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Dichiarazione IMU 2026: scadenza del 30 giugno saltata? Ecco come rimediare

Notizie fiscali CAF Centro Fiscale

Molti proprietari di immobili non sanno che, oltre al pagamento dell’imposta, in alcuni casi è previsto anche l’invio di un documento specifico: la dichiarazione IMU. Non si tratta di un adempimento dovuto ogni anno da tutti, ma solo da chi, nell’anno precedente, ha vissuto situazioni che il Comune non può conoscere autonomamente. Il problema è che il termine per l’invio, fissato al 30 giugno, per le variazioni avvenute nel 2025 è già scaduto lo scorso 30 giugno 2026. Chi non ha ancora provveduto rischia sanzioni, ma può ancora rimediare. Vediamo come funziona la dichiarazione IMU, quali sono le conseguenze di un invio tardivo e quali strumenti esistono per sanare la propria posizione.

Indice dei contenuti

  1. Cos’è la dichiarazione IMU e quando è obbligatoria
  2. Quando scade la dichiarazione IMU: il termine del 30 giugno
  3. Cosa succede se non presenti la dichiarazione IMU in tempo
  4. Come rimediare: il ravvedimento operoso per la dichiarazione IMU
  5. Come si presenta la dichiarazione IMU: modello e modalità di invio
  6. Domande frequenti sulla dichiarazione IMU e la scadenza

Cos’è la dichiarazione IMU e quando è obbligatoria

La dichiarazione IMU è un modello con cui il contribuente comunica al Comune informazioni che incidono sul calcolo dell’imposta e che l’ente non è in grado di rilevare in autonomia dai propri archivi catastali. Per la gran parte dei proprietari, quindi, non c’è nulla da presentare: l’obbligo scatta solo quando, nel corso dell’anno precedente, si sono verificate variazioni rilevanti ai fini del calcolo dell’IMU 2026.

Tra le situazioni più frequenti che richiedono l’invio della dichiarazione troviamo:

  • Immobile dichiarato inagibile o inabitabile, con conseguente riduzione al 50% della base imponibile
  • Concessione dell’immobile in comodato d’uso gratuito a un parente in linea retta di primo grado (genitori-figli), che dà diritto a una riduzione della base imponibile se sussistono tutti i requisiti richiesti dalla legge
  • Applicazione di una esenzione non desumibile dagli archivi del Comune
  • Variazioni di natura pertinenziale, come l’individuazione di un box o una cantina come pertinenza dell’abitazione principale
  • Immobili di interesse storico o artistico, anch’essi soggetti a riduzione della base imponibile

In tutti gli altri casi, quando la situazione dell’immobile non cambia rispetto all’anno precedente, la dichiarazione IMU non va ripresentata: resta valida quella eventualmente già inviata in passato, finché le condizioni dichiarate non cambiano di nuovo.

Quando scade la dichiarazione IMU: il termine del 30 giugno

La regola generale prevede che la dichiarazione IMU vada presentata entro il 30 giugno dell’anno successivo a quello in cui si è verificata la variazione. Significa, in pratica, che per tutte le situazioni sorte nel corso del 2025 (un comodato registrato, un’inagibilità sopravvenuta, una nuova esenzione) il termine ultimo era il 30 giugno 2026, data ormai trascorsa da diversi mesi.

Chi si trova oggi a fare i conti con questa scadenza saltata non è comunque in una situazione senza via d’uscita. Prima di allarmarsi, però, è bene verificare con attenzione se la propria situazione rientrava davvero tra i casi che richiedono l’invio della dichiarazione IMU: capita spesso, infatti, che il contribuente creda di dover dichiarare qualcosa che in realtà il Comune conosce già autonomamente, oppure il contrario.

Cosa succede se non presenti la dichiarazione IMU in tempo

La normativa distingue due situazioni diverse, spesso confuse tra loro: l’omesso versamento dell’imposta e l’omessa o infedele dichiarazione IMU. Sono violazioni distinte, con sanzioni distinte, ed è importante non fare confusione tra le due.

  • Omesso versamento IMU: se non paghi (o paghi in parte) l’imposta dovuta, la sanzione ordinaria è pari al 25% dell’importo non versato
  • Omessa dichiarazione IMU: se non presenti affatto il modello quando dovuto, la sanzione va dal 100% al 200% del tributo non versato collegato alla mancata dichiarazione, con un minimo di 50 euro
  • Infedele dichiarazione IMU: se presenti il modello ma con dati incompleti o non corretti, la sanzione va dal 50% al 100% del tributo non versato, sempre con un minimo di 50 euro

Va segnalato che l’impianto sanzionatorio è destinato a cambiare dal 2027: per le violazioni commesse a partire da quella data, la sanzione per omessa dichiarazione diventerà una percentuale fissa del 100%, mentre quella per infedele dichiarazione scenderà a una percentuale fissa del 40%, sempre con il minimo di 50 euro. Per chi ha ancora pendenze relative al 2025, però, si applicano le regole attualmente vigenti.

È bene ricordare, inoltre, che i Comuni incrociano periodicamente i propri archivi con banche dati catastali e anagrafiche, e possono inviare lettere di compliance per segnalare anomalie riscontrate. Muoversi in anticipo, prima di ricevere una comunicazione di questo tipo, permette quasi sempre di pagare sanzioni molto più basse.

Come rimediare: il ravvedimento operoso per la dichiarazione IMU

Chi ha lasciato scadere il termine del 30 giugno non deve pensare che ormai non ci sia più nulla da fare. Lo strumento previsto dalla legge per regolarizzare spontaneamente questo tipo di violazioni si chiama ravvedimento operoso, e consente di sanare la propria posizione pagando sanzioni ridotte rispetto a quelle piene, oltre agli interessi calcolati al tasso legale vigente.

Il principio alla base del ravvedimento operoso è semplice: prima ci si attiva rispetto alla scadenza originaria, minore sarà la sanzione da versare. Per l’omesso versamento collegato alla dichiarazione, ad esempio, la sanzione piena del 25% si riduce in misura significativa se si rimedia entro pochi giorni o poche settimane dalla scadenza, mentre la riduzione diventa meno vantaggiosa man mano che passa il tempo, fino a un anno e oltre. Per la sanzione specifica riferita all’omessa o infedele dichiarazione IMU, invece, la percentuale di riduzione applicabile dipende dai tempi e dalle modalità con cui interviene la regolarizzazione: è un aspetto tecnico che conviene sempre verificare caso per caso, anche perché, come detto, il quadro sanzionatorio cambierà nuovamente dal 2027.

Per calcolare con precisione l’importo dovuto tra imposta, sanzioni ridotte e interessi, è possibile consultare la nostra guida dedicata al ravvedimento operoso, che spiega nel dettaglio le fasce temporali, le percentuali applicabili e i codici tributo da utilizzare in F24.

Come si presenta la dichiarazione IMU: modello e modalità di invio

La dichiarazione IMU va redatta utilizzando l’apposito modello ministeriale, che va compilato con i dati catastali dell’immobile e con le informazioni relative alla variazione da comunicare. L’invio può avvenire in più modalità: con consegna diretta all’ufficio tributi del Comune competente, che ne rilascia ricevuta, tramite raccomandata senza ricevuta di ritorno, in busta chiusa recante la dicitura “Dichiarazione IMU”, oppure in modalità telematica (PEC o canale telematico messo a disposizione dall’ente). Ogni ente può inoltre prevedere modulistica integrativa o istruzioni specifiche, motivo per cui è sempre opportuno verificare prima le indicazioni pubblicate sul sito del Comune di riferimento.

Vista la varietà di casistiche che possono far scattare l’obbligo, non è sempre facile capire da soli se la propria situazione richiede l’invio della dichiarazione IMU e, in caso di ritardo, quale sia l’importo esatto da versare tra imposta, sanzioni e interessi. Un CAF o un professionista qualificato può verificare la posizione specifica del contribuente ed evitare errori che, su questo tipo di adempimenti, possono avere un costo non trascurabile.

Domande frequenti sulla dichiarazione IMU e la scadenza

La dichiarazione IMU va presentata ogni anno?

No. Va presentata solo quando, nell’anno precedente, si sono verificate variazioni rilevanti che il Comune non può conoscere autonomamente, come un comodato, un’inagibilità sopravvenuta o una nuova esenzione. Se la situazione dell’immobile non cambia, non c’è nulla da inviare.

Qual è la scadenza della dichiarazione IMU per le variazioni 2025?

Il termine ordinario è il 30 giugno dell’anno successivo alla variazione. Per le variazioni intervenute nel corso del 2025, la scadenza era quindi il 30 giugno 2026, termine ormai trascorso.

Cosa rischio se non presento la dichiarazione IMU in tempo?

Rischi una sanzione per omessa dichiarazione, che oggi va dal 100% al 200% del tributo non versato collegato alla mancata comunicazione, con un minimo di 50 euro. Se invece la dichiarazione è stata presentata ma con dati errati o incompleti, la sanzione per infedele dichiarazione va dal 50% al 100%, sempre con minimo 50 euro.

È possibile regolarizzare una dichiarazione IMU omessa con il ravvedimento operoso?

Sì, il ravvedimento operoso consente di regolarizzare spontaneamente la propria posizione pagando sanzioni ridotte rispetto a quelle ordinarie, oltre agli interessi legali. La percentuale di riduzione dipende dai tempi e dalle modalità con cui si interviene, per questo è consigliabile farsi assistere per calcolare l’importo corretto.

Come si invia la dichiarazione IMU al Comune?

Con consegna diretta all’ufficio tributi del Comune competente, con raccomandata senza ricevuta di ritorno in busta chiusa recante la dicitura “Dichiarazione IMU”, oppure in modalità telematica (PEC o canale telematico messo a disposizione dall’ente). Le modalità esatte possono variare da Comune a Comune.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

Settembre 13, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale
https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-13 14:00:002026-09-09 10:37:43Dichiarazione IMU 2026: scadenza del 30 giugno saltata? Ecco come rimediare
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Scadenze Fiscali Settembre 2026: F24, IVA e Contributi INPS in Arrivo il 16

Notizie fiscali CAF Centro Fiscale

Settembre segna il ritorno alla piena operatività del calendario fiscale dopo la pausa estiva. Le scadenze fiscali settembre 2026 coinvolgono milioni di contribuenti italiani: dipendenti, pensionati, partite IVA forfettarie, professionisti e imprese in regime ordinario, oltre ad artigiani e commercianti iscritti all’INPS. Conoscere in anticipo cosa versare e quando evita ritardi, sanzioni e interessi che si potrebbero facilmente prevenire.

La data più importante del mese resta il 16 settembre 2026, che quest’anno cade di mercoledì: un giorno lavorativo, quindi nessuno slittamento e nessuna proroga automatica per chi deve versare con modello F24. Proprio perché non ci sono rinvii legati al calendario, conviene organizzarsi con qualche giorno di anticipo. Anche chi ha aderito alla rottamazione delle cartelle deve prestare attenzione: dopo la pausa estiva, come raccontato nel nostro approfondimento su fisco e stop alla tregua di settembre, tornano anche le scadenze relative a cartelle e rateizzazioni.

Indice dei contenuti

  1. F24 del 16 settembre: cosa versare
  2. Liquidazione IVA di settembre: mensili e trimestrali
  3. Contributi INPS: gestione separata, artigiani e commercianti
  4. Tabella riepilogativa delle scadenze di settembre 2026
  5. Cosa succede in caso di ritardo nei versamenti
  6. Domande frequenti sulle scadenze fiscali di settembre 2026

F24 del 16 settembre: cosa versare

Il 16 settembre 2026 è tradizionalmente una delle giornate con il maggior numero di adempimenti dell’intero anno fiscale, seconda solo alle scadenze di giugno. Con il modello F24 vanno versati, tra gli altri, i seguenti importi riferiti al mese di agosto: l’IVA a debito per i soggetti in liquidazione mensile, le ritenute IRPEF operate su redditi da lavoro dipendente e assimilato, su compensi di lavoro autonomo, provvigioni, canoni di locazioni brevi e compensi degli amministratori di condominio.

Allo stesso appuntamento del 16 settembre si affiancano i contributi INPS a carico dei datori di lavoro per i dipendenti e i versamenti dei committenti per i collaboratori iscritti alla gestione separata, sempre relativi alle competenze di agosto. Chi gestisce una piccola attività, uno studio professionale o un condominio deve quindi verificare con attenzione quali voci lo riguardano, perché gli adempimenti si sommano e un errore nel calcolo può generare sanzioni anche su importi contenuti.

Liquidazione IVA di settembre: mensili e trimestrali

Per i soggetti in liquidazione IVA mensile, il 16 settembre 2026 è la scadenza per versare l’imposta relativa alle operazioni di agosto. Le partite IVA in regime trimestrale, invece, non hanno un versamento ordinario a settembre: la rata del secondo trimestre, maggiorata dell’1% a titolo di interesse, si liquida infatti entro il 20 agosto, mentre il prossimo appuntamento trimestrale cade a novembre.

Settembre porta però altri adempimenti collegati all’IVA. Il 30 settembre 2026 concentra diversi obblighi rilevanti, tra cui la comunicazione delle liquidazioni periodiche IVA (LIPE) relativa al secondo trimestre per i soggetti tenuti a questo adempimento, oltre a versamenti collegati all’imposta di bollo sulle fatture elettroniche e ad alcuni adempimenti dichiarativi, come l’invio definitivo del modello 730. Il 25 settembre è invece la data di riferimento per la presentazione degli elenchi Intrastat da parte delle imprese che effettuano scambi con altri Paesi UE.

Chi opera in regime forfettario non è soggetto alla liquidazione periodica dell’IVA, essendo esonerato dall’applicazione dell’imposta sulle fatture emesse. Questo però non significa che il mese di settembre sia privo di adempimenti: restano infatti da monitorare i contributi previdenziali e, per chi si avvicina alla soglia di ricavi, la verifica della permanenza nel regime agevolato in vista della chiusura dell’anno.

Contributi INPS: gestione separata, artigiani e commercianti

Sul fronte previdenziale, il 16 settembre 2026 riguarda soprattutto i committenti che devono versare i contributi per i collaboratori iscritti alla gestione separata INPS relativi al mese di agosto, e i datori di lavoro per i contributi dei dipendenti dello stesso periodo. Per i professionisti senza cassa e i collaboratori con partita IVA iscritti alla gestione separata, invece, i versamenti dei contributi personali seguono le scadenze della dichiarazione dei redditi, con saldo e primo acconto a giugno o luglio ed eventuale seconda rata di acconto a novembre.

Per artigiani e commercianti iscritti alle relative gestioni INPS, settembre non è invece un mese di scadenza per la rata trimestrale dei contributi fissi: gli appuntamenti ordinari cadono a maggio, agosto, novembre e febbraio. A settembre questi soggetti, se hanno dipendenti o collaboratori, devono comunque occuparsi dei versamenti relativi al personale, oltre a monitorare eventuali comunicazioni di regolarizzazione contributiva ricevute dall’INPS nei mesi precedenti.

Un aspetto spesso sottovalutato riguarda le famiglie e i pensionati: settembre e anche il periodo in cui molti nuclei familiari devono verificare la propria situazione reddituale in vista del rinnovo dei documenti utili per l’accesso a bonus e agevolazioni. Ne abbiamo parlato nel nostro approfondimento su quando rinnovare l’ISEE 2026, un adempimento che non ha scadenze fisse ma che incide direttamente sull’accesso a numerose prestazioni sociali.

Tabella riepilogativa delle scadenze di settembre 2026

Per orientarsi meglio tra le diverse date, ecco una tabella riepilogativa che sintetizza le scadenze fiscali settembre 2026 principali suddivise per categoria di contribuente.

ScadenzaChi riguardaCosa versare o comunicare
16 settembre 2026Dipendenti e pensionati (tramite sostituto d’imposta)Ritenute IRPEF su redditi di lavoro dipendente e assimilati relative ad agosto
16 settembre 2026P.IVA ordinarie in liquidazione mensileVersamento IVA a debito riferita ad agosto
16 settembre 2026P.IVA forfettarieNessun versamento IVA (regime esonerato); verificare eventuali contributi collaboratori
16 settembre 2026Professionisti e collaboratori gestione separata (tramite committente)Contributi previdenziali gestione separata su compensi di agosto
16 settembre 2026Datori di lavoroContributi INPS dipendenti relativi ad agosto
25 settembre 2026Imprese con scambi intracomunitariPresentazione elenchi Intrastat
30 settembre 2026Soggetti IVA tenuti alla comunicazione periodicaLIPE del secondo trimestre e altri adempimenti di fine mese

Artigiani e commercianti, come detto, non hanno una rata fissa INPS in scadenza a settembre: la tabella va quindi letta insieme alle indicazioni personalizzate che ciascun contribuente riceve in base alla propria posizione previdenziale e fiscale specifica.

Cosa succede in caso di ritardo nei versamenti

Chi non rispetta le scadenze fiscali settembre 2026 va incontro a sanzioni e interessi calcolati in base al numero di giorni di ritardo. Il sistema del ravvedimento operoso consente comunque di regolarizzare spontaneamente la propria posizione, versando l’imposta dovuta insieme a una sanzione ridotta e agli interessi legali maturati, con percentuali che crescono progressivamente in base al tempo trascorso dalla scadenza originaria.

Va ricordato che, in un anno come il 2026 in cui il sistema di rateizzazione delle cartelle è tornato pienamente operativo dopo la pausa estiva, un ritardo nei versamenti ordinari può sommarsi ad altre posizioni debitorie già in essere, rendendo più complessa la gestione complessiva della propria situazione fiscale. Monitorare con attenzione ogni scadenza, anche quelle apparentemente minori, resta quindi la strategia più prudente per evitare che piccoli ritardi si trasformino in problemi più seri.

Domande frequenti sulle scadenze fiscali di settembre 2026

Il 16 settembre 2026 slitta perché cade di sabato o domenica?

No. Il 16 settembre 2026 cade di mercoledì, quindi è un giorno lavorativo a tutti gli effetti: non ci sono slittamenti automatici delle scadenze fiscali settembre 2026 legati al calendario.

Le partite IVA forfettarie devono versare l’IVA a settembre?

No, i soggetti in regime forfettario sono esonerati dall’applicazione e dalla liquidazione periodica dell’IVA. Devono comunque monitorare eventuali contributi previdenziali dovuti per collaboratori o dipendenti, se presenti.

Artigiani e commercianti versano contributi INPS a settembre 2026?

La rata trimestrale ordinaria dei contributi fissi per artigiani e commercianti non cade a settembre: le scadenze standard sono maggio, agosto, novembre e febbraio. A settembre restano però da gestire eventuali contributi per dipendenti o collaboratori.

Cosa succede se non pago entro il 16 settembre?

Scatta l’applicazione di sanzioni e interessi di mora, calcolati in base ai giorni di ritardo. E possibile regolarizzare la posizione tramite il ravvedimento operoso, versando l’imposta dovuta con sanzione ridotta e interessi legali.

Quando scade la LIPE del secondo trimestre 2026?

La comunicazione delle liquidazioni periodiche IVA relativa al secondo trimestre rientra tra gli adempimenti concentrati al 30 settembre 2026, insieme ad altri obblighi di fine mese.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

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Multe monopattini 2026: da 41 a 800 euro, ecco i casi a rischio

Notizie fiscali CAF Centro Fiscale

Le multe monopattini 2026 cambiano volto: con l’aggiornamento del Codice della Strada sono arrivate regole più severe per chi usa i monopattini elettrici, con sanzioni che vanno da un minimo di 41 euro fino a 800 euro nei casi più gravi. Il pacchetto di norme riguarda l’obbligo di assicurazione RC, il contrassegno identificativo (una sorta di targa), l’uso del casco, obbligatorio per tutti i conducenti, e il rispetto delle regole di circolazione su strade e marciapiedi. Le autorità competenti hanno diffuso indicazioni operative alle polizie locali, per uniformare i controlli su tutto il territorio nazionale. Vediamo nel dettaglio quali sono le violazioni più comuni e a quanto ammontano le multe monopattini 2026 previste per ciascuna di esse.

Indice dei contenuti

  1. Cosa cambia per i monopattini elettrici nel 2026
  2. Intralcio ai pedoni: multe da 41 a 168 euro
  3. Casco, targa e assicurazione: le altre sanzioni
  4. Chi controlla e come avvengono le verifiche
  5. Consigli pratici per evitare le multe monopattini 2026
  6. Domande frequenti

Cosa cambia per i monopattini elettrici nel 2026

Il nuovo Codice della Strada 2026 ha introdotto una serie di adempimenti pensati per rendere più sicura la circolazione dei monopattini elettrici, mezzi ormai diffusissimi nelle grandi città e utilizzati sia in proprietà privata sia in modalità sharing. Tra le principali novità c’è l’obbligo del contrassegno identificativo, diventato necessario dal 16 maggio 2026, e l’obbligo di stipulare una polizza di responsabilità civile, richiesta dal 16 luglio 2026, proprio come avviene già per ciclomotori e automobili.

Le multe monopattini 2026 nascono da un duplice obiettivo: responsabilizzare chi guida questi mezzi, spesso privi di formazione specifica, e tutelare pedoni, anziani e persone con disabilità, che negli ultimi anni hanno più volte segnalato disagi legati all’abbandono scorretto dei monopattini in condivisione sui marciapiedi cittadini.

Intralcio ai pedoni: multe da 41 a 168 euro

Una delle novità più concrete riguarda proprio l’intralcio ai pedoni, il caso che ha dato origine alla nuova ondata di controlli. Chi abbandona il monopattino elettrico fuori dalle aree autorizzate, magari dopo aver terminato una corsa in sharing, rischia una sanzione compresa tra 41 e 168 euro. Lo stesso importo si applica quando il mezzo viene lasciato in punti particolarmente delicati per la mobilità delle persone.

Le situazioni più frequentemente sanzionate con questo importo comprendono:

  • Monopattino lasciato in sosta selvaggia fuori dagli stalli o dalle aree dedicate al parcheggio;
  • Mezzo posizionato davanti a scivoli o rampe per disabili, impedendone l’utilizzo;
  • Monopattino abbandonato sopra i percorsi tattili per non vedenti;
  • Blocco totale o parziale della carreggiata pedonale, che costringe i passanti a scendere in strada.

Per chi utilizza monopattini a noleggio, spesso è la stessa società di sharing a farsi carico della sanzione, salvo poi rivalersi sull’utente responsabile dell’infrazione.

Casco, targa e assicurazione: le altre sanzioni

Oltre all’intralcio ai pedoni, le multe monopattini 2026 coprono anche altri ambiti, con importi che possono essere decisamente più alti rispetto ai 41-168 euro previsti per l’abbandono scorretto del mezzo. Vale un principio di gradualità: più la violazione riguarda la sicurezza di chi guida e di chi cammina, più la sanzione si fa pesante.

  • Mancato utilizzo del casco, obbligatorio per tutti i conducenti di monopattini elettrici (con particolare attenzione ai minorenni), oppure luci e catarifrangenti mancanti o non funzionanti: sanzione da 50 a 250 euro;
  • Assenza del contrassegno identificativo (la targa del monopattino): sanzione da 100 a 400 euro;
  • Mancanza della polizza assicurativa RC obbligatoria: sanzione da 100 a 400 euro;
  • Requisiti costruttivi e tecnici non conformi (potenza massima, segnalatore acustico, regolatore di velocità, marcatura CE, indicatori luminosi di svolta e frenata): sanzione da 200 a 800 euro.

L’obbligo assicurativo per i monopattini richiama da vicino quanto già previsto per le automobili: chi circola senza copertura è comunque sanzionabile, pur con importi molto più contenuti rispetto a quelli descritti nel nostro approfondimento sulle multe per auto senza assicurazione, con la differenza che per i monopattini la normativa è entrata in vigore solo di recente e molti utenti non ne sono ancora pienamente a conoscenza.

Va inoltre ricordato che, come per tutte le sanzioni del Codice della Strada, gli importi possono variare in base a sconti per pagamento entro determinati termini o aumenti in caso di ritardo: un meccanismo descritto più nel dettaglio nel nostro articolo sulle nuove multe a importi variabili introdotte dal Codice della Strada 2026.

Chi controlla e come avvengono le verifiche

I controlli sulle multe monopattini 2026 spettano principalmente alla polizia locale, che opera sia con pattuglie a piedi sia con veicoli dedicati, soprattutto nelle zone a più alta densità di traffico pedonale e nei centri storici. Per uniformare i comportamenti sanzionatori su tutto il territorio, le autorità competenti hanno diffuso indicazioni operative sulle violazioni e sui relativi importi, così da ridurre le differenze applicative da comune a comune.

Un ruolo importante viene svolto anche dagli operatori di sharing, che monitorano tramite GPS la posizione dei mezzi a noleggio e possono intervenire in caso di parcheggio scorretto, spesso applicando penali contrattuali che si sommano alle eventuali sanzioni amministrative. Le segnalazioni dei cittadini, in particolare da parte di associazioni per la disabilità, hanno inoltre contribuito a mettere sotto i riflettori il problema dell’abbandono selvaggio dei monopattini.

Consigli pratici per evitare le multe monopattini 2026

Evitare le multe monopattini 2026 richiede attenzione più che particolari competenze tecniche: nella maggior parte dei casi basta rispettare poche regole di buon senso, oltre agli adempimenti amministrativi ormai obbligatori. Ecco alcuni accorgimenti utili:

  • Verificare sempre di avere una polizza assicurativa RC attiva e in regola, sia per i monopattini di proprietà sia, quando previsto, per quelli a noleggio;
  • Controllare che il contrassegno identificativo sia esposto correttamente e ben visibile sul mezzo;
  • Indossare sempre il casco durante la guida, un obbligo che vale per tutti i conducenti e non solo per i minorenni;
  • Parcheggiare il monopattino esclusivamente negli stalli o nelle aree autorizzate, evitando marciapiedi, rampe per disabili e percorsi tattili;
  • Mantenere luci, catarifrangenti e segnalatori sempre funzionanti, soprattutto per chi si sposta nelle ore serali.

Piccole attenzioni quotidiane permettono di evitare non solo le sanzioni economiche, ma anche situazioni di pericolo per sé stessi e per gli altri utenti della strada, in particolare pedoni e persone con disabilità motoria o visiva.

Domande frequenti

Quanto costano le multe monopattini 2026 per intralcio ai pedoni?

Per l’abbandono scorretto del monopattino, ad esempio su marciapiedi, rampe per disabili o percorsi tattili, la sanzione va da 41 a 168 euro.

È obbligatoria l’assicurazione per i monopattini elettrici?

Sì, dal 2026 è richiesta una polizza di responsabilità civile. Chi circola senza copertura rischia una sanzione da 100 a 400 euro.

Cos’è il contrassegno identificativo del monopattino?

È una sorta di targa che identifica il monopattino elettrico e ne consente il riconoscimento in caso di controllo o di infrazione. La sua assenza è punita con una sanzione da 100 a 400 euro.

Il casco è obbligatorio per tutti i conducenti di monopattini?

Sì, l’obbligo del casco riguarda tutti i conducenti di monopattini elettrici, senza distinzione di età, anche se resta comunque opportuna una particolare attenzione per i minorenni. Chi non lo rispetta rischia una sanzione da 50 a 250 euro.

Chi effettua i controlli sulle multe monopattini 2026?

I controlli sono affidati principalmente alla polizia locale, che segue le indicazioni operative diffuse dalle autorità competenti per uniformare le verifiche su tutto il territorio nazionale.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

Settembre 13, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale
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Pensioni Scuola, Pagamenti in Arrivo per 32mila Ex Docenti e ATA: Accrediti Fino al 21 Settembre

Pensione 2026 INPS

La campagna pensioni scuola 2026 dell’INPS è entrata nella fase dei pagamenti. Circa 32mila tra ex docenti e personale ATA (amministrativo, tecnico e ausiliario) che hanno lasciato il servizio il 31 agosto stanno ricevendo in questi giorni il primo accredito della pensione. Secondo la comunicazione ufficiale diffusa dall’INPS l’11 settembre 2026, gli accrediti INPS sono stati effettuati su tre date: il 1°, il 7 e il 21 settembre.

Si tratta della fase conclusiva di un percorso amministrativo lungo mesi, che ha coinvolto le domande di cessazione dal servizio presentate dal personale scolastico nel corso dell’anno. L’obiettivo dichiarato dall’INPS era garantire la continuità economica tra l’ultimo stipendio di agosto e la prima mensilità di pensione, evitando così l’interruzione del reddito per chi ha concluso la propria carriera lavorativa nella scuola.

Indice dei contenuti

  1. Chi sono i beneficiari delle pensioni scuola 2026
  2. Le date degli accrediti INPS a settembre
  3. Pensione provvisoria e pensione definitiva: le differenze
  4. Come verificare lo stato del pagamento della pensione
  5. Cosa fare in caso di mancato accredito
  6. Domande frequenti sulle pensioni scuola e i pagamenti di settembre

Chi sono i beneficiari delle pensioni scuola 2026

I destinatari dei pagamenti sono i lavoratori della scuola che hanno ottenuto la cessazione dal servizio con decorrenza dal 1° settembre 2026. Rientrano in questa platea sia i docenti sia il personale ATA, per un totale di 31.870 lavoratrici e lavoratori (circa 32mila) ai quali l’INPS ha garantito il pagamento della pensione già nella mensilità di settembre. Le domande di pensionamento nella scuola seguono infatti un calendario specifico, diverso da quello degli altri settori pubblici e privati, legato all’anno scolastico: le cessazioni si concentrano tradizionalmente a fine agosto, in modo da non interrompere la continuità didattica durante l’anno in corso.

Secondo quanto emerso dalle comunicazioni dell’istituto previdenziale, l’INPS ha lavorato per istruire e definire le domande di cessazione in tempi rapidi, definendo circa 37mila domande, pari al 97% del totale, e liquidando quasi il 95% delle pensioni già nel mese successivo alla cessazione dal servizio. Una parte più contenuta di posizioni resta invece in fase di verifica, per approfondimenti sulla posizione contributiva o documentale del richiedente.

Le date degli accrediti INPS a settembre

Gli accrediti delle pensioni scuola non avvengono tutti nello stesso giorno, ma sono scaglionati nel corso del mese di settembre. L’INPS ha infatti effettuato gli accrediti in tre distinte giornate — il 1°, il 7 e il 21 settembre — in base ai tempi di completamento dell’istruttoria di ciascuna pratica.

Nella finestra di pagamento di settembre 2026 rientrano quindi tre date — il 1°, il 7 e il 21 settembre — entro le quali l’INPS ha completato gli accrediti per la platea di ex lavoratori della scuola, in continuità con l’ultimo stipendio percepito nel mese di agosto.

Pensione provvisoria e pensione definitiva: le differenze

Un aspetto che genera spesso dubbi tra i neo pensionati riguarda la differenza tra pensione provvisoria e pensione definitiva. Quando l’INPS non dispone ancora di tutti gli elementi necessari per calcolare in modo definitivo l’importo dell’assegno, può erogare un trattamento provvisorio, calcolato sulla base degli ultimi dati contributivi disponibili in archivio.

Questo meccanismo consente di non far attendere il pensionato per mesi prima di ricevere il primo accredito, ma comporta che l’importo iniziale possa essere in seguito ricalcolato, in aumento o in diminuzione, una volta che l’istituto acquisisce e verifica tutti i dati contributivi definitivi (ad esempio periodi di servizio, riscatti, ricongiunzioni o contribuzione figurativa). Il passaggio dalla pensione provvisoria a quella definitiva avviene generalmente senza necessità di ulteriori richieste da parte dell’interessato, ma può richiedere alcuni mesi.

Come verificare lo stato del pagamento della pensione

Per chi attende l’accredito della pensione scuola, l’INPS mette a disposizione diversi canali di consultazione. Il principale è il Fascicolo previdenziale del cittadino, l’area riservata del sito INPS accessibile con le credenziali digitali (SPID, CIE o CNS), dove è possibile consultare la propria posizione assicurativa, le domande di pensione presentate con i relativi provvedimenti e le comunicazioni inviate dall’Istituto.

In alternativa, è possibile ottenere informazioni tramite il contact center INPS, telefonicamente o tramite i canali di assistenza dedicati. Va ricordato che, trattandosi di un ente pubblico, l’INPS non fornisce indicazioni personalizzate se non attraverso i canali ufficiali sopra indicati, per motivi di tutela della riservatezza dei dati previdenziali.

Cosa fare in caso di mancato accredito

Se il termine indicato per la finestra di pagamento è trascorso senza che sia arrivato alcun accredito, è opportuno prima di tutto verificare lo stato della propria pratica tramite il Fascicolo previdenziale del cittadino, per capire se la domanda risulta ancora in fase di istruttoria oppure se sono stati richiesti documenti integrativi. Ritardi di qualche giorno rispetto alla data prevista possono dipendere da motivi tecnici legati agli istituti di credito o alle poste, oltre che da eventuali verifiche supplementari sulla posizione contributiva.

Nei casi in cui il ritardo si protragga oltre un tempo ragionevole, la strada più efficace resta quella di rivolgersi ai canali di assistenza ufficiali dell’INPS, portando con sé gli estremi della domanda di pensionamento e la documentazione relativa alla cessazione dal servizio.

Domande frequenti sulle pensioni scuola e i pagamenti di settembre

Quanti sono i beneficiari dei pagamenti delle pensioni scuola a settembre 2026?
L’INPS ha comunicato che sono 31.870 (circa 32mila) le lavoratrici e i lavoratori della scuola, tra docenti e non docenti, ai quali è stato garantito il pagamento della pensione nella mensilità di settembre dopo la cessazione dal servizio del 31 agosto.

Entro quando devono arrivare gli accrediti delle pensioni scuola?
Gli accrediti sono stati effettuati dall’INPS il 1°, il 7 e il 21 settembre 2026: la data esatta varia da persona a persona in base ai tempi di completamento dell’istruttoria della pratica.

Che differenza c’è tra pensione provvisoria e pensione definitiva?
La pensione provvisoria viene calcolata sui dati contributivi disponibili al momento della liquidazione, mentre quella definitiva arriva dopo la verifica completa della posizione assicurativa e può comportare un ricalcolo dell’importo, in aumento o in diminuzione.

Come si può controllare lo stato della propria pratica di pensione?
Il canale principale è il Fascicolo previdenziale del cittadino sul sito INPS, accessibile con SPID, CIE o CNS. In alternativa è possibile rivolgersi al contact center dell’istituto.

Cosa fare se la pensione non risulta ancora accreditata dopo la data prevista?
È consigliabile verificare prima lo stato della domanda online e, se il ritardo persiste, contattare i canali di assistenza ufficiali dell’INPS fornendo gli estremi della pratica di cessazione e pensionamento.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

Settembre 13, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale
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Immobile Condonato: Niente Bonus Volumetrici o Ampliamenti

Notizie fiscali CAF Centro Fiscale

Chi possiede un immobile condonato si chiede spesso se, dopo la sanatoria, sia possibile ampliarlo o sfruttare i cosiddetti bonus volumetrici previsti da leggi statali e piani casa regionali. La domanda è tutt’altro che teorica: negli ultimi mesi la giurisprudenza costituzionale è tornata a occuparsi del tema, tracciando un confine piuttosto netto tra ciò che il condono consente e ciò che invece resta precluso a chi ha sanato un immobile abusivo.

Il tema riguarda migliaia di proprietari in tutta Italia, molti dei quali hanno ereditato immobili condonati da genitori o parenti e oggi vorrebbero ampliarli, magari per ricavare una stanza in più o aumentare la superficie abitabile. Capire cosa dice la normativa e la giurisprudenza costituzionale è fondamentale prima di avviare qualsiasi progetto edilizio.

Indice dei contenuti

  1. Cos’è il condono edilizio e perché la domanda è attuale
  2. Immobile condonato e bonus volumetrici: la posizione della Corte Costituzionale
  3. Quali interventi sono ammessi su un immobile condonato
  4. I limiti dei piani casa regionali per gli immobili condonati
  5. Domande frequenti sull’immobile condonato e i bonus volumetrici

Cos’è il condono edilizio e perché la domanda è attuale

Il condono edilizio, o sanatoria, è una misura straordinaria che ha permesso, in tre distinte occasioni (1985, 1994 e 2003), di regolarizzare immobili costruiti senza i necessari titoli abilitativi, dietro pagamento di un’oblazione e di eventuali sanzioni. Una volta ottenuto il condono, l’immobile può essere venduto, ereditato o affittato regolarmente, perché risulta formalmente in regola sotto il profilo urbanistico e catastale.

Negli ultimi anni, però, molte Regioni hanno approvato i cosiddetti piani casa, che consentono ampliamenti volumetrici agli edifici esistenti come incentivo alla riqualificazione del patrimonio edilizio. Proprio la possibilità di applicare questi bonus volumetrici anche agli immobili condonati ha generato negli anni un acceso dibattito, arrivato fino alla Corte Costituzionale.

Va ricordato che, a prescindere dagli ampliamenti, chi possiede un immobile condonato resta comunque soggetto ai normali obblighi fiscali legati alla proprietà: dalla dichiarazione IMU e TARI fino agli adempimenti in caso di locazione dell’immobile.

Immobile condonato e bonus volumetrici: la posizione della Corte Costituzionale

La Corte Costituzionale è tornata sul tema con la sentenza n. 86 del 21 maggio 2026, che ha chiarito, in modo piuttosto netto, che un immobile condonato non può beneficiare di bonus volumetrici o di incrementi di cubatura previsti dai piani casa regionali. Secondo i giudici costituzionali, il condono è una misura eccezionale, pensata per operare una tantum: serve cioè a sanare una situazione pregressa, non a mettere l’immobile sullo stesso piano di uno costruito fin dall’origine nel pieno rispetto delle regole urbanistiche.

In altre parole, anche dopo il condono l’illiceità originaria della costruzione resta, per così dire, impressa nell’edificio. Questo significa che l’immobile può essere utilizzato, venduto o affittato normalmente, ma non può diventare la base di partenza per ottenere ulteriori vantaggi edilizi, come appunto gli ampliamenti volumetrici concessi dai piani casa regionali a chi costruisce o ristruttura nel rispetto delle regole ordinarie.

La logica di fondo è quella di evitare che una misura di carattere straordinario, nata per sanare abusi già commessi, si trasformi in un canale privilegiato per ottenere ulteriori benefici urbanistici, creando una disparità rispetto a chi ha sempre costruito in regola fin dal principio.

Quali interventi sono ammessi su un immobile condonato

Se i bonus volumetrici restano preclusi, non significa che su un immobile condonato non si possa intervenire affatto. Esistono infatti categorie di lavori compatibili con la natura sanata dell’edificio, che non alterano la volumetria originaria né la sagoma della costruzione.

Tra gli interventi generalmente considerati ammissibili su un immobile condonato rientrano:

  • manutenzione ordinaria, come tinteggiature, sostituzione di infissi o rifacimento di impianti già esistenti;
  • manutenzione straordinaria, ad esempio il rifacimento del tetto o degli impianti tecnologici, senza aumento di volume;
  • restauro e risanamento conservativo, finalizzati a preservare l’organismo edilizio esistente;
  • ristrutturazione edilizia, purché non comporti un incremento della volumetria complessiva già condonata.

Restano invece esclusi gli incrementi volumetrici veri e propri, le demolizioni con ricostruzione a sagoma modificata e, più in generale, qualsiasi intervento che presupponga il riconoscimento di un vantaggio edilizio aggiuntivo rispetto a quanto già sanato con il condono originario.

I limiti dei piani casa regionali per gli immobili condonati

I piani casa regionali nascono con l’obiettivo di incentivare la riqualificazione energetica e strutturale del patrimonio edilizio esistente, riconoscendo in cambio un aumento di cubatura o di superficie. Molte normative regionali, tuttavia, escludono esplicitamente dal beneficio gli edifici oggetto di condono, oppure lo consentono solo a condizioni molto restrittive, ad esempio se l’ampliamento riguarda porzioni dell’immobile mai interessate da abusi.

Con l’articolo 1, comma 23 della Legge di Bilancio 2026 (L. 199/2025), che ha modificato l’articolo 5, comma 10 del DL 70/2011, i volumi condonati o regolarizzati sono considerati legittimi ai fini degli incentivi volumetrici previsti per gli interventi di rigenerazione urbana. Si tratta però di un’ipotesi derogatoria e circoscritta, che non modifica il principio generale ribadito dalla Corte Costituzionale: un immobile condonato resta, di regola, escluso dai bonus volumetrici ordinari.

Il quadro normativo, va detto, non è del tutto stabile: il dibattito parlamentare su possibili modifiche prosegue, ma allo stato attuale la sentenza n. 86/2026 rappresenta un ostacolo giuridico significativo per chi punta ad ampliare un immobile già sanato. Chi si trova in questa situazione, magari a seguito di un’eredità che comprende un immobile condonato, deve inoltre ricordare che oltre agli aspetti edilizi vanno gestiti anche quelli patrimoniali, come nel caso in cui sia necessario sbloccare conti e titoli del defunto collegati all’eredità dell’immobile stesso.

Un altro aspetto da non trascurare riguarda l’eventuale messa a reddito dell’immobile condonato: se si decide di affittarlo, resta comunque necessaria la corretta registrazione del contratto di locazione, indipendentemente dal fatto che l’edificio abbia beneficiato o meno di un condono edilizio.

Domande frequenti sull’immobile condonato e i bonus volumetrici

Un immobile condonato può accedere ai piani casa regionali?
In linea generale no: la maggior parte delle normative regionali esclude gli immobili condonati dai bonus volumetrici, salvo eccezioni molto limitate previste da specifiche disposizioni normative.

Perché il condono non equivale a una costruzione regolare?
Perché il condono è una misura eccezionale e una tantum, pensata per sanare situazioni pregresse. Non elimina il fatto che l’immobile sia nato in violazione delle regole urbanistiche vigenti al momento della costruzione.

Si può fare una ristrutturazione su un immobile condonato?
Sì, la ristrutturazione edilizia è generalmente ammessa, a patto che non comporti un aumento della volumetria già sanata con il condono.

Cosa succede se si amplia comunque un immobile condonato senza titolo?
L’ampliamento realizzato senza i necessari titoli abilitativi costituisce un nuovo abuso edilizio, autonomo rispetto a quello già sanato, con le relative conseguenze sanzionatorie previste dalla normativa urbanistica.

Un immobile condonato paga IMU e TARI come uno regolare?
Sì, gli obblighi fiscali legati alla proprietà dell’immobile restano invariati indipendentemente dalla presenza di un condono edilizio pregresso.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

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Graduatoria Mutui INPS: Escluse le Domande con ISEE Alto

Notizie fiscali CAF Centro Fiscale

La graduatoria mutui INPS pubblicata online nelle ultime settimane ha lasciato fuori diverse domande presentate da dipendenti e pensionati pubblici con un ISEE più elevato. Il motivo è legato alla disponibilità limitata dei fondi gestiti dalla Gestione Unitaria delle prestazioni creditizie e sociali, l’ex gestione INPDAP confluita nell’INPS. Dal 1° aprile 2026 è in vigore un nuovo regolamento che ha cambiato le regole del gioco: non più un punteggio calcolato su più criteri, ma un ordine basato principalmente sull’indicatore della situazione economica equivalente. Chi presenta un ISEE più basso scala posizioni utili nella graduatoria mutui INPS, mentre chi ha un ISEE più alto rischia di restare escluso dallo scorrimento dei fondi disponibili nel mese di riferimento. Vediamo nel dettaglio come funziona il meccanismo e cosa possono fare i richiedenti che si sono visti respingere la domanda.

Indice dei contenuti

  1. Cos’è il mutuo INPS ex INPDAP e chi può richiederlo
  2. Come funziona la nuova graduatoria online basata sull’ISEE
  3. Perché le domande con ISEE alto restano escluse
  4. Come consultare la graduatoria e cosa fare se la domanda è esclusa
  5. Domande frequenti sulla graduatoria mutui INPS

Cos’è il mutuo INPS ex INPDAP e chi può richiederlo

Il mutuo ipotecario INPS, comunemente noto come mutuo ex INPDAP, è una prestazione creditizia riservata agli iscritti alla Gestione Unitaria delle prestazioni creditizie e sociali, cioè ai dipendenti pubblici e ai pensionati provenienti dal pubblico impiego che versano il contributo obbligatorio per questa gestione. Si tratta di un finanziamento agevolato pensato principalmente per l’acquisto, la costruzione o la ristrutturazione della prima casa, con condizioni economiche generalmente più vantaggiose rispetto a un mutuo bancario ordinario.

Possono presentare domanda i lavoratori pubblici in servizio e i pensionati ex dipendenti pubblici iscritti alla gestione, in possesso di un’anzianità contributiva minima e degli altri requisiti previsti dal regolamento. La richiesta si perfeziona tramite la procedura telematica dedicata sul portale dell’INPS, dove vengono raccolti i dati reddituali e patrimoniali necessari a determinare l’ISEE del nucleo familiare, elemento che oggi è diventato decisivo per l’ammissione ai fondi.

Come funziona la nuova graduatoria online basata sull’ISEE

La graduatoria mutui INPS viene formata su base nazionale e con cadenza mensile quando le richieste di mutuo superano il 90% delle disponibilità finanziarie stanziate annualmente per questa prestazione. Il criterio principale, introdotto dal regolamento in vigore dall’aprile 2026, è l’ISEE ordinario del nucleo familiare del richiedente: a un valore più basso corrisponde una posizione più favorevole in graduatoria, mentre un ISEE elevato colloca la domanda più indietro nell’elenco.

In caso di parità di ISEE tra due o più domande, la precedenza viene stabilita in base all’anzianità di iscrizione alla Gestione Unitaria: chi risulta iscritto da più tempo ottiene una posizione migliore. Se anche questo criterio non è sufficiente a stabilire un ordine, si applica infine la data di presentazione della domanda, dando priorità a chi ha inoltrato la richiesta per primo. È importante sapere che questo meccanismo di graduatoria online riguarda le domande di nuovo finanziamento, mentre le richieste di surroga (portabilità) del mutuo presentate dopo il superamento di quel limite vengono prese in considerazione solo se residuano risorse dopo l’assegnazione dei fondi alle domande di nuovo finanziamento.

Perché le domande con ISEE alto restano escluse

Il punto centrale, e anche quello che sta generando più segnalazioni tra i richiedenti, riguarda proprio l’esclusione delle domande con ISEE più alto. Quando il numero di domande ammissibili supera i fondi effettivamente disponibili per il mese, l’INPS è tenuta a selezionare le pratiche da finanziare seguendo l’ordine di graduatoria. Le domande che si collocano nelle posizioni più basse, cioè quelle presentate da nuclei familiari con un ISEE più elevato, non rientrano nello scorrimento e restano quindi prive di copertura finanziaria per quel periodo.

Non si tratta di un rigetto definitivo della domanda, ma di una mancata assegnazione dei fondi nel mese considerato: la posizione in graduatoria può cambiare nei mesi successivi, sia perché si liberano nuove risorse, sia perché cambia il numero e il profilo ISEE delle altre domande in concorrenza. Resta però evidente che, con un ISEE elevato, le probabilità di ottenere il mutuo nel breve periodo si riducono sensibilmente, soprattutto nei mesi in cui la domanda supera l’offerta di fondi disponibili.

Come consultare la graduatoria e cosa fare se la domanda è esclusa

Chi ha presentato domanda di mutuo può verificare la propria posizione consultando la sezione dedicata del portale INPS, dove vengono pubblicate periodicamente le graduatorie mutui ipotecari riservate agli iscritti al Fondo Credito dei dipendenti pubblici. La pubblicazione avviene con cadenza mensile e permette a ciascun richiedente di sapere se la propria domanda è stata finanziata oppure se resta in attesa di scorrimento nei mesi successivi.

Per chi si trova escluso a causa di un ISEE più alto, le opzioni concrete sono principalmente due: attendere che nei mesi successivi si liberino nuove risorse o che diminuisca la pressione delle domande con ISEE più basso, oppure monitorare l’uscita di eventuali nuovi bandi o aggiornamenti del regolamento che potrebbero modificare la disponibilità dei fondi. Vale la pena ricordare che, così come accade per altre misure calibrate sull’ISEE del nucleo familiare, anche in questo caso i nuclei con redditi più bassi vengono generalmente favoriti nell’accesso alle risorse pubbliche: una logica simile a quella che regola, ad esempio, il bonus spesa da 1.000 euro riservato alle famiglie con ISEE basso.

Domande frequenti sulla graduatoria mutui INPS

Cos’è il mutuo INPS ex INPDAP?

È un mutuo ipotecario agevolato riservato agli iscritti alla Gestione Unitaria delle prestazioni creditizie e sociali dell’INPS, cioè ai dipendenti pubblici e ai pensionati ex dipendenti pubblici, destinato principalmente all’acquisto, alla costruzione o alla ristrutturazione della prima casa.

Chi può richiedere il mutuo INPS?

Possono presentare domanda i dipendenti pubblici in servizio e i pensionati provenienti dal pubblico impiego iscritti alla Gestione Unitaria, in possesso dei requisiti di anzianità contributiva e delle altre condizioni previste dal regolamento in vigore dall’aprile 2026.

Come si consulta la graduatoria online?

La graduatoria viene pubblicata periodicamente nella sezione del portale INPS dedicata al Welfare e alla mutualità, nell’area riservata alle graduatorie dei mutui ipotecari per gli iscritti al Fondo Credito dei dipendenti pubblici, dove è possibile verificare la posizione della propria domanda.

Cosa succede se la domanda viene esclusa per ISEE alto?

La domanda non viene finanziata nel mese in cui i fondi disponibili risultano insufficienti rispetto al numero di richieste ammissibili. Non si tratta di un rifiuto definitivo: la posizione in graduatoria può migliorare nei mesi successivi in base alla disponibilità di nuove risorse e al profilo ISEE delle altre domande in concorrenza.

Quando escono nuovi bandi per i mutui INPS?

Le graduatorie nazionali vengono aggiornate con cadenza mensile sul portale INPS. Eventuali modifiche ai criteri di accesso o alla disponibilità dei fondi vengono comunicate tramite avvisi ufficiali pubblicati sul sito dell’Istituto.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

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Termini di Pagamento ai Clienti: Come Valutarli per Proteggere la Liquidità dell’Impresa

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Concedere termini di pagamento ai clienti è una prassi diffusa tra piccole e medie imprese, artigiani e liberi professionisti. Dilazionare l’incasso di una fattura, però, non è mai una decisione da prendere alla leggera: ogni giorno di ritardo nell’incasso è un giorno in cui l’azienda deve comunque sostenere fornitori, dipendenti e tasse. Per questo motivo, saper valutare correttamente i termini di pagamento clienti da concedere è una delle competenze gestionali più importanti per chi ha una partita IVA, un negozio o una piccola impresa.

Non tutti i clienti meritano le stesse condizioni. Un’azienda solida e puntuale può ottenere una dilazione più ampia, mentre un nuovo cliente senza storico va gestito con maggiore prudenza. In questo articolo vediamo quali strumenti esistono per valutare l’affidabilità di un cliente, cosa prevede la normativa sui termini di pagamento nelle transazioni commerciali e quali clausole contrattuali possono proteggere la liquidità dell’impresa.

Indice dei contenuti

  1. Perché valutare l’affidabilità del cliente prima di concedere i termini di pagamento
  2. Gli strumenti per verificare la solvibilità di un cliente
  3. Termini di pagamento standard, personalizzati e cosa prevede la normativa
  4. Clausole contrattuali di tutela e impatto sul cash flow

Perché valutare l’affidabilità del cliente prima di concedere i termini di pagamento

Prima di stabilire i termini di pagamento clienti, ogni impresa dovrebbe fare una valutazione, anche semplice, del rischio di credito commerciale. In pratica significa chiedersi: questo cliente sarà in grado di pagarmi entro la scadenza concordata? Non è una domanda scontata, soprattutto quando si lavora con nuove aziende o con controparti che non si conoscono ancora bene.

Il rischio principale di una valutazione superficiale è l’insoluto: una fattura emessa ma mai incassata, che si trasforma in un buco nel bilancio e, nei casi peggiori, in una perdita definitiva. Per una piccola impresa, anche pochi insoluti concentrati nello stesso periodo possono generare tensioni di cash flow serie, con difficoltà a pagare a propria volta fornitori e collaboratori.

Una valutazione preventiva, anche minima, permette invece di modulare le condizioni offerte: dilazioni più brevi o richiesta di acconto per i clienti nuovi o meno tracciabili, condizioni più flessibili per chi ha già dimostrato affidabilità nel tempo. È una forma di prudenza che tutela l’impresa senza necessariamente compromettere il rapporto commerciale.

Gli strumenti per verificare la solvibilità di un cliente

Esistono diversi strumenti, accessibili anche alle piccole realtà, per farsi un’idea dell’affidabilità di un potenziale cliente prima di definire i termini di pagamento da proporre. Non serve un’indagine complessa: bastano alcuni controlli mirati per ridurre in modo significativo il rischio di ritrovarsi con fatture non pagate.

  • Visura camerale: fornisce informazioni ufficiali sull’azienda, come data di costituzione, capitale sociale, sede legale, eventuali procedure concorsuali in corso o pregresse.
  • Bilanci depositati: per le società di capitali, i bilanci pubblici in Camera di Commercio danno un’idea concreta della solidità patrimoniale e finanziaria.
  • Protesti: la consultazione del registro informatico dei protesti segnala eventuali assegni o cambiali non onorati in passato.
  • Centrale rischi: per importi rilevanti, alcuni istituti e società specializzate offrono report che incrociano dati creditizi e finanziari.
  • Report commerciali: società di informazioni commerciali elaborano punteggi di affidabilità (rating) basati su bilanci, protesti, pregiudizievoli e storico dei pagamenti.

Anche senza ricorrere a strumenti a pagamento, un primo livello di prudenza si può ottenere con controlli semplici: verificare da quanto tempo l’attività è operativa, chiedere referenze ad altri fornitori del settore, osservare la puntualità nei primi pagamenti prima di allungare i termini di pagamento concessi. La combinazione di più fonti, anche informali, riduce sensibilmente il margine di errore nella valutazione.

Termini di pagamento standard, personalizzati e cosa prevede la normativa

In Italia le transazioni commerciali tra imprese sono disciplinate dal D.Lgs. 231/2002, la norma che regola i ritardi di pagamento nei rapporti B2B. In assenza di un accordo specifico tra le parti, la legge individua un termine di pagamento ordinario di riferimento, che le imprese possono comunque prolungare tramite accordo scritto, purché la clausola non risulti gravemente iniqua nei confronti del creditore, in particolare quando quest’ultimo è una piccola o media impresa.

La normativa prevede inoltre che, decorso il termine pattuito senza che il pagamento sia stato effettuato, decorrano automaticamente gli interessi di mora, calcolati con un tasso legato al tasso di riferimento della Banca Centrale Europea maggiorato di alcuni punti percentuali. Si tratta di una tutela pensata proprio per scoraggiare i ritardi sistematici e per compensare il creditore del mancato utilizzo della liquidità.

Nella pratica commerciale, molte imprese scelgono di applicare termini di pagamento personalizzati in base al tipo di cliente e al valore della fornitura: pagamento anticipato o alla consegna per i clienti nuovi, 30 giorni per i clienti consolidati, dilazioni più ampie solo per rapporti di lunga durata e comprovata affidabilità. Questa modulazione, se applicata con criteri chiari e documentati, è del tutto legittima e rappresenta una delle strategie più efficaci per bilanciare competitività commerciale e sicurezza finanziaria.

Clausole contrattuali di tutela e impatto sul cash flow

Oltre a scegliere con attenzione i termini di pagamento clienti, un’impresa può proteggersi ulteriormente inserendo alcune clausole contrattuali specifiche negli accordi commerciali o nelle condizioni generali di vendita. Queste clausole non eliminano il rischio, ma offrono strumenti giuridici concreti in caso di ritardo o mancato pagamento.

  • Riserva di proprietà: la merce venduta resta di proprietà del fornitore fino al saldo completo del prezzo, anche se già consegnata al cliente.
  • Interessi di mora contrattuali: è possibile pattuire un tasso di mora specifico, anche diverso da quello legale, purché indicato chiaramente nel contratto o nelle condizioni di vendita.
  • Penali per ritardato pagamento: clausole che prevedono un importo aggiuntivo dovuto in caso di superamento della scadenza.
  • Acconto o caparra: richiesta di un pagamento anticipato, totale o parziale, prima dell’esecuzione della fornitura o del servizio.
  • Fideiussione bancaria: garanzia di un istituto di credito a copertura del rischio di insolvenza, utilizzata soprattutto per forniture di importo elevato.

L’impatto sul cash flow aziendale di una gestione poco attenta dei termini di pagamento non va sottovalutato. Un’impresa che concede dilazioni troppo lunghe a troppi clienti contemporaneamente rischia di trovarsi con la liquidità bloccata in crediti non ancora incassati, pur avendo un fatturato apparentemente sano. È il classico caso dell’azienda che “fattura tanto ma non ha soldi in cassa”: un problema di gestione finanziaria più che di redditività. Monitorare con regolarità i tempi medi di incasso e adattare le condizioni commerciali in base all’andamento reale dei pagamenti è quindi una prassi che ogni piccola impresa dovrebbe adottare.

Domande frequenti sui termini di pagamento clienti

Quali sono i termini di pagamento clienti più comuni tra le piccole imprese?
I termini più diffusi vanno dal pagamento immediato o alla consegna, fino a dilazioni di 30 o 60 giorni dalla data fattura, spesso riservate ai clienti con un rapporto commerciale consolidato.

È obbligatorio verificare la solvibilità prima di concedere una dilazione?
Non esiste un obbligo di legge in senso stretto, ma è una prassi fortemente consigliata per ridurre il rischio di insoluti, soprattutto con clienti nuovi o di importo rilevante.

Cosa prevede il D.Lgs. 231/2002 sui ritardi di pagamento?
La norma disciplina i termini di pagamento nelle transazioni commerciali tra imprese e prevede la decorrenza automatica di interessi di mora in caso di ritardo, oltre a limiti alla validità di clausole che allunghino eccessivamente i termini a svantaggio del creditore, in particolare delle PMI.

La riserva di proprietà è utile anche per le piccole forniture?
Può essere utile in generale, ma il suo impatto pratico dipende dal tipo di bene venduto: è più efficace per beni facilmente identificabili e recuperabili, meno per servizi o beni deperibili.

Come si può ridurre l’impatto delle dilazioni sul cash flow aziendale?
Diversificando i termini di pagamento in base al profilo del cliente, monitorando i tempi medi di incasso e prevedendo clausole contrattuali di tutela per i rapporti a maggior rischio.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

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Dichiarazione IMU solo online e TARI entro 90 giorni: cosa cambia

calcolo imu CAF Udine

Indice dei contenuti

  1. Cosa cambia per IMU e TARI
  2. Dichiarazione IMU solo online: cosa prevede la riforma
  3. TARI: il nuovo termine di 90 giorni
  4. Chi è coinvolto e da quando cambiano le regole
  5. Cosa fare nel frattempo
  6. Domande frequenti su dichiarazione IMU online e TARI 90 giorni

Cosa cambia per IMU e TARI

Cambiano le regole per due dei tributi locali più diffusi: l’IMU, l’imposta sugli immobili, e la TARI, la tassa sui rifiuti. La novità principale riguarda le modalità e i tempi con cui i contribuenti devono comunicare al Comune le informazioni utili al calcolo di queste imposte. Da un lato, la dichiarazione IMU diventa esclusivamente telematica: non sarà più possibile consegnarla a mano o spedirla per posta. Dall’altro, per la TARI viene introdotto un termine fisso di 90 giorni per segnalare l’inizio, la variazione o la cessazione dell’occupazione di un immobile.

Le modifiche fanno parte di un intervento più ampio di riordino della fiscalita locale, pensato per semplificare gli adempimenti e uniformare le regole applicate dai diversi Comuni italiani. Le nuove disposizioni sono contenute nel decreto legislativo 7 agosto 2026, n. 147, recante disposizioni in materia di tributi regionali e locali e di federalismo fiscale regionale, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 185 dell’11 agosto 2026 (Supplemento Ordinario n. 30) ed entrato in vigore il 12 agosto 2026. Restano tuttavia da definire alcuni aspetti attuativi, in particolare per l’IMU, motivo per cui è sempre consigliabile verificare la situazione specifica con il proprio Comune o con un professionista di fiducia.

Dichiarazione IMU solo online: cosa prevede la riforma

Fino ad oggi la dichiarazione IMU poteva essere presentata anche in forma cartacea, ad esempio tramite raccomandata o consegna diretta all’ufficio tributi del Comune. Con la riforma questa possibilità viene meno: l’articolo 26 del decreto inserisce nella legge 160/2019 un nuovo comma 768-bis, in base al quale la dichiarazione va presentata esclusivamente in via telematica, secondo le modalità che saranno approvate con un decreto del Ministero dell’economia e delle finanze, sentita la Conferenza Stato-città e autonomie locali. La norma precisa inoltre che questa è l’unica modalità per assolvere l’adempimento dichiarativo. Le modalità operative di dettaglio, compresa la trasmissione tramite un intermediario abilitato (un professionista o un centro di assistenza fiscale), come già avviene oggi per gli invii telematici, saranno definite dallo stesso decreto ministeriale.

Un’altra novità riguarda i modelli di dichiarazione. Oggi ne esistono di diversi a seconda della situazione: quello ordinario, approvato con il decreto ministeriale del 29 luglio 2022, e quello riservato agli enti non commerciali (il cosiddetto IMU ENC), approvato con il decreto ministeriale del 4 maggio 2023. La riforma rinvia a un modello unico nazionale, che sarà approvato con il decreto del Ministero dell’economia e delle finanze e con il quale andranno dichiarate le variazioni rilevanti ai fini del calcolo dell’imposta. Poiché la legge indica la dichiarazione telematica come unica modalità per assolvere l’adempimento, l’obiettivo è superare la richiesta di moduli o comunicazioni aggiuntive da parte dei singoli Comuni. Restano invece ferme le regole specifiche per gli enti non commerciali che beneficiano dell’esenzione, per i quali continua ad applicarsi il regolamento approvato con il decreto ministeriale n. 200 del 2012 e la dichiarazione va presentata ogni anno.

Per quanto riguarda i tempi, la scadenza per l’invio della dichiarazione IMU resta fissata al 30 giugno dell’anno successivo a quello in cui il possesso dell’immobile ha avuto inizio o sono intervenute variazioni rilevanti ai fini della determinazione dell’imposta, ad esempio l’acquisto di un immobile o una variazione catastale. La dichiarazione ha effetto anche per gli anni successivi, se non intervengono modifiche dei dati dichiarati da cui derivi un diverso importo dell’imposta. Le modalità tecniche di trasmissione e le specifiche del nuovo modello saranno però definite con il successivo decreto del Ministero dell’economia e delle finanze: fino alla sua entrata in vigore, la stessa norma prevede espressamente che i contribuenti continuino a utilizzare i modelli già in uso, approvati con i decreti ministeriali del 29 luglio 2022 e del 4 maggio 2023.

TARI: il nuovo termine di 90 giorni

Anche per la TARI arriva una novità importante in tema di tempistiche. L’articolo 28 del decreto modifica la legge 147/2013 e stabilisce che la dichiarazione va presentata al Comune o al gestore del servizio rifiuti entro 90 giorni dalla data di inizio del possesso o della detenzione dei locali e delle aree soggette al tributo, oppure entro 90 giorni dalla data in cui si verifica una variazione o la cessazione dell’occupazione, ad esempio in caso di trasloco, cessione dell’immobile o chiusura di un’attività.

Si tratta di un termine sensibilmente più breve rispetto al passato. In precedenza la dichiarazione di inizio possesso o detenzione andava presentata entro il 31 dicembre dell’anno successivo, mentre per le variazioni e le cessazioni il termine era fissato al 30 giugno dell’anno successivo. L’obiettivo dichiarato della riforma è avvicinare la comunicazione al momento in cui il fatto si verifica, rendendo più aggiornato il rapporto tra contribuente e Comune. Attenzione, quindi: chi trasloca, vende casa o chiude un’attività ha ora molto meno tempo per comunicare la variazione, con il rischio di sanzioni in caso di ritardo.

Chi è coinvolto e da quando cambiano le regole

Le nuove regole riguardano potenzialmente tutti i proprietari di immobili tenuti alla dichiarazione IMU, tra cui chi acquista o vende una casa, chi ottiene un’esenzione o un’agevolazione, e i soggetti tenuti a presentare la dichiarazione per gli enti non commerciali. Per quanto riguarda la TARI, la platea comprende sia i proprietari sia gli occupanti a vario titolo di locali e aree soggette al tributo, quindi anche inquilini e imprese.

Il decreto è in vigore dal 12 agosto 2026. Per la TARI il nuovo termine di 90 giorni opera già da quella data, perché la norma non prevede un periodo transitorio: resta comunque opportuno verificare le indicazioni operative del proprio Comune o del gestore del servizio rifiuti, che mantengono un’autonomia regolamentare su alcuni profili del tributo. Per l’IMU, invece, l’obbligo di presentare la dichiarazione esclusivamente in via telematica diventerà pienamente operativo con il decreto del Ministero dell’economia e delle finanze che approverà il nuovo modello: fino a quel momento la stessa norma prevede che si continuino a utilizzare i modelli approvati con i decreti ministeriali del 29 luglio 2022 e del 4 maggio 2023.

Cosa fare nel frattempo

In questa fase di transizione, la cosa più utile è monitorare le comunicazioni ufficiali del proprio Comune e le indicazioni che arriveranno dal Ministero dell’economia e delle finanze sul nuovo modello unico IMU e sulle modalità tecniche di invio. Chi ha in programma variazioni rilevanti ai fini TARI, come un trasloco, una cessione dell’immobile o la chiusura di un’attività, deve invece tenere presente fin da subito il termine di 90 giorni. Per l’IMU, in attesa del decreto attuativo, restano validi i modelli e le modalità di presentazione attualmente in uso.

Domande frequenti su dichiarazione IMU online e TARI 90 giorni

La dichiarazione IMU cartacea non sarà più valida?
La nuova norma prevede che la dichiarazione IMU sia presentata esclusivamente in via telematica è che questa sia l’unica modalità per assolvere l’adempimento dichiarativo. La regola diventerà pienamente operativa con il decreto ministeriale che approverà il nuovo modello: nel frattempo restano utilizzabili i modelli e le modalità già in uso.

Chi può inviare la dichiarazione IMU al posto del contribuente?
La trasmissione potrà avvenire direttamente da parte del contribuente oppure, come già avviene oggi per gli invii telematici, tramite un intermediario abilitato, come un professionista o un centro di assistenza fiscale. Le modalità di dettaglio saranno stabilite dal decreto ministeriale attuativo.

Da quando si applicano i 90 giorni per la TARI?
Il decreto è in vigore dal 12 agosto 2026 e per questa novità non è previsto un periodo transitorio. Il termine di 90 giorni riguarda la dichiarazione di inizio, variazione o cessazione del possesso o della detenzione di locali soggetti a TARI, da presentare al Comune o al gestore del servizio rifiuti. Per gli aspetti pratici è comunque utile verificare il regolamento del proprio Comune.

Cambia anche la scadenza generale della dichiarazione IMU?
No. La scadenza resta fissata al 30 giugno dell’anno successivo a quello in cui è iniziato il possesso dell’immobile o sono intervenute le variazioni rilevanti ai fini della determinazione dell’imposta.

Cos’e il modello unico IMU previsto dalla riforma?
E il modello nazionale che sarà approvato con decreto del Ministero dell’economia e delle finanze e che sostituirà quelli oggi in uso, approvati con i decreti ministeriali del 29 luglio 2022 e del 4 maggio 2023. Per gli enti non commerciali che beneficiano dell’esenzione restano ferme regole proprie, con dichiarazione da presentare ogni anno.

I Comuni potranno ancora chiedere moduli personalizzati per l’IMU?
La norma stabilisce che la dichiarazione telematica costituisce l’unica modalità per assolvere l’adempimento dichiarativo ai fini IMU: l’obiettivo è proprio superare la richiesta di comunicazioni o moduli aggiuntivi rispetto a quello ministeriale. Per i dettagli applicativi occorrerà attendere il decreto attuativo.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

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Fuga di Cervelli Italiani: il 50% Torna in Patria, Cosa Dice lo Studio

Indice dei contenuti

  1. Fuga di cervelli italiani: cosa dice l’analisi del Sole 24 Ore
  2. Perché gli italiani rientrano dall’estero
  3. Il regime fiscale per il rientro dei lavoratori impatriati
  4. Cosa serve sapere per chi valuta il rientro in Italia
  5. Domande frequenti sulla fuga di cervelli italiani e il rientro in patria

Fuga di cervelli italiani: cosa dice l’analisi del Sole 24 Ore

Da anni si parla di fuga di cervelli italiani come di un fenomeno a senso unico: giovani laureati e professionisti che lasciano il Paese per cercare opportunità migliori all’estero, senza più farvi ritorno. Un approfondimento pubblicato da Il Sole 24 Ore, nella sezione Norme e Tributi, restituisce però un quadro più articolato. Secondo l’analisi, circa il 50% degli italiani che si trasferiscono all’estero fa poi ritorno in Italia: per ogni cento partenze si contano oltre cinquanta rientri.

Si tratta di un dato che ridimensiona la narrazione della fuga cervelli italiani rientro come processo irreversibile. Non è una fuga a senso unico, ma un flusso circolare: chi parte accumula esperienza, competenze e spesso una rete di contatti internazionale, per poi valutare — nella metà dei casi — un rientro in Italia. Un fenomeno che gli esperti definiscono brain circulation, cioè circolazione di cervelli, più che brain drain, la classica espressione anglosassone per indicare la fuga di talenti.

Il dato riportato da Il Sole 24 Ore si inserisce in un dibattito più ampio sulla mobilità internazionale dei lavoratori italiani, un tema che negli ultimi anni ha spinto anche il legislatore a intervenire con misure fiscali pensate proprio per incentivare il rientro.

Perché gli italiani rientrano dall’estero

Le ragioni che spingono gli italiani che rientrano dall’estero sono molteplici e spesso si intrecciano tra loro. Non sempre si tratta di un ripensamento sulla scelta di emigrare: in molti casi il rientro è pianificato fin dall’inizio, come tappa di un percorso di crescita professionale.

Tra i motivi più ricorrenti che emergono dal dibattito su questo tema si possono citare:

  • motivi familiari, come la nascita di figli o la necessità di assistere genitori anziani;
  • opportunità lavorative in Italia più interessanti rispetto al passato, anche grazie all’esperienza maturata all’estero;
  • il desiderio di tornare vicino ai propri affetti e alla propria rete sociale;
  • la volontà di sfruttare le competenze acquisite all’estero per avviare un’attività o una carriera in Italia;
  • agevolazioni fiscali dedicate a chi rientra, che possono rendere più sostenibile la scelta dal punto di vista economico.

Il rientro cervelli Italia non riguarda solo i giovani laureati alla prima esperienza lavorativa. Coinvolge anche professionisti già affermati, ricercatori, manager e, in una fascia diversa, pensionati italiani che hanno lavorato all’estero e scelgono di trascorrere la pensione nel nostro Paese. Per questi ultimi esistono peraltro agevolazioni specifiche, come quelle descritte nella nostra guida sul bonus rientro pensionati dall’estero 2026.

Il regime fiscale per il rientro dei lavoratori impatriati

Uno degli elementi che può incidere sulla decisione di tornare è il quadro delle agevolazioni fiscali dedicate a chi rientra in Italia dopo un periodo di lavoro all’estero. Il nostro ordinamento prevede da tempo un regime fiscale agevolato per il rientro dei lavoratori, comunemente conosciuto come regime degli impatriati o “rientro dei cervelli”.

Questa misura, nata con la Legge 238/2010 e poi più volte modificata negli anni successivi, è oggi disciplinata dal Decreto Legislativo 209/2023, che si applica ai trasferimenti di residenza fiscale in Italia avvenuti a partire dal 2024. La logica di fondo resta quella originaria: incentivare chi possiede competenze ed esperienze maturate all’estero a trasferire la propria residenza fiscale in Italia, riducendo il carico fiscale sui redditi da lavoro prodotti nel nostro Paese per un periodo di anni.

Il regime, come previsto dal decreto, richiede il rispetto di specifici requisiti: tra questi, un periodo minimo di residenza all’estero prima del rientro, l’impegno a mantenere la residenza fiscale in Italia per un certo numero di anni e, in molti casi, requisiti di qualificazione o specializzazione professionale. Le condizioni di dettaglio, i limiti di reddito agevolabile e la percentuale di riduzione dell’imponibile sono definiti dalla normativa vigente e possono variare in base alla situazione personale del lavoratore, ad esempio alla presenza di figli minori o al trasferimento della residenza in specifiche aree del Paese.

Proprio per questa complessità, chi sta valutando un rientro dall’estero e vuole capire se può beneficiare del regime rientro lavoratori impatriati dovrebbe verificare la propria situazione caso per caso, facendo riferimento alla normativa aggiornata e alle indicazioni ufficiali dell’Agenzia delle Entrate, evitando di basarsi su informazioni generiche trovate online.

Cosa serve sapere per chi valuta il rientro in Italia

Chi legge il dato riportato da Il Sole 24 Ore e si riconosce nella metà degli italiani che, prima o poi, pensa di tornare, si trova spesso davanti a una serie di domande pratiche. Il rientro in Italia comporta infatti diversi adempimenti che vanno oltre la sola questione fiscale: dalla cancellazione dall’AIRE (l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) alla nuova iscrizione anagrafica in un Comune italiano, fino alla verifica della propria posizione contributiva e previdenziale.

Sul fronte fiscale, la fuga cervelli italiani rientro diventa un’occasione concreta solo se la pianificazione avviene con attenzione. Tra gli aspetti da valutare prima di formalizzare il trasferimento della residenza rientrano:

  • i tempi tecnici per l’accesso alle eventuali agevolazioni fiscali per il rientro;
  • la propria posizione contributiva accumulata all’estero e la sua compatibilità con il sistema previdenziale italiano;
  • gli obblighi dichiarativi relativi a redditi, conti correnti o investimenti detenuti ancora all’estero dopo il trasferimento;
  • l’eventuale doppia imposizione con il Paese di provenienza, da verificare alla luce delle convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni.

Si tratta di elementi che richiedono un’analisi personalizzata, perché ogni percorso professionale e ogni Paese di provenienza presentano caratteristiche diverse.

Domande frequenti sulla fuga di cervelli italiani e il rientro in patria

Una sintesi delle domande più comuni su questo tema, utile a chi vuole orientarsi tra dati, motivazioni e quadro normativo del rientro dall’estero.

Cosa significa che il 50% degli italiani che emigrano poi rientra in patria?

Secondo l’analisi pubblicata da Il Sole 24 Ore, per ogni cento italiani che si trasferiscono all’estero se ne contano oltre cinquanta che rientrano in patria. Il fenomeno della fuga di cervelli italiani non è quindi un flusso a senso unico, ma spesso una fase temporanea di un percorso professionale più ampio.

Perché tanti italiani decidono di tornare dall’estero?

Le motivazioni sono diverse: ragioni familiari, nuove opportunità professionali in Italia, il desiderio di tornare vicino ai propri affetti e, in alcuni casi, la convenienza legata alle agevolazioni fiscali previste per chi rientra dopo un periodo di lavoro all’estero.

Esiste un regime fiscale agevolato per chi rientra in Italia dopo aver lavorato all’estero?

Sì, l’ordinamento italiano prevede un regime fiscale agevolato per il rientro dei lavoratori, nato con la Legge 238/2010 e oggi disciplinato dal Decreto Legislativo 209/2023 per i trasferimenti di residenza avvenuti dal 2024. L’accesso è subordinato al rispetto di specifici requisiti, da verificare caso per caso con riferimento alla normativa vigente.

Il rientro dall’estero riguarda solo i giovani lavoratori?

No. Il fenomeno del rientro cervelli in Italia coinvolge fasce diverse: giovani professionisti, ricercatori, manager, ma anche pensionati italiani che hanno lavorato all’estero e scelgono di rientrare, per i quali esistono agevolazioni specifiche dedicate.

Cosa bisogna verificare prima di trasferire la residenza fiscale in Italia dopo un periodo all’estero?

È importante valutare la propria posizione contributiva, gli obblighi dichiarativi su redditi e patrimoni ancora detenuti all’estero, i tempi per l’eventuale accesso alle agevolazioni fiscali per il rientro e la presenza di convenzioni contro le doppie imposizioni con il Paese di provenienza.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

Settembre 13, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale
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Bonus Nido su App INPS Mobile: ricevute, pagamenti e contestazioni da smartphone

Gestire il bonus nido dallo smartphone è possibile: con l’app INPS Mobile si allegano le ricevute delle rette, si controllano i pagamenti mensili e si verificano le eventuali contestazioni, senza passare dal portale da computer. Le ultime funzioni sono state attivate dall’INPS con il messaggio n. 3336 del 6 novembre 2025 e vanno lette insieme alle regole 2026 del contributo, a partire dalla domanda che ora vale fino ai tre anni del bambino.

In questa guida vediamo cosa si può fare dall’app per il bonus nido app INPS, come si carica la documentazione, con quali credenziali si accede, quanto spetta nel 2026 in base all’ISEE minorenni e cosa cambia con la domanda pluriennale.

Indice dei contenuti

  1. Cosa si può fare dall’app INPS Mobile per il Bonus Nido
  2. Come si carica la documentazione da smartphone
  3. Come accedere all’app: SPID o CIE, la CNS non basta
  4. Bonus Nido 2026: importi e ISEE minorenni
  5. Domanda pluriennale dal 2026: cosa cambia
  6. Domande frequenti sul bonus nido e l’app INPS

Cosa si può fare dall’app INPS Mobile per il Bonus Nido

Con il messaggio n. 3336 del 6 novembre 2025 l’INPS ha reso disponibili nell’app INPS Mobile, per Android e iOS, due nuove funzioni del servizio bonus nido: la consultazione dei pagamenti mensili collegati alle domande presentate e la consultazione delle contestazioni relative alle mensilità richieste. Nella home dell’app è comparsa anche una card dedicata, che porta direttamente alla sezione per allegare la documentazione necessaria al pagamento.

Nel concreto, chi ha già presentato la domanda può oggi, dallo smartphone:

  • consultare lo stato della domanda e delle singole mensilità prenotate;
  • allegare fatture e ricevute delle rette pagate all’asilo nido, mese per mese;
  • verificare i pagamenti mensili già lavorati o in lavorazione, per le pratiche in stato “In attesa di documentazione”, “Protocollata”, “In lavorazione” o “Accolta”;
  • vedere le eventuali contestazioni su una mensilità (ad esempio documento illeggibile o non riconducibile al mese richiesto) e intervenire su quella specifica rata.

Il portale INPS da computer resta pienamente operativo: l’app è un canale aggiuntivo, pensato per le operazioni ricorrenti. Chi vuole controllare anche le date di accredito delle altre prestazioni può consultare il calendario pagamenti INPS.

Come si carica la documentazione da smartphone

La possibilità di allegare i documenti di spesa dall’app non è di per sé nuova: era stata introdotta con il messaggio INPS n. 4464 del 28 novembre 2018 ed è confermata dalla circolare n. 60 del 20 marzo 2025, secondo cui la documentazione per il contributo asilo nido si trasmette tramite il servizio online dell’Istituto oppure tramite INPS Mobile, con la funzione “Bonus nido”. La novità del 2025 è la card in home page, che rende il percorso più rapido.

Per ogni mensilità richiesta va allegata la fattura o ricevuta della retta con la prova del pagamento, dalla quale risulti chiaramente il mese a cui si riferisce la spesa. Dallo smartphone si può fotografare il documento oppure caricare un file già salvato. Le spese ammesse al rimborso, in base alla circolare 60/2025, sono la retta mensile, l’eventuale quota pasti della stessa mensilità, l’imposta di bollo e, nei casi previsti, l’IVA agevolata; restano escluse la quota di iscrizione, il pre-scuola, il post-scuola e l’IVA ordinaria.

Attenzione alla scadenza: la circolare INPS n. 29 del 27 marzo 2026 stabilisce che la documentazione completa delle mensilità richieste va caricata entro il 30 aprile dell’anno successivo a quello di riferimento. Per l’anno educativo 2026 c’è tempo quindi fino al 30 aprile 2027. Un allegato mancante o non leggibile genera una contestazione e blocca il pagamento di quella rata.

Come accedere all’app: SPID o CIE, la CNS non basta

L’app INPS Mobile si scarica dagli store ufficiali Google Play e App Store. Per entrare nel servizio bonus nido, come indicato nel messaggio n. 3336/2025, serve SPID di livello 2 o superiore oppure la CIE 3.0 (Carta d’identità elettronica). La Carta Nazionale dei Servizi (CNS), che richiede un lettore di smart card collegato al computer, è utilizzabile solo per il portale web e non per l’app.

Una precisazione utile: il messaggio INPS non prevede notifiche push automatiche sull’avanzamento della pratica. Conviene quindi entrare periodicamente nella sezione dedicata per controllare pagamenti e contestazioni; le comunicazioni ufficiali sulla domanda restano quelle disponibili nell’area riservata MyINPS.

Chi ha già una domanda in corso la ritrova direttamente nella sezione dell’app, senza doverla ricollegare: la card in home page compare proprio agli utenti che hanno inviato la richiesta.

Bonus Nido 2026: importi e ISEE minorenni

L’app semplifica la gestione della pratica, ma non cambia requisiti e importi, che restano quelli fissati dall’art. 1, comma 355, della legge 232/2016 e dalle modifiche successive. L’importo dipende dall’ISEE minorenni del bambino, cioè l’ISEE per le prestazioni agevolate rivolte ai minori, e non dall’ISEE ordinario del nucleo. Dal 2025, per effetto della legge 207/2024 (art. 1, comma 209), nel calcolo di questo ISEE non si contano più le somme percepite a titolo di Assegno unico, criterio confermato per il 2026 dalla legge di bilancio 199/2025.

Le fasce sono due, in base alla data di nascita del bambino, come riepilogato dalla circolare INPS 29/2026:

Nato/aISEE minorenniImporto annuo massimo
prima del 1° gennaio 2024fino a 25.000 euro3.000 euro
prima del 1° gennaio 2024da 25.001 a 40.000 euro2.500 euro
prima del 1° gennaio 2024oltre 40.000 euro o ISEE assente1.500 euro
dal 1° gennaio 2024fino a 40.000 euro3.600 euro
dal 1° gennaio 2024oltre 40.000 euro o ISEE assente1.500 euro

L’importo maggiorato di 3.600 euro per i nati dal 2024 era stato introdotto dalla legge 213/2023 (art. 1, comma 177) a condizione che nel nucleo ci fosse già un altro figlio con meno di dieci anni: dal 2025 questo requisito è stato eliminato dalla legge 207/2024, quindi vale anche per il primo figlio. Il contributo è erogato in un massimo di 11 mensilità e non può comunque superare la retta effettivamente pagata.

Proprio perché l’ISEE è determinante, conviene tenerlo aggiornato: un ISEE scaduto o non presentato fa scattare l’importo minimo di 1.500 euro. Utile rileggere le soglie ISEE 2026 e le regole sul rinnovo dell’ISEE; per il dettaglio dei requisiti c’è la guida a importi e requisiti del bonus nido 2026.

Domanda pluriennale dal 2026: cosa cambia

La vera novità del 2026 non riguarda l’app ma la domanda. L’art. 6-bis del decreto-legge 95/2025, convertito dalla legge 118/2025, ha introdotto la validità pluriennale: dal 1° gennaio 2026 la domanda accolta produce effetti anche per gli anni successivi, fino al mese di agosto dell’anno in cui il bambino compie tre anni, previa verifica dei requisiti e prenotazione delle mensilità (circolare INPS 123 del 5 settembre 2025 e circolare 29 del 27 marzo 2026). Non serve più ripresentare la richiesta ogni anno.

Ogni anno restano da fare due cose, entrambe possibili anche dall’app: indicare le mensilità per cui si chiede il contributo e caricare la documentazione di spesa entro il 30 aprile dell’anno successivo. L’ISEE va invece rinnovato annualmente, perché l’importo viene ricalcolato sul valore in corso di validità. Per la procedura passo passo si può seguire la guida alla domanda bonus nido 2026 e l’approfondimento sulla validità pluriennale.

La stessa norma ha allargato il perimetro del contributo: oltre agli asili nido pubblici e privati autorizzati, sono ammessi micronidi, sezioni primavera e servizi integrativi abilitati come spazi gioco e servizi educativi in contesto domiciliare, nel rispetto delle normative regionali. Restano esclusi i centri per bambini e famiglie e i servizi non educativi come pre-scuola e post-scuola.

Domande frequenti sul bonus nido e l’app INPS

Serve la CNS per usare il bonus nido sull’app INPS Mobile?

No. L’app INPS Mobile accetta SPID di livello 2 o superiore oppure CIE 3.0, come indicato nel messaggio INPS n. 3336 del 6 novembre 2025. La Carta Nazionale dei Servizi si può usare solo dal portale web con un lettore di smart card.

L’app INPS manda notifiche push quando la pratica del bonus nido viene aggiornata?

Il messaggio INPS 3336/2025 non prevede notifiche push: introduce la consultazione dei pagamenti mensili e delle contestazioni. Conviene controllare periodicamente la sezione dell’app; le comunicazioni ufficiali restano nell’area riservata MyINPS.

Cosa devo caricare ogni mese per ricevere il bonus nido?

Per ogni mensilità richiesta va allegata la fattura o ricevuta della retta con la prova del pagamento, riferita chiaramente a quel mese. La documentazione completa va caricata entro il 30 aprile dell’anno successivo (circolare INPS 29/2026).

Quanto spetta di bonus nido nel 2026?

Per i nati dal 1° gennaio 2024 spettano fino a 3.600 euro annui con ISEE minorenni fino a 40.000 euro, altrimenti 1.500 euro. Per i nati prima del 2024 spettano 3.000 euro con ISEE fino a 25.000 euro, 2.500 euro tra 25.001 e 40.000 euro, 1.500 euro oltre o senza ISEE. Il contributo non supera comunque la retta pagata.

Devo rifare la domanda di bonus nido ogni anno?

No. Dal 1° gennaio 2026 la domanda accolta vale fino ad agosto dell’anno in cui il bambino compie tre anni (art. 6-bis DL 95/2025). Ogni anno vanno solo indicate le mensilità richieste, caricati i documenti di spesa e rinnovato l’ISEE.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.

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