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Maternità INPS: quando scatta la decadenza per il ricorso

Maternità INPS CAF Udine

Hai presentato domanda di indennità di maternità all’INPS e ti è stata negata? Oppure l’importo riconosciuto è inferiore a quello che ti spetta? In questi casi hai il diritto di contestare la decisione dell’ente, ma devi farlo entro termini precisi: superarli significa incorrere nella decadenza del ricorso, con la conseguente perdita definitiva del diritto a quella prestazione.

La materia è disciplinata principalmente dall’art. 47 del DPR 30 aprile 1970, n. 639, che fissa le regole fondamentali in tema di decadenza delle prestazioni previdenziali. Nel corso degli anni la Corte di Cassazione ha affinato l’interpretazione di questa norma, fornendo chiarimenti essenziali per chi si trova a dover contestare un provvedimento INPS in materia di maternità. Comprendere quando e come agire è fondamentale per non perdere tutele economiche che possono valere diverse migliaia di euro.

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Cos’è la decadenza nel diritto previdenziale

Nel diritto previdenziale, la decadenza è l’estinzione di un diritto conseguente al mancato esercizio dello stesso entro un termine perentorio stabilito dalla legge. A differenza della prescrizione, la decadenza non è sospendibile né interrompibile (salvo eccezioni tassativamente previste dalla legge) e opera in modo automatico: superato il termine, il diritto si estingue definitivamente, senza possibilità di recupero.

In materia di prestazioni previdenziali INPS, compresa l’indennità di maternità, il tema della decadenza è di fondamentale importanza pratica. Una lavoratrice che riceve un provvedimento di diniego o di riconoscimento parziale dell’indennità di maternità deve sapere esattamente entro quando deve agire per non perdere il diritto a contestare quella decisione. Il legislatore ha fissato termini diversi a seconda del tipo di azione intrapresa: il ricorso amministrativo all’INPS ha tempi diversi rispetto all’azione giudiziaria davanti al giudice del lavoro.

È importante non confondere la decadenza dal diritto al ricorso con la prescrizione del diritto alla prestazione. Mentre la prima riguarda la possibilità di contestare un provvedimento già emesso, la seconda riguarda il termine entro cui fare valere il diritto alla prestazione non ancora riconosciuta. Entrambe le questioni sono cruciali per chi si trova in una situazione di contenzioso con l’INPS sulla maternità obbligatoria o facoltativa.

La norma di riferimento: art. 47 DPR 639/1970

Il cardine normativo in materia di decadenza delle prestazioni previdenziali è l’art. 47 del Decreto del Presidente della Repubblica 30 aprile 1970, n. 639, rubricato “Ricorsi”. Questa norma, che nel corso dei decenni è stata più volte interpretata dalla giurisprudenza di legittimità, stabilisce le regole fondamentali per l’esercizio del diritto di contestare i provvedimenti degli enti previdenziali.

Il testo dell’art. 47, comma 1, DPR 639/1970 prevede che chi intende impugnare provvedimenti delle istituzioni previdenziali deve farlo entro termini precisi. Il comma 6 della stessa disposizione sancisce poi la decadenza: “Le controversie in materia di trattamenti pensionistici degli ex combattenti, delle vittime civili di guerra e dei profughi sono devolute alla competenza esclusiva del tribunale nella cui circoscrizione è compreso il comune dove ha sede l’ufficio dell’ente che ha emesso il provvedimento impugnato.” Tuttavia, la norma che più interessa in tema di decadenza è il comma relativo all’impugnazione dei provvedimenti INPS sulle prestazioni temporanee, tra cui l’indennità di maternità.

La Corte di Cassazione, con orientamento ormai consolidato, ha chiarito che l’art. 47 DPR 639/1970 si applica a tutte le prestazioni previdenziali erogate dall’INPS, incluse quelle di natura temporanea come la maternità obbligatoria e il congedo parentale. In particolare, la Cassazione ha ribadito (cfr. Cass. Sez. Lav., sent. n. 27997/2019; Cass. n. 5574/2018) che il termine decadenziale per il ricorso amministrativo è di 90 giorni dalla comunicazione del provvedimento, mentre per l’azione giudiziaria il termine è di 1 anno dalla stessa comunicazione.

Il ricorso amministrativo: termini e procedura

Il ricorso amministrativo all’INPS è il primo strumento che la lavoratrice deve considerare quando riceve un provvedimento sfavorevole sull’indennità di maternità. Si tratta di una fase pre-giudiziaria, in alcuni casi obbligatoria (cosiddetto “previo ricorso”), che consente all’ente di riesaminare la propria decisione prima che la questione appaia davanti a un giudice.

Il termine di 90 giorni: da quando decorre

Il termine perentorio per presentare ricorso amministrativo all’INPS è di 90 giorni. Questo termine decorre:

  • Dalla data di comunicazione del provvedimento di rigetto o di liquidazione parziale della prestazione, quando l’ente invia all’assicurata una comunicazione formale della propria decisione
  • Dalla data in cui l’assicurata ha avuto conoscenza del provvedimento, nei casi in cui la comunicazione non sia avvenuta in forma scritta o non sia pervenuta nella sfera di conoscibilità dell’interessata
  • Dalla scadenza del termine previsto per provvedere sulla domanda, quando l’INPS non risponde (silenzio-inadempimento): in questo caso, trascorsi 120 giorni dalla presentazione della domanda senza risposta dell’ente, si forma il silenzio-rigetto e decorrono i 90 giorni

È fondamentale notare che il termine di 90 giorni è perentorio: il suo mancato rispetto comporta la decadenza dal ricorso amministrativo. Tuttavia, la giurisprudenza ha precisato che la decadenza dall’impugnativa amministrativa non comporta automaticamente la decadenza dall’azione giudiziaria, che ha un termine autonomo.

Come presentare il ricorso amministrativo

Il ricorso amministrativo all’INPS per le prestazioni di maternità deve essere presentato attraverso uno dei seguenti canali:

  • Portale INPS online (MyINPS): accedendo con SPID, CIE o CNS, attraverso la sezione “Ricorsi” nell’area riservata
  • Patronato: tramite un CAF o patronato abilitato, che può presentare il ricorso per conto dell’assicurata e monitorarne l’esito
  • PEC o raccomandata A/R: inviando il ricorso scritto alla sede INPS competente per territorio (non è il metodo preferito, ma è ancora valido)

Il ricorso deve contenere: le generalità dell’assicurata, i riferimenti del provvedimento impugnato, le motivazioni del ricorso (sia in fatto che in diritto), e la richiesta specifica (annullamento del diniego, ricalcolo dell’importo, ecc.). È fortemente consigliato allegare tutta la documentazione utile a supporto delle proprie ragioni.

Il Comitato Provinciale INPS deve pronunciarsi sul ricorso entro 90 giorni dalla sua presentazione. Se non lo fa, si forma il silenzio-rigetto, e da quel momento decorrono i termini per l’eventuale ricorso giudiziario.

L’azione giudiziaria: quando e come presentarla

Quando il ricorso amministrativo viene rigettato, o quando l’INPS non risponde entro i termini (silenzio-rigetto), la lavoratrice può adire il Tribunale del Lavoro per ottenere il riconoscimento del proprio diritto all’indennità di maternità. Anche in questo caso, tuttavia, esistono termini perentori da rispettare per non incorrere nella decadenza.

Il termine di 1 anno per l’azione giudiziaria

L’art. 47 del DPR 639/1970, al comma 6, prevede un termine di decadenza di 1 anno (365 giorni) per proporre l’azione giudiziaria in materia di prestazioni previdenziali. Questo termine decorre:

  • Dalla comunicazione del provvedimento di rigetto del ricorso amministrativo da parte del Comitato Provinciale INPS
  • Dalla formazione del silenzio-rigetto sul ricorso amministrativo (ovvero dal 91° giorno dalla presentazione del ricorso senza risposta dell’ente)
  • Dalla comunicazione diretta del provvedimento di diniego della prestazione, nei casi in cui non sia previsto (o non venga esercitato) il previo ricorso amministrativo

La decadenza dall’azione giudiziaria entro l’anno comporta la perdita definitiva e irreversibile del diritto a quella specifica prestazione. Non è possibile far rivivere il diritto con una nuova domanda, salvo che si tratti di un diritto periodicamente rinnovabile e per il quale la nuova domanda abbia una propria autonoma decorrenza.

La competenza territoriale

Il ricorso giudiziario per le prestazioni previdenziali INPS si propone davanti al Tribunale del Lavoro (sezione lavoro del Tribunale ordinario) competente per territorio. La competenza territoriale è determinata dalla residenza del lavoratore o dal luogo in cui è avvenuto il fatto che ha dato origine alla controversia (art. 413 c.p.c.). Non è quindi necessariamente la sede dell’ufficio INPS che ha emesso il provvedimento impugnato.

Tipologie di provvedimenti contestabili

Non tutti i provvedimenti INPS in materia di maternità hanno la stessa natura giuridica. Comprendere di fronte a quale tipo di atto ci si trova è essenziale per individuare il corretto strumento di impugnazione e i relativi termini. Vediamo le principali tipologie di provvedimenti che possono essere oggetto di contestazione.

Rigetto della domanda di indennità di maternità

Il rigetto della domanda è il caso più frequente: la lavoratrice presenta domanda di indennità di maternità obbligatoria o facoltativa e l’INPS la nega, motivando il diniego con la mancanza dei requisiti contributivi o assicurativi. In questi casi, la comunicazione del rigetto fa scattare il termine di 90 giorni per il ricorso amministrativo e, successivamente, quello di 1 anno per l’azione giudiziaria.

Liquidazione parziale o errata dell’indennità

In questo caso l’INPS riconosce l’indennità ma la calcola in modo errato, ad esempio applicando una base di calcolo sbagliata, non tenendo conto di alcuni periodi contributivi, o commettendo errori nell’identificazione del periodo indennizzabile. Anche qui scattano i termini dell’art. 47 DPR 639/1970, ma solo dalla data in cui la lavoratrice viene messa in condizione di conoscere l’errore.

Provvedimento di recupero di indennità indebitamente percepite

Si tratta del caso opposto: l’INPS ritiene che la lavoratrice abbia percepito indennità di maternità non spettanti e procede al recupero delle somme. Anche questo provvedimento può essere impugnato, ma con la peculiarità che l’assicurata può contestare sia il merito (il diritto alla prestazione) sia la modalità di recupero (ad esempio, l’applicazione errata degli interessi o la mancata considerazione dell’affidamento incolpevole della percipiente). Per questo tipo di provvedimento, i termini decorrono dalla notifica dell’atto di recupero.

Mancato riconoscimento del congedo parentale

Il congedo parentale (ex astensione facoltativa) è distinto dalla maternità obbligatoria, ma rientra nello stesso ambito normativo di tutela della genitorialità. Il diniego o il riconoscimento parziale del diritto all’indennità di congedo parentale segue gli stessi termini dell’art. 47 DPR 639/1970. Anche le controversie sul congedo parentale esteso (fino a 12 anni del bambino, con indennità fino ai 6 anni) sono soggette agli stessi meccanismi di decadenza.

Decadenza sui ratei e arretrati di maternità

Un capitolo a sé riguarda la prescrizione dei ratei arretrati dell’indennità di maternità, che va tenuta distinta dalla decadenza dal ricorso. L’art. 2948, n. 4, del Codice Civile stabilisce che i crediti periodici si prescrivono in 5 anni. Questo significa che, anche se si vince il ricorso e si ottiene il riconoscimento dell’indennità di maternità, si possono recuperare al massimo gli arretrati degli ultimi 5 anni.

Tuttavia, la questione si complica quando si considera l’interazione tra la decadenza dall’azione di accertamento del diritto (termine di 1 anno dall’art. 47 DPR 639/1970) e la prescrizione quinquennale dei ratei. La Cassazione ha chiarito che:

  • La decadenza ex art. 47 DPR 639/1970 riguarda il diritto ad agire in giudizio per far riconoscere la prestazione
  • La prescrizione quinquennale riguarda i singoli ratei già maturati di una prestazione il cui diritto è già stato accertato
  • Le due discipline operano su piani distinti e non si escludono reciprocamente

In pratica: se una lavoratrice ottiene dopo ricorso il riconoscimento del diritto all’indennità di maternità relativa a un parto avvenuto 6 anni prima, potrà recuperare solo gli arretrati degli ultimi 5 anni (quelli non ancora prescritti), ma non quelli più vecchi. Questa situazione rende ancora più urgente agire tempestivamente sia sul fronte del ricorso che su quello giudiziario.

Cosa dice la Cassazione: sentenze chiave

La Corte di Cassazione ha emesso nel corso degli anni numerose sentenze che hanno definito con precisione i contorni della decadenza in materia previdenziale. Conoscere questi orientamenti giurisprudenziali è utile non solo per gli avvocati, ma anche per le lavoratrici e i patronati che si trovano a gestire queste controversie.

La decadenza decorre dalla conoscenza effettiva del provvedimento

Con orientamento ormai consolidato, la Cassazione ha stabilito che il termine di decadenza dell’art. 47 DPR 639/1970 decorre dal momento in cui l’assicurata ha avuto effettiva conoscenza del provvedimento, non dal momento in cui l’ente lo ha emesso o spedito. Questo è un principio fondamentale: se la comunicazione del diniego non è mai pervenuta alla lavoratrice (ad esempio perché inviata a un indirizzo errato), il termine di decadenza non inizia a decorrere.

La sentenza Cass. Sez. Lav. n. 10869/2018 ha affermato che: “In tema di ricorso amministrativo avverso i provvedimenti degli enti previdenziali, il termine di decadenza di novanta giorni previsto dall’art. 47 del DPR n. 639 del 1970 decorre dalla comunicazione del provvedimento all’assicurato, non dalla sua emanazione da parte dell’ente.”

L’omessa comunicazione del provvedimento sospende la decadenza

Sempre la Cassazione ha chiarito che l’INPS ha l’obbligo di comunicare formalmente i propri provvedimenti all’assicurata. Se questo obbligo non viene rispettato, il termine di decadenza non può iniziare a decorrere, poiché l’assicurata non può essere penalizzata per l’inerzia dell’ente. Questo principio è stato ribadito in Cass. n. 5574/2018 e n. 11038/2017.

La decadenza non si applica ai diritti non ancora esercitati

Un aspetto importante riguarda le lavoratrici che non hanno mai presentato domanda di indennità di maternità. In questi casi, non c’è alcun provvedimento da impugnare, e quindi non decorre alcun termine di decadenza ex art. 47 DPR 639/1970. Si applica invece la prescrizione del diritto alla prestazione, che è di 5 anni per le prestazioni previdenziali a carattere periodico (art. 2948 c.c.) o di 10 anni per quelle aventi carattere risarcitorio. La Cassazione ha ribadito questo punto con la sentenza n. 17985/2016.

Il silenzio-inadempimento INPS e la decadenza

Quando l’INPS non risponde alla domanda di prestazione entro i termini di legge (di norma 120 giorni dalla presentazione della domanda), si forma il cosiddetto silenzio-inadempimento. La giurisprudenza prevalente (cfr. Cass. n. 27997/2019) ha chiarito che in caso di silenzio-inadempimento:

  • La lavoratrice può presentare direttamente ricorso giudiziario, senza la necessità di attendere o presentare un previo ricorso amministrativo
  • Il termine di decadenza per l’azione giudiziaria non decorre finché l’INPS non comunica formalmente la propria decisione (anche nel senso del silenzio-rigetto)
  • L’opzione del ricorso amministrativo resta comunque disponibile e può essere utile per ottenere una pronuncia senza ricorrere al giudice

Sospensione e interruzione della decadenza

Come già anticipato, la decadenza — a differenza della prescrizione — non è in linea di principio sospendibile né interrompibile, salvo specifiche previsioni normative. Tuttavia, la legge e la giurisprudenza hanno riconosciuto alcune ipotesi in cui il termine decadenziale può essere sospeso o differito.

Sospensione durante la negoziazione assistita

Il D.L. n. 132/2014, convertito in L. n. 162/2014, ha introdotto la negoziazione assistita anche in materia di lavoro. Quando le parti avviano una procedura di negoziazione assistita, i termini di decadenza sono sospesi per tutta la durata del procedimento. Tuttavia, questa procedura è facoltativa e poco utilizzata in materia previdenziale.

Sospensione per forza maggiore

La giurisprudenza ha riconosciuto la possibilità di sospendere il termine di decadenza in casi di forza maggiore che abbiano impedito alla lavoratrice di esercitare il proprio diritto. Si tratta di un’ipotesi residuale, da dimostrare rigorosamente, che comprende ad esempio situazioni di grave malattia o incapacità temporanea dell’assicurata.

Sospensione durante la procedura conciliativa

In alcuni procedimenti previdenziali è previsto un tentativo obbligatorio di conciliazione prima dell’azione giudiziaria. Durante questa fase, i termini di decadenza possono essere sospesi. È tuttavia necessario verificare caso per caso se la procedura conciliativa è obbligatoria per la specifica controversia in materia di maternità.

Errori comuni che causano la decadenza

L’esperienza pratica dei patronati e dei legali che si occupano di contenzioso previdenziale evidenzia alcuni errori ricorrenti che portano le lavoratrici a perdere il proprio diritto per decadenza. Conoscerli può aiutare a evitarli.

Aspettare troppo prima di agire

L’errore più frequente è quello di ricevere un provvedimento di diniego e non agire immediatamente, confidando nella possibilità di farlo “quando si trova il tempo”. I 90 giorni decorrono inesorabilmente dalla data di comunicazione del provvedimento, indipendentemente dall’impegno o dalla distrazione dell’assicurata. Si consiglia di segnare immediatamente sul calendario la data di scadenza del termine e di consultare un patronato entro le prime due settimane dalla ricezione del provvedimento.

Confondere il ricorso amministrativo con quello giudiziario

Molte lavoratrici credono che presentando il ricorso amministrativo all’INPS abbiano fatto tutto il necessario. In realtà, se il Comitato Provinciale respinge il ricorso (o non risponde entro 90 giorni), il termine di 1 anno per l’azione giudiziaria inizia a decorrere. Chi aspetta l’esito del ricorso amministrativo per decidere se andare davanti al giudice deve tenere questo termine sotto stretto controllo.

Non conservare la prova della presentazione del ricorso

In caso di contestazione sull’avvenuta presentazione del ricorso o sulla sua tempestività, è essenziale poter dimostrare quando e come il ricorso è stato presentato. Presentare ricorso tramite PEC o raccomandata A/R garantisce una prova certa della data di invio. Se si usa il portale INPS online, salvare o stampare la ricevuta di presentazione.

Non identificare correttamente il provvedimento impugnato

Il ricorso deve indicare con precisione il provvedimento che si intende impugnare: numero di protocollo, data di comunicazione, tipo di prestazione negata. Un ricorso generico o che non individua correttamente l’atto impugnato rischia di essere dichiarato inammissibile, con conseguente perdita del termine.

Ignorare la comunicazione INPS perché ritenuta errata

Alcuni assicurati, convinti che l’INPS abbia torto, ignorano la comunicazione di diniego ritenendo che l’errore si risolverà da solo o che presenteranno una nuova domanda. Questo atteggiamento è pericoloso: i termini di decadenza decorrono dalla comunicazione, a prescindere dalla correttezza o meno del provvedimento. Chi ritiene di avere ragione deve agire entro i termini previsti, non aspettare.

Tabella riepilogativa dei termini

Per una visione d’insieme chiara e immediata, ecco la tabella riepilogativa dei termini di decadenza applicabili alle controversie in materia di indennità di maternità INPS:

Tipo di azioneTermineDecorrenzaNorma di riferimento
Ricorso amministrativo INPS90 giorniData comunicazione del provvedimentoArt. 47 DPR 639/1970
Pronuncia Comitato Prov. INPS sul ricorso90 giorniData presentazione ricorsoArt. 47 DPR 639/1970
Azione giudiziaria (Tribunale del Lavoro)1 annoRigetto ricorso amm. o silenzio-rigetto (91° giorno)Art. 47, c. 6, DPR 639/1970
Prescrizione ratei arretrati5 anniData di maturazione di ogni singolo rateoArt. 2948, n. 4, c.c.
Silenzio-inadempimento INPS su domanda120 giorniData presentazione domanda di prestazioneCirc. INPS n. 169/2003

Nota importante: I termini indicati sono di natura perentoria. Il loro superamento determina la decadenza definitiva dal diritto di impugnazione, che non può essere recuperata se non nei limitati casi di forza maggiore o omessa comunicazione del provvedimento da parte dell’INPS.

Cosa fare concretamente: la guida passo per passo

Se hai ricevuto un provvedimento sfavorevole dall’INPS sulla tua indennità di maternità, ecco i passi concreti da seguire per non perdere il tuo diritto per decadenza.

Step 1: Identifica il provvedimento e la data di comunicazione

Il primo passo è identificare con precisione quale provvedimento hai ricevuto e quando ti è stato comunicato. Cerca nella comunicazione INPS: la data di emissione, il numero di protocollo, la tipologia di prestazione negata (maternità obbligatoria, facoltativa, congedo parentale) e la motivazione del diniego. La data di comunicazione — ovvero il giorno in cui hai ricevuto la lettera o il messaggio INPS — è il punto di partenza per il calcolo dei termini.

Step 2: Calcola i termini di scadenza

Dalla data di comunicazione, calcola:

  • Scadenza ricorso amministrativo: data comunicazione + 90 giorni
  • Scadenza azione giudiziaria: data esito (o silenzio-rigetto) ricorso amministrativo + 1 anno

Segnati queste date sul calendario e imposta promemoria. Se il 90° giorno o il 365° giorno cadono in un giorno festivo, il termine è prorogato al primo giorno lavorativo successivo.

Step 3: Contatta un patronato o un avvocato specializzato

Non affrontare da solo il ricorso INPS. Rivolgiti a un patronato abilitato (come il CAF Centro Fiscale di Udine) o a un avvocato specializzato in diritto del lavoro e previdenziale. Il patronato può:

  • Esaminare il provvedimento e valutare se ci sono i presupposti per il ricorso
  • Raccogliere la documentazione necessaria (buste paga, certificati di maternità, estratti contributivi)
  • Redigere e presentare il ricorso all’INPS nei termini previsti
  • Monitorare l’esito del ricorso amministrativo e avvisarti dei prossimi passi

Se il ricorso amministrativo non va a buon fine, il patronato può anche indirizzarti verso un avvocato per l’eventuale azione giudiziaria, fornendoti tutta la documentazione già raccolta.

Step 4: Raccogli tutta la documentazione

Per sostenere il ricorso, hai bisogno di documentazione completa. In materia di indennità di maternità, i documenti fondamentali sono:

  • Certificato di nascita del figlio (o certificato medico di gravidanza/nascita)
  • Estratto contributivo INPS aggiornato (scaricabile dal portale MyINPS)
  • Buste paga degli ultimi 12-24 mesi (per il calcolo della base imponibile)
  • Certificato di gravidanza del medico o dell’ostetrica (per maternità obbligatoria)
  • Contratto di lavoro o documentazione attestante il rapporto di lavoro
  • Ricevuta della domanda di maternità presentata all’INPS
  • Il provvedimento di diniego o di liquidazione parziale ricevuto dall’INPS

Step 5: Valuta il Bonus Mamme come tutela complementare

Mentre attendi l’esito del ricorso, verifica se hai diritto ad altre misure di sostegno alla maternità, come il Bonus Mamme (decontribuzione per le lavoratrici madri) o l’Assegno Unico Universale. Queste prestazioni hanno procedure e termini autonomi rispetto all’indennità di maternità tradizionale.

La decadenza per il ricorso INPS sull’indennità di maternità è una questione tecnica ma di enorme importanza pratica. I termini previsti dall’art. 47 DPR 639/1970 — 90 giorni per il ricorso amministrativo e 1 anno per l’azione giudiziaria — devono essere rispettati scrupolosamente, pena la perdita definitiva del diritto a contestare il provvedimento sfavorevole dell’INPS.

L’orientamento della Corte di Cassazione è chiaro e consolidato: i termini decorrono dalla conoscenza effettiva del provvedimento, l’INPS ha l’obbligo di comunicarlo formalmente, e il silenzio-inadempimento dell’ente non può tornare a danno dell’assicurata. Tuttavia, la tutela di questi principi richiede di agire in modo tempestivo e consapevole, preferibilmente con l’assistenza di un patronato o di un legale specializzato.

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Domande Frequenti sulla decadenza del ricorso per maternità INPS

Entro quando devo presentare il ricorso se l’INPS mi nega l’indennita di maternita?

Hai 90 giorni dalla data in cui hai ricevuto la comunicazione del diniego per presentare ricorso amministrativo all’INPS. Se il Comitato Provinciale non si pronuncia entro altri 90 giorni (o nega il ricorso), hai poi 1 anno per agire in giudizio davanti al Tribunale del Lavoro. Questi termini sono perentori: superarli significa perdere definitivamente il diritto a contestare.

Se non ho mai ricevuto comunicazione dall’INPS, i termini di decadenza decorrono lo stesso?

No. Secondo la Cassazione (sent. n. 10869/2018), il termine di decadenza decorre dalla data in cui hai avuto effettiva conoscenza del provvedimento. Se l’INPS non ti ha comunicato il diniego, i termini non possono decorrere a tuo danno. E’ pero importante che tu possa dimostrare di non aver ricevuto la comunicazione. Contatta il patronato per verificare lo stato della tua domanda sul portale INPS.

Cosa succede se presento il ricorso amministrativo ma poi non vado davanti al giudice entro 1 anno?

Se il Comitato Provinciale INPS rigetta il tuo ricorso (o non risponde entro 90 giorni), hai 1 anno di tempo per proporre ricorso giudiziario al Tribunale del Lavoro. Se lasci trascorrere questo termine senza agire, decadi definitivamente dal diritto di contestare il provvedimento e perdi ogni possibilita di ottenere quella prestazione tramite vie legali.

Posso recuperare gli arretrati dell’indennita di maternita degli anni precedenti?

Si, ma con limiti. Se vinci il ricorso e ottieni il riconoscimento del diritto all’indennita di maternita, puoi recuperare al massimo gli arretrati degli ultimi 5 anni (prescrizione quinquennale ex art. 2948, n. 4, c.c.). Le somme piu vecchie di 5 anni sono prescritte e non piu recuperabili, anche se hai vinto il ricorso.

Un CAF puo presentare il ricorso INPS per la maternita al posto mio?

Si. I CAF e i patronati abilitati possono presentare ricorso amministrativo all’INPS per conto dell’assicurata, con delega. Il CAF raccoglie la documentazione, redige il ricorso e lo invia all’INPS, monitorando l’esito. Per il successivo ricorso giudiziario e invece necessario rivolgersi a un avvocato abilitato al patrocinio. Il CAF Centro Fiscale di Udine offre assistenza completa per i ricorsi in materia di maternita e patronato.


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