Dividendi accumulati nella holding: perché non basta per configurare abuso del diritto

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Negli ultimi mesi diverse holding italiane sono finite sotto la lente dell’Agenzia delle Entrate per uno schema apparentemente semplice: la società capogruppo incassa i dividendi distribuiti dalle società operative partecipate, ma non li gira ai soci persone fisiche, lasciandoli accumulare nelle casse della holding. Questo comportamento, di per sé lecito, viene talvolta interpretato dal Fisco come un possibile abuso del diritto ai sensi dell’articolo 10-bis dello Statuto del contribuente (Legge 212/2000). Ma cosa emerge davvero dall’orientamento più recente in materia di fiscalità societaria?

La risposta, in sintesi, è che il semplice accumulo di dividendi nella holding non basta, da solo, a configurare un abuso del diritto. Serve qualcosa in più: un vantaggio fiscale indebito, essenziale rispetto all’operazione, e l’assenza di valide ragioni extrafiscali. Vediamo perché questa distinzione è cruciale per titolari di holding, professionisti e imprenditori che hanno strutturato il proprio gruppo societario con una capogruppo di famiglia.

Cos’è l’abuso del diritto e perché la holding finisce nel mirino

L’abuso del diritto, disciplinato dall’articolo 10-bis della Legge 212/2000, si configura quando un contribuente pone in essere una o più operazioni prive di sostanza economica che, pur rispettando formalmente le norme tributarie, realizzano essenzialmente vantaggi fiscali indebiti. In pratica, il Fisco può disconoscere gli effetti fiscali di operazioni costruite solo per ottenere un risparmio d’imposta, quando non sono sorrette da ragioni economiche reali.

Le holding, cioè le società che detengono partecipazioni in altre società senza svolgere direttamente attività operativa, sono strutture particolarmente monitorate perché consentono di separare la proprietà dalla gestione e di centralizzare flussi finanziari importanti, compresi i dividendi. Non stupisce quindi che l’accumulo di liquidità nella holding, anziché la sua distribuzione ai soci, venga talvolta guardato con sospetto dagli uffici accertatori, che vi leggono un possibile schema elusivo.

Il caso: dividendi accumulati nella holding senza distribuzione ai soci

Lo schema tipico oggetto di contestazione è il seguente: una persona fisica costituisce, o conferisce le proprie partecipazioni in, una holding, che diventa socia delle società operative del gruppo. Queste ultime distribuiscono utili alla holding, che li riceve beneficiando del regime di tassazione agevolata previsto per i dividendi tra società di capitali. A questo punto, invece di ridistribuire quegli utili al socio persona fisica, che sconterebbe la tassazione ordinaria sui dividendi percepiti, la holding trattiene la liquidità, reinvestendola oppure semplicemente conservandola.

In alcuni accertamenti, l’Agenzia delle Entrate ha sostenuto che questa scelta configuri un abuso del diritto, perché il gruppo otterrebbe un vantaggio fiscale rispetto alla distribuzione diretta degli utili al socio persona fisica.

Perché il semplice accumulo non basta a configurare l’abuso del diritto

Secondo l’orientamento più recente della giurisprudenza di legittimità, e come riportato da più fonti specializzate in fiscalità societaria, il semplice accumulo di dividendi nella holding non è di per sé sufficiente a integrare l’abuso del diritto. Mancano infatti gli elementi richiesti dall’articolo 10-bis: l’assenza di sostanza economica dell’operazione e l’ottenimento di un vantaggio fiscale indebito, cioè realizzato in contrasto con le finalità delle norme fiscali o con i principi dell’ordinamento tributario.

Il risparmio fiscale che deriva dal non distribuire subito i dividendi, secondo questa impostazione, è al più un differimento fisiologico dell’imposizione, reso possibile da un regime che il legislatore ha previsto proprio per favorire l’aggregazione dei gruppi societari. Non si tratta quindi di un vantaggio indebito, ma dell’applicazione naturale di una norma pensata esattamente per questo scopo. Per contestare validamente l’abuso del diritto, l’Amministrazione finanziaria dovrebbe dimostrare qualcosa in più rispetto alla semplice scelta di non distribuire gli utili.

Il ruolo della participation exemption sui dividendi intersocietari

Il ragionamento appena descritto si fonda sul regime della participation exemption (PEX) applicato ai dividendi intersocietari, disciplinato dall’articolo 89, comma 2, del TUIR. Questa norma prevede che i dividendi percepiti da una società di capitali, come una holding, siano esclusi dalla formazione del reddito imponibile nella misura del 95%, con tassazione piena solo sul restante 5%. È un regime pensato proprio per evitare la doppia imposizione economica degli utili all’interno di una catena di società partecipate.

Su questo punto circolano ancora informazioni superate. La Legge di Bilancio 2026 (Legge 199/2025) aveva effettivamente introdotto soglie minime di accesso al regime, cioè una partecipazione non inferiore al 5% del capitale oppure un valore fiscale della partecipazione di almeno 500.000 euro, ma quelle soglie sono state abrogate dall’articolo 11 del D.L. 38/2026 (convertito dalla Legge 88/2026), con effetto retroattivo dal 1° gennaio 2026. Per i dividendi intersocietari resta quindi applicabile l’esclusione del 95% senza requisiti dimensionali minimi. I requisiti di possesso previsti dall’articolo 87 del TUIR continuano invece a riguardare la participation exemption sulle plusvalenze da cessione di partecipazioni, che è cosa diversa dal regime dei dividendi.

Holding dinamica e holding statica: una distinzione da non sottovalutare

Un punto spesso trascurato riguarda la distinzione tra holding dinamica, cioè una società che esercita realmente attività di indirizzo, coordinamento e gestione delle partecipate, e la cosiddetta holding statica, priva di qualunque attività economica effettiva oltre al mero possesso di quote.

Nel primo caso, l’accumulo temporaneo di dividendi rientra normalmente nella fisiologica gestione finanziaria del gruppo e non desta, da solo, particolari criticità sul fronte dell’abuso del diritto. Nel secondo caso, invece, i rischi per il contribuente non riguardano tanto l’abuso del diritto in senso stretto, quanto piuttosto la disciplina delle società non operative, comunemente note come società di comodo, che prevede conseguenze fiscali specifiche del tutto autonome rispetto all’articolo 10-bis. Distinguere correttamente tra queste due situazioni è quindi fondamentale per valutare i rischi reali di una struttura societaria.

Cosa deve dimostrare l’Agenzia delle Entrate per contestare l’abuso

Per contestare validamente l’abuso del diritto, l’Agenzia delle Entrate non può limitarsi a rilevare l’esistenza di un risparmio fiscale. Deve invece dimostrare che quel vantaggio sia indebito, cioè contrario alla ratio delle norme tributarie applicate, e che sia essenziale rispetto all’operazione contestata, prevalendo su qualsiasi altra motivazione.

Il contribuente, dal canto suo, può difendersi documentando le valide ragioni extrafiscali che hanno guidato le scelte del gruppo. Tra le più riconosciute dalla prassi e dalla giurisprudenza troviamo:

  • riorganizzazione societaria del gruppo;
  • patrimonializzazione della capogruppo in vista di nuovi investimenti;
  • continuità aziendale nel passaggio generazionale;
  • protezione del patrimonio familiare da rischi d’impresa.

Sono motivazioni capaci, se adeguatamente documentate, di escludere in radice la contestazione di abuso del diritto. In situazioni di particolare incertezza, alcune holding valutano anche il ricorso a un interpello fiscale preventivo rivolto all’Agenzia delle Entrate, per ottenere un parere sul caso specifico prima di procedere.

Domande frequenti

Cos’è l’abuso del diritto in ambito fiscale?
È l’utilizzo di operazioni formalmente lecite ma prive di sostanza economica, realizzate essenzialmente per ottenere un vantaggio fiscale indebito, disciplinato dall’articolo 10-bis della Legge 212/2000.

Accumulare dividendi in una holding è sempre legittimo?
Il semplice accumulo non configura di per sé abuso del diritto, ma la holding deve poter dimostrare, se richiesto, valide ragioni extrafiscali alla base della scelta di non distribuire gli utili.

Cosa cambia tra holding dinamica e holding statica?
La holding dinamica svolge un’attività reale di gestione delle partecipate, mentre la holding statica si limita al possesso di quote: quest’ultima rischia piuttosto la disciplina delle società di comodo, non l’abuso del diritto.

Qual è il ruolo della participation exemption sui dividendi?
L’articolo 89 del TUIR esclude dal reddito imponibile il 95% dei dividendi percepiti da società di capitali, evitando la doppia imposizione economica: è un regime naturale, non un vantaggio indebito.

Come può una holding tutelarsi da possibili contestazioni?
Documentando fin da subito le ragioni extrafiscali delle proprie scelte organizzative e, nei casi più incerti, valutando un interpello preventivo all’Agenzia delle Entrate.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

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