è un errore molto diffuso, anche in rete.Bollo, dichiarazione dei redditi, Sistema TS e autofatture estero Oltre a imposte e contributi, il calendario delle scadenze del forfettario comprende alcuni adempimenti che non dipendono dal reddito, ma dalle fatture emesse, dagli acquisti o dal tipo di attività. Sono date meno costose, ma altrettanto importanti.Bollo sulle fatture elettroniche: quattro scadenze trimestraliLe fatture del forfettario sono senza IVA e per questo, quando superano 77,47 euro, richiedono la marca da bollo da 2 euro. Sulle fatture elettroniche il bollo si paga in modo virtuale, sommando i bolli di ogni trimestre: 31 maggio per il primo trimestre, 30 settembre per il secondo, 30 novembre per il terzo e 28 febbraio dell’anno dopo per il quarto. I codici tributo F24 vanno da 2521 a 2524, uno per trimestre.Se l’importo è basso si può rinviare: quando il bollo del primo trimestre è inferiore a 5.000 euro si può pagare insieme a quello del secondo, entro il 30 settembre, e se anche la somma dei primi due trimestri resta sotto questa soglia si arriva al 30 novembre. Per la maggior parte dei forfettari, quindi, i versamenti effettivi del bollo si riducono a due o tre l’anno. Trovi tutti i dettagli nella guida al bollo sulla fattura elettronica 2026.Dichiarazione dei redditi: entro il 31 ottobreIl forfettario presenta il Modello Redditi Persone Fisiche, compilando il quadro LM, entro il 31 ottobre dell’anno successivo a quello dei compensi: con la partita IVA forfettaria non si può usare il 730. Nel 2026 il 31 ottobre cade di sabato, quindi il termine slitta a lunedì 2 novembre 2026. Nota un dettaglio: le imposte si pagano a giugno, cioè prima dell’invio della dichiarazione, perciò il calcolo va fatto in anticipo. Al CAF Centro Fiscale la dichiarazione dei redditi è compresa nella gestione annuale della partita IVA forfettaria.Sistema TS: invio annuale entro il 31 gennaioSe sei un professionista sanitario (psicologo, fisioterapista, biologo nutrizionista, infermiere e così via) devi comunicare al Sistema Tessera Sanitaria le spese sanitarie dei pazienti, perché finiscano nella loro dichiarazione precompilata. Dalle spese del 2025 l’invio è annuale, entro il 31 gennaio dell’anno successivo (D.Lgs. 81/2025). Per le spese 2026, poiché il 31 gennaio 2027 è domenica, il termine è lunedì 1° febbraio 2027.IVA sulle autofatture per acquisti dall’esteroAnche il forfettario, che non applica l’IVA sulle proprie fatture, in alcuni casi deve versare l’IVA: succede quando acquista servizi o beni da fornitori esteri, come le campagne pubblicitarie su Google o Meta, gli abbonamenti a software esteri o la merce da un fornitore di un altro Paese UE. In questi casi si emette un’autofattura, cioè una fattura intestata a sé stessi che si invia allo SdI (tipi TD17, TD18 o TD19), e si versa l’IVA, che per il forfettario resta un costo e non si recupera.Sui tempi di versamento serve cautela. Con il correttivo D.Lgs. 81/2025, secondo le prime interpretazioni della stampa specializzata, per le operazioni dal 1° ottobre 2025 i forfettari versano questa IVA con cadenza trimestrale, entro il 16 del secondo mese successivo al trimestre: 16 maggio, 20 agosto, 16 novembre e 16 febbraio. Su codici tributo e modalità operative manca ancora un quadro di prassi definitivo dell’Agenzia delle Entrate: prima di pagare, fatti confermare importo e codici dal CAF. Approfondisci nelle guide sulle operazioni con l’estero nel regime forfettario e sulle spese estere della partita IVA.Primo anno di partita IVA: la doppia botta di giugno Arriviamo al punto che coglie di sorpresa quasi tutti. Nel primo anno di partita IVA non si pagano acconti: il metodo storico si basa sull’imposta dell’anno prima e, se l’anno prima non avevi l’attività, quell’imposta è zero. Lo stesso vale per gli acconti della Gestione Separata e dell’eccedenza INPS. Risultato: nel primo anno, a giugno e a novembre, non paghi nulla di imposta sostitutiva né di contributi a percentuale.Sembra una buona notizia, ma è solo un rinvio. Il 30 giugno dell’anno successivo arrivano insieme il saldo del primo anno, cioè tutta l’imposta e tutti i contributi dovuti, e il primo acconto dell’anno in corso. A novembre si aggiunge il secondo acconto. È la cosiddetta doppia botta: nel secondo anno paghi, in pratica, le tasse di quasi due anni. Chi ha aperto la partita IVA nel 2026 la vivrà tra giugno e novembre 2027. Gli artigiani e i commercianti, invece, pagano fin da subito i contributi fissi alle scadenze trimestrali, in proporzione ai mesi di attività.Un esempio pratico: i conti di MarcoSupponiamo che Marco, consulente iscritto alla Gestione Separata INPS, apra la partita IVA a gennaio 2026 e incassi nell’anno 30.000 euro. Con il coefficiente del 78% il suo reddito forfettario è di 23.400 euro. Essendo una nuova attività paga l’imposta sostitutiva al 5%, quindi 1.170 euro, mentre i contributi al 26,07% sono 6.100,38 euro. Per semplicità ignoriamo i bolli e l’effetto della deduzione dei contributi sul reddito del 2027. Ecco il suo calendario:Nel 2026: nessun versamento di imposta sostitutiva né di contributi, perché non sono dovuti acconti.30 giugno 2027: saldo imposta 1.170 euro + primo acconto imposta 585 euro + saldo contributi 6.100,38 euro + primo acconto contributi 2.440,15 euro = 10.295,53 euro.30 novembre 2027: secondo acconto imposta 585 euro + secondo acconto contributi 2.440,15 euro = 3.025,15 euro.In totale, nel 2027 Marco versa circa 13.320 euro, contro i circa 7.270 euro di tasse e contributi effettivamente legati al 2026. Non paga più del dovuto, perché gli acconti verranno scalati dal saldo del 2027, ma deve avere la liquidità pronta. Se a giugno 2027 il conto non basta, le alternative sono rateizzare con interessi oppure pagare in ritardo con sanzioni: meglio evitarlo con un po’ di pianificazione.La soluzione: l’accantonamento mensileIl modo più semplice per non subire la doppia botta è mettere da parte ogni mese una quota fissa degli incassi, magari su un conto separato. Nell’esempio di Marco, tasse e contributi legati al 2026 valgono circa 7.270 euro, cioè circa 606 euro al mese: poco meno di un quarto degli incassi. Accantonando questa cifra dal primo mese e continuando nel 2027, a giugno 2027 avrà già da parte quanto serve per saldo e primo acconto.La percentuale giusta dipende dal coefficiente di redditività, dall’aliquota (5% o 15%) e dalla gestione previdenziale. Per un artigiano con i contributi fissi il calcolo è diverso, e lo stesso vale per chi passa dal 5% al 15% al termine del periodo agevolato. Per questo conviene farsi preparare una stima personalizzata dal CAF, oppure usare uno strumento che la calcoli sulle fatture reali, come vedremo tra poco.Scadenze forfettario 2026 e 2027: le date effettive tra weekend e festiviQuando una scadenza fiscale cade di sabato, domenica o in un giorno festivo, slitta automaticamente al primo giorno lavorativo successivo. Per questo le date sulla carta non sempre coincidono con quelle reali. Ecco le prossime scadenze forfettario 2026 e quelle del 2027, già corrette.Data effettivaScadenzaNoteMercoledì 30 settembre 2026Bollo 2° trimestre 2026Anche 1° trimestre, se rinviatoLunedì 2 novembre 2026Dichiarazione dei redditi (anno d’imposta 2025)Il 31 ottobre è sabatoLunedì 16 novembre 20263ª rata contributi fissi; IVA autofatture 3° trimestreArtigiani e commercianti; chi ha autofattureLunedì 30 novembre 2026Secondo acconto imposta e contributi; bollo 3° trimestreTuttiLunedì 1° febbraio 2027Sistema TS, spese 2026Il 31 gennaio è domenicaMartedì 16 febbraio 20274ª rata contributi fissi 2026; IVA autofatture 4° trimestre 2026Artigiani e commercianti; chi ha autofattureLunedì 1° marzo 2027Bollo 4° trimestre 2026Il 28 febbraio è domenicaLunedì 17 maggio 20271ª rata contributi fissi 2027; IVA autofatture 1° trimestreIl 16 maggio è domenicaLunedì 31 maggio 2027Bollo 1° trimestre 2027Rinviabile se sotto 5.000 euroMercoledì 30 giugno 2027Saldo 2026 e primo acconto 2027Salvo prorogheVenerdì 20 agosto 20272ª rata contributi fissi; IVA autofatture 2° trimestreArtigiani e commercianti; chi ha autofattureGiovedì 30 settembre 2027Bollo 2° trimestre 2027TuttiMartedì 2 novembre 2027Dichiarazione dei redditi (anno d’imposta 2026)Il 31 ottobre è domenica e il 1° novembre è festivoMartedì 16 novembre 20273ª rata contributi fissi; IVA autofatture 3° trimestreArtigiani e commercianti; chi ha autofattureMartedì 30 novembre 2027Secondo acconto imposta e contributi; bollo 3° trimestreTuttiLe date del 2027 sono quelle previste oggi dalla normativa: ogni anno possono arrivare proroghe, soprattutto per i versamenti di giugno, e le eventuali novità vanno verificate di volta in volta. Il consiglio però resta lo stesso: organizzarsi prima, senza contare sugli slittamenti. Un calendario sempre aggiornato ti evita di scoprire una scadenza il giorno dopo.Come non perdere le scadenze: stima delle tasse e promemoria con Fatturazione Italia Ricordare a memoria tutte le scadenze forfettario 2026 è difficile, soprattutto nei primi anni di attività. Per questo il software di fatturazione elettronica Fatturazione Italia, sviluppato da Be Smart, include due strumenti pensati proprio per chi è nel regime forfettario.La pagina Tasse e contributi: tre numeri da tenere d’occhioLa pagina Tasse e contributi parte dalle fatture che emetti e mostra in alto tre card: quanto pagare entro il 30 giugno, con saldo dell’anno scorso e primo acconto separati, quanto pagare entro il 30 novembre e quanto mettere da parte ogni mese. Tiene conto dell’aliquota al 5% o al 15% e della gestione INPS corretta, Gestione Separata oppure artigiani e commercianti, applicando la riduzione del 35% solo dove spetta. Nel primo anno segnala la doppia botta in arrivo e suggerisce l’accantonamento mensile. È una stima indicativa: non sostituisce il calcolo del CAF o del commercialista, ma ti aiuta a non arrivare impreparato.I promemoria fiscali nel portaleIl pannello I miei promemoria raccoglie le scadenze adatte al tuo profilo: bollo trimestrale, contributi fissi INPS, imposta sostitutiva, Gestione Separata, IVA sulle autofatture estero, soglia degli 85.000 euro di ricavi e dichiarazione dei redditi. Ogni voce si può attivare o disattivare e si sceglie con quanti giorni di anticipo essere avvisati. Gli avvisi compaiono come notifiche nel portale, con una spiegazione in parole semplici di cosa si paga.Fatturazione Italia costa 49 euro l’anno con il piano Start (150 fatture) e 89 euro l’anno con il piano Pro (500 fatture, Sistema TS incluso, adatto ai professionisti sanitari), IVA inclusa, con prezzo bloccato per contratto per 3 anni. Puoi provarlo gratis per 30 giorni senza carta di credito, che diventano 60 se ricevi un invito. Per un confronto con le alternative leggi la nostra recensione di Fatturazione Italia e la guida ai migliori software di fatturazione elettronica 2026.Domande frequenti sulle scadenze forfettario 2026Quali sono le principali scadenze forfettario 2026?Le due date più importanti sono il 30 giugno (saldo dell’anno precedente e primo acconto di imposta sostitutiva e contributi a percentuale) e il 30 novembre (secondo acconto). A queste si aggiungono il bollo trimestrale (31 maggio, 30 settembre, 30 novembre, 28 febbraio), la dichiarazione dei redditi entro il 31 ottobre (nel 2026 il 2 novembre) e, per artigiani e commercianti, i contributi fissi del 16 maggio, 20 agosto, 16 novembre e 16 febbraio.Nel primo anno di partita IVA devo pagare gli acconti?No: nel primo anno non ci sono acconti di imposta sostitutiva né di contributi a percentuale, perché l’anno precedente non c’era reddito. Il 30 giugno dell’anno dopo, però, arrivano insieme il saldo del primo anno e il primo acconto del secondo: la cosiddetta doppia botta. Per affrontarla conviene accantonare ogni mese una quota degli incassi.La riduzione del 35% dei contributi vale anche per la Gestione Separata?No. La riduzione del 35% è riservata ai forfettari iscritti alla gestione artigiani e commercianti e va richiesta all’INPS. In Gestione Separata non esiste: i liberi professionisti senza cassa pagano l’aliquota piena del 26,07% (24% se hanno già un’altra copertura previdenziale).Cosa succede se una scadenza cade di sabato o di domenica?Slitta al primo giorno lavorativo successivo. Per esempio, nel 2027 il bollo del quarto trimestre 2026 si paga lunedì 1° marzo, perché il 28 febbraio è domenica, e l’invio delle spese 2026 al Sistema TS scade lunedì 1° febbraio.Il software di fatturazione è compreso nel servizio del CAF?No, sono due servizi separati. La gestione della partita IVA forfettaria del CAF Centro Fiscale costa 350 euro l’anno IVA inclusa, dichiarazione dei redditi compresa. Il software Fatturazione Italia si attiva a parte: 49 euro l’anno con il piano Start o 89 euro l’anno con il piano Pro, IVA inclusa.Scadenze forfettario 2026: affidale al CAF Centro FiscaleLe scadenze forfettario 2026 non sono difficili se le conosci in anticipo: due appuntamenti pesanti, a giugno e a novembre, e una serie di date minori per bollo, contributi fissi e adempimenti. Il vero rischio è il primo anno, quando l’assenza di acconti fa sembrare tutto più leggero del reale. Un piano di accantonamento e un calendario sempre sotto controllo fanno la differenza.Con il servizio Partita IVA forfettario del CAF Centro Fiscale ci occupiamo di tutto: calcolo di imposte e contributi, preparazione degli F24, gestione di acconti e rateizzazioni, dichiarazione dei redditi e richiesta della riduzione contributiva per artigiani e commercianti. La gestione annuale costa 350 euro IVA inclusa, dichiarazione dei redditi compresa; l’apertura della partita IVA costa 120-150 euro per i professionisti e 450-600 euro per le ditte con iscrizione in Camera di Commercio. Il software di fatturazione è un servizio separato e non è compreso nella gestione. Per confrontare le alternative, leggi quanto costa un commercialista per il forfettario e come funziona il commercialista online per il forfettario.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.Hai bisogno di assistenza per il regime forfettario?Il CAF Centro Fiscale è a tua disposizione, sia in ufficio a Udine e Cividale che online in tutta Italia. Contattaci al 0432 1638640 o scrivici su WhatsApp al 366 6018121.Scopri il servizio Partita IVA forfettarioProva Fatturazione Italia gratis per 30 giorni, senza carta di creditoSettembre 28, 2026/0 Commenti/da Andrea Damiani https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Andrea Damiani https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Andrea Damiani2026-09-28 15:00:002026-09-27 11:04:36Scadenze forfettario 2026: calendario 2026-2027 e doppia botta del primo anno
NOTIZIEAmministratore di Condominio Scaduto: Lavora Gratis dopo la Scadenza del Mandato?L’amministratore di condominio deve lavorare gratis dopo la scadenza del mandato? È una domanda che torna in ogni assemblea che si trascina senza decidere sul rinnovo, e la risposta della legge è più netta di quanto molti immaginino: per le attività urgenti successive alla cessazione dell’incarico il Codice civile esclude espressamente ulteriori compensi. Lo prevede l’articolo 1129, comma 8, del Codice civile, e nel 2026 la Corte di cassazione lo ha confermato con una lettura rigorosa, dopo mesi di pronunce contrastanti. Vediamo cosa significa davvero quando si parla di amministratore di condominio scadenza mandato: quando l’incarico cessa, che cosa resta da fare all’amministratore uscente, in quali casi il compenso è invece dovuto e come i condomini possono evitare di restare senza gestione. Indice dei contenutiQuando l’incarico cessa davvero: durata e rinnovo automaticoCosa dice l’articolo 1129, comma 8, del Codice civileAttività urgenti senza compenso: la linea della Cassazione 2026Il contrasto in Cassazione: sentenza 424/2026 contro ordinanza 7247/2026Compenso e nullità della nomina: l’obbligo è dell’amministratore (art. 1129, comma 14)Se il condominio resta senza amministratore: convocazione e nomina giudizialeIl nodo dell’equo compenso: perché la norma è contestataDomande frequenti sull’amministratore di condominio scadutoQuando l’incarico cessa davvero: durata e rinnovo automaticoPrima di parlare di compenso bisogna capire quando l’incarico finisce per davvero. Il comma 10 dell’articolo 1129 del Codice civile stabilisce che «l’incarico di amministratore ha durata di un anno e si intende rinnovato per eguale durata». La formulazione ha dato luogo a letture diverse, ma quella prevalente è la cosiddetta tesi dell’«1+1»: al termine del primo anno l’incarico si rinnova automaticamente per un secondo anno, senza bisogno di una nuova delibera; al termine del secondo anno, invece, serve una nuova nomina espressa dell’assemblea.Fino a quel momento il rapporto è in corso e il compenso deliberato resta regolarmente dovuto: il problema del «lavorare gratis» non nasce alla scadenza del primo anno, ma solo dopo la cessazione dell’incarico, che può avvenire per mancato rinnovo al termine del biennio, per revoca deliberata dall’assemblea o disposta dal giudice (comma 11) oppure per dimissioni.Un’avvertenza importante: il rinnovo tacito non salva una nomina viziata. La Corte di cassazione, con la sentenza n. 28196 del 31 ottobre 2024 (sezione II), ha chiarito che l’incarico può intendersi rinnovato per un anno ai sensi dell’articolo 1129, comma 10, solo se la delibera originaria di nomina non è nulla: un atto nullo non produce effetti e quindi non si rinnova. Cosa dice l’articolo 1129, comma 8, del Codice civileIl cuore della questione sta in una sola frase del Codice civile, introdotta dalla riforma del condominio (Legge 220/2012):Alla cessazione dell’incarico l’amministratore è tenuto alla consegna di tutta la documentazione in suo possesso afferente al condominio e ai singoli condomini e ad eseguire le attività urgenti al fine di evitare pregiudizi agli interessi comuni senza diritto ad ulteriori compensi.Art. 1129, comma 8, Codice civileLa norma impone quindi all’amministratore uscente due obblighi e gli nega una pretesa:consegnare tutta la documentazione del condominio e dei singoli condomini;eseguire le attività urgenti necessarie a evitare pregiudizi agli interessi comuni;nessun diritto a ulteriori compensi per queste attività.Attenzione all’aggettivo «ulteriori»: significa in aggiunta a quanto già maturato. L’amministratore conserva il diritto al compenso per l’attività svolta fino alla cessazione dell’incarico e può chiedere il rimborso delle anticipazioni di cassa che riesce a provare; quello che la legge esclude è un compenso aggiuntivo per la fase successiva. Attività urgenti senza compenso: la linea della Cassazione 2026Nel 2026 la Corte di cassazione è tornata più volte sul punto. Con l’ordinanza n. 7247 del 26 marzo 2026 (sezione II civile) ha affermato che l’amministratore cessato dall’incarico — per scadenza, revoca o dimissioni — non conserva i poteri ordinari di gestione e non matura alcun ulteriore diritto al compenso: è tenuto soltanto a svolgere, gratuitamente, le attività urgenti e indifferibili necessarie a evitare pregiudizi agli interessi comuni, in attesa della nomina del successore.La stessa ordinanza precisa un aspetto pratico spesso trascurato: il credito per le anticipazioni di cassa deve essere provato in modo specifico e non si presume dalla sola approvazione del rendiconto, salvo che il condominio abbia riconosciuto chiaramente il debito.L’indirizzo è stato confermato poco dopo dalla sentenza n. 21883 del 26 giugno 2026, sempre della sezione II, secondo cui l’articolo 1129, comma 8, ha limitato i poteri dell’amministratore cessato alle sole attività urgenti e non differibili: nel caso esaminato, il rilascio di una procura per proporre appello — atto né urgente né necessario a evitare pregiudizi agli interessi comuni — è stato ritenuto privo di potere rappresentativo.Sui poteri dell’amministratore uscente abbiamo approfondito il tema negli articoli Condominio, addio poteri: l’amministratore scaduto non può operare e Prorogatio dell’amministratore di condominio. Il contrasto in Cassazione: sentenza 424/2026 contro ordinanza 7247/2026Va detto con chiarezza: nel 2026 la giurisprudenza di legittimità non ha parlato con una voce sola, e chi cerca informazioni online può imbattersi in ricostruzioni opposte. All’origine c’è un contrasto interno alla stessa sezione II della Cassazione:Cass. civ. sez. II, sentenza 8 gennaio 2026, n. 424: riconosce una prorogatio ampia. L’amministratore uscente conserva le attribuzioni dell’articolo 1130 del Codice civile fino alla nomina del successore, perché quelle funzioni sono indispensabili alla vita del condominio; e se l’assemblea, espressamente o per fatti concludenti, continua ad avvalersi della sua attività, il compenso può essergli riconosciuto.Cass. civ. sez. II, ordinanza 26 marzo 2026, n. 7247: afferma il principio opposto, dichiarando espressamente il contrasto con la precedente. Nessuna prorogatio dei poteri ordinari, solo attività urgenti e nessun compenso ulteriore.A oggi la linea restrittiva appare quella prevalente: è la più recente, è stata adottata con piena consapevolezza del contrasto ed è stata ripresa dalla citata sentenza n. 21883 del giugno 2026. Dottrina e associazioni di categoria auspicano un intervento chiarificatore delle Sezioni Unite, che alla data di questo articolo (settembre 2026) non risulta ancora intervenuto.La conseguenza pratica è duplice. Per il condominio: non è prudente affidarsi all’amministratore scaduto per atti che eccedono l’urgenza, perché rischiano di essere inefficaci. Per l’amministratore: non è prudente proseguire la gestione contando su un compenso che, secondo l’orientamento più recente, non gli spetta. Compenso e nullità della nomina: l’obbligo è dell’amministratore (art. 1129, comma 14)C’è un secondo piano da non confondere con quello della cessazione, e su questo punto circola un equivoco diffuso. Il comma 14 dell’articolo 1129 del Codice civile prevede infatti che:L’amministratore, all’atto dell’accettazione della nomina e del suo rinnovo, deve specificare analiticamente, a pena di nullità della nomina stessa, l’importo dovuto a titolo di compenso.Art. 1129, comma 14, Codice civileL’obbligo, come si legge, è posto a carico dell’amministratore e non dell’assemblea: è lui che, quando accetta l’incarico e a ogni rinnovo, deve indicare in modo analitico quanto chiede. Se non lo fa, la nomina è nulla. È un errore ricorrente attribuire questo adempimento ai condomini riuniti in assemblea.Ne derivano due conseguenze concrete: il preventivo analitico del compenso non può essere confermato tacitamente di anno in anno, perché va rinnovato a ogni rinnovo dell’incarico; e una nomina nulla, come visto, non si rinnova automaticamente ai sensi del comma 10.Questo piano è del tutto distinto da quello del compenso post-cessazione: la nullità colpisce la validità dell’atto di nomina, mentre il comma 8 riguarda la gratuità delle attività urgenti dopo che l’incarico è finito. Se il condominio resta senza amministratore: convocazione e nomina giudizialeSe l’assemblea non decide e il condominio rischia di restare senza gestione, i condomini hanno strumenti precisi. L’articolo 66, primo comma, delle disposizioni di attuazione del Codice civile prevede che l’assemblea straordinaria sia convocata dall’amministratore quando ne ravvisa la necessità oppure quando ne è fatta richiesta da almeno due condomini che rappresentino un sesto del valore dell’edificio.Se trascorrono dieci giorni dalla richiesta senza che l’amministratore provveda, sono gli stessi condomini richiedenti a poter convocare direttamente l’assemblea.In mancanza dell’amministratore, l’assemblea, sia ordinaria sia straordinaria, può essere convocata su iniziativa di ciascun condomino.L’avviso di convocazione va comunicato almeno cinque giorni prima della data fissata per la prima convocazione, con raccomandata, PEC, fax o consegna a mano, e deve indicare luogo e ora della riunione.Se nemmeno così si arriva a una nomina, resta la via giudiziale: l’articolo 1129, primo comma, del Codice civile prevede che, quando i condomini sono più di otto e l’assemblea non provvede, la nomina dell’amministratore sia fatta dall’autorità giudiziaria su ricorso di uno o più condomini.Nel passaggio di consegne tra un amministratore e l’altro conviene infine verificare la posizione fiscale del condominio, a partire dal codice fiscale del condominio, che va tenuto aggiornato indipendentemente da chi gestisce l’amministrazione.Il nodo dell’equo compenso: perché la norma è contestataLa gratuità imposta dal comma 8 è oggetto di critiche crescenti. Si osserva che obbligare un professionista a svolgere attività — anche solo urgenti — senza alcun corrispettivo sia difficilmente compatibile con l’articolo 36, primo comma, della Costituzione, che garantisce una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro prestato, e con la Legge 21 aprile 2023, n. 49 sull’equo compenso, che si applica anche ai professionisti delle attività non organizzate in ordini o collegi ai sensi dell’articolo 1, comma 2, della Legge 14 gennaio 2013, n. 4 — categoria in cui rientra l’amministratore di condominio.Si tratta però, al momento, di una critica rivolta al legislatore, non di una regola applicabile: finché il testo dell’articolo 1129, comma 8, resta questo e la Cassazione lo interpreta nel senso visto sopra, le attività urgenti successive alla cessazione dell’incarico restano prive di compenso aggiuntivo.In attesa di un eventuale intervento normativo, l’amministratore uscente ha alcune cautele concrete a disposizione: consegnare tempestivamente la documentazione, documentare in modo puntuale le anticipazioni di cassa (rimborsabili se provate), limitare gli interventi a quelli davvero urgenti e indifferibili e, se intende proseguire la gestione, pretendere una nuova delibera di nomina con il compenso specificato analiticamente come richiede il comma 14. Domande frequenti sull’amministratore di condominio scadutoL’amministratore di condominio deve lavorare gratis dopo la scadenza del mandato?Per le attività svolte dopo la cessazione dell’incarico sì: l’articolo 1129, comma 8, del Codice civile gli impone di eseguire le attività urgenti «senza diritto ad ulteriori compensi». Resta invece dovuto il compenso maturato fino alla cessazione, insieme al rimborso delle anticipazioni di cassa che riesca a provare.Quanto dura il mandato dell’amministratore di condominio?Un anno, e si intende rinnovato per eguale durata (articolo 1129, comma 10). Secondo la lettura prevalente «1+1» il rinnovo automatico copre il secondo anno, dopo il quale serve una nuova delibera di nomina. Il rinnovo tacito non opera se la delibera originaria di nomina era nulla (Cass. n. 28196/2024).Cosa può fare l’amministratore dopo la cessazione dell’incarico?Consegnare tutta la documentazione del condominio e compiere le sole attività urgenti e indifferibili necessarie a evitare pregiudizi agli interessi comuni. Non conserva i poteri ordinari di gestione: lo hanno affermato Cass. ord. n. 7247/2026 e Cass. n. 21883/2026.La Cassazione è unanime sul compenso in prorogatio?No. La sentenza n. 424 dell’8 gennaio 2026 riconosceva una prorogatio ampia con possibile compenso, mentre l’ordinanza n. 7247 del 26 marzo 2026 ha affermato il principio opposto, dichiarando il contrasto; la sentenza n. 21883 del 26 giugno 2026 ha confermato la linea restrittiva, che oggi appare prevalente. Un intervento delle Sezioni Unite è auspicato ma, a settembre 2026, non è ancora intervenuto.Chi deve indicare il compenso dell’amministratore, l’assemblea o l’amministratore?L’amministratore. L’articolo 1129, comma 14, del Codice civile gli impone di specificare analiticamente l’importo dovuto a titolo di compenso all’atto dell’accettazione della nomina e a ogni rinnovo, a pena di nullità della nomina stessa.Cosa si può fare se nessuno convoca l’assemblea per il rinnovo?Almeno due condomini che rappresentino un sesto del valore dell’edificio possono chiedere la convocazione dell’assemblea straordinaria; se dopo dieci giorni l’amministratore non provvede, possono convocarla direttamente (articolo 66 delle disposizioni di attuazione del Codice civile). In mancanza di amministratore la convocazione spetta a ciascun condomino e, se l’assemblea non nomina, con più di otto condomini si può chiedere la nomina all’autorità giudiziaria (articolo 1129, primo comma).Fonti normative: articolo 1129 del Codice civile (commi 1, 8, 10, 11 e 14) e articolo 66 delle disposizioni di attuazione del Codice civile, consultabili su Normattiva; Legge 220/2012 (riforma del condominio); Legge 4/2013, articolo 1, comma 2; Legge 49/2023 sull’equo compenso. Giurisprudenza citata: Cass. civ. sez. II n. 28196/2024, n. 424/2026, ord. n. 7247/2026 e n. 21883/2026.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.Settembre 28, 2026/0 Commenti/da Andrea Damiani https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Andrea Damiani https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Andrea Damiani2026-09-28 14:00:002026-09-26 19:48:58Amministratore di Condominio Scaduto: Lavora Gratis dopo la Scadenza del Mandato?
NOTIZIEBollo Auto Esente nel 2027: Chi Non Deve Pagarlo e Come Funziona il DecretoIl decreto-legge 17 settembre 2026, n. 162 (il cosiddetto decreto “carburanti”, approvato dal Consiglio dei Ministri il 16 settembre e pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 216 del 17 settembre 2026) introduce l’esenzione dal bollo auto per il 2027. Non si tratta di un’abolizione permanente della tassa automobilistica, ma di uno stop ai pagamenti dovuti dal 1° gennaio al 31 dicembre 2027, riservato a determinate categorie di veicoli e proprietari. Vediamo nel dettaglio cosa prevede il provvedimento, chi può beneficiarne e a che punto è l’iter di conversione in legge.Indice dei contenutiCosa prevede il decreto approvato dal CdMChi ha diritto all’esenzione: requisiti e veicoli esclusiCome viene finanziata la misuraIter: decreto approvato, ora la conversione in leggeCosa cambia per chi possiede un’auto elettricaDomande frequenti sull’esenzione bollo auto 2027Cosa prevede il decreto approvato dal CdMIl decreto, in vigore dal 18 settembre 2026, dispone che, per l’intero anno 2027, milioni di automobilisti non dovranno versare il bollo auto, la tassa di possesso che oggi si paga ogni anno indipendentemente dall’uso effettivo del veicolo. La misura riguarda i pagamenti in scadenza tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2027 e coinvolge, secondo le stime, circa 14,5 milioni di veicoli in tutta Italia.È importante essere precisi sui termini: si parla di esenzione bollo auto 2027, non di abolizione strutturale della tassa. Il provvedimento ha una durata limitata a un solo anno e si applica secondo requisiti specifici legati al tipo di veicolo e al proprietario, che analizziamo nel dettaglio più avanti. Dal punto di vista territoriale, l’esenzione opera direttamente nelle Regioni a statuto ordinario, mentre nelle Regioni a statuto speciale e nelle Province autonome di Trento e Bolzano, che gestiscono il bollo auto come tributo proprio, si applica previo Accordo con ciascuna autonomia speciale (art. 2, comma 4 del decreto). Chi ha diritto all’esenzione: requisiti e veicoli esclusiL’esenzione dal bollo auto 2027 non è automatica per tutti i proprietari di veicoli. Il decreto individua con precisione chi può beneficiarne, distinguendo tra persone fisiche e aziende e ponendo un limite sulla potenza del veicolo. Ecco i requisiti principali previsti dal provvedimento.L’esenzione riguarda esclusivamente le persone fisiche che risultano soggetti passivi della tassa automobilistica: restano esclusi i veicoli intestati a società, enti e altre persone giuridiche (flotte aziendali).Vale per un solo veicolo per persona: chi possiede più auto ottiene l’esenzione solo su quella con potenza minore e, a parità di potenza, su quella con il bollo più basso.Sono coinvolte le autovetture a benzina, gasolio o ibride con potenza fino a 80 kW, pari a circa 109 CV.Il veicolo deve risultare regolarmente assicurato al momento dell’esenzione.Chi non è soggetto passivo del bollo per alcuna autovettura fino a 80 kW può usufruire dell’esenzione su moto o ciclomotori a benzina.Ciò che conta è essere soggetti passivi del bollo per quel veicolo: per le formule di leasing e noleggio a lungo termine occorrerà verificare, anche alla luce dei chiarimenti attuativi, chi risulta tenuto al versamento della tassa.Il criterio della potenza fino a 80 kW esclude di fatto le vetture più potenti, orientando la misura verso i veicoli di uso comune e le utilitarie familiari. Chi possiede un’auto con potenza superiore, dunque, continuerà a pagare il bollo auto secondo le regole ordinarie anche nel 2027. Come viene finanziata la misuraIl bollo auto è una tassa gestita dalle Regioni, che ne incassano il gettito. Per compensare la mancata riscossione durante l’anno di esenzione, il decreto prevede il trasferimento alle Regioni di circa 2.293,5 milioni di euro, mentre gli oneri complessivi del decreto per il 2027 sono quantificati in 2.362 milioni di euro (art. 7, comma 3).Lo stesso decreto ha disposto l’uscita graduale dal taglio straordinario dell’accisa sul gasolio: lo sconto resta di 12,2 centesimi al litro (IVA inclusa) dal 18 al 25 settembre 2026, scende a 6,1 centesimi dal 26 settembre al 5 ottobre 2026 e poi si esaurisce, senza ulteriori proroghe. In pratica, invece di continuare a calmierare il prezzo del gasolio alla pompa, le risorse sono state destinate a coprire l’esenzione dal bollo auto per il 2027, una misura che il governo considera più mirata verso le famiglie proprietarie di un solo veicolo di piccola e media cilindrata. Iter: decreto approvato, ora la conversione in leggeÈ fondamentale chiarire a che punto si trova il provvedimento. Il decreto-legge, approvato dal Consiglio dei Ministri il 16 settembre 2026, è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 216 del 17 settembre 2026 ed è in vigore dal 18 settembre 2026. Resta però da completare la conversione in legge da parte del Parlamento, che deve avvenire entro 60 giorni dalla pubblicazione, quindi entro il 16 novembre 2026.Un decreto-legge, per sua natura, produce effetti già dalla sua entrata in vigore, ma durante l’iter parlamentare di conversione possono essere introdotte modifiche al testo originario. Questo significa che alcuni dettagli dell’esenzione bollo auto 2027, come i requisiti di potenza o le modalità applicative, potrebbero subire aggiustamenti prima dell’approvazione definitiva. Per questo motivo, chi rientra nei requisiti attuali dovrebbe comunque monitorare gli sviluppi normativi nelle prossime settimane, senza dare per scontato che ogni dettaglio resti invariato. Cosa cambia per chi possiede un’auto elettricaPer i proprietari di auto elettriche, il nuovo decreto non introduce novità dirette. Le vetture elettriche beneficiano già oggi di un regime proprio, con un’esenzione quinquennale nazionale dalla prima immatricolazione, a cui in molte Regioni si aggiungono ulteriori esenzioni o riduzioni locali. Il decreto riguarda specificamente i veicoli a benzina, gasolio o ibridi con potenza fino a 80 kW, quindi non modifica il trattamento fiscale già previsto per le auto a zero emissioni. Domande frequenti sull’esenzione bollo auto 2027Il bollo auto è già stato abolito?No. Non si tratta di un’abolizione definitiva, ma di un’esenzione limitata al 2027 per veicoli con requisiti specifici. Inoltre il decreto-legge, pur già in vigore dal 18 settembre 2026, deve ancora essere convertito in legge dal Parlamento e in quella sede può essere modificato.Chi ha diritto all’esenzione 2027?Le persone fisiche proprietarie di un’auto a benzina, gasolio o ibrida con potenza fino a 80 kW (109 CV), regolarmente assicurata. In alternativa, l’esenzione può riguardare moto o ciclomotori a benzina. Conta la figura del soggetto passivo del bollo, cioè di chi è tenuto a versare la tassa per quel veicolo.Cosa succede se ho più auto?L’esenzione spetta a un solo veicolo per persona. Se si possiedono più auto, si applica a quella con potenza minore e, a parità di potenza, a quella con il bollo più basso; le altre restano soggette al pagamento secondo le regole ordinarie.Le auto elettriche sono coinvolte?No, le auto elettriche non sono interessate da questo specifico decreto perché beneficiano già di un’esenzione quinquennale nazionale, eventualmente integrata da agevolazioni regionali. Il nuovo provvedimento riguarda benzina, gasolio e ibride fino a 80 kW.Quando bisognerà ricominciare a pagare il bollo?L’esenzione copre i pagamenti dovuti dal 1° gennaio al 31 dicembre 2027. Salvo ulteriori provvedimenti, dal 2028 il bollo auto tornerà dovuto secondo le regole ordinarie per i veicoli oggi esentati.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.Settembre 28, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-28 13:00:002026-09-21 14:42:46Bollo Auto Esente nel 2027: Chi Non Deve Pagarlo e Come Funziona il Decreto
NOTIZIEPermessi 104 a più familiari: se usati lo stesso giorno scatta il recupero INPSUna nuova circolare INPS, la numero 100 del 18 settembre 2026, mette ordine su un tema che negli ultimi anni ha creato non pochi dubbi tra le famiglie che assistono un parente con disabilità grave: i permessi legge 104 quando a occuparsi della stessa persona sono più familiari contemporaneamente. Il chiarimento riguarda in particolare cosa succede se due o più parenti utilizzano il permesso retribuito nello stesso giorno per assistere il medesimo disabile: in questi casi, avverte l’Istituto, può scattare il recupero INPS delle somme indebitamente percepite.Il tema tocca migliaia di lavoratori dipendenti che, dopo l’eliminazione del cosiddetto referente unico, si sono trovati a gestire in autonomia il coordinamento con altri familiari autorizzati. Vediamo che cosa prevede la normativa, cosa cambia con la circolare INPS n. 100/2026 e quali accortezze servono per non incorrere in richieste di restituzione.Indice dei contenutiPermessi legge 104: cosa prevede la normativaIl referente unico è stato eliminato: cosa cambia con più familiariPerché scatta il recupero INPS se il permesso è usato lo stesso giornoCosa succede in caso di recupero: indennità e contributi figurativiConsigli pratici per i familiari che assistono lo stesso disabileDomande frequenti sui permessi 104 e il recupero INPSPermessi legge 104: cosa prevede la normativaL’articolo 33 della legge 104/1992 riconosce al lavoratore dipendente che assiste un familiare con handicap in situazione di gravità il diritto a tre giorni di permesso mensile retribuito. Si tratta di un diritto importante perché, oltre a essere pagato dal datore di lavoro (che poi si rivale sui contributi), è coperto da contribuzione figurativa: in parole semplici, quei giorni di assenza dal lavoro valgono comunque ai fini della futura pensione, come se il dipendente avesse lavorato normalmente.I tre giorni possono essere frazionati in ore, secondo le regole del contratto collettivo applicato, e non devono necessariamente essere consecutivi. Il diritto spetta al lavoratore che ha ottenuto il riconoscimento della legge 104 per un proprio familiare (coniuge, parte dell’unione civile, parenti e affini entro il secondo grado, con estensione al terzo grado quando i genitori o il coniuge della persona con disabilità grave abbiano compiuto 65 anni, siano affetti da patologie invalidanti, oppure siano deceduti o mancanti). Il referente unico è stato eliminato: cosa cambia con più familiariFino a qualche anno fa, la regola generale prevedeva la figura del cosiddetto referente unico dell’assistenza: di norma un solo familiare per volta poteva essere autorizzato a fruire dei permessi per la stessa persona disabile, salvo eccezioni legate a urgenze o a situazioni particolari. Con il D.Lgs. 105/2022, attuativo delle norme europee sulla conciliazione vita-lavoro, questo vincolo è stato superato: oggi possono essere autorizzati più familiari contemporaneamente ad assistere lo stesso disabile grave, senza dover più individuare un unico referente.La circolare INPS n. 100/2026 ribadisce però un punto che molti avevano interpretato in modo errato: l’eliminazione del referente unico non moltiplica il numero di giorni disponibili. Il plafond resta di tre giorni complessivi al mese per ogni persona assistita, indipendentemente da quanti familiari siano stati autorizzati a fruirne. Se, ad esempio, due figli sono entrambi autorizzati ad assistere lo stesso genitore, non dispongono di tre giorni ciascuno: devono dividersi tra loro i tre giorni complessivi previsti dalla legge. Perché scatta il recupero INPS se il permesso è usato lo stesso giornoIl nodo più delicato riguarda proprio l’uso contemporaneo del permesso. La normativa presuppone infatti un’assistenza alternata tra i familiari autorizzati, non una sovrapposizione. Se due o più parenti si assentano dal lavoro nello stesso giorno, o nelle stesse ore, per assistere la medesima persona con disabilità, l’INPS considera la fruizione contemporanea una violazione dei limiti di legge e procede al recupero dell’indebito.La circolare chiarisce come vengono gestiti questi casi:se il permesso viene utilizzato nella stessa giornata da due familiari, l’eventuale indebito viene ripartito in parti uguali tra i due lavoratori coinvolti, ciascuno per il 50%, rapportato al proprio orario lavorativo;se nel corso del mese si superano complessivamente i tre giorni previsti per la persona assistita, l’INPS applica il criterio della priorità temporale: vengono considerati regolari i primi tre giorni fruiti in ordine cronologico, mentre tutti quelli successivi risultano indebiti;il recupero, in questo secondo caso, ricade sul lavoratore o sui lavoratori che hanno utilizzato il permesso dopo l’esaurimento del plafond mensile.Il presupposto resta quindi la fruizione alternata tra gli aventi diritto: le Strutture territoriali dell’INPS verificano le domande di permesso presentate dai diversi familiari per la stessa persona assistita e procedono al recupero di quanto risulta non spettante. Cosa succede in caso di recupero: indennità e contributi figurativiQuando l’INPS accerta un utilizzo indebito dei permessi legge 104, le conseguenze non sono solo economiche. Il lavoratore interessato può ricevere una richiesta di restituzione dell’indennità percepita per le giornate non spettanti, calcolata in proporzione alla retribuzione. Il recupero può riflettersi anche sulla contribuzione figurativa, che la legge collega ai soli permessi effettivamente spettanti: le giornate accertate come non dovute rischiano quindi di non essere utili ai fini pensionistici, con un impatto comunque marginale sull’anzianità contributiva.Va inoltre considerato che un utilizzo scorretto e ripetuto dei permessi può avere riflessi anche sul piano del rapporto di lavoro. Il datore di lavoro, informato dall’INPS dell’esito della verifica, potrebbe infatti valutare la vicenda anche sotto il profilo disciplinare, soprattutto nei casi in cui emerga un uso non conforme alle finalità assistenziali previste dalla legge. Per questo motivo è importante che i familiari coinvolti mantengano sempre una documentazione chiara e coerente delle giornate di assistenza effettivamente prestate. Consigli pratici per i familiari che assistono lo stesso disabileAlla luce dei chiarimenti della circolare INPS n. 100/2026, diventa fondamentale che i familiari che assistono la stessa persona con handicap grave si coordinino tra loro prima di programmare le giornate di permesso. Non è sufficiente essere formalmente autorizzati: bisogna anche evitare le sovrapposizioni e tenere sotto controllo il tetto complessivo dei tre giorni mensili.Alcuni accorgimenti utili per chi si trova in questa situazione:concordare in anticipo, tra tutti i familiari autorizzati, un calendario delle giornate di assistenza in modo che due persone non chiedano il permesso per la stessa giornata;verificare periodicamente, insieme agli altri familiari coinvolti, quante giornate di permesso sono già state utilizzate complessivamente nel mese per la persona assistita;evitare di collocare il proprio permesso nella stessa giornata o nelle stesse ore di un altro familiare autorizzato, perché la fruizione contemporanea viene considerata indebita;in caso di ricezione di una comunicazione INPS relativa a un recupero, verificare con attenzione i periodi contestati e la relativa motivazione prima di procedere a qualsiasi restituzione;tenere traccia scritta delle richieste di permesso presentate ai rispettivi datori di lavoro, così da poter ricostruire con precisione la sequenza temporale in caso di controllo.La materia dei permessi 104 resta quindi un ambito delicato, in cui la maggiore flessibilità introdotta dall’eliminazione del referente unico va di pari passo con una responsabilità condivisa tra i familiari coinvolti nell’assistenza. Domande frequenti sui permessi 104 e il recupero INPSI tre giorni di permesso 104 sono validi per ogni familiare o vanno divisi tra tutti quelli che assistono la stessa persona?Secondo la circolare INPS n. 100/2026, il limite di tre giorni al mese è complessivo per la persona assistita, non per ogni singolo familiare autorizzato. Se più parenti sono autorizzati, devono suddividersi tra loro il plafond mensile.Cosa succede se due familiari usano il permesso 104 lo stesso giorno per lo stesso disabile?La circolare INPS n. 100/2026 precisa che i permessi vanno fruiti in modo alternato: se due familiari se ne avvalgono nella stessa giornata o nelle stesse ore, quella giornata è considerata indebita al 50% per ciascuno, con recupero rapportato al rispettivo orario di lavoro.Il referente unico per i permessi 104 esiste ancora?No. Con il D.Lgs. 105/2022 il criterio del referente unico è stato superato, consentendo a più familiari di essere autorizzati contemporaneamente ad assistere la stessa persona con disabilità grave, ferma restando l’assistenza alternata e non sovrapposta.Cosa comporta il recupero INPS dei permessi 104 indebitamente utilizzati?Comporta la restituzione dell’indennità percepita per le giornate non spettanti; poiché la copertura figurativa è riconosciuta per i soli permessi spettanti, quelle giornate rischiano di non risultare utili ai fini pensionistici. Un uso non conforme alle finalità assistenziali può inoltre avere rilievo sul piano disciplinare.Da quando si applicano i chiarimenti della circolare INPS n. 100/2026?La circolare, pubblicata il 18 settembre 2026, fornisce criteri interpretativi che gli uffici INPS utilizzano per le verifiche in corso e future sulle domande di permesso relative alla legge 104.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.Settembre 28, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/11/invalidita-1.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-28 12:00:002026-09-21 16:10:49Permessi 104 a più familiari: se usati lo stesso giorno scatta il recupero INPS
NOTIZIEInvalidità Civile e ATP: i Limiti al Ricorso Contro la SentenzaChi presenta una domanda di invalidità civile e si vede respingere il riconoscimento, oppure ottiene una percentuale che ritiene sbagliata, spesso scopre solo in corso di causa l’esistenza dell’ATP, l’accertamento tecnico preventivo obbligatorio. Si tratta di un passaggio che precede il vero e proprio giudizio e che, in molti casi, si conclude con una sentenza definita per legge inappellabile. Una regola che genera parecchia confusione tra chi, non condividendo l’esito della visita medico-legale, si domanda se esista ancora un margine per far valere le proprie ragioni. La risposta, come vedremo, è che l’inappellabilità della sentenza sull’invalidità civile non è assoluta: la giurisprudenza ha individuato negli anni alcune situazioni in cui il ricorso resta possibile.Indice dei contenutiCos’è l’ATP nelle cause di invalidità civilePerché l’ATP è un passaggio obbligatorio: l’articolo 445-bis del codice di procedura civileCosa succede se non sei d’accordo con la CTULa regola generale: perché la sentenza sull’invalidità civile è (quasi) inappellabileI limiti all’inappellabilità: quando è ancora possibile fare ricorsoCos’è l’ATP nelle cause di invalidità civileL’ATP, acronimo di Accertamento Tecnico Preventivo, è una fase medico-legale che si svolge davanti al tribunale prima che venga avviata una causa vera e propria. Il giudice nomina un CTU, cioè un Consulente Tecnico d’Ufficio, che in questo ambito è un medico legale incaricato di visitare la persona e di stabilire se sussistono i requisiti sanitari per il riconoscimento dell’invalidità civile, dell’handicap ai sensi della legge 104, della cecità o sordità civile, oppure della pensione di inabilità e dell’assegno di invalidità.L’obiettivo dell’ATP è arrivare rapidamente a un accertamento condiviso sulla parte sanitaria della controversia, evitando che ogni causa di invalidità civile debba passare per un giudizio ordinario, spesso più lungo e costoso. Se sei in attesa di conoscere l’esito di una domanda o hai bisogno di capire come funzionano i passaggi successivi, può essere utile leggere anche il nostro approfondimento su come ottenere i bonus disabilità tramite giudice e tribunale. Perché l’ATP è un passaggio obbligatorio: l’articolo 445-bis del codice di procedura civileA rendere l’ATP un passaggio obbligatorio è l’articolo 445-bis del c.p.c., cioè il codice di procedura civile. Questa norma stabilisce che, prima di poter avviare una causa vera e propria per il riconoscimento dell’invalidità civile o di altre prestazioni assistenziali collegate allo stato di salute, chi presenta ricorso deve necessariamente passare dalla fase dell’accertamento tecnico preventivo.In pratica, se l’INPS respinge la domanda oppure non riconosce la percentuale di invalidità attesa, il primo passo non è la causa ordinaria davanti al giudice del lavoro, ma il ricorso per ATP. È una fase pensata per essere più snella, perché al centro c’è solo l’aspetto medico: quanto è realmente compromessa la salute della persona e se questo comporta il diritto alla prestazione richiesta. Le questioni di tipo amministrativo o contributivo, invece, restano estranee a questo accertamento e seguono regole diverse, come chiarito anche nel nostro articolo dedicato alla ricostituzione della pensione INPS. Cosa succede se non sei d’accordo con la CTUUna volta depositata la relazione del CTU, le parti hanno la possibilità di presentare osservazioni oppure, se ritengono le conclusioni del medico legale errate, di proporre formale contestazione entro i termini previsti dalla legge. Se nessuna delle parti si oppone, l’accertamento diventa definitivo e il giudice, con un decreto non impugnabile, lo omologa: a quel punto la pratica può proseguire verso il riconoscimento della prestazione, senza ulteriori gradi di giudizio sul punto medico.Se invece la persona non condivide le conclusioni della CTU, per esempio perché ritiene che la percentuale di invalidità sia stata sottostimata o che non siano state considerate tutte le patologie, può contestare l’accertamento. In questo caso si apre un vero e proprio giudizio, che si conclude con una sentenza. Ed è proprio su questa sentenza che si concentra il tema dell’inappellabilità. La regola generale: perché la sentenza sull’invalidità civile è (quasi) inappellabileLa legge prevede che la sentenza che chiude il giudizio nato dalla contestazione dell’ATP sia inappellabile. Questo significa che, di regola, non è possibile impugnarla davanti alla Corte d’Appello per chiedere un nuovo esame dei fatti e delle valutazioni mediche. L’unica strada resta il ricorso per Cassazione, che però non permette di rimettere in discussione gli accertamenti medici: si può far valere soltanto un errore di diritto, non un diverso apprezzamento delle condizioni di salute.Questa scelta del legislatore nasce dall’esigenza di accelerare le cause di invalidità civile, evitando che si trascinino per anni tra un grado di giudizio e l’altro. Chi ha già affrontato le lungaggini di una pratica di invalidità sa quanto possano pesare i tempi di attesa, specialmente quando la prestazione economica rappresenta un sostegno essenziale per la famiglia. Per approfondire gli importi e gli aumenti riconosciuti a chi ottiene la prestazione, può essere utile consultare il nostro articolo su pensioni di invalidità 2026, aumenti e arretrati. I limiti all’inappellabilità: quando è ancora possibile fare ricorsoLa regola dell’inappellabilità, però, non è senza eccezioni. Nel tempo la giurisprudenza ha individuato diverse situazioni in cui il divieto di appello non si applica, o in cui esistono comunque strumenti alternativi per contestare la decisione. Vediamo i casi principali.Vizi del contraddittorio: se una delle parti non è stata messa correttamente in condizione di partecipare al procedimento, ad esempio per un difetto di notifica, la sentenza può essere contestata.Errori procedurali gravi: quando il giudizio si è svolto violando le regole processuali previste dal codice di procedura civile, il vizio può essere fatto valere anche oltre i limiti dell’inappellabilità ordinaria.Errore percettivo del giudice: se la sentenza si basa su un fatto materiale palesemente diverso da quello reale, per esempio un dato travisato rispetto agli atti del fascicolo, può essere utilizzato lo strumento della revocazione.Questioni estranee al requisito sanitario: se la controversia non riguarda la percentuale di invalidità in sé, ma aspetti amministrativi, contributivi o la decorrenza della prestazione, l’inappellabilità prevista per l’ATP non si applica automaticamente, perché quella regola riguarda specificamente l’accertamento medico.Errori manifesti della CTU non rilevati: nei casi in cui la relazione del consulente presenti carenze evidenti non adeguatamente valutate dal giudice, alcune pronunce hanno riconosciuto margini di tutela ulteriori.È importante sottolineare che si tratta di situazioni particolari, valutate caso per caso dai tribunali, e che la materia resta oggetto di continua evoluzione interpretativa. Chi si trova in una di queste circostanze farebbe bene a raccogliere con attenzione tutta la documentazione medica e gli atti del procedimento, perché saranno proprio questi elementi a fare la differenza nella valutazione della singola vicenda. FAQ sull’ATP e il ricorso in caso di invalidità civileCos’è l’ATP nelle cause di invalidità civile?L’ATP, Accertamento Tecnico Preventivo, è la fase medico-legale obbligatoria che precede la causa vera e propria in materia di invalidità civile, handicap, cecità, sordità civile, pensione di inabilità e assegno di invalidità. Serve a stabilire, tramite un CTU, se sussistono i requisiti sanitari per la prestazione richiesta.Perché l’ATP è obbligatorio prima di fare causa?Lo prevede l’articolo 445-bis del codice di procedura civile, introdotto proprio per velocizzare le cause di invalidità civile, concentrando il primo accertamento sull’aspetto sanitario prima di avviare un giudizio ordinario.Cosa succede se non sono d’accordo con la relazione del CTU?È possibile presentare formale contestazione entro i termini di legge. Dopo la dichiarazione di dissenso la parte che contesta deve depositare il ricorso introduttivo del giudizio entro il termine perentorio previsto dalla legge: si apre così un giudizio che si conclude con una sentenza; se nessuno si oppone, l’accertamento diventa definitivo e viene omologato con decreto del giudice.La sentenza che segue l’ATP è sempre inappellabile?Di regola sì, la legge prevede l’inappellabilità della sentenza sull’invalidità civile che recepisce l’esito dell’ATP. Tuttavia esistono eccezioni riconosciute dalla giurisprudenza, come i vizi del contraddittorio, gli errori procedurali gravi o l’errore percettivo del giudice.Cosa posso fare se la sentenza contiene un errore evidente?In presenza di un errore materiale o percettivo grave può essere valutato lo strumento della revocazione, mentre per gli errori di diritto resta percorribile il ricorso per Cassazione. Ogni situazione va comunque analizzata nel dettaglio, perché le eccezioni all’inappellabilità sono applicate dai tribunali in modo rigoroso e non automatico.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.Settembre 28, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/12/invalidita-1.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-28 11:00:002026-09-21 14:08:04Invalidità Civile e ATP: i Limiti al Ricorso Contro la Sentenza
NOTIZIEDividendi accumulati nella holding: perché non basta per configurare abuso del dirittoNegli ultimi mesi diverse holding italiane sono finite sotto la lente dell’Agenzia delle Entrate per uno schema apparentemente semplice: la società capogruppo incassa i dividendi distribuiti dalle società operative partecipate, ma non li gira ai soci persone fisiche, lasciandoli accumulare nelle casse della holding. Questo comportamento, di per sé lecito, viene talvolta interpretato dal Fisco come un possibile abuso del diritto ai sensi dell’articolo 10-bis dello Statuto del contribuente (Legge 212/2000). Ma cosa emerge davvero dall’orientamento più recente in materia di fiscalità societaria?La risposta, in sintesi, è che il semplice accumulo di dividendi nella holding non basta, da solo, a configurare un abuso del diritto. Serve qualcosa in più: un vantaggio fiscale indebito, essenziale rispetto all’operazione, e l’assenza di valide ragioni extrafiscali. Vediamo perché questa distinzione è cruciale per titolari di holding, professionisti e imprenditori che hanno strutturato il proprio gruppo societario con una capogruppo di famiglia.Indice dei contenutiCos’è l’abuso del diritto e perché la holding finisce nel mirinoIl caso: dividendi accumulati nella holding senza distribuzione ai sociPerché il semplice accumulo non basta a configurare l’abuso del dirittoIl ruolo della participation exemption sui dividendi intersocietariHolding dinamica e holding statica: una distinzione da non sottovalutareCosa deve dimostrare l’Agenzia delle Entrate per contestare l’abusoDomande frequentiCos’è l’abuso del diritto e perché la holding finisce nel mirinoL’abuso del diritto, disciplinato dall’articolo 10-bis della Legge 212/2000, si configura quando un contribuente pone in essere una o più operazioni prive di sostanza economica che, pur rispettando formalmente le norme tributarie, realizzano essenzialmente vantaggi fiscali indebiti. In pratica, il Fisco può disconoscere gli effetti fiscali di operazioni costruite solo per ottenere un risparmio d’imposta, quando non sono sorrette da ragioni economiche reali.Le holding, cioè le società che detengono partecipazioni in altre società senza svolgere direttamente attività operativa, sono strutture particolarmente monitorate perché consentono di separare la proprietà dalla gestione e di centralizzare flussi finanziari importanti, compresi i dividendi. Non stupisce quindi che l’accumulo di liquidità nella holding, anziché la sua distribuzione ai soci, venga talvolta guardato con sospetto dagli uffici accertatori, che vi leggono un possibile schema elusivo. Il caso: dividendi accumulati nella holding senza distribuzione ai sociLo schema tipico oggetto di contestazione è il seguente: una persona fisica costituisce, o conferisce le proprie partecipazioni in, una holding, che diventa socia delle società operative del gruppo. Queste ultime distribuiscono utili alla holding, che li riceve beneficiando del regime di tassazione agevolata previsto per i dividendi tra società di capitali. A questo punto, invece di ridistribuire quegli utili al socio persona fisica, che sconterebbe la tassazione ordinaria sui dividendi percepiti, la holding trattiene la liquidità, reinvestendola oppure semplicemente conservandola.In alcuni accertamenti, l’Agenzia delle Entrate ha sostenuto che questa scelta configuri un abuso del diritto, perché il gruppo otterrebbe un vantaggio fiscale rispetto alla distribuzione diretta degli utili al socio persona fisica. Perché il semplice accumulo non basta a configurare l’abuso del dirittoSecondo l’orientamento più recente della giurisprudenza di legittimità, e come riportato da più fonti specializzate in fiscalità societaria, il semplice accumulo di dividendi nella holding non è di per sé sufficiente a integrare l’abuso del diritto. Mancano infatti gli elementi richiesti dall’articolo 10-bis: l’assenza di sostanza economica dell’operazione e l’ottenimento di un vantaggio fiscale indebito, cioè realizzato in contrasto con le finalità delle norme fiscali o con i principi dell’ordinamento tributario.Il risparmio fiscale che deriva dal non distribuire subito i dividendi, secondo questa impostazione, è al più un differimento fisiologico dell’imposizione, reso possibile da un regime che il legislatore ha previsto proprio per favorire l’aggregazione dei gruppi societari. Non si tratta quindi di un vantaggio indebito, ma dell’applicazione naturale di una norma pensata esattamente per questo scopo. Per contestare validamente l’abuso del diritto, l’Amministrazione finanziaria dovrebbe dimostrare qualcosa in più rispetto alla semplice scelta di non distribuire gli utili. Il ruolo della participation exemption sui dividendi intersocietariIl ragionamento appena descritto si fonda sul regime della participation exemption (PEX) applicato ai dividendi intersocietari, disciplinato dall’articolo 89, comma 2, del TUIR. Questa norma prevede che i dividendi percepiti da una società di capitali, come una holding, siano esclusi dalla formazione del reddito imponibile nella misura del 95%, con tassazione piena solo sul restante 5%. È un regime pensato proprio per evitare la doppia imposizione economica degli utili all’interno di una catena di società partecipate.Su questo punto circolano ancora informazioni superate. La Legge di Bilancio 2026 (Legge 199/2025) aveva effettivamente introdotto soglie minime di accesso al regime, cioè una partecipazione non inferiore al 5% del capitale oppure un valore fiscale della partecipazione di almeno 500.000 euro, ma quelle soglie sono state abrogate dall’articolo 11 del D.L. 38/2026 (convertito dalla Legge 88/2026), con effetto retroattivo dal 1° gennaio 2026. Per i dividendi intersocietari resta quindi applicabile l’esclusione del 95% senza requisiti dimensionali minimi. I requisiti di possesso previsti dall’articolo 87 del TUIR continuano invece a riguardare la participation exemption sulle plusvalenze da cessione di partecipazioni, che è cosa diversa dal regime dei dividendi. Holding dinamica e holding statica: una distinzione da non sottovalutareUn punto spesso trascurato riguarda la distinzione tra holding dinamica, cioè una società che esercita realmente attività di indirizzo, coordinamento e gestione delle partecipate, e la cosiddetta holding statica, priva di qualunque attività economica effettiva oltre al mero possesso di quote.Nel primo caso, l’accumulo temporaneo di dividendi rientra normalmente nella fisiologica gestione finanziaria del gruppo e non desta, da solo, particolari criticità sul fronte dell’abuso del diritto. Nel secondo caso, invece, i rischi per il contribuente non riguardano tanto l’abuso del diritto in senso stretto, quanto piuttosto la disciplina delle società non operative, comunemente note come società di comodo, che prevede conseguenze fiscali specifiche del tutto autonome rispetto all’articolo 10-bis. Distinguere correttamente tra queste due situazioni è quindi fondamentale per valutare i rischi reali di una struttura societaria. Cosa deve dimostrare l’Agenzia delle Entrate per contestare l’abusoPer contestare validamente l’abuso del diritto, l’Agenzia delle Entrate non può limitarsi a rilevare l’esistenza di un risparmio fiscale. Deve invece dimostrare che quel vantaggio sia indebito, cioè contrario alla ratio delle norme tributarie applicate, e che sia essenziale rispetto all’operazione contestata, prevalendo su qualsiasi altra motivazione.Il contribuente, dal canto suo, può difendersi documentando le valide ragioni extrafiscali che hanno guidato le scelte del gruppo. Tra le più riconosciute dalla prassi e dalla giurisprudenza troviamo:riorganizzazione societaria del gruppo;patrimonializzazione della capogruppo in vista di nuovi investimenti;continuità aziendale nel passaggio generazionale;protezione del patrimonio familiare da rischi d’impresa.Sono motivazioni capaci, se adeguatamente documentate, di escludere in radice la contestazione di abuso del diritto. In situazioni di particolare incertezza, alcune holding valutano anche il ricorso a un interpello fiscale preventivo rivolto all’Agenzia delle Entrate, per ottenere un parere sul caso specifico prima di procedere.Domande frequentiCos’è l’abuso del diritto in ambito fiscale?È l’utilizzo di operazioni formalmente lecite ma prive di sostanza economica, realizzate essenzialmente per ottenere un vantaggio fiscale indebito, disciplinato dall’articolo 10-bis della Legge 212/2000.Accumulare dividendi in una holding è sempre legittimo?Il semplice accumulo non configura di per sé abuso del diritto, ma la holding deve poter dimostrare, se richiesto, valide ragioni extrafiscali alla base della scelta di non distribuire gli utili.Cosa cambia tra holding dinamica e holding statica?La holding dinamica svolge un’attività reale di gestione delle partecipate, mentre la holding statica si limita al possesso di quote: quest’ultima rischia piuttosto la disciplina delle società di comodo, non l’abuso del diritto.Qual è il ruolo della participation exemption sui dividendi?L’articolo 89 del TUIR esclude dal reddito imponibile il 95% dei dividendi percepiti da società di capitali, evitando la doppia imposizione economica: è un regime naturale, non un vantaggio indebito.Come può una holding tutelarsi da possibili contestazioni?Documentando fin da subito le ragioni extrafiscali delle proprie scelte organizzative e, nei casi più incerti, valutando un interpello preventivo all’Agenzia delle Entrate.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti. Settembre 28, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-28 10:20:332026-09-28 09:20:20Dividendi accumulati nella holding: perché non basta per configurare abuso del diritto
NOTIZIEPermessi Legge 104: cosa succede se superi il limite di 3 giorni mensiliI permessi legge 104 limite 3 giorni mensili restano uno degli argomenti più discussi tra i lavoratori dipendenti che assistono un familiare con disabilità grave. L’articolo 33 della Legge 104/1992 riconosce infatti tre giorni di permesso retribuito al mese a chi presta assistenza continuativa, ma molti lavoratori si chiedono cosa accada quando le esigenze di cura superano questo tetto. Il tema riguarda da vicino anche i datori di lavoro, che devono gestire correttamente le richieste di assenza e distinguere tra un legittimo utilizzo del beneficio e un uso improprio che può avere conseguenze disciplinari. Una recente circolare INPS, la n. 100 del 18 settembre 2026, ha ribadito alcuni punti fermi sulla fruizione dei permessi legge 104 e sul rispetto del limite di 3 giorni mensili, con particolare attenzione al caso in cui più familiari abbiano diritto ad assistere lo stesso parente disabile.Indice dei contenutiCosa prevede la Legge 104: il limite di 3 giorni mensiliCosa succede se si supera il limite dei permessi legge 104Abuso dei permessi 104: quando scatta il licenziamento per giusta causaCosa fare se serve assistenza oltre i 3 giorni di permesso legge 104Domande frequenti sui permessi legge 104Cosa prevede la Legge 104: il limite di 3 giorni mensiliL’articolo 33, comma 3, della Legge 104/1992 riconosce al lavoratore dipendente che assiste un familiare con disabilità grave (accertata ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della stessa legge) il diritto a tre giorni di permesso mensile retribuito. Si tratta di un’indennità erogata a carico dell’INPS e anticipata, nella maggior parte dei casi, dal datore di lavoro attraverso il meccanismo del conguaglio contributivo.Il beneficio può essere fruito anche in modalità oraria, frazionando i tre giorni in ore secondo criteri stabiliti dalla contrattazione collettiva e dalle indicazioni dell’INPS: per capire come funziona questo meccanismo può essere utile consultare l’approfondimento su permessi Legge 104 a ore, come si calcolano e quando si frazionano. Il punto centrale, però, resta uno solo: il limite di 3 giorni mensili è un tetto fissato dalla norma e non un parametro indicativo. Non è quindi possibile, con lo stesso istituto, ottenere permessi retribuiti aggiuntivi oltre questa soglia, nemmeno in presenza di esigenze di assistenza particolarmente gravose. Cosa succede se si supera il limite dei permessi legge 104Quando si parla di superamento del limite dei permessi legge 104 occorre distinguere due situazioni molto diverse tra loro, che vengono spesso confuse: il semplice tentativo di ottenere più giorni di quelli previsti e l’utilizzo scorretto dei giorni già spettanti. Lo sforamento tecnico non è un abusoSe il lavoratore richiede un quarto giorno di assenza nello stesso mese per motivi legati all’assistenza al familiare disabile, l’INPS e il datore di lavoro non sono tenuti a riconoscere quella giornata come permesso Legge 104 retribuito, perché il tetto dei tre giorni è invalicabile con questo specifico istituto. Questo tipo di richiesta, respinta o non retribuita oltre soglia, non configura di per sé un illecito disciplinare: è semplicemente una domanda che eccede quanto previsto dalla norma e che va gestita con altri strumenti, di cui parliamo più avanti. Se invece il permesso viene comunque fruito oltre il tetto complessivo dei tre giorni, la circolare INPS n. 100/2026 prevede il recupero delle somme indebitamente percepite: l’indebito è posto a carico del lavoratore che ha fruito del permesso dopo l’esaurimento del diritto e, in caso di fruizione contestuale da parte di più aventi diritto, è ripartito tra loro in parti uguali.Il divieto di cumulo tra più familiari aventi dirittoUn aspetto ribadito dalla circolare INPS n. 100 del 18 settembre 2026 riguarda i casi in cui più familiari abbiano titolo ad assistere lo stesso parente con disabilità grave. In questa ipotesi, i permessi non si sommano: l’Istituto richiede una pianificazione congiunta tra gli aventi diritto e prevede che il beneficio venga fruito in modo alternato, non cumulativo, sullo stesso giorno e per lo stesso assistito. Chi ha necessità di condividere l’assistenza con altri componenti della famiglia può approfondire le regole specifiche nella guida su Legge 104 permessi doppi, cosa cambia se si assistono più familiari disabili.Abuso dei permessi 104: quando scatta il licenziamento per giusta causaDiverso, e ben più delicato, è il tema dell’abuso dei permessi legge 104. Non si tratta di chiedere più giorni di quelli previsti, ma di utilizzare in modo improprio i giorni già riconosciuti, destinandoli a finalità estranee all’assistenza del familiare disabile. La Corte di Cassazione ha più volte affrontato questa fattispecie, confermando la legittimità del licenziamento per giusta causa nei casi in cui sia stato accertato, anche attraverso investigazioni difensive del datore di lavoro, un utilizzo sistematico e reiterato dei permessi per attività personali o ricreative, del tutto scollegate dalla cura del familiare.Secondo l’orientamento consolidato della giurisprudenza, un simile comportamento integra un abuso del diritto che rompe il vincolo di fiducia alla base del rapporto di lavoro, giustificando la sanzione disciplinare più grave. Diverso è invece il caso di attività direttamente collegate all’assistenza, come l’accompagnamento a visite mediche o il disbrigo di pratiche amministrative per conto del familiare disabile, che rientrano pienamente nella finalità del beneficio.Sforamento tecnico: richiesta di più giorni di quelli previsti, respinta o non retribuita, ma senza rilievo disciplinare.Uso improprio (abuso): impiego dei giorni spettanti per finalità estranee all’assistenza, con rischio di provvedimenti disciplinari fino al licenziamento.Cumulo vietato: fruizione contemporanea da parte di più familiari per lo stesso assistito nello stesso giorno, non consentita secondo le indicazioni INPS. Cosa fare se serve assistenza oltre i 3 giorni di permesso legge 104Quando le esigenze di cura superano il limite di 3 giorni mensili previsto dai permessi legge 104, il lavoratore non resta privo di strumenti, ma deve fare riferimento ad altri istituti, distinti dal permesso ex articolo 33.Ferie: le giornate di ferie residue possono essere utilizzate per coprire ulteriori necessità di assistenza, previo accordo con il datore di lavoro.Permessi non retribuiti: se previsti dal contratto collettivo applicato, consentono di assentarsi ulteriormente senza percepire retribuzione per quei giorni.Congedo straordinario ex articolo 42, comma 5, del D.Lgs. 151/2001: un istituto distinto dai permessi giornalieri, pensato per periodi di assistenza più prolungati, che non può essere fruito nelle stesse giornate dei permessi Legge 104, pur restando ammesso il cumulo all’interno dello stesso mese in giornate diverse (INPS, messaggio n. 3114/2018).Ogni situazione familiare è diversa e la scelta dello strumento più adatto dipende dalla durata e dall’intensità del bisogno assistenziale. Per un quadro aggiornato su requisiti e modalità di richiesta dei permessi, è disponibile l’approfondimento su Legge 104, permessi, agevolazioni e domanda 2026. Domande frequenti sui permessi legge 104 È possibile chiedere più di 3 giorni di permesso legge 104 in un mese?No, il limite di 3 giorni mensili previsto dall’articolo 33 della Legge 104/1992 è un tetto massimo. Per esigenze ulteriori occorre ricorrere ad altri strumenti, come ferie, permessi non retribuiti o congedo straordinario.Cosa succede se il datore di lavoro rifiuta il quarto giorno di permesso 104?Il rifiuto è legittimo, perché oltre il tetto dei tre giorni mensili non esiste un diritto soggettivo al permesso retribuito ex Legge 104. Non si tratta di un comportamento sanzionabile nei confronti del lavoratore, ma della corretta applicazione del limite di legge.Cosa si intende per abuso dei permessi legge 104?Si parla di abuso quando i giorni di permesso, pur rientranti nel limite di legge, vengono utilizzati per finalità estranee all’assistenza del familiare disabile, come attività personali o ricreative. In questi casi la giurisprudenza ha riconosciuto la legittimità del licenziamento per giusta causa.Due familiari possono usare contemporaneamente i permessi 104 per lo stesso disabile?No. Secondo le indicazioni INPS, quando più familiari hanno diritto ad assistere lo stesso parente disabile, i permessi non si cumulano: è richiesta una pianificazione congiunta e una fruizione alternata tra gli aventi diritto.Il congedo straordinario è alternativo ai permessi legge 104?Sì, nelle medesime giornate: il congedo straordinario previsto dall’articolo 42, comma 5, del D.Lgs. 151/2001 è un istituto distinto dai permessi giornalieri e i due benefici non possono essere fruiti nello stesso giorno. È invece ammesso il cumulo all’interno dello stesso mese, in giornate diverse (INPS, messaggio n. 3114/2018).Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.Settembre 28, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2020/01/104.jpg 362 700 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-28 10:00:002026-09-21 14:21:25Permessi Legge 104: cosa succede se superi il limite di 3 giorni mensili
NOTIZIEEsonero Contributivo Conciliazione Vita-Lavoro: Requisiti, Importo e Domanda INPSL’esonero contributivo conciliazione vita-lavoro è una delle misure introdotte per premiare le aziende che investono concretamente nel benessere dei propri dipendenti e nell’equilibrio tra tempi di lavoro e vita privata. Si tratta di uno sgravio sui contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, riconosciuto alle imprese in possesso di una specifica certificazione di parità e conciliazione. La misura, valida per il triennio 2026-2028, si affianca ad altri strumenti già esistenti sul tema, come il bonus conciliazione vita lavoro destinato alle aziende virtuose, di cui rappresenta di fatto un tassello operativo legato all’attuazione pratica presso l’INPS.In questo articolo vediamo che cos’è l’esonero contributivo per la conciliazione vita-lavoro, quali sono i requisiti richiesti alle aziende, quale importo massimo si può ottenere e come funziona, almeno nelle linee generali finora note, la presentazione della domanda all’INPS. Va precisato che, trattandosi di normativa 2026 ancora in fase di attuazione, alcuni dettagli operativi saranno definiti dalle istruzioni ufficiali dell’Istituto.Indice dei contenutiCos’è l’esonero contributivo per la conciliazione vita-lavoroRequisiti per accedere all’esonero contributivo conciliazione vita-lavoroImporto dell’esonero e limiti previstiCome funziona la domanda INPS per l’esonero contributivo conciliazione vita-lavoroDomande frequenti sull’esonero contributivo conciliazione vita-lavoroCos’è l’esonero contributivo per la conciliazione vita-lavoroL’esonero contributivo conciliazione vita-lavoro è uno sgravio riconosciuto alle aziende che ottengono una certificazione dedicata alle politiche di parità di genere e conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, riconducibile allo standard UNI/PdR 192:2026. In pratica, le imprese che dimostrano di aver adottato misure concrete a favore dei dipendenti, come flessibilità oraria, smart working strutturato, congedi parentali agevolati o servizi di supporto alla genitorialità, possono ottenere un risparmio sui contributi previdenziali dovuti all’INPS.Questa misura va tenuta distinta da altri strumenti simili nel nome ma diversi nella sostanza, come l’esonero contributivo riservato alle lavoratrici madri con tre o più figli, che riguarda invece la posizione previdenziale della singola lavoratrice e non l’azienda. L’esonero contributivo per la conciliazione vita-lavoro di cui parliamo in questo articolo, al contrario, è uno sgravio che beneficia direttamente il datore di lavoro certificato, riducendo il costo del lavoro complessivo sostenuto dall’impresa. Requisiti per accedere all’esonero contributivo conciliazione vita-lavoroPer accedere all’esonero contributivo conciliazione vita-lavoro l’azienda deve essere in possesso di una certificazione della parità di genere e delle politiche di conciliazione, rilasciata da un organismo accreditato secondo lo standard tecnico di riferimento. Non basta quindi una generica policy interna: serve un percorso di certificazione formale, verificato da un ente terzo, che attesti l’adozione di misure concrete e misurabili.Tra gli elementi che vengono generalmente presi in considerazione nel percorso di certificazione rientrano, a titolo indicativo:Politiche aziendali su smart working e flessibilità di orario;Misure a supporto della genitorialità e del rientro dopo la maternità o la paternità;Percorsi di crescita e retribuzione paritari tra uomini e donne;Presenza di strumenti di monitoraggio interno sugli indicatori di parità e conciliazione.La certificazione ha una durata di 36 mesi, con audit di mantenimento a 12 e 24 mesi, e va conservata nel tempo per continuare a beneficiare dello sgravio. Le istruzioni operative dell’INPS, attese per il completamento del quadro attuativo, dovranno chiarire nel dettaglio le modalità con cui l’Istituto verifica il possesso dei requisiti in fase di domanda. Importo dell’esonero e limiti previstiL’esonero contributivo per la conciliazione vita-lavoro è riconosciuto in misura non superiore all’1% dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, entro un limite massimo di 50.000 euro annui per ciascuna azienda certificata. Si tratta quindi di uno sgravio con un tetto ben definito, pensato per essere sostenibile per la finanza pubblica pur incentivando le imprese di diverse dimensioni ad avviare percorsi di certificazione.La misura è prevista dall’art. 6 del DL 62/2026, convertito dalla L. 112/2026, ed è stata resa operativa dal decreto interministeriale dell’8 settembre 2026 (Ministero del Lavoro, Dipartimento per le politiche della famiglia e MEF). L’esonero spetta a decorrere dal 28 giugno 2026, per tutto il periodo di validità della certificazione e comunque non oltre il 31 dicembre 2028. Le risorse stanziate ammontano a 7 milioni di euro per il 2026 e a 12 milioni di euro per ciascuno degli anni 2027 e 2028: se le domande superano le risorse disponibili, l’importo riconosciuto viene ridotto proporzionalmente. Per le modalità di calcolo puntuale dell’importo spettante caso per caso resta comunque opportuno fare riferimento alla circolare INPS dedicata, che completerà il quadro con le istruzioni operative definitive. Come funziona la domanda INPS per l’esonero contributivo conciliazione vita-lavoroLa domanda per ottenere l’esonero contributivo conciliazione vita-lavoro dovrà essere presentata in via telematica all’INPS, seguendo le istruzioni operative che l’Istituto pubblicherà con apposita circolare. È probabile che, come avviene per altre misure analoghe, l’INPS individui annualmente delle finestre temporali dedicate alla presentazione delle domande, per consentire una corretta gestione delle risorse stanziate e il rispetto del tetto di spesa complessivo previsto dalla norma.Le aziende interessate dovranno quindi, in sintesi, prima ottenere la certificazione richiesta e successivamente presentare la domanda di esonero nei termini che verranno comunicati dall’INPS. Fino alla pubblicazione delle istruzioni operative definitive, le informazioni sulle scadenze e sulla procedura esatta restano soggette a possibili precisazioni da parte dell’Istituto. Domande frequenti sull’esonero contributivo conciliazione vita-lavoroChi può richiedere l’esonero contributivo conciliazione vita-lavoro?Possono richiederlo le aziende in possesso della certificazione di parità di genere e conciliazione vita-lavoro rilasciata secondo lo standard di riferimento, non i singoli lavoratori.Qual è la differenza tra questo esonero e il bonus conciliazione vita-lavoro?Sono strumenti collegati allo stesso obiettivo di premiare le aziende virtuose: l’esonero contributivo rappresenta la componente relativa allo sgravio sui contributi previdenziali, mentre il termine «bonus» viene spesso usato nella comunicazione generale per indicare l’insieme dell’agevolazione, pari all’1% dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro fino a un massimo di 50.000 euro annui.Fino a quando è valida la misura?L’esonero spetta dal 28 giugno 2026, per tutto il periodo di validità della certificazione e comunque non oltre il 31 dicembre 2028, salvo eventuali proroghe o modifiche disposte con successivi provvedimenti.Come si presenta la domanda?La domanda va presentata in via telematica all’INPS, secondo le modalità e le finestre temporali che saranno indicate dalla circolare attuativa dell’Istituto.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti. Settembre 28, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-28 09:45:252026-09-28 09:20:14Esonero Contributivo Conciliazione Vita-Lavoro: Requisiti, Importo e Domanda INPS