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Architetto Dipendente Pubblico con Partita IVA 2026: Autorizzazione art. 53, Incompatibilità Albo e Regime Forfettario

Notizie fiscali CAF Centro Fiscale

Chi lavora come architetto dipendente pubblico e vuole aprire una partita IVA si trova davanti a un intreccio di norme che spaventa: il Testo Unico del pubblico impiego, la legge professionale degli architetti del 1923, le regole dell’Albo e quelle fiscali del regime forfettario. La domanda più frequente che riceviamo al CAF è sempre la stessa: posso davvero esercitare la libera professione mentre sono assunto in Comune, in Regione o in una Soprintendenza? La risposta breve è: sì, ma solo a determinate condizioni. La combinazione architetto dipendente pubblico partita IVA è ammessa quando il rapporto di lavoro è a tempo parziale non superiore al 50% oppure quando l’attività rientra tra gli incarichi occasionali autorizzabili dall’amministrazione. In questa guida aggiornata al 2026 spieghiamo, in parole semplici, cosa prevede l’art. 53 del D.Lgs. 165/2001, quali sono le incompatibilità per l’iscrizione all’Albo APPC, come funziona il regime forfettario 2026 con il limite di 35.000 euro e quali contributi si devono a Inarcassa.

Architetto Dipendente Pubblico con Partita IVA: Cosa Dice la Legge nel 2026

Il punto di partenza per capire la posizione dell’architetto dipendente pubblico con partita IVA è il principio di esclusività del rapporto di lavoro pubblico, sancito dall’art. 98 della Costituzione (“i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione”) e tradotto in norma operativa dall’art. 53 del D.Lgs. 165/2001, il Testo Unico del pubblico impiego. In pratica, lo Stato pretende che chi è assunto a tempo pieno dedichi la propria attività professionale all’amministrazione, senza attività parallele che possano creare conflitti di interesse o sottrarre energie al servizio.

Questo non significa un divieto assoluto e cieco. La normativa distingue tre situazioni molto diverse tra loro, e capire in quale ci si trova è il primo passo prima di pensare all’apertura della partita IVA:

  • Attività vietate in assoluto (incompatibilità assoluta): l’esercizio abituale e professionale del commercio, dell’industria, dell’impresa e — per il dipendente a tempo pieno — della libera professione. Qui non esiste autorizzazione che tenga.
  • Attività soggette ad autorizzazione preventiva: incarichi occasionali, retribuiti, conferiti da soggetti terzi (altre PA, privati, enti), che l’amministrazione di appartenenza può autorizzare caso per caso ai sensi dell’art. 53 commi 7 e seguenti.
  • Attività libere: quelle espressamente elencate dall’art. 53 comma 6 (ad esempio i proventi da diritti d’autore, la docenza occasionale, le collaborazioni a giornali e riviste, gli incarichi svolti gratuitamente), che non richiedono alcuna autorizzazione ma che spesso vanno comunque comunicate.

Il tema dell’architetto dipendente pubblico partita IVA si colloca esattamente nella zona grigia tra la prima e la seconda categoria. Progettare, firmare pratiche edilizie, redigere computi metrici o dirigere lavori è esercizio della libera professione, non un incarico occasionale: per questo la strada dell’autorizzazione singola, da sola, raramente basta. Serve intervenire sulla natura del rapporto di lavoro, cioè passare al part-time. Vediamo come.

Art. 53 D.Lgs. 165/2001: Autorizzazione Preventiva e Incompatibilità

L’art. 53 del D.Lgs. 165/2001 costruisce un sistema di autorizzazione preventiva: il dipendente pubblico non può accettare incarichi retribuiti esterni se prima non ha ottenuto il via libera scritto della propria amministrazione. L’aggettivo preventiva è decisivo: l’autorizzazione deve arrivare prima di iniziare l’incarico e prima di emettere qualsiasi fattura, mai a posteriori per sanare una situazione già avviata.

La richiesta può essere presentata dal dipendente stesso o direttamente dal soggetto che intende conferire l’incarico. L’amministrazione valuta secondo criteri oggettivi e predeterminati, fissati in un proprio regolamento interno, e verifica in particolare:

  • l’assenza di conflitto di interessi, anche solo potenziale, con le funzioni svolte in servizio;
  • la compatibilità con l’orario di lavoro e con il buon andamento dell’ufficio;
  • l’occasionalità e la non prevalenza dell’incarico rispetto al rapporto di impiego;
  • il rispetto dei limiti di cumulo di incarichi eventualmente previsti dal regolamento dell’ente.

Per un architetto, il conflitto di interessi è il punto più delicato in assoluto. Immagina che Marco sia istruttore tecnico all’Ufficio Urbanistica del proprio Comune: non potrà certo firmare, come libero professionista, pratiche edilizie che saranno poi istruite dallo stesso ufficio in cui lavora. Anche quando l’ente rilascia l’autorizzazione, restano infatti fermi i divieti di natura deontologica e le regole sul conflitto di interessi del Codice di comportamento dei dipendenti pubblici (D.P.R. 62/2013). Il quadro per l’architetto dipendente pubblico con partita IVA va quindi costruito con attenzione, valutando anche il territorio in cui si intende operare.

Un’ultima precisazione utile: il silenzio dell’amministrazione non equivale automaticamente a un rifiuto. Per gli incarichi conferiti da amministrazioni pubbliche, l’art. 53 comma 10 prevede che, decorsi 30 giorni dalla richiesta senza risposta, l’autorizzazione si intenda accordata; se l’incarico proviene invece da soggetti privati, lo stesso silenzio vale come diniego. Una differenza che in pratica cambia tutto, e che conviene sempre verificare con il regolamento specifico del proprio ente prima di muoversi.

Part-Time fino al 50%: la Via Maestra per l’Architetto Dipendente Pubblico

Esiste un regime speciale che rappresenta la vera porta d’ingresso per l’architetto dipendente pubblico con partita IVA: quello introdotto dall’art. 1, commi 56-65, della Legge 662/1996. La norma stabilisce che le disposizioni sulle incompatibilità del pubblico impiego non si applicano ai dipendenti con rapporto di lavoro a tempo parziale con prestazione lavorativa non superiore al 50% di quella a tempo pieno.

Tradotto in pratica: chi lavora al 50% o meno (ad esempio 18 ore settimanali su 36) può iscriversi all’Albo professionale, aprire la partita IVA ed esercitare la libera professione. Non serve un’autorizzazione discrezionale dell’ente incarico per incarico: l’attività di lavoro autonomo che si intende svolgere va indicata nella domanda di trasformazione del rapporto a tempo parziale, sulla quale l’amministrazione si pronuncia entro 60 giorni verificando l’assenza di conflitto di interessi; l’eventuale successivo inizio o la variazione dell’attività vanno poi comunicati entro 15 giorni all’amministrazione presso cui si presta servizio (art. 1 comma 58 L. 662/1996).

Attenzione però a tre aspetti che vengono spesso sottovalutati e che ci troviamo a chiarire quasi ogni settimana allo sportello:

  • la soglia del 50% è tassativa: un part-time al 60% o al 70% non apre la porta alla libera professione, resta soggetto al regime ordinario delle incompatibilità come il tempo pieno;
  • il passaggio al part-time non è un diritto automatico: l’amministrazione può negarlo o differirlo per esigenze organizzative, e in ogni caso può rifiutare la trasformazione quando l’attività professionale che si vuole avviare comporta un conflitto di interessi (art. 1 comma 58 L. 662/1996);
  • resta comunque vietato svolgere attività in conflitto con l’ente e, ai sensi dell’art. 1 comma 56-bis della L. 662/1996, ai dipendenti pubblici iscritti agli albi che esercitano la professione non possono essere conferiti incarichi professionali da nessuna pubblica amministrazione, nemmeno diversa dalla propria.

Va segnalato che per alcune categorie il legislatore ha successivamente chiuso questa possibilità: è il caso degli avvocati, per i quali la Legge 339/2003 ha abrogato il regime del part-time. Per gli architetti, invece, il regime dell’art. 1 commi 56-65 della L. 662/1996 resta applicabile: è proprio questo il fondamento normativo che consente a migliaia di tecnici comunali di essere anche liberi professionisti iscritti a Inarcassa.

Incompatibilità e Iscrizione all’Albo degli Architetti (APPC)

Ottenere il part-time e aprire la partita IVA non basta: bisogna essere regolarmente iscritti all’Albo degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori (APPC), perché le attività riservate (progettazione, direzione lavori, firma delle pratiche) non possono essere esercitate senza iscrizione. E qui entra in gioco una normativa molto antica ma tuttora vigente.

L’ordinamento della professione di ingegnere e architetto si fonda sulla Legge 24 giugno 1923, n. 1395 — che all’art. 1 riserva il titolo a chi ha conseguito il relativo diploma — e sul suo regolamento attuativo, il R.D. 23 ottobre 1925, n. 2537. La disposizione che interessa direttamente il dipendente pubblico è l’art. 62 del R.D. 2537/1925, tuttora vigente: gli ingegneri e gli architetti iscritti all’Albo che siano impiegati dello Stato, delle Province o dei Comuni restano soggetti alla disciplina dell’Ordine per l’eventuale esercizio della libera professione, non possono esercitarla quando sussiste un’incompatibilità prevista da leggi o regolamenti generali o speciali e, in ogni caso, hanno bisogno dell’espressa autorizzazione dei capi gerarchici, nei modi stabiliti dagli ordinamenti dell’amministrazione da cui dipendono.

In parole povere: l’iscrizione all’Albo di per sé non è vietata, ma il tempo pieno congela la possibilità di lavorare per clienti privati. Le principali eccezioni a questa regola sono due:

  • i professori e ricercatori universitari, per i quali la Legge 240/2010 (art. 6) prevede un regime autonomo: chi opta per il tempo definito può svolgere attività libero-professionale, chi è a tempo pieno può svolgere solo incarichi compatibili e autorizzati;
  • i dipendenti pubblici con part-time non superiore al 50%, ai sensi della già citata L. 662/1996: per loro l’incompatibilità storica non opera e l’iscrizione all’Albo è piena a tutti gli effetti.

Il consiglio operativo è sempre lo stesso: prima ancora di aprire la partita IVA, l’architetto dipendente pubblico dovrebbe verificare con il proprio Ordine territoriale quale annotazione risulta sul proprio profilo e con quale decorrenza va aggiornata dopo la trasformazione del contratto. Gli Ordini chiedono in genere copia del provvedimento di part-time e una dichiarazione sulla percentuale oraria. È un passaggio formale, ma saltarlo espone a contestazioni disciplinari.

Se stai confrontando la tua posizione con quella di altre categorie professionali, può esserti utile leggere anche la nostra guida dedicata al professionista sanitario dipendente con partita IVA, dove il meccanismo delle autorizzazioni segue logiche in parte diverse (intramoenia ed extramoenia) ma parte dagli stessi principi dell’art. 53.

Regime Forfettario 2026 per l’Architetto Dipendente Pubblico: i Due Limiti Chiave

Chiarito il lato “autorizzazioni”, passiamo al lato fiscale. Il regime forfettario è il regime agevolato che consente di pagare un’imposta sostitutiva — cioè una tassa unica che sostituisce IRPEF, addizionali regionali e comunali — al posto delle imposte ordinarie, con contabilità semplificata e senza IVA in fattura. Per un architetto dipendente pubblico con partita IVA è quasi sempre la scelta di partenza, ma ci sono due cause ostative (cioè due condizioni che fanno perdere il diritto al regime) che vanno verificate con estrema attenzione.

1. Il limite di 35.000 euro di reddito da lavoro dipendente

L’art. 1, comma 57, lett. d-ter) della L. 190/2014 esclude dal forfettario chi, nell’anno precedente, ha percepito redditi di lavoro dipendente e assimilati superiori a una determinata soglia. Il testo base della legge indicava 30.000 euro, ma la soglia è stata elevata a 35.000 euro dall’art. 1 comma 12 della L. 207/2024 (Legge di Bilancio 2025) e confermata anche per il 2026 dall’art. 1 comma 27 della L. 199/2025. Quindi, per il 2026, il valore corretto da considerare è 35.000 euro: chi legge ancora “30.000 euro” sta consultando informazioni superate.

Il calcolo si fa sul reddito risultante dalla Certificazione Unica, non sul lordo contrattuale né sul netto in busta paga. Una buona notizia per chi va in part-time: dimezzando l’orario, spesso il reddito da dipendente scende sotto la soglia, rendendo accessibile il forfettario. Un esempio concreto: supponiamo che Laura, istruttore direttivo tecnico in un Comune, dichiari nel 2025 un reddito da lavoro dipendente di 22.400 euro dopo il passaggio al part-time al 50%. Nel 2026 potrà applicare il forfettario, perché è ampiamente sotto i 35.000 euro.

2. Il divieto di fatturare prevalentemente al proprio datore di lavoro

È il vincolo più insidioso per chi lavora nella PA. L’art. 1, comma 57, lett. d-bis) della L. 190/2014 esclude dal regime forfettario chi consegue ricavi o compensi prevalentemente (cioè per oltre il 50%) nei confronti:

  • del datore di lavoro attuale (nel nostro caso l’ente pubblico presso cui si presta servizio);
  • di un datore di lavoro dei due anni precedenti;
  • di soggetti direttamente o indirettamente riconducibili a tali datori di lavoro (ad esempio società partecipate o enti strumentali collegati).

Questo significa che l’architetto dipendente pubblico con partita IVA non può costruire il proprio studio fatturando in prevalenza alla propria amministrazione. E nemmeno alla PA in cui lavorava fino a due anni prima. Il regime forfettario nasce per i professionisti realmente autonomi, non per mascherare da lavoro autonomo ciò che è, nella sostanza, una prosecuzione del rapporto dipendente. Del resto, come abbiamo visto, quel tipo di incarico è già problematico anche sul piano del conflitto di interessi ex art. 53: i due divieti, fiscale e amministrativo, viaggiano in parallelo.

Restano ovviamente validi anche gli altri requisiti generali del forfettario 2026: ricavi e compensi non superiori a 85.000 euro (con uscita immediata nello stesso anno oltre 100.000 euro), spese per lavoro dipendente e accessorio non superiori a 20.000 euro lordi e assenza di partecipazioni in società di persone o SRL controllate che svolgono attività riconducibili. Per una verifica puntuale della tua posizione conviene sempre rivolgersi al CAF Centro Fiscale di Udine, che segue quotidianamente aperture di partita IVA di tecnici e progettisti.

📌 GUIDA PILLAR — Forfettario e Inarcassa
Vuoi capire come si incastrano regime forfettario e contributi previdenziali quando apri lo studio? Leggi la guida completa: Architetto Forfettario e INARCASSA 2026: Doppia Contribuzione.

Codice ATECO 2025 dell’Architetto, Coefficiente 78% e Imposta Sostitutiva

Al momento dell’apertura della partita IVA occorre indicare il codice ATECO, cioè il codice che identifica l’attività economica svolta. Dal 1° gennaio 2025 è in vigore la nuova classificazione ATECO 2025, operativa per gli adempimenti dell’Agenzia delle Entrate dal 1° aprile 2025, con riclassificazione d’ufficio delle posizioni già aperte. Il codice attualmente vigente per l’attività di architetto è:

  • 71.11.09 — Attività degli studi di architettura (ATECO 2025, codice attuale);
  • ex 71.11.00 nella vecchia classificazione ATECO 2007: è il codice storico, superato, da non indicare come attuale;
  • coefficiente di redditività: 78%, tipico delle attività professionali, scientifiche e tecniche;
  • cassa previdenziale di riferimento: Inarcassa.

Il coefficiente di redditività è la percentuale del fatturato che il Fisco considera “reddito”, forfetizzando i costi. Con il 78%, su ogni 100 euro incassati lo Stato ne considera 78 come reddito imponibile e 22 come costi, indipendentemente dalle spese realmente sostenute. Da questo imponibile si deducono poi i contributi previdenziali obbligatori effettivamente versati, e sul risultato si applica l’imposta sostitutiva:

  • 15%: aliquota ordinaria del regime forfettario;
  • 5%: aliquota agevolata per i primi 5 anni di attività, se ricorrono i requisiti di start-up previsti dall’art. 1 comma 65 L. 190/2014.

Su quest’ultimo punto serve un avvertimento importante proprio per chi arriva dal pubblico impiego. Il 5% richiede che si tratti di una nuova attività: il contribuente non deve aver esercitato nei tre anni precedenti un’attività artistica, professionale o d’impresa, nemmeno in forma associata, e la nuova attività non deve costituire mera prosecuzione di un’attività precedentemente svolta come lavoro dipendente. Su questo secondo profilo l’Agenzia delle Entrate valuta la sostanza: stessa clientela, stesso ambito, stessa organizzazione. Un tecnico comunale che apre lo studio esercitando attività analoghe a quelle svolte in servizio potrebbe vedersi contestare l’aliquota del 5%. Va quindi analizzato caso per caso, senza darlo per scontato. Se hai meno di 35 anni, ti consigliamo di approfondire anche le opportunità descritte nella guida su architetti under 35 e aliquota 5% nel forfettario.

Un’ultima nota pratica: se accanto alla progettazione intendi svolgere anche altre attività (ad esempio consulenza energetica o formazione), puoi valutare l’apertura di più codici ATECO. Come funziona in concreto lo spieghiamo nella guida su più codici ATECO in regime forfettario.

Inarcassa: Cosa Deve l’Architetto Dipendente Pubblico Part-Time

Inarcassa è la Cassa di previdenza degli ingegneri e architetti liberi professionisti. La regola generale è che l’iscrizione è obbligatoria per chi è iscritto all’Albo, possiede partita IVA ed esercita la professione in modo continuativo. Esiste però una condizione specifica che riguarda proprio il nostro caso: l’iscrizione a Inarcassa presuppone l’esclusività dell’esercizio libero-professionale, cioè l’assenza di altra copertura previdenziale obbligatoria derivante da lavoro dipendente.

L’architetto dipendente pubblico con partita IVA in part-time ha già una tutela previdenziale obbligatoria: i contributi versati dal proprio ente alla Gestione dipendenti pubblici dell’INPS (ex INPDAP). In questa situazione, secondo il regolamento generale di previdenza di Inarcassa, il professionista rientra tipicamente tra i soggetti non iscrivibili con contribuzione soggettiva piena, ma resta comunque tenuto al contributo integrativo.

Il contributo integrativo è una maggiorazione — attualmente pari al 4% — che si applica su tutti i corrispettivi lordi indicati in fattura e che viene addebitata al cliente, per poi essere riversata a Inarcassa. In concreto:

  • il 4% si somma all’imponibile in fattura ed è a carico del committente;
  • per i non iscritti che esercitano la professione, il versamento avviene tramite la dichiarazione annuale a Inarcassa nei termini previsti dal regolamento;
  • il contributo integrativo non alimenta la posizione pensionistica individuale del professionista non iscritto: è un contributo di solidarietà alla Cassa;
  • per il forfettario, il contributo integrativo del 4% non concorre a formare il reddito imponibile ai fini dell’imposta sostitutiva, poiché è un ribaltamento sul cliente.

Va detto con onestà che si tratta di un tema da verificare caso per caso direttamente con Inarcassa: la posizione cambia in funzione della percentuale di part-time, della continuità dell’attività professionale, dell’eventuale iscrizione precedente e della presenza di un trattamento pensionistico. Non esiste una risposta valida per tutti, e improvvisare qui significa rischiare avvisi di irregolarità anche a distanza di anni.

📌 GUIDA PILLAR — Previdenza Inarcassa
Minimi, massimali, contributo soggettivo e integrativo spiegati nel dettaglio: Inarcassa 2026: Contributi Architetti, Minimi e Massimali.

Anagrafe delle Prestazioni (PerlaPA) e Sanzioni per Attività Non Autorizzata

Il sistema dei controlli è più stretto di quanto molti immaginino. L’art. 53 del D.Lgs. 165/2001 impone infatti alle amministrazioni di comunicare al Dipartimento della Funzione Pubblica tutti gli incarichi autorizzati o conferiti ai propri dipendenti, con l’indicazione dell’oggetto, della durata e del compenso erogato. I dati confluiscono nell’Anagrafe delle prestazioni, la banca dati gestita attraverso il portale PerlaPA.

Anche i soggetti privati che conferiscono incarichi retribuiti a dipendenti pubblici devono comunicarne il compenso all’amministrazione di appartenenza. In più, l’elenco degli incarichi autorizzati è oggetto di pubblicazione ai fini della trasparenza (D.Lgs. 33/2013). Ne consegue che l’attività extra-impiego dell’architetto dipendente pubblico con partita IVA è tracciata, incrociabile con i dati fiscali e tutt’altro che invisibile.

Cosa succede a chi svolge un incarico retribuito senza autorizzazione? L’art. 53 comma 7 del D.Lgs. 165/2001 prevede una conseguenza economica molto precisa: il compenso percepito deve essere riversato, a cura del soggetto erogante o dello stesso dipendente, nel conto dell’entrata del bilancio dell’amministrazione di appartenenza, per essere destinato ad incremento del fondo di produttività o di fondi equivalenti. A questo si aggiungono:

  • la possibile responsabilità erariale, con giudizio davanti alla Corte dei conti per l’omesso versamento (art. 53 comma 7-bis);
  • le conseguenze disciplinari, che nei casi più gravi possono arrivare alla decadenza dall’impiego secondo il regime dell’incompatibilità;
  • eventuali rilievi deontologici da parte dell’Ordine degli Architetti.

Il messaggio è chiaro: la sequenza corretta va rispettata alla lettera, e va rispettata prima. Verifica del regime orario, richiesta di part-time o di autorizzazione, aggiornamento della posizione all’Albo, apertura della partita IVA, comunicazione all’ente, gestione corretta di Inarcassa e del forfettario. Saltare un passaggio, per fretta o per disinformazione, è l’errore più costoso che si possa commettere.

Domande Frequenti

Un architetto dipendente pubblico a tempo pieno può aprire la partita IVA?

No, non per esercitare la libera professione in modo abituale. Il dipendente a tempo pieno è soggetto al divieto di esercizio professionale previsto dall’art. 53 del D.Lgs. 165/2001 e dall’art. 62 del R.D. 2537/1925. Può svolgere solo incarichi occasionali preventivamente autorizzati dall’amministrazione, che di regola non richiedono l’apertura della partita IVA. Per esercitare davvero la professione occorre passare al part-time non superiore al 50%.

Con il part-time al 50% serve l’autorizzazione o basta la comunicazione?

Con il part-time fino al 50%, in base all’art. 1 commi 56-65 della L. 662/1996, non si applica il regime ordinario delle incompatibilità: l’attività che si intende svolgere va indicata nella domanda di trasformazione del rapporto, che l’amministrazione concede o nega entro 60 giorni; l’eventuale successivo inizio o variazione dell’attività va comunicato entro 15 giorni. L’ente conserva il potere di negare la trasformazione in caso di conflitto di interessi o di pregiudizio alla funzionalità dell’ufficio.

Qual è il limite di reddito da lavoro dipendente per il forfettario 2026?

Il limite è di 35.000 euro di redditi da lavoro dipendente e assimilati percepiti nell’anno precedente. La soglia, originariamente fissata a 30.000 euro dall’art. 1 comma 57 lett. d-ter) L. 190/2014, è stata elevata dall’art. 1 comma 12 L. 207/2024 e confermata per il 2026 dall’art. 1 comma 27 L. 199/2025. Superata la soglia, il regime forfettario non può essere applicato nell’anno successivo.

Posso fatturare al Comune in cui lavoro come dipendente?

No, ed è vietato su due fronti. Sul piano amministrativo, l’incarico a favore della propria amministrazione genera un evidente conflitto di interessi. Sul piano fiscale, l’art. 1 comma 57 lett. d-bis) L. 190/2014 esclude dal regime forfettario chi fattura per oltre il 50% al proprio datore di lavoro, a un datore dei due anni precedenti o a soggetti a essi riconducibili.

Qual è il codice ATECO attuale dell’architetto?

Il codice vigente nella classificazione ATECO 2025 è il 71.11.09, relativo alle attività degli studi di architettura. Il codice 71.11.00 appartiene alla vecchia ATECO 2007 ed è ormai superato: le posizioni aperte sono state riclassificate d’ufficio. Il coefficiente di redditività applicabile nel forfettario resta il 78%.

Devo iscrivermi a Inarcassa se sono dipendente pubblico part-time?

Nella maggior parte dei casi no: avendo già una copertura previdenziale obbligatoria come dipendente pubblico, manca il requisito di esclusività richiesto per l’iscrizione con contribuzione soggettiva piena. Resta però dovuto il contributo integrativo del 4% da applicare in fattura e riversare a Inarcassa con la dichiarazione annuale. La posizione va comunque verificata caso per caso direttamente con la Cassa, perché incide la percentuale di part-time e la continuità dell’attività.

Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.


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Come hai visto, la posizione dell’architetto dipendente pubblico con partita IVA si regge su un equilibrio delicato tra art. 53 D.Lgs. 165/2001, part-time al 50% ex L. 662/1996, incompatibilità dell’Albo APPC, requisiti del regime forfettario 2026 e obblighi verso Inarcassa. Ogni situazione ha le sue variabili: la percentuale oraria, il tipo di ente, la clientela che si intende acquisire, il reddito da dipendente dell’anno precedente.

Il CAF Centro Fiscale di Udine affianca architetti e tecnici in tutte le fasi: analisi preliminare della compatibilità, apertura della partita IVA con il codice ATECO 71.11.09, scelta del regime fiscale più conveniente, gestione degli adempimenti e della fatturazione elettronica. Ti forniamo un preventivo personalizzato dopo aver valutato la tua situazione specifica di dipendente pubblico part-time, così da capire fin da subito autorizzazioni necessarie e convenienza fiscale reale. Il servizio è disponibile sia in ufficio a Udine, in Viale Tullio 13, sia online in tutta Italia.

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