Regime forfettario 2026: tutto sui limiti e i controlli automatici

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Regime forfettario 2026: rischi e controlli automatici

Per le partite IVA in regime forfettario il mese di dicembre è il momento cruciale per effettuare tutti i
controlli di fine anno e capire se sarà possibile continuare ad applicare la flat tax nel 2026.
I verifiche riguardano in particolare ricavi e compensi, redditi da lavoro dipendente e pensione,
oltre alle spese per dipendenti e collaboratori e alle diverse cause ostative che possono
far perdere il regime agevolato.

Un’attenta analisi dei dati entro il 31 dicembre consente di evitare errori e brutte sorprese, come l’uscita forzata dal
regime forfettario con passaggio alla tassazione ordinaria, spesso molto più onerosa
per i professionisti e le piccole imprese.

Limite di ricavi e compensi per il regime forfettario: soglia 85.000 e 100.000 euro

Il primo controllo da effettuare a fine anno per le partite IVA in regime forfettario riguarda il
limite di ricavi e compensi percepiti dal 1° gennaio al 31 dicembre 2025.
Per poter applicare il regime forfettario nel 2026, occorre rispettare la soglia di
85.000 euro.

Se il totale di ricavi e compensi supera questo limite, si presentano due scenari distinti:

  • Se il totale è superiore a 85.000 euro ma inferiore a 100.000 euro,
    si perde il regime forfettario a partire dall’anno successivo, cioè dal 2026.
    In pratica, il contribuente potrà usare ancora il forfettario per il 2025, ma dal 1° gennaio 2026 passerà
    al regime ordinario.
  • Se invece nel corso dell’anno si supera la soglia “antielusione” di
    100.000 euro, la fuoriuscita dal regime forfettario è
    immediata e la flat tax cessa di applicarsi già nel 2025.

Per questo è fondamentale monitorare con precisione l’andamento di fatturato e
incassi durante tutto l’anno, con un controllo puntuale a dicembre, così da non oltrepassare
inavvertitamente le soglie che determinano l’accesso o l’uscita dalla flat tax 2026.

Regime forfettario e criterio di cassa: contano solo gli incassi

Nella verifica della soglia di 85.000 euro, il regime forfettario segue il
criterio di cassa. Questo significa che, ai fini del conteggio, rilevano esclusivamente i
ricavi e compensi effettivamente incassati nell’anno, indipendentemente dalla data di emissione della fattura.

Ad esempio, una fattura emessa il 28 dicembre 2025 ma incassata nel gennaio 2026
non verrà considerata ai fini del limite di 85.000 euro per il 2025, ma peserà sul
calcolo del limite per il 2026. Viceversa, una fattura emessa a fine 2024 e incassata nel 2025 rientra
nel conteggio dei ricavi 2025.

Capire bene la logica del criterio di cassa è essenziale per evitare errori nella stima del
fatturato utile a mantenere il regime forfettario e la flat tax.

Redditi da lavoro dipendente e pensione: limite 35.000 euro per la flat tax 2026

Oltre ai ricavi e compensi della partita IVA, è necessario verificare anche la presenza di
redditi da lavoro dipendente o di pensione. Per mantenere il
regime forfettario nel 2026, il contribuente non deve superare il limite di
35.000 euro di redditi da lavoro o pensione percepiti nell’anno precedente.

Il limite ordinario dei 30.000 euro è stato infatti elevato a 35.000 euro e la soglia
risulta confermata anche per il 2026. Il riferimento è ai redditi da lavoro dipendente e pensione
percepiti nell’anno, al netto degli oneri deducibili, ma senza tenere conto delle somme
sottoposte a tassazione separata.

La verifica non è necessaria se il rapporto di lavoro dipendente è cessato nel corso del 2025 e nel medesimo
anno non sono stati percepiti ulteriori redditi di lavoro dipendente o redditi di pensione. In tutti gli altri casi,
il superamento del limite comporta la perdita della flat tax e l’uscita dal
regime forfettario.

Spese per dipendenti e collaboratori: tetto massimo 20.000 euro

Un altro controllo fondamentale di fine anno riguarda le spese per dipendenti e collaboratori.
Il regime forfettario prevede infatti un limite massimo di 20.000 euro annui per le
spese sostenute per forza lavoro, superato il quale non è più possibile mantenere la
flat tax nell’anno successivo.

Nel calcolo rientrano tutte le somme corrisposte a:

  • dipendenti;
  • collaboratori a vario titolo;
  • lavoratori a progetto;
  • altri soggetti che prestano la propria attività con forme assimilabili al lavoro dipendente.

Questa regola serve a garantire che il regime forfettario resti uno strumento pensato per
micro imprese e professionisti con una struttura ridotta, escludendo realtà con
organizzazione complessa e costi del personale elevati.

Cause ostative al regime forfettario: ex datore di lavoro, società e partecipazioni

I controlli di fine anno per la flat tax 2026 non si fermano ai limiti numerici di
ricavi, redditi e spese, ma riguardano anche le cause ostative previste dalla normativa.

Tra le principali:

  • La prevalenza dei compensi derivanti da attività svolta nei confronti dell’ex datore di lavoro
    (o soggetti a esso riconducibili) nei due anni precedenti. Se oltre il 50 per cento dei compensi
    della partita IVA deriva dall’ex datore di lavoro, di norma non si può applicare il regime forfettario.
  • La partecipazione in società di persone, associazioni professionali o imprese familiari con attività
    riconducibili a quella svolta come persona fisica.
  • Il controllo diretto o indiretto di società a responsabilità limitata (SRL) o associazioni in
    partecipazione che svolgono attività economiche riconducibili a quella esercitata individualmente.

Questi elementi vanno monitorati con attenzione, perché possono determinare l’esclusione dal
regime forfettario anche in presenza di limiti di ricavi e spese formalmente rispettati.

Checklist pratica dei controlli di fine anno per il regime forfettario

Per gestire correttamente i controlli di fine anno e verificare la possibilità di applicare la
flat tax nel 2026, è utile seguire una semplice checklist operativa:

  • Calcolare tutti i ricavi e compensi incassati dal 1° gennaio al 31 dicembre 2025 e verificare
    il rispetto del limite di 85.000 euro e della soglia 100.000 euro “antielusione”.
  • Controllare i redditi da lavoro dipendente e pensione percepiti nell’anno precedente,
    verificando il limite di 35.000 euro.
  • Sommare tutte le spese per dipendenti e collaboratori sostenute nel 2025 e verificare la soglia
    di 20.000 euro.
  • Analizzare eventuali rapporti con ex datori di lavoro per verificare la prevalenza dei compensi.
  • Verificare la presenza di partecipazioni in società o il controllo di SRL con attività
    riconducibili a quella svolta a titolo individuale.

Questi passaggi permettono di avere un quadro completo e aggiornato della propria posizione rispetto al
regime forfettario e alla flat tax.

Rischi, sanzioni e conseguenze in caso di errori

Ignorare o sottovalutare i controlli di fine anno può comportare conseguenze rilevanti in
termini di accertamenti fiscali, sanzioni e recupero imposte. L’applicazione del
regime forfettario in assenza dei requisiti può portare l’Agenzia delle Entrate a:

  • recuperare le imposte non versate applicando la tassazione ordinaria in luogo della
    flat tax;
  • irrogare sanzioni e interessi per utilizzo indebito del regime agevolato;
  • effettuare controlli incrociati su fatturato, rapporti di lavoro, partecipazioni societarie e
    flussi bancari.

Per questo è opportuno muoversi in modo prudente e documentato, mantenendo sempre traccia delle verifiche
effettuate su ricavi, redditi e spese.

Consigli finali e importanza della consulenza fiscale

I controlli di fine anno sul regime forfettario sono un passaggio fondamentale per chi
vuole continuare ad applicare la flat tax nel 2026 in sicurezza. Le regole su
ricavi e compensi, redditi da lavoro dipendente, pensione,
spese per dipendenti e collaboratori e cause ostative sono numerose e in continua evoluzione.

Per evitare errori nella gestione del regime forfettario e ridurre il rischio di
accertamenti fiscali, è spesso consigliabile affidarsi a una consulenza fiscale specializzata,
in grado di:

  • verificare il rispetto di tutti i requisiti per la flat tax 2026;
  • simulare il confronto tra regime forfettario e regime ordinario in ottica di risparmio fiscale;
  • supportare il contribuente nella corretta gestione di fatture, incassi e adempimenti fiscali.

Un controllo accurato oggi permette di affrontare il 2026 con maggiore serenità, evitando di perdere i vantaggi della flat tax e mantenendo la propria attività in un contesto di piena
regolarità fiscale.

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Quanto Guadagna un Avvocato nel 2026: Stipendio Lordo e Netto

Quanto guadagna un avvocato in Italia? È una delle domande più frequenti tra chi sta valutando questa carriera o ha appena superato l’esame di abilitazione. La risposta varia enormemente in base a esperienza, specializzazione, zona geografica e tipologia di clientela.

In questa guida analizziamo i guadagni reali degli avvocati con partita IVA nel 2026, con esempi concreti di calcolo dal lordo al netto, considerando tasse e contributi Cassa Forense.

Scopri anche la nostra guida completa alla Partita IVA per Avvocati per tutti gli aspetti fiscali e previdenziali.

Indice dei contenuti

  1. Guadagno medio avvocato Italia 2026
  2. Guadagni per anni di esperienza
  3. Guadagni per specializzazione
  4. Differenze per area geografica
  5. Calcolo dal lordo al netto
  6. Forfettario vs ordinario: confronto
  7. Come aumentare i guadagni
  8. Domande frequenti

Guadagno Medio Avvocato Italia 2026

Secondo i dati della Cassa Forense e le statistiche del CNF (Consiglio Nazionale Forense), il reddito medio degli avvocati italiani presenta un quadro molto variegato:

IndicatoreImporto 2026
Reddito medio nazionale~42.000 euro lordi
Reddito mediano nazionale~25.000 euro lordi
Primo quartile (25%)< 15.000 euro lordi
Terzo quartile (75%)< 55.000 euro lordi

Nota importante: La differenza tra media e mediana indica che una minoranza di avvocati con redditi molto elevati alza la media, mentre la maggioranza guadagna meno di 25.000 euro lordi.

Distribuzione dei redditi

Fascia di reddito lordo% avvocati
Sotto 10.000 euro25%
10.000 – 30.000 euro35%
30.000 – 60.000 euro25%
60.000 – 100.000 euro10%
Oltre 100.000 euro5%

Come si vede, il 60% degli avvocati guadagna meno di 30.000 euro lordi annui. Solo una minoranza raggiunge redditi elevati.

Guadagni per Anni di Esperienza

L’esperienza è il fattore più determinante per i guadagni di un avvocato:

EsperienzaReddito lordo annuoNetto stimato (forfettario)
Neoabilitato (0-3 anni)10.000 – 25.000 euro6.000 – 16.000 euro
Junior (3-7 anni)25.000 – 45.000 euro16.000 – 28.000 euro
Esperto (7-15 anni)45.000 – 80.000 euro28.000 – 48.000 euro
Senior (oltre 15 anni)60.000 – 150.000+ euro36.000 – 85.000+ euro

I primi anni: la fase più difficile

I primi 3-5 anni sono i più critici. Molti neoabilitati:

  • Non raggiungono l’autosufficienza economica
  • Devono integrare con altre attività
  • Lavorano per studi senior con compensi modesti
  • Pagano comunque i contributi minimi Cassa Forense (~4.000 euro)

Consiglio: Nei primi anni, valuta attentamente se puoi permetterti i costi fissi della partita IVA prima di aprirla.

Guadagni per Specializzazione

La specializzazione incide significativamente sui guadagni. Ecco le aree più e meno remunerative:

Specializzazioni più remunerative

SpecializzazioneReddito medio annuoNote
Diritto societario/M&A80.000 – 300.000+ euroGrandi studi, clienti corporate
Diritto tributario60.000 – 150.000 euroContenzioso fiscale, consulenza
Diritto bancario/finanziario70.000 – 200.000 euroIstituti finanziari
Proprietà intellettuale60.000 – 140.000 euroMarchi, brevetti, copyright
Diritto del lavoro (aziende)50.000 – 120.000 euroConsulenza HR, ristrutturazioni

Specializzazioni con guadagni medi

SpecializzazioneReddito medio annuoNote
Diritto penale35.000 – 90.000 euroAlta variabilità casi
Diritto immobiliare40.000 – 85.000 euroCompravendite, locazioni
Diritto amministrativo40.000 – 100.000 euroPA, appalti, urbanistica
Diritto di famiglia30.000 – 70.000 euroSeparazioni, divorzi, successioni
Diritto civile generico25.000 – 60.000 euroContrattualistica, recupero crediti

Fattori che influenzano i guadagni per specializzazione

  • Tipologia clienti: Aziende pagano di più dei privati
  • Valore delle cause: Cause con valori elevati = onorari più alti
  • Complessità tecnica: Materie specialistiche hanno meno concorrenza
  • Volumi: Alcune specializzazioni permettono più pratiche simultanee

Differenze per Area Geografica

Il luogo di esercizio della professione incide notevolmente sui guadagni:

Area geograficaReddito medioDifferenza vs media nazionale
Milano e hinterland~65.000 euro+55%
Roma~52.000 euro+24%
Nord Italia (escluso Milano)~45.000 euro+7%
Centro Italia (escluso Roma)~38.000 euro-10%
Sud e Isole~28.000 euro-33%

Perché Milano guadagna di più

  • Concentrazione di grandi aziende e multinazionali
  • Sede di molti studi legali internazionali
  • Maggiore presenza di clientela corporate
  • Tariffe orarie più elevate

Considerazioni sul costo della vita

Attenzione: i guadagni più alti al Nord spesso sono compensati da:

  • Affitti studio più costosi
  • Costo della vita superiore
  • Maggiore concorrenza
  • Costi di rappresentanza più elevati

Un avvocato in una città media del Friuli-Venezia Giulia con 40.000 euro di reddito potrebbe avere un tenore di vita migliore di uno a Milano con 55.000 euro.

Calcolo dal Lordo al Netto

Vediamo come calcolare il guadagno netto di un avvocato partendo dal fatturato lordo. Per i dettagli sui contributi, consulta la guida ai Contributi Cassa Forense 2026.

Esempio 1: Avvocato forfettario con 40.000 euro

VoceCalcoloImporto
Fatturato lordo annuo–40.000 euro
Reddito imponibile (78%)40.000 x 78%31.200 euro
(-) Contributo soggettivo CF31.200 x 15%-4.680 euro
(-) Contributo integrativo CF40.000 x 4% (ma lo paga il cliente)0 euro*
(-) Contributo maternitàFisso-90 euro
Imponibile per imposta31.200 – 4.68026.520 euro
(-) Imposta sostitutiva 15%26.520 x 15%-3.978 euro
(-) Commercialista–-800 euro
(-) Quota Ordine + assicurazione–-700 euro
NETTO DISPONIBILE–~29.752 euro

*Il contributo integrativo 4% viene addebitato al cliente, quindi non è un costo per l’avvocato.

Rapporto netto/lordo: ~74% (29.752 / 40.000)

Esempio 2: Avvocato forfettario con 70.000 euro

VoceImporto
Fatturato lordo annuo70.000 euro
Reddito imponibile (78%)54.600 euro
(-) Contributo soggettivo CF (15%)-8.190 euro
(-) Contributo maternità-90 euro
Imponibile per imposta46.320 euro
(-) Imposta sostitutiva 15%-6.948 euro
(-) Commercialista-1.000 euro
(-) Quota Ordine + assicurazione-800 euro
NETTO DISPONIBILE~52.972 euro

Rapporto netto/lordo: ~76% (52.972 / 70.000)

Esempio 3: Neoabilitato con 20.000 euro (aliquota 5%)

VoceImporto
Fatturato lordo annuo20.000 euro
Reddito imponibile (78%)15.600 euro
(-) Contributo soggettivo CF (minimo)-3.185 euro
(-) Contributo maternità-90 euro
Imponibile per imposta12.325 euro
(-) Imposta sostitutiva 5%-616 euro
(-) Commercialista-600 euro
(-) Quota Ordine + assicurazione-600 euro
NETTO DISPONIBILE~14.909 euro

Rapporto netto/lordo: ~75% (14.909 / 20.000)

Nota: I contributi minimi Cassa Forense pesano molto sui redditi bassi!

Forfettario vs Ordinario: Confronto

Quando conviene il regime ordinario rispetto al forfettario?

Confronto su 60.000 euro di fatturato

VoceForfettarioOrdinario*
Fatturato60.000 euro60.000 euro
Spese deducibili13.200 euro (22% fisso)15.000 euro (reali)
Reddito imponibile46.800 euro45.000 euro
Contributi CF~7.020 euro~6.750 euro
IRPEF/Imposta sost.~5.967 euro (15%)~9.500 euro (scaglioni)
IRAP0 euro~1.500 euro
Carico fiscale totale~12.987 euro~17.750 euro

*Ipotizzando 15.000 euro di spese reali deducibili.

In questo caso il forfettario conviene di quasi 5.000 euro.

Quando conviene il regime ordinario

  • Spese reali superiori al 35-40% del fatturato
  • Importanti detrazioni IRPEF (mutuo, spese mediche elevate)
  • Clienti aziendali che preferiscono fatture con IVA
  • Fatturato oltre 85.000 euro (obbligo)

Come Aumentare i Guadagni

Ecco le strategie più efficaci per aumentare i guadagni come avvocato:

1. Specializzarsi

Gli avvocati specializzati guadagnano in media il 30-50% in più dei generalisti. Scegli un’area con buona domanda e poca concorrenza nella tua zona.

2. Targetizzare clienti aziendali

Le aziende hanno budget più elevati, pagano più puntualmente e generano incarichi ricorrenti. Un cliente corporate vale spesso 10 clienti privati.

3. Sviluppare la rete di relazioni

Il networking è fondamentale: commercialisti, consulenti del lavoro, notai possono portare clienti qualificati.

4. Presenza online

Un sito web professionale e una buona presenza su LinkedIn possono generare nuovi clienti. Il marketing legale è sempre più importante.

5. Efficienza operativa

Software gestionali, automazione dei processi, delega delle attività routinarie: liberare tempo per l’attività ad alto valore aggiunto.

6. Formazione continua mirata

Investi in formazione su competenze richieste dal mercato: privacy/GDPR, compliance, diritto digitale, ecc.

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Domande Frequenti

Quanto guadagna un avvocato appena abilitato?

Un avvocato nei primi 3 anni di attività guadagna in media tra 10.000 e 25.000 euro lordi annui. Dopo tasse e contributi, il netto si aggira tra 6.000 e 16.000 euro. Molti devono integrare con altre attività o affiancamento in studi strutturati.

Quanto guadagna un avvocato al mese?

Dipende dall’esperienza. Un avvocato con 40.000 euro di fatturato annuo (netto ~30.000 euro) guadagna circa 2.500 euro netti al mese. Un senior con 80.000 euro di fatturato può arrivare a 4.000-4.500 euro netti mensili.

Gli avvocati penalisti guadagnano di più?

Dipende. I penalisti hanno redditi molto variabili: alcuni casi possono fruttare molto, altri poco. In media, i penalisti guadagnano meno degli avvocati d’affari o tributaristi, ma ci sono eccezioni importanti per chi segue casi di alto profilo.

Conviene fare l’avvocato nel 2026?

Dipende dalle aspettative. L’avvocatura offre autonomia e soddisfazioni professionali, ma richiede anni per raggiungere redditi soddisfacenti. In Italia c’è un eccesso di avvocati (circa 250.000), che comprime i redditi medi. La specializzazione e la qualità del servizio sono fondamentali per emergere.

Quanto costa diventare avvocato?

Tra laurea (5 anni), pratica (18 mesi) e avvio attività, il costo totale può superare i 50.000-80.000 euro considerando mancati guadagni, università, master, esami e costi iniziali P.IVA. Il break-even economico arriva mediamente dopo 5-7 anni dall’abilitazione.


Conclusione

I guadagni di un avvocato variano enormemente in base a esperienza, specializzazione e zona geografica. Il reddito mediano si attesta intorno ai 25.000 euro lordi, con ampie differenze tra chi inizia e chi ha consolidato la professione.

La chiave per guadagnare bene è specializzarsi, costruire una clientela di qualità e ottimizzare la gestione fiscale con il regime più conveniente.

Se hai bisogno di supporto per la gestione fiscale del tuo studio legale o per valutare il regime più conveniente, il CAF Centro Fiscale di Udine offre consulenze personalizzate per avvocati e liberi professionisti.

Articolo aggiornato a gennaio 2026. I dati sui redditi sono indicativi e basati su statistiche Cassa Forense e CNF. La situazione individuale può variare significativamente.

regime forfettario partita iva

I contributi previdenziali deducibili nel regime forfettario 2026 rappresentano l’unico vero strumento di risparmio fiscale a disposizione di chi opera con la flat tax. A differenza del regime forfettario ordinario dove i costi reali non vengono considerati, i contributi previdenziali godono di un trattamento speciale: si sottraggono direttamente dal reddito imponibile, riducendo la base su cui si calcola l’imposta sostitutiva del 15% (o del 5% per le nuove attività). In questa guida completa scoprirai come funziona la deduzione dei contributi previdenziali, quanto puoi risparmiare concretamente e come evitare gli errori più comuni nella dichiarazione delle spese deducibili.

Indice dei contenuti

  1. Perché i contributi previdenziali sono l’unica deduzione nel forfettario
  2. Come funziona la deduzione dei contributi nel regime forfettario
  3. Contributi INPS Gestione Separata: aliquote e calcolo 2026
  4. Contributi INPS Commercianti e Artigiani nel forfettario
  5. Contributi Casse Professionali: ENPAM, Cassa Forense, INARCASSA
  6. Calcolo pratico: quanto risparmi deducendo i contributi
  7. Contributi versati in ritardo: sono deducibili?
  8. Contributi volontari e riscatto laurea nel forfettario
  9. Come indicare i contributi nel Quadro LM della dichiarazione
  10. Errore comune: contributi nel 730 se sei forfettario
  11. Strategia: conviene versare contributi aggiuntivi?
  12. Domande frequenti

Perché i contributi previdenziali sono l’unica deduzione nel regime forfettario

Il regime forfettario funziona in modo completamente diverso dal regime ordinario. Mentre nel sistema tradizionale puoi sottrarre tutte le spese sostenute per l’attività (affitto ufficio, cancelleria, utenze, software), nel forfettario i costi vengono determinati in modo forfettario attraverso il coefficiente di redditività. In pratica, lo Stato presume che tu abbia delle spese pari a una certa percentuale dei ricavi, e su quella base calcola il tuo reddito imponibile.

Questo significa che non puoi dedurre l’affitto dello studio, il costo del computer o le bollette del telefono. Tuttavia, c’è un’eccezione fondamentale: i contributi previdenziali obbligatori versati nell’anno si deducono dal reddito imponibile già determinato con il coefficiente. È una regola prevista dall’articolo 1, comma 64, della Legge 190/2014 (la legge istitutiva del regime forfettario) e confermata dalla circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 10/E del 2016.

Per capire meglio: se hai ricavi di 50.000 euro e il tuo coefficiente di redditività è del 78% (come per gli avvocati), il reddito lordo forfettario è 39.000 euro. Da qui puoi sottrarre i contributi previdenziali effettivamente versati nell’anno. Se hai pagato 10.000 euro di contributi alla Cassa Forense, il reddito imponibile scende a 29.000 euro, e su questa cifra paghi il 15% di imposta sostitutiva.

Come funziona la deduzione dei contributi nel regime forfettario

La deduzione dei contributi previdenziali nel regime forfettario segue un meccanismo preciso che è importante comprendere per evitare errori. Il punto chiave è questo: i contributi si deducono dal reddito imponibile, non dall’imposta. Questa distinzione è fondamentale.

Ecco come funziona il calcolo, passo dopo passo:

  1. Calcolo dei ricavi — somma di tutti i compensi/ricavi incassati nell’anno (criterio di cassa)
  2. Applicazione del coefficiente di redditività — ogni codice ATECO ha il suo (dal 40% al 86%)
  3. Reddito lordo forfettario = ricavi x coefficiente di redditività
  4. Sottrazione dei contributi previdenziali versati nell’anno
  5. Reddito imponibile netto = reddito lordo – contributi previdenziali
  6. Imposta sostitutiva = reddito imponibile netto x 15% (o 5%)

Un aspetto cruciale: i contributi previdenziali deducibili si sottraggono dal reddito e non dall’imposta. Questo significa che il risparmio effettivo non corrisponde all’intero importo dei contributi, ma alla percentuale dell’imposta sostitutiva applicata su quell’importo. Se versi 5.000 euro di contributi e paghi il 15% di imposta, il risparmio reale è di 750 euro (5.000 x 15%). Se sei nel regime agevolato al 5%, il risparmio scende a 250 euro.

Un’altra regola importante: se i contributi previdenziali superano il reddito forfettario, l’eccedenza non può essere portata in detrazione nel modello 730 o nel modello Redditi PF come reddito complessivo. L’eccedenza si perde, a meno che tu non abbia anche altri redditi soggetti a IRPEF ordinaria (ad esempio, un reddito da lavoro dipendente).

Contributi INPS Gestione Separata: aliquote e calcolo 2026

La Gestione Separata INPS è la cassa previdenziale di riferimento per i liberi professionisti senza cassa (consulenti, copywriter, web designer, formatori, traduttori e molte altre categorie). Nel 2026, le aliquote contributive della Gestione Separata sono:

  • 26,07% per i professionisti senza altra copertura previdenziale (aliquota piena)
  • 24% per chi ha già un’altra copertura previdenziale (ad esempio, un lavoro dipendente parallelo o iscrizione a un’altra cassa)

Questi contributi INPS si calcolano sul reddito imponibile forfettario (ricavi x coefficiente di redditività, prima della deduzione dei contributi stessi). Il calcolo avviene quindi in modo circolare: i contributi riducono il reddito, ma il reddito determina i contributi. Per questo motivo si utilizza una formula matematica che risolve il “circolo”.

Esempio pratico con Gestione Separata: Marco è un consulente informatico forfettario con ricavi di 40.000 euro e coefficiente di redditività del 78%. Il suo reddito lordo è 31.200 euro. Con l’aliquota del 26,07%, i contributi INPS ammontano a circa 6.437 euro (calcolati con la formula iterativa). Il reddito imponibile dopo la deduzione scende a 24.763 euro, su cui paga il 15% di imposta sostitutiva: 3.714 euro. Senza la deduzione, l’imposta sarebbe stata 4.680 euro. Il risparmio fiscale grazie alla deduzione dei contributi è di 966 euro.

Contributi INPS Commercianti e Artigiani nel forfettario

Chi esercita un’attività commerciale o artigianale nel regime forfettario è iscritto alla Gestione Commercianti o Artigiani INPS. Il sistema contributivo per queste categorie è diverso dalla Gestione Separata perché prevede un contributo minimo obbligatorio (i cosiddetti “minimali”), indipendentemente dal reddito effettivo.

Nel 2026, i parametri principali sono:

  • Contributo fisso annuo (minimali): circa 4.427 euro per i commercianti e circa 4.385 euro per gli artigiani (importi indicativi, aggiornati annualmente dall’INPS sulla base della variazione ISTAT)
  • Aliquota percentuale: 24,48% per gli artigiani e 24,48% per i commercianti (+ 0,48% di contributo maternità) sul reddito eccedente il minimale fino al massimale
  • Riduzione forfettaria del 35%: i forfettari possono richiedere una riduzione del 35% sia sui contributi fissi che sulla percentuale eccedente (art. 1, comma 77, Legge 190/2014)

La riduzione del 35% è un vantaggio esclusivo dei forfettari che può essere richiesta all’INPS tramite il cassetto previdenziale. Attenzione però: questa riduzione comporta un accredito contributivo proporzionalmente inferiore ai fini pensionistici. Chi la sceglie accumula meno contributi per la pensione futura.

Tutti i contributi versati alla Gestione Commercianti o Artigiani, sia i minimali che l’eventuale percentuale eccedente, sono interamente deducibili dal reddito forfettario. Anche i contributi versati con la riduzione del 35% sono deducibili per l’importo effettivamente pagato.

Contributi Casse Professionali: ENPAM, Cassa Forense, INARCASSA

I professionisti iscritti a un albo professionale (medici, avvocati, architetti, ingegneri, psicologi, commercialisti, geometri, infermieri) versano i contributi alla propria cassa di previdenza e non all’INPS. Anche questi contributi previdenziali sono interamente deducibili nel regime forfettario, seguendo le stesse regole dei contributi INPS.

Ecco le principali casse professionali e le aliquote indicative per il 2026:

  • Cassa Forense (avvocati): contributo soggettivo del 15% sul reddito professionale + contributo integrativo del 4% (quest’ultimo addebitato al cliente in fattura)
  • ENPAM (medici e odontoiatri): Quota A fissa annua (circa 1.500-3.000 euro in base all’età) + Quota B proporzionale (aliquota variabile dal 2% al 24,5%)
  • INARCASSA (architetti e ingegneri): contributo soggettivo del 14,5% + contributo integrativo del 4%
  • ENPAP (psicologi): contributo soggettivo del 10% + contributo integrativo del 2%
  • CIPAG (geometri): contributo soggettivo del 18% circa + contributo integrativo
  • ENPAPI (infermieri): contributo soggettivo del 16% + contributo integrativo del 4%
  • Cassa Dottori Commercialisti (CNPADC): contributo soggettivo dal 12% al 100% del reddito + contributo integrativo del 4%

Attenzione alla distinzione: il contributo soggettivo è sempre deducibile perché è a carico del professionista. Il contributo integrativo (il famoso 4% o 2% in fattura) è generalmente a carico del cliente e non è deducibile dal reddito del professionista, salvo specifiche eccezioni previste dallo statuto della cassa. Consulta sempre il regolamento della tua cassa o rivolgiti al CAF Centro Fiscale di Udine per un chiarimento personalizzato.

Calcolo pratico: quanto risparmi deducendo i contributi

Vediamo con esempi concreti quanto si risparmia grazie alla deduzione dei contributi previdenziali nel regime forfettario 2026. Ricorda: il risparmio è pari ai contributi moltiplicati per l’aliquota dell’imposta sostitutiva (15% o 5%).

Esempio 1: Consulente con Gestione Separata (aliquota 15%)

  • Ricavi annui: 45.000 euro
  • Coefficiente di redditività: 78%
  • Reddito lordo: 35.100 euro
  • Contributi INPS versati (26,07%): circa 7.246 euro
  • Reddito imponibile: 35.100 – 7.246 = 27.854 euro
  • Imposta sostitutiva (15%): 4.178 euro
  • Senza deduzione, l’imposta sarebbe: 35.100 x 15% = 5.265 euro
  • Risparmio fiscale: 1.087 euro

Esempio 2: Avvocato con Cassa Forense (aliquota 15%)

  • Ricavi annui: 60.000 euro
  • Coefficiente di redditività: 78%
  • Reddito lordo: 46.800 euro
  • Contributi Cassa Forense versati (soggettivo 15%): circa 7.020 euro
  • Reddito imponibile: 46.800 – 7.020 = 39.780 euro
  • Imposta sostitutiva (15%): 5.967 euro
  • Senza deduzione: 46.800 x 15% = 7.020 euro
  • Risparmio fiscale: 1.053 euro

Esempio 3: Nuova attività con aliquota agevolata al 5%

  • Ricavi annui: 30.000 euro
  • Coefficiente di redditività: 67%
  • Reddito lordo: 20.100 euro
  • Contributi INPS versati: circa 4.148 euro
  • Reddito imponibile: 20.100 – 4.148 = 15.952 euro
  • Imposta sostitutiva (5%): 798 euro
  • Senza deduzione: 20.100 x 5% = 1.005 euro
  • Risparmio fiscale: 207 euro

Come puoi notare, il risparmio è proporzionalmente maggiore per chi paga il 15% rispetto a chi gode dell’aliquota agevolata del 5%. In ogni caso, la deduzione dei contributi previdenziali è sempre conveniente e non va mai dimenticata nella dichiarazione dei redditi.

Contributi versati in ritardo: sono deducibili?

Una domanda molto frequente riguarda i contributi previdenziali versati in ritardo: sono comunque deducibili nel regime forfettario? La risposta è sì, con alcune precisazioni importanti.

Il principio fondamentale è il criterio di cassa: i contributi sono deducibili nell’anno in cui vengono effettivamente pagati, indipendentemente dal periodo di competenza. Questo significa che:

  • Se paghi nel 2026 i contributi relativi al 2025 (perché eri in ritardo), li deduci nella dichiarazione dei redditi 2026 (anno di imposta 2026)
  • Se paghi una rateizzazione INPS con più rate nell’anno, deduci solo le rate effettivamente versate in quell’anno
  • Se paghi sanzioni e interessi per ritardato pagamento, questi non sono deducibili — solo la quota capitale dei contributi è ammessa alla deduzione

Anche i contributi pagati tramite cartella esattoriale (perché non versati spontaneamente) mantengono la deducibilità per la parte relativa ai contributi veri e propri, escludendo sanzioni, interessi e aggio di riscossione.

Contributi volontari e riscatto laurea nel forfettario

Oltre ai contributi obbligatori, esistono altre forme di contribuzione previdenziale che meritano un approfondimento per chi opera nel regime forfettario.

Contributi volontari INPS

I contributi volontari sono versamenti che il lavoratore autonomo può effettuare per coprire periodi non lavorati o per integrare la posizione previdenziale. Nel regime forfettario, i contributi volontari autorizzati dall’INPS sono deducibili dal reddito forfettario, a condizione che siano relativi alla propria posizione previdenziale.

Riscatto della laurea

Il riscatto della laurea è un tema complesso per i forfettari. I contributi versati per il riscatto degli anni di studio universitario sono tecnicamente contributi previdenziali e quindi dovrebbero essere deducibili. Tuttavia, la deducibilità dipende dalla gestione previdenziale:

  • Se il riscatto è nella stessa gestione (es. Gestione Separata INPS) dove versi i contributi da forfettario, è deducibile dal reddito forfettario
  • Se il riscatto è in una gestione diversa (es. riscatto nella gestione dipendenti per un ex lavoratore subordinato ora forfettario), la questione è controversa. La prassi dell’Agenzia delle Entrate tende a considerarli deducibili dal reddito complessivo IRPEF, ma non dal reddito forfettario

Dato che il regime forfettario prevede un’imposta sostitutiva che esclude il reddito dalla base imponibile IRPEF, chi non ha altri redditi IRPEF rischia di perdere la deducibilità del riscatto laurea in una gestione diversa. È un caso in cui rivolgersi al CAF Centro Fiscale di Udine può fare la differenza per ottimizzare la scelta.

Come indicare i contributi nel Quadro LM della dichiarazione

I contributi previdenziali deducibili nel regime forfettario si indicano nel Quadro LM del Modello Redditi Persone Fisiche. Ecco i passaggi pratici:

  1. Rigo LM22 (colonna 1): indica il totale dei ricavi o compensi percepiti nell’anno
  2. Rigo LM34: il reddito lordo calcolato applicando il coefficiente di redditività
  3. Rigo LM35: qui si indicano i contributi previdenziali deducibili — l’importo totale dei contributi obbligatori versati nell’anno di imposta (criterio di cassa)
  4. Rigo LM36: il reddito netto (rigo LM34 meno rigo LM35) su cui si calcola l’imposta sostitutiva
  5. Rigo LM37 o LM38: l’imposta sostitutiva calcolata (15% o 5%)

Documenti da conservare: per giustificare la deduzione dei contributi, conserva le ricevute di pagamento dei contributi INPS (modelli F24) o le attestazioni della cassa professionale. L’INPS mette a disposizione nel cassetto previdenziale la situazione dei contributi versati, che può servire come riscontro.

Eccedenza contributi: se l’importo dei contributi previdenziali (rigo LM35) supera il reddito lordo (rigo LM34), il reddito netto al rigo LM36 sarà pari a zero. L’eccedenza dei contributi non può essere riportata negli anni successivi nel Quadro LM, ma se hai altri redditi soggetti a IRPEF, puoi dedurla nel Quadro RP (sezione II, rigo RP21) dal reddito complessivo.

Errore comune: contributi nel 730 se sei forfettario

Uno degli errori più frequenti tra i forfettari riguarda il tentativo di dedurre i contributi previdenziali nel modello 730. Chiariamo subito: se sei un forfettario e il tuo unico reddito è quello dell’attività in regime forfettario, non puoi usare il 730.

Il regime forfettario prevede un’imposta sostitutiva che sostituisce IRPEF, IRAP e addizionali. Di conseguenza, il reddito forfettario non concorre al reddito complessivo IRPEF. Il modello 730 si usa per dichiarare redditi soggetti a IRPEF (lavoro dipendente, pensione, fabbricati, ecc.), e le deduzioni/detrazioni nel 730 funzionano solo su redditi IRPEF.

Ecco gli scenari possibili:

  • Solo reddito forfettario: usi il Modello Redditi PF con il Quadro LM. I contributi li deduci al rigo LM35. Non presenti il 730.
  • Reddito forfettario + reddito dipendente/pensione: presenti sia il Modello Redditi PF (Quadro LM per il forfettario) sia il 730 (per il reddito dipendente). I contributi relativi all’attività forfettaria li deduci nel Quadro LM. L’eventuale eccedenza può andare nel 730 (Quadro E/RP).
  • Reddito forfettario + redditi da fabbricati: usi il Modello Redditi PF completo, con Quadro LM per il forfettario e Quadro RB per i fabbricati.

Attenzione: un errore nella collocazione dei contributi previdenziali deducibili può generare incongruenze nella dichiarazione e controlli da parte dell’Agenzia delle Entrate. Per evitare problemi, affidati a un professionista o al CAF Centro Fiscale per la compilazione.

Strategia: conviene versare contributi aggiuntivi per abbattere il reddito?

Dato che i contributi previdenziali sono l’unica deduzione possibile nel regime forfettario, può sorgere una domanda strategica: conviene versare contributi aggiuntivi per ridurre il reddito imponibile?

La risposta dipende dalla tua situazione specifica. Ecco un’analisi dei pro e contro:

Quando potrebbe convenire

  • Sei vicino alla pensione e vuoi aumentare il montante contributivo per migliorare l’assegno pensionistico futuro
  • Hai redditi elevati (vicino agli 85.000 euro di ricavi) e ogni euro di deduzione aiuta a mantenere il carico fiscale sotto controllo
  • Vuoi riscattare la laurea nella stessa gestione previdenziale per un doppio vantaggio: deduzione + anni di contribuzione
  • La tua cassa professionale prevede contribuzione volontaria aggiuntiva con vantaggi previdenziali significativi

Quando non conviene

  • Hai appena aperto la partita IVA e sei al 5%: il risparmio fiscale è minimo (solo 5% dei contributi aggiuntivi)
  • Hai bisogno di liquidità: i contributi versati non sono recuperabili nel breve periodo
  • Il rendimento previdenziale è basso: in alcune casse professionali, il rendimento dei contributi volontari è inferiore a quello di investimenti alternativi

In termini numerici, se paghi il 15% di imposta sostitutiva, ogni 1.000 euro di contributi aggiuntivi ti fa risparmiare 150 euro di tasse. Se paghi il 5%, il risparmio è solo di 50 euro. La convenienza va quindi valutata anche in ottica previdenziale, non solo fiscale. Un consulto presso il CAF Centro Fiscale di Udine può aiutarti a simulare gli scenari e scegliere la strategia più adatta al tuo caso.

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Domande frequenti sui contributi previdenziali deducibili nel forfettario

Quali contributi posso dedurre nel regime forfettario?

Puoi dedurre tutti i contributi previdenziali obbligatori versati nell’anno: contributi INPS (Gestione Separata, Commercianti, Artigiani) e contributi alle casse professionali (Cassa Forense, ENPAM, INARCASSA, ecc.). Sono deducibili anche i contributi per maternità e i contributi volontari autorizzati.

I contributi si deducono dal reddito o dall’imposta?

Si deducono dal reddito imponibile, non dall’imposta. Questo significa che il risparmio effettivo è pari all’importo dei contributi moltiplicato per l’aliquota dell’imposta sostitutiva (15% o 5%). Ad esempio, 8.000 euro di contributi con aliquota 15% generano un risparmio di 1.200 euro.

Posso dedurre i contributi previdenziali nel 730 se sono forfettario?

No, se il tuo unico reddito è quello da attività forfettaria. I contributi vanno indicati nel Quadro LM del Modello Redditi PF. Solo se hai anche redditi IRPEF (lavoro dipendente, pensione) puoi eventualmente dedurre l’eccedenza nel 730.

Cosa succede se i contributi superano il reddito forfettario?

Se i contributi previdenziali superano il reddito lordo forfettario, il reddito imponibile diventa zero e non paghi imposta sostitutiva. L’eccedenza non si riporta agli anni successivi nel Quadro LM, ma può essere dedotta dal reddito complessivo IRPEF se hai altri redditi.

Il contributo integrativo del 4% in fattura è deducibile?

Generalmente no. Il contributo integrativo (4% o 2% a seconda della cassa) è addebitato al cliente ed è un onere a suo carico. È deducibile solo il contributo soggettivo, cioè quello a carico del professionista. Fanno eccezione alcune casse con regolamenti specifici.

Come faccio a sapere quanto ho versato di contributi nell’anno?

Per i contributi INPS, accedi al cassetto previdenziale su inps.it dove trovi il riepilogo dei versamenti. Per le casse professionali, consulta l’area riservata del sito della tua cassa o richiedi l’attestazione annuale. I modelli F24 con cui hai effettuato i pagamenti sono la prova documentale da conservare.

Conclusione

I contributi previdenziali deducibili rappresentano il principale e unico strumento di risparmio fiscale nel regime forfettario 2026. Che tu sia un professionista iscritto a una cassa, un commerciante, un artigiano o un collaboratore con Gestione Separata INPS, conoscere il meccanismo della deduzione ti permette di ottimizzare il carico fiscale e evitare errori nella dichiarazione dei redditi.

Ricorda i punti chiave: i contributi si deducono dal reddito (non dall’imposta), valgono quelli effettivamente pagati nell’anno (criterio di cassa), e vanno indicati nel Quadro LM del Modello Redditi PF. Se hai dubbi sulla deducibilità di contributi specifici (riscatto laurea, contributi volontari, contributi in ritardo), non improvvisare: una consulenza professionale può farti risparmiare molto di più di quanto costa.

Hai bisogno di aiuto con la deduzione dei contributi previdenziali?

Il CAF Centro Fiscale di Udine ti assiste nella compilazione della dichiarazione dei redditi, verificando che tutti i contributi previdenziali siano correttamente dedotti per massimizzare il tuo risparmio fiscale.

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    regime forfettario partita iva

    Chiudere la partita IVA con regime forfettario è una decisione importante che molti professionisti e freelance si trovano ad affrontare nel 2026. Che tu stia valutando di tornare al lavoro dipendente, che la tua attività non sia più redditizia, o che tu voglia semplicemente cessare l’attività autonoma, è fondamentale conoscere la procedura corretta, i costi (spoiler: la chiusura è gratuita) e tutti gli adempimenti finali da completare. In questa guida ti spieghiamo passo dopo passo come chiudere la partita IVA forfettaria nel 2026, cosa succede ai contributi INPS, come gestire le fatture ancora da incassare e se è possibile richiedere la NASpI dopo la chiusura.

    Indice dei contenuti

    1. Quando conviene chiudere la partita IVA forfettaria
    2. Procedura online: modello AA9/12 e SPID
    3. Tempistiche: entro quando comunicare la chiusura
    4. Costi della chiusura: quanto si paga
    5. Cosa succede ai contributi INPS (Gestione Separata)
    6. Professionisti con cassa previdenziale propria
    7. Adempimenti fiscali finali dopo la chiusura
    8. Fatture emesse ma non ancora incassate
    9. Chiusura partita IVA e NASpI: si può avere la disoccupazione?
    10. Si può riaprire la partita IVA come forfettario?
    11. Errori da evitare quando si chiude la partita IVA
    12. Domande frequenti (FAQ)

    Quando conviene chiudere la partita IVA forfettaria

    La decisione di chiudere la partita IVA con regime forfettario può dipendere da diverse situazioni. Non esiste un obbligo di chiusura legato al fatturato zero, ma ci sono circostanze in cui mantenere aperta la posizione fiscale diventa controproducente o addirittura costoso.

    Il primo caso è l’inattività prolungata: se non emetti fatture da diversi mesi e non prevedi di riprendere l’attività nel breve periodo, mantenere la partita IVA aperta comporta comunque l’obbligo di versare i contributi INPS minimi alla Gestione Separata o alla tua cassa di previdenza. Anche se il regime forfettario non prevede un minimale contributivo fisso per la Gestione Separata (i contributi sono proporzionali al reddito), alcune casse professionali richiedono un contributo minimo annuale indipendentemente dal fatturato.

    Il secondo scenario frequente è il passaggio al lavoro dipendente. Quando si trova un’occupazione stabile, molti professionisti preferiscono chiudere la partita IVA per semplificare la propria posizione fiscale. In questo caso, è importante sapere che il forfettario è compatibile con il lavoro dipendente, purché il reddito da lavoro dipendente non superi i 30.000 euro lordi annui (una delle cause ostative del regime forfettario). Se il nuovo stipendio supera questa soglia, la chiusura diventa comunque obbligatoria per l’anno successivo.

    Altre situazioni in cui conviene valutare la chiusura includono:

    • Cambio di regime fiscale: se i tuoi ricavi superano gli 85.000 euro e devi passare al regime ordinario, potresti decidere di chiudere e riaprire con una forma giuridica diversa (ad esempio una SRL)
    • Pensionamento: quando si va in pensione e non si intende proseguire l’attività
    • Trasferimento all’estero: chi sposta la residenza fiscale fuori dall’Italia deve chiudere la partita IVA italiana
    • Attività non più sostenibile economicamente: se le spese superano costantemente i ricavi

    Procedura online per chiudere la partita IVA forfettaria: modello AA9/12

    La chiusura della partita IVA avviene tramite la presentazione del modello AA9/12 (per le persone fisiche) all’Agenzia delle Entrate. Questo modello, lo stesso utilizzato per l’apertura e le variazioni, contiene una sezione specifica dedicata alla cessazione dell’attività.

    La procedura più rapida e comoda è quella online tramite i servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate. Ecco i passaggi da seguire:

    1. Accedi al portale dell’Agenzia delle Entrate tramite SPID, CIE (Carta d’Identità Elettronica) o CNS (Carta Nazionale dei Servizi) all’indirizzo agenziaentrate.gov.it
    2. Vai nella sezione “Servizi” – “Dichiarazioni” – “Dichiarazione di inizio attività, variazione dati o cessazione attività”
    3. Seleziona “Cessazione attività” e compila il modello AA9/12
    4. Indica la data di cessazione effettiva dell’attività (non la data di invio del modulo)
    5. Inserisci il codice ATECO della tua attività
    6. Conferma e invia telematicamente
    7. Conserva la ricevuta di avvenuta presentazione

    In alternativa alla procedura online, puoi presentare il modello AA9/12 anche:

    • Di persona presso un qualsiasi ufficio dell’Agenzia delle Entrate, portando un documento di identità valido
    • Tramite raccomandata A/R all’ufficio competente, allegando una fotocopia del documento di identità
    • Tramite un intermediario abilitato (commercialista, CAF) con delega

    Se hai bisogno di assistenza per la compilazione del modello e la gestione di tutti gli adempimenti successivi, il CAF Centro Fiscale di Udine può aiutarti a completare la procedura in modo corretto, evitando errori che potrebbero causare problemi con il Fisco.

    Tempistiche: entro quando comunicare la chiusura della partita IVA

    La legge prevede un termine preciso per comunicare la cessazione dell’attività all’Agenzia delle Entrate: il modello AA9/12 deve essere presentato entro 30 giorni dalla data di effettiva cessazione dell’attività. Questo significa che se il tuo ultimo giorno di attività è il 15 aprile 2026, hai tempo fino al 15 maggio 2026 per inviare la comunicazione.

    Cosa succede se non rispetti i 30 giorni? La presentazione tardiva del modello comporta una sanzione amministrativa che va da 500 a 2.000 euro (art. 5, comma 6, D.Lgs. 471/1997). Tuttavia, è possibile regolarizzare la posizione con il ravvedimento operoso, pagando una sanzione ridotta:

    • Entro 30 giorni dalla scadenza: sanzione ridotta a 1/10 del minimo (55,56 euro circa)
    • Entro 90 giorni: sanzione ridotta a 1/9 del minimo
    • Entro 1 anno: sanzione ridotta a 1/8 del minimo

    È importante sottolineare che la data di cessazione indicata nel modello è quella che conta ai fini fiscali e contributivi. Tutti gli adempimenti successivi (ultima dichiarazione dei redditi, saldo contributi) fanno riferimento a questa data, non alla data di invio del modulo.

    Costi della chiusura partita IVA forfettaria: quanto si paga

    Ecco una buona notizia: chiudere la partita IVA è completamente gratuito. La presentazione del modello AA9/12 all’Agenzia delle Entrate non comporta alcun costo, né imposte di bollo, né diritti di segreteria. Questo vale sia per la procedura online che per quella in presenza.

    A differenza di quanto molti pensano, non esiste alcuna “tassa di chiusura” o costo amministrativo legato alla cessazione della partita IVA. L’unico costo che potresti sostenere è l’onorario del commercialista o del CAF se decidi di farti assistere nella procedura e nella gestione degli adempimenti finali.

    Attenzione però: “chiusura gratuita” non significa “nessun costo in assoluto”. Dovrai comunque versare:

    • Saldo contributi INPS proporzionali al reddito dell’ultimo periodo di attività
    • Imposta sostitutiva (5% o 15%) sui redditi prodotti fino alla data di cessazione
    • Eventuali contributi alla cassa previdenziale (per professionisti iscritti a un ordine)

    Questi non sono costi di chiusura, ma obblighi fiscali ordinari legati all’ultimo periodo di attività. Li vedremo nel dettaglio nelle prossime sezioni.

    Cosa succede ai contributi INPS (Gestione Separata) dopo la chiusura

    La gestione dei contributi previdenziali è uno degli aspetti più importanti quando si chiude la partita IVA forfettaria. Il trattamento varia a seconda che tu sia iscritto alla Gestione Separata INPS o a una cassa professionale.

    Per chi è iscritto alla Gestione Separata INPS (la maggior parte dei forfettari senza cassa di categoria), ecco cosa succede:

    • I contributi INPS sono proporzionali al reddito: si pagano solo in proporzione ai ricavi effettivamente prodotti fino alla data di cessazione
    • L’aliquota contributiva 2026 per la Gestione Separata è del 26,07% (per chi non ha altra copertura previdenziale) applicata sul reddito imponibile forfettario
    • Il saldo contributivo dell’ultimo periodo va versato con il modello F24 alle scadenze ordinarie (30 giugno dell’anno successivo, o 30 luglio con maggiorazione dello 0,40%)
    • Non esistono contributi minimi nella Gestione Separata: se hai fatturato zero, non devi versare nulla

    Facciamo un esempio pratico: supponiamo che Marco, consulente informatico forfettario con coefficiente di redditività del 78%, chiuda la partita IVA il 30 giugno 2026 dopo aver fatturato 15.000 euro. Il suo reddito imponibile sarà 15.000 x 78% = 11.700 euro. I contributi INPS dovuti saranno 11.700 x 26,07% = 3.050,19 euro, da versare con il saldo della dichiarazione dei redditi 2027 (relativa all’anno 2026).

    Dopo la chiusura, ricorda di presentare la cancellazione dalla Gestione Separata all’INPS. La cancellazione avviene solitamente in automatico con la chiusura della partita IVA, ma è buona prassi verificare la propria posizione nel Cassetto Previdenziale INPS accedendo con SPID.

    Professionisti con cassa previdenziale propria

    Se sei un professionista iscritto a un ordine (avvocato, architetto, ingegnere, psicologo, medico, geometra), i tuoi contributi non vanno alla Gestione Separata INPS ma alla cassa previdenziale di categoria. In questo caso, la chiusura della partita IVA richiede adempimenti aggiuntivi.

    Ecco cosa fare:

    1. Comunica la cessazione alla cassa previdenziale: ogni cassa ha le proprie modalità e tempistiche. Ad esempio, la Cassa Forense richiede una comunicazione entro 30 giorni, mentre INARCASSA (architetti e ingegneri) prevede la cancellazione contestuale alla cessazione dell’attività
    2. Verifica il saldo contributivo: la maggior parte delle casse previdenziali prevede un contributo minimo annuale indipendente dal reddito. Dovrai versare il contributo minimo proporzionato ai mesi di iscrizione nell’anno di cessazione
    3. Richiedi la ricongiunzione o totalizzazione: se hai versato contributi in più gestioni (ad esempio prima come dipendente e poi come professionista), valuta la possibilità di ricongiunzione contributiva per unificare i periodi ai fini pensionistici

    Importante: la cancellazione dall’ordine professionale è un passaggio separato dalla chiusura della partita IVA. Se vuoi mantenere l’iscrizione all’albo senza esercitare la professione, dovrai comunque pagare la quota associativa annuale, ma non i contributi previdenziali alla cassa (nella maggior parte dei casi).

    Adempimenti fiscali finali dopo la chiusura della partita IVA

    Chiudere la partita IVA non significa aver concluso tutti gli obblighi con il Fisco. Ci sono alcuni adempimenti fiscali finali che devi completare anche dopo la cessazione dell’attività:

    Ultima dichiarazione dei redditi: dovrai presentare la dichiarazione dei redditi (modello Redditi PF) relativa all’anno in cui hai chiuso la partita IVA. In questa dichiarazione inserirai i ricavi prodotti dall’1 gennaio alla data di cessazione, applicando il coefficiente di redditività del tuo codice ATECO e l’imposta sostitutiva al 5% o al 15%. La scadenza è la stessa di sempre: 30 novembre dell’anno successivo.

    Versamento imposta sostitutiva e contributi: il saldo dell’imposta sostitutiva e dei contributi INPS va versato con modello F24 entro il 30 giugno dell’anno successivo (con possibilità di rateizzazione). Per i forfettari i codici tributo sono:

    • 1792 – Imposta sostitutiva regime forfettario – Saldo
    • 1793 – Imposta sostitutiva regime forfettario – Primo acconto
    • 1794 – Imposta sostitutiva regime forfettario – Secondo acconto

    Nessun acconto per l’anno successivo: dato che hai cessato l’attività, non dovrai versare acconti per l’anno seguente. Se hai già versato acconti durante l’anno di cessazione, potrai recuperare l’eccedenza in sede di dichiarazione dei redditi.

    IVA: chi è in regime forfettario non addebita IVA in fattura e quindi non deve presentare la dichiarazione IVA né versare alcun saldo IVA. Questo è un vantaggio del forfettario anche in fase di chiusura.

    Fatture emesse ma non ancora incassate: come gestirle

    Un dubbio molto comune riguarda le fatture emesse prima della chiusura ma non ancora incassate. Il regime forfettario funziona con il principio di cassa: i ricavi si considerano prodotti nel momento in cui vengono effettivamente incassati, non quando la fattura viene emessa.

    Questo crea una situazione particolare in caso di chiusura. Ecco come gestirla:

    • Fatture incassate prima della chiusura: rientrano normalmente nel reddito dell’ultimo anno di attività e saranno soggette all’imposta sostitutiva forfettaria
    • Fatture incassate dopo la chiusura: questi importi vanno dichiarati nella dichiarazione dei redditi dell’anno in cui vengono effettivamente percepiti, come redditi diversi (art. 67, comma 1, lett. l, TUIR). Non saranno più soggetti all’imposta sostitutiva forfettaria ma all’IRPEF ordinaria
    • Fatture non incassabili (crediti inesigibili): se hai certezza che il cliente non pagherà, puoi emettere una nota di credito prima della chiusura per azzerare il credito

    Il consiglio pratico è di cercare di incassare tutte le fatture in sospeso prima di chiudere la partita IVA. In questo modo beneficerai ancora della tassazione agevolata forfettaria (5% o 15%) anziché dell’IRPEF ordinaria con aliquote progressive (dal 23% al 43%).

    Se hai fatture di importo significativo ancora da incassare, potrebbe essere strategico posticipare la chiusura di qualche settimana o mese, in attesa dei pagamenti. Un commercialista o il CAF Centro Fiscale può aiutarti a calcolare la convenienza economica di questa scelta.

    Chiusura partita IVA e NASpI: si può avere la disoccupazione?

    La NASpI (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego) è l’indennità di disoccupazione erogata dall’INPS. Molti si chiedono se sia possibile riceverla dopo aver chiuso la partita IVA forfettaria. La risposta dipende dalla tua situazione lavorativa precedente.

    Caso 1: Avevi un lavoro dipendente prima o durante l’attività autonoma

    Se hai perso involontariamente un lavoro dipendente e hai i requisiti contributivi (almeno 13 settimane di contributi nei 4 anni precedenti e 30 giornate di lavoro effettivo nei 12 mesi precedenti), puoi richiedere la NASpI. La chiusura della partita IVA forfettaria non preclude il diritto alla NASpI se la perdita del lavoro dipendente è il motivo scatenante.

    Anzi, se avevi una partita IVA aperta durante la NASpI, il reddito presunto da attività autonoma comportava una riduzione dell’indennità. Chiudendo la partita IVA, la NASpI viene erogata per intero.

    Caso 2: Eri solo lavoratore autonomo (mai dipendente)

    Se hai lavorato esclusivamente come lavoratore autonomo con partita IVA, purtroppo non hai diritto alla NASpI. L’indennità di disoccupazione è riservata ai lavoratori subordinati. Per i lavoratori autonomi iscritti alla Gestione Separata esisteva il DIS-COLL, ma era destinato ai collaboratori coordinati e continuativi, non ai titolari di partita IVA.

    Esiste però una possibilità interessante: la NASpI anticipata per avvio attività funziona al contrario. Chi percepisce la NASpI può chiedere la liquidazione anticipata in un’unica soluzione per aprire una partita IVA. Se poi l’attività non va a buon fine e la chiudi entro la durata originaria della NASpI, dovrai restituire l’importo anticipato.

    Si può riaprire la partita IVA come forfettario dopo averla chiusa?

    Sì, è possibile riaprire la partita IVA e aderire nuovamente al regime forfettario, purché al momento della riapertura tu possieda tutti i requisiti previsti e non ricada in nessuna delle cause ostative. Non esiste un periodo minimo di attesa tra chiusura e riapertura.

    Tuttavia, c’è un aspetto importante che riguarda l’aliquota agevolata al 5%. Questa aliquota ridotta (invece del 15%) spetta ai primi 5 anni di attività per chi avvia una nuova attività. Se riapri la partita IVA con la stessa attività (stesso codice ATECO) che avevi prima, l’Agenzia delle Entrate potrebbe considerarla una prosecuzione e non una nuova attività, escludendoti dall’aliquota al 5%.

    Le condizioni per l’aliquota al 5% prevedono che:

    • Non devi aver esercitato, nei 3 anni precedenti, attività artistica, professionale o d’impresa (anche in forma associata o familiare)
    • L’attività non deve essere una mera prosecuzione di un’attività precedentemente svolta come dipendente o autonomo
    • Se prosegui l’attività di un altro soggetto, i ricavi dell’anno precedente non devono superare i limiti previsti

    In pratica, se chiudi la partita IVA come consulente informatico nel 2026 e ne riapri una come consulente informatico nel 2027, molto probabilmente non potrai applicare il 5% ma dovrai usare il 15%. Se invece riapri con un codice ATECO diverso e un’attività effettivamente nuova, potresti avere diritto all’aliquota ridotta.

    Errori da evitare quando si chiude la partita IVA forfettaria

    Chiudere la partita IVA sembra un’operazione semplice, ma ci sono diversi errori comuni che possono causare problemi, sanzioni o perdite economiche. Ecco i principali da evitare:

    • Non comunicare la chiusura entro 30 giorni: come abbiamo visto, il ritardo comporta sanzioni da 500 a 2.000 euro. Non dimenticare di inviare il modello AA9/12
    • Dimenticare il saldo dei contributi: anche dopo la chiusura, i contributi INPS o alla cassa professionale restano dovuti per il periodo di attività. Il mancato pagamento genera cartelle esattoriali con interessi e sanzioni
    • Non presentare l’ultima dichiarazione dei redditi: molti pensano che chiudendo la partita IVA non serva più dichiarare i redditi dell’ultimo anno. Sbagliato: la dichiarazione è obbligatoria
    • Chiudere con fatture in sospeso senza valutare l’impatto fiscale: gli incassi post-chiusura saranno tassati con IRPEF ordinaria e non con l’imposta sostitutiva forfettaria
    • Non comunicare alla cassa previdenziale: se sei iscritto a una cassa di categoria, la chiusura della partita IVA all’Agenzia delle Entrate non viene automaticamente comunicata alla cassa. Devi farlo tu
    • Chiudere solo per evitare i contributi minimi: prima di chiudere, valuta se esistono riduzioni contributive (ad esempio il regime agevolato INPS Artigiani/Commercianti con riduzione del 35%)
    • Non cancellare eventuali posizioni INAIL: se avevi un’assicurazione INAIL attiva, devi comunicare anche la cessazione a questo ente

    Per evitare dimenticanze, il consiglio è di affidarsi a un professionista o al CAF Centro Fiscale che possa guidarti attraverso tutti i passaggi e verificare che nessun adempimento venga trascurato.

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    Il CAF Centro Fiscale di Udine offre l’apertura e gestione della partita IVA in regime forfettario o ordinario. Riceviamo su appuntamento nelle nostre sedi di Udine e Cividale del Friuli oppure interamente online via WhatsApp. Contattaci per una consulenza o chiama il 0432 1638640.

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    Domande frequenti (FAQ) sulla chiusura della partita IVA forfettaria

    Quanto costa chiudere la partita IVA forfettaria?

    La chiusura della partita IVA è completamente gratuita. Non sono previsti bolli, diritti di segreteria o tasse di chiusura. L’unico eventuale costo è l’onorario di un commercialista o CAF se ti fai assistere nella procedura.

    Posso chiudere la partita IVA online da solo?

    Sì, puoi farlo in autonomia accedendo al sito dell’Agenzia delle Entrate con SPID, CIE o CNS e compilando il modello AA9/12 nella sezione cessazione. La procedura richiede pochi minuti se hai i dati necessari (codice ATECO, data di cessazione).

    Cosa succede se non chiudo la partita IVA e non fatturo?

    Se non fatturo per 3 anni consecutivi, l’Agenzia delle Entrate può procedere alla chiusura d’ufficio della partita IVA. Tuttavia, nel frattempo potresti accumulare obblighi dichiarativi e, per alcune casse previdenziali, contributi minimi da versare comunque. È sempre meglio chiudere formalmente quando si cessa l’attività.

    Posso riaprire la partita IVA forfettaria dopo averla chiusa?

    Sì, non ci sono limiti temporali. Puoi riaprirla anche il giorno dopo, purché tu abbia i requisiti. Attenzione però all’aliquota al 5%: se riapri con la stessa attività, potrebbe essere considerata una prosecuzione e non una nuova attività, perdendo l’agevolazione.

    Devo pagare contributi INPS anche dopo aver chiuso?

    Devi pagare il saldo contributivo relativo al periodo in cui la partita IVA era ancora aperta. Dopo la data di cessazione, non maturano più contributi. Il saldo va versato con le scadenze ordinarie (30 giugno dell’anno successivo).

    Le fatture incassate dopo la chiusura come vengono tassate?

    Le fatture emesse durante il regime forfettario ma incassate dopo la chiusura vanno dichiarate come redditi diversi nell’anno di effettivo incasso. Saranno soggette all’IRPEF ordinaria (aliquote dal 23% al 43%) e non più all’imposta sostitutiva forfettaria.


    Hai bisogno di assistenza per chiudere la partita IVA?

    Chiudere la partita IVA forfettaria richiede attenzione a diversi aspetti: dalla comunicazione all’Agenzia delle Entrate al saldo dei contributi, dalla gestione delle fatture in sospeso all’ultima dichiarazione dei redditi. Un errore in questa fase può costare caro in termini di sanzioni e tasse aggiuntive.

    Il CAF Centro Fiscale di Udine ti assiste in ogni fase della chiusura: compilazione del modello AA9/12, calcolo del saldo contributivo, presentazione dell’ultima dichiarazione dei redditi e verifica che tutti gli adempimenti siano completati correttamente.

    Oppure compila il modulo qui sotto per essere ricontattato:

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      Alexandra Bala
      04/09/2026
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      ⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️ Ho avuto il piacere di essere seguita da Sara e mi sono trovata davvero benissimo! È una ragazza dolcissima, gentilissima e super disponibile. Mi ha seguito con tanta pazienza, attenzione e professionalità, spiegandomi tutto con calma e facendomi sentire subito a mio agio. Si vede davvero che ci mette il cuore in quello che fa. ❤️ Grazie mille Sara per la tua disponibilità e gentilezza, sei stata davvero fantastica! Consigliatissima! 🥰
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      paolino servidio
      03/09/2026
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      Esperienza più che positiva, puntualità e professionalità, in particolare un grazie a Edison per la sua competenza e gentilezza. Lo consiglio.
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      Lady
      01/09/2026
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      Prima volta e mi sono trovata molto bene personale gentile ed efficiente Grazie
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      Giulia Guida
      25/08/2026
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      Ogni volta che vengo a svolgere le mie pratiche qua trovo sempre personale disponibile e gentile. Sono pratici non ti fanno tornare svariate volte (come negli altri caf) se si riesce a trovare dei documenti velocemente. La cosa che apprezzo di più è la gentilezza dei professionisti.
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      Paola Zilli
      07/08/2026
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      Ottima esperienza col signor Edison che mi ha seguita nelle pratiche per bonus edilizi con competenza e cortesia.
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      Jacqueline B.
      06/08/2026
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      Parlo per la mia esperienza nella sede di Cividale, seguita da Sara. Mi sono rivolta a questo CAF più volte per pratiche diverse (con ottime tempistiche), e tutte le volte Sara è stata gentilissima, disponibile, precisa, chiara e paziente nello spiegarmi le varie procedure. Colgo l’occasione per ringraziarla ancora, e consiglio assolutamente questo ufficio a chi avesse bisogno d’aiuto per pratiche di loro competenza!
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      Maura Masutto
      06/08/2026
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      Cortesia e tempo rapidi Giovani e bravi!
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      Issam Elhefnawi
      31/07/2026
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      Molto gentile
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      Sibongile Moyana
      30/07/2026
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      Quella che era iniziata come un'esperienza terribile si è trasformata in un'esperienza davvero positiva. Sono felice dell'ottimo servizio che ho ricevuto per la dichiarazione dei redditi. Grazie a Edison per la sua ottima comunicazione e professionalità.
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      Sabrina Cirina
      23/07/2026
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      Caf gestito da giovani fantastici, preparati e competenti. Voto 10 per Edison

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