NOTIZIEControlli INPS sull’Assegno Unico: verifiche DSU con ISEE correnteL’INPS ha avviato una fase di controlli più stringenti sulle DSU (Dichiarazioni Sostitutive Uniche) presentate con ISEE corrente da chi percepisce l’Assegno Unico e Universale. I controlli isee inps assegno unico puntano a verificare che i redditi e i patrimoni dichiarati corrispondano davvero alla situazione economica del nucleo familiare, soprattutto quando questa viene presentata come profondamente cambiata rispetto all’ISEE ordinario. Una notizia che riguarda migliaia di famiglie italiane, perché l’ISEE corrente viene usato proprio per aggiornare, al ribasso, l’indicatore economico e ottenere un importo più alto dell’Assegno Unico.Il tema è tornato di attualità dopo che diverse testate, tra cui PMI.it, hanno segnalato un incremento delle verifiche automatizzate dell’Istituto. Vediamo che cos’è l’ISEE corrente, come funzionano davvero i controlli incrociati INPS e cosa rischia chi ha dichiarato dati non coerenti con la propria reale situazione reddituale e patrimoniale.Indice dei contenutiCos’è l’ISEE corrente e quando si usa per l’Assegno UnicoCome funzionano i controlli incrociati INPS su DSU e ISEE correnteCosa succede in caso di discordanze tra ISEE corrente e dati realiConsigli pratici per chi ha presentato o deve presentare l’ISEE correnteCos’è l’ISEE corrente e quando si usa per l’Assegno UnicoL’ISEE corrente è una versione “aggiornata” dell’ISEE ordinario, pensata per fotografare la situazione economica più recente del nucleo familiare invece che quella riferita a due anni prima, come avviene normalmente con l’ISEE standard. In pratica, se l’ISEE ordinario si basa sui redditi della dichiarazione dei redditi di due anni fa, l’ISEE corrente permette di aggiornare i dati quando è intervenuta una variazione significativa della situazione lavorativa o reddituale del nucleo.Le famiglie possono richiedere l’ISEE corrente, ad esempio, in presenza di eventi come la cessazione di un rapporto di lavoro subordinato, la fine di un’attività di lavoro autonomo, la sospensione dal lavoro con integrazione salariale, oppure una riduzione del reddito complessivo del nucleo superiore al 25% rispetto a quanto risultava nell’ISEE ordinario. È un istituto pensato per tutelare chi ha subito un peggioramento economico reale, permettendogli di accedere più rapidamente a prestazioni come l’Assegno Unico, il conguaglio assegno unico 2026, il bonus nido o altre agevolazioni collegate all’indicatore.Proprio perché consente di ottenere importi più alti in tempi brevi, l’ISEE corrente è però anche lo strumento più esposto a errori, dimenticanze o, nei casi più gravi, a dichiarazioni non veritiere. Da qui l’esigenza dell’INPS di rafforzare i controlli. Come funzionano i controlli incrociati INPS su DSU e ISEE correnteI controlli isee inps assegno unico non sono una novità assoluta, ma negli ultimi mesi sono diventati più sistematici grazie all’incrocio automatico delle banche dati. L’INPS confronta i dati autocertificati nella DSU con le informazioni già in possesso di altri enti pubblici, in particolare:Agenzia delle Entrate e Anagrafe Tributaria, per verificare redditi da lavoro dipendente, autonomo, pensioni e altre entrate fiscalmente rilevanti;banche dati INPS interne, che incrociano le dichiarazioni con le comunicazioni obbligatorie dei datori di lavoro, le prestazioni di disoccupazione, la cassa integrazione e altre indennità già erogate;Catasto e conservatorie, per il patrimonio immobiliare dichiarato nel nucleo;archivi anagrafici dei Comuni, per la composizione effettiva del nucleo familiare.Quando il sistema rileva una discrepanza tra quanto dichiarato nella DSU con ISEE corrente e i dati reali in possesso degli enti, scatta una segnalazione che può portare a un controllo più approfondito. Questo accade con maggiore frequenza proprio nei casi di ISEE corrente, perché la variazione dichiarata deve essere motivata da un evento specifico e verificabile, non da una semplice stima. Anche i pagamenti INPS collegati all’Assegno Unico possono quindi subire delle verifiche a campione prima dell’erogazione delle mensilità successive. Cosa succede in caso di discordanze tra ISEE corrente e dati realiQuando l’INPS individua un’incongruenza tra quanto autocertificato e i dati reali, le conseguenze dipendono dalla gravità e dalla natura dell’errore. Non sempre si tratta di una dichiarazione volontariamente falsa: spesso sono semplici dimenticanze, redditi non aggiornati o un patrimonio che non è stato correttamente riportato. In ogni caso, l’Istituto può attivare diverse procedure:richiesta di documentazione integrativa al nucleo familiare, per chiarire la discordanza riscontrata;rideterminazione temporanea dell’importo dell’Assegno Unico secondo le regole previste in assenza di ISEE valido, in attesa del completamento dell’istruttoria;rideterminazione dell’ISEE e ricalcolo dell’importo spettante, con eventuale riduzione delle mensilità future;recupero delle somme indebitamente percepite, se risulta che l’importo erogato era superiore a quello dovuto sulla base della situazione reale;nei casi più gravi, segnalazione per dichiarazione mendace, con possibili conseguenze anche di natura penale ai sensi delle norme sulle autocertificazioni.È bene chiarire che il recupero delle somme non erogate correttamente può riguardare anche periodi arretrati, e che le rettifiche sull’ISEE possono avere effetti anche su altre prestazioni collegate, comprese le detrazioni familiari a carico 2026 e altri bonus legati all’indicatore economico del nucleo. Consigli pratici per chi ha presentato o deve presentare l’ISEE correntePer chi ha già presentato una DSU con ISEE corrente, o sta valutando di farlo per aggiornare la propria posizione ai fini dell’Assegno Unico, la prudenza è d’obbligo. Prima di autocertificare una variazione di reddito o di patrimonio, è importante avere la documentazione che comprova l’evento dichiarato: la lettera di licenziamento, la comunicazione di cassa integrazione, l’attestazione di cessazione dell’attività autonoma o qualunque altro documento che giustifichi la richiesta di ISEE corrente.È utile ricordare che l’ISEE corrente ha una validità limitata nel tempo e deve essere aggiornato periodicamente per restare valido: trascorso il periodo di validità, se non rinnovato, torna automaticamente a valere l’ISEE ordinario. Chi riceve una richiesta di chiarimenti dall’INPS dovrebbe rispondere tempestivamente, fornendo tutta la documentazione richiesta, per evitare la rideterminazione dell’importo al livello minimo o conseguenze più gravi. In presenza di errori materiali, spesso è possibile presentare una DSU rettificativa prima che la situazione si aggravi. Domande Frequenti sui Controlli ISEE e Assegno UnicoCosa sono i controlli isee inps assegno unico e chi riguardano?Sono le verifiche che l’INPS effettua sulle Dichiarazioni Sostitutive Uniche (DSU) presentate con ISEE corrente da chi riceve l’Assegno Unico. Riguardano in particolare i nuclei che hanno dichiarato una variazione significativa di reddito o patrimonio rispetto all’ISEE ordinario.Quando si può richiedere l’ISEE corrente per l’Assegno Unico?Si può richiedere quando è intervenuta una variazione rilevante della situazione lavorativa o reddituale del nucleo, come cessazione di un rapporto di lavoro, sospensione con cassa integrazione o una riduzione del reddito superiore al 25% rispetto a quanto risultava nell’ISEE ordinario.Come fa l’INPS a controllare i dati dichiarati nella DSU?L’INPS incrocia i dati autocertificati con le banche dati dell’Agenzia delle Entrate, dell’Anagrafe Tributaria, del Catasto e con i propri archivi interni su lavoro, prestazioni e indennità già erogate al nucleo familiare.Cosa succede se l’INPS trova una discordanza nell’ISEE corrente?A seconda dei casi, l’INPS può chiedere documentazione integrativa, rideterminare temporaneamente l’importo secondo le regole previste in assenza di ISEE valido, ricalcolare l’importo dell’Assegno Unico, richiedere la restituzione delle somme percepite in eccesso o, nei casi più gravi, segnalare la dichiarazione mendace.Per quanto tempo resta valido l’ISEE corrente?L’ISEE corrente ha una validità limitata nel tempo e deve essere aggiornato periodicamente. Se non viene rinnovato entro i termini previsti, torna automaticamente a valere l’ISEE ordinario ai fini del calcolo dell’Assegno Unico.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti. Settembre 26, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Copia-di-ISEE-ERRATO-2026.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-26 13:00:002026-09-21 13:15:53Controlli INPS sull’Assegno Unico: verifiche DSU con ISEE corrente
NOTIZIEAssegno Unico, Controlli INPS Avviati: Cambiano gli Importi per Chi Riceve l’AvvisoASSEGNO UNICO UNIVERSALEL’INPS ha avviato una nuova campagna di controlli sull’Assegno Unico e Universale, mirata alle domande collegate a una DSU (Dichiarazione Sostitutiva Unica) presentata per ottenere l’ISEE corrente. L’obiettivo è verificare eventuali omissioni o incongruenze nei redditi autodichiarati dalle famiglie rispetto alle informazioni già presenti negli archivi dell’ente previdenziale. I controlli INPS sull’Assegno Unico riguardano esclusivamente le posizioni per le quali sono emersi elementi che richiedono ulteriori approfondimenti istruttori, e la conseguenza più concreta per chi riceve la comunicazione è una sola: fino alla conclusione delle verifiche o all’eventuale aggiornamento della documentazione, l’importo dell’assegno può essere temporaneamente rideterminato secondo quanto previsto dalla normativa in assenza di un ISEE valido. Gli effetti possono riguardare già i pagamenti di settembre 2026. Vediamo nel dettaglio come funziona questo controllo, perché scatta e cosa conviene fare per tornare a percepire l’importo corretto.Indice dei contenutiCos’è il controllo INPS sull’ISEE corrente legato all’Assegno UnicoPerché scattano i controlli: redditi autodichiarati e archivi INPSCosa cambia negli importi: la rideterminazione al minimo di 58,30 euroCosa fare se si riceve la comunicazione dell’INPSDomande frequenti sui controlli INPS sull’Assegno UnicoCos’è il controllo INPS sull’ISEE corrente legato all’Assegno UnicoIl controllo riguarda in modo specifico le domande di Assegno Unico e Universale (AUU) 2026 per cui la famiglia ha presentato una DSU finalizzata al rilascio dell’ISEE corrente, lo strumento pensato per fotografare situazioni reddituali cambiate nel corso dell’anno rispetto all’ISEE ordinario. Su questa tipologia di dichiarazioni, l’INPS effettua un confronto tra quanto autodichiarato dal nucleo familiare e le informazioni reddituali già presenti nei propri archivi.Quando dal confronto emergono omissioni o incongruenze nei redditi autodichiarati, l’INPS non blocca la prestazione ma avvia una verifica puntuale sulla posizione del nucleo familiare, informando l’interessato attraverso una comunicazione informativa individuale. Non si tratta quindi di un controllo generalizzato su tutti i beneficiari dell’Assegno Unico, ma di una verifica mirata alle situazioni in cui l’ISEE corrente utilizzato per il calcolo della prestazione presenta dati non coerenti con quelli già noti all’ente. Perché scattano i controlli: redditi autodichiarati e archivi INPSAlla base della campagna c’è il confronto diretto tra i dati inseriti nella DSU per l’ISEE corrente e le informazioni reddituali già disponibili negli archivi dell’INPS. Quando i redditi autodichiarati risultano inferiori, incompleti o non allineati rispetto a quanto già registrato dall’ente, il sistema segnala la posizione per un approfondimento. Le situazioni più frequenti che possono generare una segnalazione includono:Redditi omessi o indicati in misura inferiore rispetto a quelli effettivamente percepiti nel periodo di riferimento dell’ISEE correnteErrori materiali nella compilazione della DSU, che generano un disallineamento con i dati già in possesso dell’INPSMancato aggiornamento tempestivo della situazione reddituale del nucleo familiareIn molti casi la discrepanza non nasce da un comportamento scorretto, ma da un errore di compilazione o da un aggiornamento dei redditi non ancora recepito nella dichiarazione. Resta comunque il fatto che, fino al chiarimento della posizione, l’importo dell’Assegno Unico viene modificato in automatico, come vediamo nel prossimo paragrafo. Cosa cambia negli importi: la rideterminazione al minimo di 58,30 euroIl punto centrale di questa campagna di controlli INPS sull’Assegno Unico riguarda proprio l’effetto immediato sull’importo della prestazione. Fino alla conclusione delle verifiche, oppure fino alla presentazione di una DSU aggiornata da parte della famiglia, l’assegno può essere temporaneamente rideterminato secondo le regole già previste per i casi di ISEE assente o non valido. In pratica, l’importo scende al valore minimo previsto dalla normativa, pari a 58,30 euro al mese per figlio, la soglia applicata quando l’ISEE risulta pari o superiore a 46.582,71 euro oppure non è disponibile un ISEE valido (riferimento Circolare INPS n. 7/2026).Non si tratta quindi di un aumento o di un conguaglio a favore della famiglia, ma di una riduzione temporanea pensata come misura cautelativa fino al chiarimento della posizione. Gli effetti di questa rideterminazione possono riguardare già i pagamenti dell’Assegno Unico relativi a settembre 2026: per questo chi riceve la comunicazione può trovarsi di fronte a un importo più basso del solito prima ancora di averne individuato il motivo. Per un quadro più ampio su come l’INPS calcola periodicamente gli importi e gli eventuali arretrati della prestazione, può essere utile consultare il nostro approfondimento sul Conguaglio Assegno Unico 2026: cos’è, come funziona e come vederlo su INPS. Cosa fare se si riceve la comunicazione dell’INPSChi riceve l’apposita comunicazione dell’INPS relativa a questa campagna di controlli non deve ignorarla, perché l’unico modo per tornare a percepire l’importo corretto dell’Assegno Unico è chiarire la propria posizione reddituale. Si tratta di una comunicazione informativa individuale, che l’INPS invia soltanto ai nuclei per i quali le verifiche hanno fatto emergere elementi da approfondire. Il rimedio previsto in questa fase è uno solo, ma va attivato con attenzione:Verificare i dati indicati nella DSU confrontandoli con la propria reale situazione reddituale aggiornataPresentare una nuova DSU aggiornata, correggendo eventuali omissioni o errori nei redditi autodichiaratiPresentarla tramite il servizio online dedicato oppure rivolgendosi a un CAF; in alternativa è possibile rivolgersi alle strutture INPS territorialmente competenti per fornire la documentazione utile a confermare la correttezza dei dati autodichiaratiUna volta presentata la DSU aggiornata con i dati corretti, l’INPS può ricalcolare l’ISEE corrente e, di conseguenza, ripristinare l’importo dell’Assegno Unico effettivamente spettante al nucleo familiare, superando la fase di rideterminazione al minimo.È utile ricordare che il recupero di somme indebitamente percepite resta un principio generale valido per tutte le prestazioni erogate dall’INPS, ma il comunicato relativo a questa specifica campagna di controlli parla esclusivamente della rideterminazione temporanea dell’importo al minimo, non di una richiesta di restituzione delle mensilità già incassate. Settembre resta comunque un mese denso di scadenze per le prestazioni INPS: chi percepisce anche altre indennità, come la NASpI, può consultare il nostro approfondimento sul pagamento della NASpI di settembre 2026 per un quadro più ampio sulle tempistiche di accredito del mese. Domande frequenti sui controlli INPS sull’Assegno UnicoPerché l’INPS ha avviato i controlli sull’Assegno Unico?Per verificare eventuali omissioni o incongruenze nei redditi autodichiarati nella DSU presentata per l’ISEE corrente, confrontandoli con i dati già presenti negli archivi dell’INPS.Chi riceve la comunicazione dell’INPS?Solo i nuclei per i quali, dalle verifiche effettuate dall’Istituto, sono emersi elementi che richiedono ulteriori approfondimenti istruttori: in questi casi l’INPS invia una comunicazione informativa individuale.Cosa succede all’importo dell’Assegno Unico durante i controlli?Fino alla conclusione delle verifiche o alla presentazione di una nuova DSU, l’importo può essere temporaneamente rideterminato secondo le regole previste in assenza di ISEE valido, quindi al minimo di 58,30 euro al mese per figlio.Cosa devo fare se ricevo la comunicazione dell’INPS?Occorre presentare una nuova DSU con i dati corretti, tramite il servizio online dedicato oppure rivolgendosi a un CAF; in alternativa ci si può rivolgere alle strutture INPS territorialmente competenti per fornire la documentazione che conferma la correttezza dei dati autodichiarati.Devo restituire le somme di Assegno Unico già percepite?Il comunicato relativo a questa campagna non parla di restituzione delle mensilità già incassate, ma solo di una rideterminazione temporanea dell’importo al minimo fino al chiarimento della posizione.Resta da vedere quante famiglie regolarizzeranno la propria posizione nelle prossime settimane e se l’INPS fornirà ulteriori chiarimenti operativi sulle modalità di presentazione della nuova DSU.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti. Settembre 26, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2024/12/ASSEGNO-UNICO-2023.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-26 12:00:002026-09-19 14:50:25Assegno Unico, Controlli INPS Avviati: Cambiano gli Importi per Chi Riceve l’Avviso
NOTIZIEPensione usuranti con contributi da autonomo: quota 97,6 se bastano quelli da dipendenteChi ha lavorato per anni in mansioni pesanti o rischiose per la salute può andare in pensione prima grazie al beneficio per i lavori usuranti. Un dubbio frequente riguarda però le carriere miste, con contributi in parte da dipendente e in parte da artigiano o commerciante: in questi casi vale la pensione usuranti quota 97,6 dei dipendenti oppure la quota 98,6, più severa, prevista per gli autonomi? Il caso di un autista di autobus, affrontato dagli esperti di PMI.it, permette di fare chiarezza: il criterio non è dove è stata svolta la mansione usurante, ma se i contributi da dipendente bastano da soli a raggiungere il diritto. Indice dei contenutiCos’è la pensione per lavori usuranti e chi può chiederlaQuota 97,6 e quota 98,6: chi rientra nell’una e nell’altraContributi misti dipendente e autonomo: conta se quelli da dipendente bastano da soliRequisiti: 35 anni di contributi e periodo minimo di lavoro usuranteDomanda entro il 1° maggio: cosa succede se si è in ritardoDomande frequenti su pensione usuranti e quota 97,6Cos’è la pensione per lavori usuranti e chi può chiederlaLa pensione per lavori usuranti è disciplinata dal D.Lgs. 21 aprile 2011, n. 67. Si rivolge ai lavoratori dipendenti che hanno svolto una delle quattro tipologie di attività elencate dall’articolo 1: le mansioni particolarmente usuranti individuate dal decreto ministeriale 19 maggio 1999 (lavori in galleria, cava o miniera, in cassoni ad aria compressa, ad alte temperature e simili), il lavoro notturno, la cosiddetta linea catena e la guida di veicoli con almeno 9 posti adibiti a servizio pubblico di trasporto collettivo, come gli autobus di linea.Rispetto alla generalità dei lavoratori, questo canale consente di uscire con requisiti di età e contribuzione più bassi. In più, per effetto delle deroghe confermate da ultimo con la legge di Bilancio 2026, gli adeguamenti alla speranza di vita previsti per il 2019, 2021, 2023, 2025 e 2027 non si applicano: i requisiti restano quindi fermi fino al 31 dicembre 2028. Chi vuole un quadro delle altre uscite anticipate può consultare la guida sulla pensione anticipata per lavori gravosi, che è un beneficio diverso. Quota 97,6 e quota 98,6: chi rientra nell’una e nell’altraI requisiti sono quelli della Tabella B allegata alla legge 247/2007, richiamata dall’articolo 1, comma 4, del D.Lgs. 67/2011. La quota è la somma di età anagrafica e anni di contributi e va raggiunta insieme ai due minimi di età e di contribuzione.Quota 97,6 (requisiti dei dipendenti): almeno 61 anni e 7 mesi di età e almeno 35 anni di contributi.Quota 98,6 (requisiti degli autonomi): almeno 62 anni e 7 mesi di età e almeno 35 anni di contributi.Attenzione a un dettaglio spesso trascurato: 61 anni e 7 mesi con 35 anni esatti di contributi fanno 96,6, non 97,6. Per raggiungere la quota servono quindi più contributi o più età. La soglia con 62 anni e 7 mesi, inoltre, non riguarda solo chi ha contributi da autonomo: per i lavoratori notturni dipendenti con 72-77 notti l’anno l’articolo 1, comma 6-bis, alza di un anno l’età e di una unità la quota (62 anni e 7 mesi, quota 98,6), mentre con 64-71 notti l’aumento è di due anni e due unità (63 anni e 7 mesi, quota 99,6). Contributi misti dipendente e autonomo: conta se quelli da dipendente bastano da soliIl beneficio è riservato ai dipendenti, ma la legge prevede anche i requisiti “degli autonomi”. Quando si applicano? Lo ha chiarito l’INPS con la circolare n. 90 del 24 maggio 2017, ripresa ogni anno nelle istruzioni operative, da ultimo con il messaggio n. 1188 del 2 aprile 2026. La domanda di riconoscimento può essere presentata anche dal dipendente che raggiunge il diritto alla pensione con il cumulo dei contributi versati in una gestione speciale dei lavoratori autonomi (artigiani, commercianti, coltivatori diretti): in questo caso la riduzione di età e di quota si calcola con i requisiti previsti per gli autonomi, cioè 62 anni e 7 mesi e quota 98,6.Il criterio è quindi la sufficienza dei contributi da dipendente, non il rapporto di lavoro in cui è stata svolta la mansione usurante. Se i contributi versati come dipendente bastano da soli a coprire i 35 anni e la quota 97,6, la pensione viene liquidata nel Fondo lavoratori dipendenti con i requisiti dei dipendenti e i periodi da autonomo restano fuori dal calcolo del diritto. Se invece per arrivare ai 35 anni o alla quota è necessario sommare i contributi della gestione artigiani o commercianti, si applicano età e quota degli autonomi.È il caso dell’autista di autobus che ha scritto a PMI.it: 22 anni di guida di mezzi pubblici da dipendente, requisiti in maturazione a fine 2028 con 61 anni e 7 mesi di età, più 35 mesi versati tra il 1999 e il 2002 come titolare di un’impresa non usurante. Poiché la contribuzione da dipendente è sufficiente da sola, la sua pensione usuranti può essere liquidata con la quota 97,6 dei dipendenti. I mesi da imprenditore, estranei al diritto, restano nella sua posizione assicurativa e potranno essere valorizzati in seguito, ad esempio con un supplemento di pensione. Il ragionamento vale anche a rovescio: se quei mesi fossero indispensabili per completare i 35 anni, scatterebbero i requisiti degli autonomi. Requisiti: 35 anni di contributi e periodo minimo di lavoro usuranteOltre all’età e ai 35 anni di contributi, l’articolo 1, comma 2, del D.Lgs. 67/2011 richiede di aver svolto effettivamente l’attività usurante per un periodo minimo, secondo una di queste due alternative.Per almeno 7 anni negli ultimi 10 di attività lavorativa, compreso l’anno in cui si maturano i requisiti.Oppure per almeno la metà della vita lavorativa complessiva.Nel conteggio si considerano solo i periodi di svolgimento effettivo della mansione: i periodi coperti interamente da contribuzione figurativa sono esclusi. Questo requisito è distinto da quello contributivo: la durata della carriera usurante serve a dimostrare i 7 anni su 10 o la metà della vita lavorativa, mentre la scelta tra quota 97,6 e quota 98,6 dipende, come visto, da quali contributi sono necessari per il diritto. La prova va data con documenti dell’epoca, come contratti, buste paga, turnazioni e comunicazioni obbligatorie: dichiarazioni del datore di lavoro rilasciate a posteriori non bastano. Domanda entro il 1° maggio: cosa succede se si è in ritardoIl beneficio non è automatico: serve la domanda di riconoscimento dello svolgimento di lavori usuranti, da inviare all’INPS in via telematica con il modulo AP45. Per chi matura i requisiti dal 2018 in poi, l’articolo 2, comma 1, lettera b-ter), fissa il termine al 1° maggio dell’anno precedente a quello di maturazione. Chi raggiungerà i requisiti nel 2027 doveva quindi presentarla entro il 1° maggio 2026; chi li raggiungerà nel 2028 ha tempo fino al 1° maggio 2027. Dopo l’accertamento positivo l’INPS comunica la prima decorrenza utile, ma la pensione va comunque richiesta con l’apposita domanda.Attenzione a un equivoco diffuso: il 1° maggio è un termine per la domanda, non una “finestra” di uscita. Dal 1° gennaio 2017, per effetto della legge 232/2016 (articolo 1, comma 206), ai lavori usuranti non si applicano più le finestre mobili di 12 o 18 mesi: la pensione decorre dal primo giorno del mese successivo alla maturazione dei requisiti, dopo la cessazione del rapporto di lavoro.Anche il ritardo nella domanda non costa un anno di pensione. L’articolo 2, comma 4, prevede un differimento della decorrenza di 1 mese se il ritardo è entro un mese, di 2 mesi se è tra uno e due mesi e di 3 mesi se è di tre mesi o più. Il diritto resta salvo; conviene comunque rispettare la scadenza e verificare per tempo la posizione contributiva, soprattutto quando la carriera è mista, per sapere in anticipo se i contributi da dipendente bastano da soli. Per i requisiti generali dei prossimi anni si veda anche la guida su età, contributi e finestre per le pensioni 2027 e 2028. Domande frequenti su pensione usuranti e quota 97,6Cos’è la quota 97,6 nella pensione per lavori usuranti?È la soglia prevista per i lavoratori dipendenti addetti a mansioni usuranti: servono almeno 61 anni e 7 mesi di età, almeno 35 anni di contributi e una somma di età e contributi pari ad almeno 97,6. Chi ha 61 anni e 7 mesi e 35 anni esatti di contributi arriva a 96,6 e non rientra ancora.Quando si applica la quota 98,6 con 62 anni e 7 mesi?Quando il diritto alla pensione si raggiunge solo cumulando i contributi versati in una gestione speciale dei lavoratori autonomi (artigiani, commercianti, coltivatori diretti), come chiarito dalla circolare INPS n. 90/2017. La stessa soglia vale anche per i lavoratori notturni dipendenti con 72-77 notti l’anno.Ho contributi sia da dipendente sia da autonomo: quale quota vale per me?Dipende da quali contributi servono per il diritto. Se quelli da dipendente bastano da soli per i 35 anni e per la quota 97,6, la pensione viene liquidata con i requisiti dei dipendenti. Se per arrivare ai 35 anni devi aggiungere i periodi da artigiano o commerciante, valgono età e quota degli autonomi: 62 anni e 7 mesi e quota 98,6.Per quanto tempo devo aver svolto il lavoro usurante?Per almeno 7 anni negli ultimi 10 di attività lavorativa, compreso l’anno in cui maturi i requisiti, oppure per almeno la metà dell’intera vita lavorativa. Contano solo i periodi di lavoro effettivo, non quelli coperti interamente da contribuzione figurativa.Entro quando va presentata la domanda all’INPS?Entro il 1° maggio dell’anno precedente a quello in cui maturi i requisiti, con il modulo AP45 in via telematica. Per chi matura i requisiti nel 2027 la scadenza era il 1° maggio 2026, come indicato dal messaggio INPS n. 1188 del 2 aprile 2026.Cosa succede se presento la domanda in ritardo?Non perdi il diritto, ma la decorrenza della pensione slitta di 1 mese se il ritardo è entro un mese, di 2 mesi se è tra uno e due mesi, di 3 mesi se è di tre mesi o più. Lo stabilisce l’articolo 2, comma 4, del D.Lgs. 67/2011: non esiste alcun rinvio di un anno né una finestra annuale.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.Settembre 26, 2026/0 Commenti/da Andrea Damiani https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Andrea Damiani https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Andrea Damiani2026-09-26 09:00:002026-09-25 16:02:06Pensione usuranti con contributi da autonomo: quota 97,6 se bastano quelli da dipendente
NOTIZIEPermessi 104 Due Caregiver: l’INPS Chiarisce Quando Scatta il RecuperoI permessi 104 due caregiver sono al centro di un nuovo chiarimento dell’INPS, che con la circolare n. 100 del 18 settembre 2026 ha spiegato cosa succede quando più familiari chiedono i tre giorni di permesso mensile retribuito per assistere lo stesso parente con handicap grave. Il tema riguarda moltissime famiglie italiane, perché non è raro che a prendersi cura di una persona con disabilità grave siano contemporaneamente due o più familiari, ad esempio il coniuge e un figlio, oppure due fratelli che si alternano nell’assistenza.La normativa di riferimento resta l’articolo 33 della Legge 104/1992, che riconosce al lavoratore dipendente tre giorni di permesso mensile retribuito, anche frazionabili a ore secondo le regole di calcolo che abbiamo già approfondito nell’articolo su permessi Legge 104 a ore. Il nuovo intervento dell’INPS non modifica questo diritto, ma precisa le modalità con cui deve essere gestito quando i familiari coinvolti nell’assistenza sono più di uno.Indice dei contenutiCosa ha chiarito l’INPS sui permessi 104 con due caregiverIl limite dei tre giorni mensili non si moltiplicaQuando scatta il recupero delle somme indebiteFruizione nello stesso giorno: cosa succedeCome evitare errori nella gestione dei permessi condivisiDomande frequenti sui permessi 104 con due caregiverCosa ha chiarito l’INPS sui permessi 104 con due caregiverCon la circolare n. 100 del 18 settembre 2026, l’INPS ha ribadito che è ormai superato il principio del cosiddetto unico referente dell’assistenza. In pratica, il diritto ai permessi legge 104 per assistere una persona con handicap in situazione di gravità può essere riconosciuto a più lavoratori contemporaneamente: genitori, coniugi, parti di un’unione civile, conviventi di fatto, oppure parenti e affini entro il secondo grado della persona assistita (il terzo grado è ammesso solo se i genitori o il coniuge del disabile hanno compiuto 65 anni, sono affetti da patologie invalidanti, sono deceduti o mancanti).Questo significa che, ad esempio, sia il coniuge sia un figlio possono essere formalmente autorizzati dall’INPS a fruire dei permessi per assistere lo stesso familiare disabile. Non è quindi obbligatorio individuare un solo caregiver di riferimento. Attenzione però: il chiarimento dell’INPS riguarda la possibilità di essere autorizzati in più persone, non la possibilità di sommare i giorni di permesso disponibili, come vedremo nel prossimo paragrafo. Il limite dei tre giorni mensili non si moltiplicaIl punto centrale del chiarimento INPS è che il monte ore o giorni di permesso resta legato alla persona assistita e non al numero di caregiver che se ne prendono cura. In altre parole, se due familiari sono entrambi autorizzati ad assistere lo stesso disabile grave, i tre giorni di permesso mensile restano comunque tre in totale, da dividere tra i due, e non diventano sei.Per gestire la ripartizione tra più aventi diritto, l’INPS applica il principio della priorità temporale: chi utilizza per primo il permesso in un determinato mese esaurisce, per quel mese, il diritto anche per gli altri familiari autorizzati. Facciamo un esempio pratico: se il limite di tre giorni viene raggiunto il 25 del mese da uno dei due caregiver, un giorno di permesso richiesto dall’altro caregiver il 30 dello stesso mese risulta già fruito oltre il limite consentito.Questo meccanismo vale anche per chi fraziona il permesso a ore. Chi desidera approfondire le regole di calcolo del frazionamento orario può consultare la nostra guida dedicata ai permessi Legge 104 a ore, utile per capire come vengono conteggiate le ore residue disponibili nel mese. Quando scatta il recupero delle somme indebiteIl tema più delicato, e quello che dà il nome al chiarimento, riguarda proprio il recupero delle somme indebite. Quando il limite complessivo dei tre giorni mensili viene superato perché due caregiver hanno fruito di permessi per lo stesso disabile oltre la soglia consentita, l’INPS procede al recupero dell’indennità economica versata in eccesso.In base al principio di priorità temporale, il recupero riguarda in via prioritaria il lavoratore che ha fruito del permesso dopo che il limite mensile era già stato raggiunto dall’altro caregiver. Riprendendo l’esempio di prima, se il tetto dei tre giorni è già stato consumato al 25 del mese, sarà il giorno di permesso fruito il 30 a essere considerato indebito, con conseguente recupero della relativa indennità nei confronti di chi lo ha utilizzato per ultimo.È importante sottolineare che il recupero non scatta automaticamente ogni volta che ci sono due caregiver, ma solo quando si verifica un reale superamento del limite complessivo. Se i due familiari si organizzano correttamente e si dividono i tre giorni disponibili senza sovrapposizioni, non c’è alcuna somma da restituire. Fruizione nello stesso giorno: cosa succedeUn caso particolare riguarda la fruizione simultanea, cioè quando entrambi i caregiver chiedono il permesso lo stesso giorno e non è possibile stabilire chi dei due lo abbia richiesto per primo. In questa ipotesi, secondo il chiarimento dell’INPS, il criterio della priorità temporale non è applicabile in modo netto.In caso di sovrapposizione simultanea non risolvibile con il criterio della priorità, l’importo indebito viene ripartito in parti uguali tra i lavoratori coinvolti: se i caregiver sono due, a ciascuno viene addebitato il 50% dell’importo indebito relativo alla giornata (o alle ore) fruita, rapportato al rispettivo orario di lavoro. Si tratta di una soluzione pensata per evitare che uno solo dei due caregiver debba farsi carico dell’intero recupero quando la sovrapposizione non è imputabile a un errore di uno dei due in particolare.Va ricordato che i permessi 104 non riguardano solo l’assistenza quotidiana, ma si intrecciano anche con altri istituti collegati alla disabilità, come la possibilità di andare in pensione con requisiti agevolati: ne parliamo nella guida alla pensione anticipata con Legge 104. Le famiglie che assistono un familiare disabile possono inoltre valutare altre misure di sostegno, come il bonus conciliazione vita lavoro, pensato proprio per chi deve conciliare impegni familiari e professionali. Come evitare errori nella gestione dei permessi condivisiPer evitare di incorrere nel recupero delle somme indebite, la parola d’ordine è organizzazione. Quando più familiari sono autorizzati ad assistere la stessa persona con handicap grave, è fondamentale tenere sotto controllo alcuni aspetti pratici prima di presentare le richieste di permesso.Verificare quanti giorni o quante ore di permesso sono già stati utilizzati nel mese dall’altro caregiver autorizzatoEvitare di richiedere permessi nello stesso giorno senza un accordo preventivo tra i familiari coinvoltiComunicare tempestivamente al datore di lavoro e monitorare le comunicazioni dell’INPS relative allo stato dei permessi fruitiIn caso di frazionamento a ore, ricalcolare con attenzione le ore residue disponibili nel meseConservare le ricevute delle domande e verificare nel fascicolo previdenziale INPS lo stato delle autorizzazioni rilasciate a ciascun familiareLa gestione condivisa dei permessi 104 due caregiver richiede quindi attenzione, perché un errore di calcolo o una sovrapposizione non concordata possono tradursi in un recupero delle somme percepite, anche a distanza di tempo dalla fruizione del permesso. Domande frequenti sui permessi 104 con due caregiverDue familiari possono avere entrambi i permessi 104 per lo stesso disabile?Sì, con la circolare n. 100 del 18 settembre 2026 l’INPS ha chiarito che il principio dell’unico referente dell’assistenza è superato: più familiari, ad esempio coniuge e figlio, possono essere autorizzati a fruire dei permessi per la stessa persona con handicap grave.I tre giorni di permesso raddoppiano se ci sono due caregiver?No. Il limite di tre giorni di permesso mensile resta unico e riferito alla persona assistita, non al numero di caregiver. I giorni disponibili vanno quindi divisi tra i familiari autorizzati.Quando l’INPS recupera le somme indebite sui permessi 104?Il recupero scatta quando il limite complessivo dei tre giorni mensili viene superato. In base al principio di priorità temporale, l’INPS recupera l’indennità da chi ha fruito del permesso dopo che il tetto era già stato raggiunto dall’altro caregiver.Cosa succede se entrambi i caregiver usano il permesso lo stesso giorno?Se non è possibile stabilire una priorità temporale perché la fruizione è simultanea, l’importo indebito viene ripartito in parti uguali tra i lavoratori coinvolti: con due caregiver, a ciascuno viene addebitato il 50% dell’importo indebito.I permessi 104 con due caregiver si possono frazionare a ore?Sì, anche in presenza di più caregiver autorizzati resta possibile frazionare i permessi a ore, ma il computo delle ore residue disponibili nel mese deve tenere conto di quanto già utilizzato dall’altro familiare, per evitare superamenti del limite complessivo.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.Settembre 26, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2021/02/caregiver-con-mascherina.jpg 470 780 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-26 08:00:002026-09-19 10:57:42Permessi 104 Due Caregiver: l’INPS Chiarisce Quando Scatta il Recupero
NOTIZIENASpI e Reintegra: la Cassazione Chiarisce Quando Decade il Sussidio con le 15 MensilitàNaspiLa Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi sul rapporto tra NASpI e reintegra dopo un licenziamento dichiarato illegittimo, con la sentenza n. 24981/2026. Al centro della vicenda due lavoratori licenziati nel 2016 nell’ambito di una procedura collettiva: il Tribunale di Milano aveva annullato il licenziamento e ordinato la reintegra, ma i due, invece di rientrare in azienda, avevano scelto di incassare le 15 mensilità di indennità sostitutiva previste dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Come abbiamo già approfondito, chi rinuncia alla reintegra e opta per l’indennità sostitutiva perde il diritto alla NASpI. La vera novità di questa pronuncia riguarda però un aspetto più tecnico e concreto: da quando scatta esattamente la decadenza della NASpI? La Cassazione chiarisce che non si tratta di un effetto retroattivo, e per i lavoratori coinvolti la differenza vale diversi mesi di sussidio legittimamente incassato.Indice dei contenutiCos’è l’Indennità Sostitutiva delle 15 MensilitàPerché la Reintegra da Sola non Fa Perdere la NASpIQuando Decade Davvero la NASpI: la Linea del Tempo della CassazioneCosa Deve Sapere chi Vince una Causa di Licenziamento IllegittimoCos’è l’Indennità Sostitutiva delle 15 MensilitàL’indennità sostitutiva della reintegrazione è disciplinata dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Quando un giudice dichiara illegittimo un licenziamento e ordina al datore di lavoro di riprendere il dipendente, quest’ultimo ha comunque la possibilità di scegliere un’alternativa: invece di tornare al proprio posto, può chiedere il pagamento di 15 mensilità di retribuzione globale di fatto, a carico del datore di lavoro. Si tratta di una somma consistente, pensata per compensare chi preferisce chiudere definitivamente il rapporto piuttosto che rientrare in un’azienda che lo ha licenziato. La scelta è libera e personale: nessuno può imporla al lavoratore, ma una volta esercitata produce un effetto preciso e irreversibile, quello di sciogliere il rapporto di lavoro per volontà dello stesso dipendente. Proprio questo aspetto, come vedremo, è decisivo per capire cosa succede al diritto alla NASpI. Perché la Reintegra da Sola non Fa Perdere la NASpIUn primo punto, già fissato dalle Sezioni Unite della Cassazione, riguarda la sentenza che ordina la reintegra. Contrariamente a quanto sostenuto in passato dall’INPS, la sola sentenza che dichiara illegittimo il licenziamento e dispone il rientro in azienda non fa decadere automaticamente il diritto alla NASpI. Il sussidio, disciplinato in via generale dalle regole che trovi nella nostra guida sulla NASpI 2026, resta dovuto finché il rapporto di lavoro non viene ripristinato in modo concreto ed effettivo. In pratica serve che il datore di lavoro richiami davvero il dipendente in servizio e riprenda a corrispondere lo stipendio. Fino a quel momento, anche se il lavoratore non si attiva per sollecitare il rientro, resta formalmente disoccupato in modo involontario e può continuare a percepire l’indennità. Per un quadro più ampio sulle tutele previste in caso di licenziamento illegittimo, si può consultare il nostro approfondimento sulle tutele che spettano al lavoratore. Quando Decade Davvero la NASpI: la Linea del Tempo della CassazioneIl cuore della sentenza n. 24981/2026 riguarda proprio la decorrenza della decadenza. Nel caso esaminato, l’INPS aveva chiesto ai due lavoratori la restituzione integrale della NASpI percepita da dicembre 2016 ad aprile 2018, oltre un anno di sussidio, e aveva bloccato i pagamenti successivi. La tesi dell’Istituto era che la scelta dell’indennità sostitutiva facesse perdere retroattivamente i requisiti per la NASpI, cancellando il diritto fin dall’inizio del periodo di disoccupazione. La Cassazione ha respinto questa impostazione. I giudici hanno chiarito che la decadenza non opera né dall’inizio della disoccupazione né dalla data della sentenza di reintegra, ma soltanto dal giorno in cui il lavoratore esercita formalmente la scelta per le 15 mensilità al posto del rientro. Fino a quel momento la disoccupazione resta involontaria e la NASpI percepita è pienamente legittima: l’INPS non può pretenderne la restituzione. Solo i ratei maturati dopo l’esercizio dell’opzione devono essere restituiti o vengono bloccati, perché da quel preciso istante il rapporto di lavoro si scioglie per una decisione autonoma del lavoratore e viene meno il presupposto della disoccupazione involontaria. Cosa Deve Sapere chi Vince una Causa di Licenziamento IllegittimoLa sentenza offre un’indicazione pratica molto utile a chi si trova ad affrontare una causa di questo tipo. Chi ottiene una pronuncia favorevole su un licenziamento illegittimo e nel frattempo ha percepito la NASpI può scegliere liberamente le 15 mensilità di indennità sostitutiva invece di tornare al lavoro. Deve però essere consapevole che da quel preciso momento perde il diritto al sussidio, perché la scelta interrompe volontariamente lo stato di disoccupazione involontaria. Quanto già incassato prima di esercitare l’opzione, però, resta acquisito e non è soggetto a restituzione, anche se si tratta di un periodo lungo diversi mesi. Vale la pena ricordare che il diritto alla NASpI può venire meno anche in altre situazioni, non collegate a una causa di lavoro: ne è un esempio il caso delle dimissioni in maternità non convalidate, che comportano la perdita del sussidio per un motivo diverso ma altrettanto rilevante. ConclusioneLa sentenza n. 24981/2026 della Cassazione fissa un punto di equilibrio importante tra le esigenze dell’INPS e la tutela dei lavoratori coinvolti in cause di licenziamento illegittimo. Da un lato conferma che scegliere le 15 mensilità al posto della reintegra fa perdere il diritto alla NASpI; dall’altro chiarisce che questa perdita decorre solo dal momento della scelta, senza effetti retroattivi sulle somme già percepite. Una precisazione che, nei casi concreti, può fare la differenza di molti mesi di sussidio legittimamente incassato. Domande Frequenti su NASpI e ReintegraChi sceglie le 15 mensilità perde subito tutta la NASpI già incassata?No. Secondo la Cassazione la NASpI percepita prima di esercitare formalmente la scelta per l’indennità sostitutiva resta legittima e non va restituita. Decadono solo i ratei successivi al momento in cui il lavoratore comunica l’opzione per le 15 mensilità.La sola sentenza che ordina la reintegra fa perdere il diritto alla NASpI?No. Il diritto alla NASpI resta fino a quando il rapporto di lavoro non viene ripristinato in modo concreto, con il richiamo effettivo in servizio da parte del datore di lavoro e la ripresa del pagamento dello stipendio, oppure fino a quando il lavoratore non opta per l’indennità sostitutiva.L’INPS può chiedere la restituzione retroattiva della NASpI in questi casi?No. La Cassazione ha escluso la retroattività: l’INPS può chiedere la restituzione solo delle somme percepite dopo la data in cui il lavoratore ha esercitato la scelta per le 15 mensilità di indennità sostitutiva, non di quelle incassate in precedenza.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.Settembre 25, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/11/NASPI-Pagina-web.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-25 19:00:002026-09-19 10:43:50NASpI e Reintegra: la Cassazione Chiarisce Quando Decade il Sussidio con le 15 Mensilità
NOTIZIEAltre spese sanitarie nella precompilata 2026: cosa controllareCon l’avvio della campagna dichiarativa 2026 torna d’attualità un dubbio che ogni anno mette in difficoltà molti contribuenti: come comportarsi con le cosiddette altre spese sanitarie nella dichiarazione precompilata? Un articolo di Repubblica Economia del 18 settembre 2026 ha riportato l’attenzione su questa voce del modello 730, spesso confusa con le più note spese mediche ordinarie soggette alla franchigia di 129,11 euro. Capire la differenza non è un dettaglio: un errore nella compilazione può significare una detrazione persa, oppure una richiesta di chiarimenti da parte dell’Agenzia delle Entrate.Il tema riguarda milioni di italiani che ogni anno affrontano la dichiarazione precompilata senza avere piena consapevolezza di come il fisco classifichi le diverse tipologie di spese sanitarie. Vediamo che cosa cambia tra le voci ordinarie e le cosiddette altre spese sanitarie, come vengono precaricate dal Sistema Tessera Sanitaria e cosa fare quando un dato risulta mancante o errato.Indice dei contenutiCosa sono le altre spese sanitarie nel modello 730La differenza tra spese sanitarie ordinarie e patologie esentiCome funziona il Sistema Tessera Sanitaria e cosa fare se manca un datoVerifica e correzione della precompilata: cosa cambia nel 2026Cosa sono le altre spese sanitarie nel modello 730Nella dichiarazione precompilata le spese sanitarie non sono tutte uguali. Accanto alle voci più comuni, come visite specialistiche, esami di laboratorio e farmaci acquistati in farmacia, il Sistema Tessera Sanitaria raggruppa sotto l’etichetta di altre spese sanitarie una serie di voci più eterogenee, che richiedono un trattamento fiscale differenziato e quindi maggiore attenzione da parte del contribuente.In questa categoria rientrano, tra le altre, le seguenti tipologie di spesa:Dispositivi medici con marcatura CE, come tutori, stampelle o apparecchi per la misurazione della pressione;Protesi sanitarie, apparecchi acustici e occhiali da vista prescritti da un medico;Spese sostenute per patologie che danno diritto all’esenzione dal ticket sanitario;Spese mediche generiche e di assistenza specifica necessarie nei casi di grave e permanente invalidità o menomazione, sostenute da persone con disabilità ai sensi della legge 104/1992;Spese sanitarie sostenute per un familiare non fiscalmente a carico, ma affetto da una patologia esente.Proprio perché racchiude situazioni molto diverse tra loro, la voce altre spese sanitarie è quella più soggetta a errori di precaricamento o a interpretazioni sbagliate da parte di chi compila la dichiarazione precompilata senza un supporto qualificato. La differenza tra spese sanitarie ordinarie e patologie esentiPer orientarsi tra le spese sanitarie nella dichiarazione precompilata occorre partire da una distinzione di base. Le spese sanitarie ordinarie, come farmaci da banco, visite mediche ed esami diagnostici, danno diritto a una detrazione del 19%, ma solo per la parte che supera la franchigia di 129,11 euro annui: in pratica, la detrazione si calcola sull’importo complessivo delle spese meno questa soglia fissa.Le cose cambiano quando si parla di patologie esenti o di disabilità. Le spese sanitarie collegate a patologie che danno diritto all’esenzione dalla partecipazione alla spesa sanitaria pubblica restano soggette alla stessa logica di detrazione al 19% con franchigia di 129,11 euro, ma con una particolarità importante: in base all’articolo 15, comma 2, del TUIR possono essere portate in detrazione anche se sostenute nell’interesse di un familiare non fiscalmente a carico, però limitatamente alla parte di spesa che non ha trovato capienza nell’IRPEF dovuta dal familiare malato e nel limite massimo di 6.197,48 euro annui. Diverso è invece il trattamento delle spese mediche generiche e di assistenza specifica necessarie nei casi di grave e permanente invalidità o menomazione, sostenute dalle persone con disabilità indicate dall’articolo 3 della legge 104/1992: in base all’articolo 10, comma 1, lettera b), del TUIR queste spese sono deducibili dal reddito complessivo per intero, senza applicazione della franchigia di 129,11 euro, e la deduzione spetta anche quando la spesa è sostenuta per un familiare non fiscalmente a carico.Questa distinzione tra detrazione e deduzione non è un tecnicismo da poco: una spesa deducibile riduce il reddito imponibile prima del calcolo delle imposte, mentre una spesa detraibile abbatte direttamente l’imposta dovuta, in entrambi i casi solo per la quota prevista dalla normativa. Sbagliare la casella in cui inserire una voce di spesa nella dichiarazione precompilata può quindi tradursi in un beneficio fiscale inferiore a quello spettante. Come funziona il Sistema Tessera Sanitaria e cosa fare se manca un datoIl precaricamento delle spese sanitarie nella dichiarazione precompilata avviene grazie ai dati trasmessi da farmacie, medici, strutture sanitarie pubbliche e private al Sistema Tessera Sanitaria. Per le spese sostenute nel 2025, rilevanti per la dichiarazione dei redditi 2026, l’invio dei dati da parte degli operatori sanitari è avvenuto per la prima volta con cadenza annuale, entro il termine del 31 gennaio 2026 slittato a lunedì 2 febbraio 2026 perché il 31 gennaio cadeva di sabato, al posto della precedente trasmissione semestrale (decreto MEF del 29 ottobre 2025). Resta inoltre confermato il divieto di emettere fattura elettronica ordinaria tramite Sistema di Interscambio per le prestazioni sanitarie rese a persone fisiche, proprio a tutela della riservatezza dei dati sanitari.Nonostante l’automazione del sistema, non è raro che una spesa risulti assente dalla dichiarazione precompilata o che compaia con un importo non corretto. Le cause possono essere diverse: un errore di trasmissione da parte della farmacia o del professionista sanitario, un pagamento con modalità non tracciate correttamente, oppure l’opposizione del contribuente stesso all’invio dei dati al Sistema Tessera Sanitaria.In tutti questi casi, la regola generale resta la stessa: per poter far valere una spesa sanitaria non precaricata occorre poter dimostrare l’acquisto con un documento idoneo, come lo scontrino parlante o la fattura, da conservare con cura. Lo scontrino parlante riporta infatti natura, qualità e quantità del farmaco acquistato, oltre al codice fiscale dell’acquirente, elementi indispensabili per dimostrare la spesa in caso di richiesta di documentazione da parte dell’Agenzia delle Entrate. Verifica e correzione della precompilata: cosa cambia nel 2026Chi accetta la dichiarazione precompilata senza modifiche sulle spese sanitarie beneficia generalmente di un percorso più semplice, perché i dati sono considerati già verificati alla fonte dal Sistema Tessera Sanitaria. Diverso è il caso di chi interviene manualmente per aggiungere una spesa mancante o correggerne l’importo: in questa ipotesi diventa più probabile un controllo documentale successivo da parte dell’Agenzia delle Entrate, proprio per verificare la corrispondenza tra quanto dichiarato e i giustificativi conservati dal contribuente.Per questo motivo, prima di modificare una voce relativa alle altre spese sanitarie è utile riscontrare i dati con quelli disponibili anche tramite il proprio cassetto fiscale e con i giustificativi cartacei o digitali in proprio possesso. Anche i professionisti sanitari hanno un ruolo importante in questa filiera: la corretta trasmissione dei dati al Sistema Tessera Sanitaria da parte di medici e strutture è infatti il primo passo perché il contribuente trovi la spesa già inserita nella propria dichiarazione.Sul fronte delle scadenze, il modello 730 precompilato 2026 è stato reso disponibile dall’Agenzia delle Entrate dal 30 aprile 2026 e il termine per l’invio è fissato al 30 settembre 2026; chi presenta invece il modello Redditi Persone Fisiche ha tempo fino al 30 novembre 2026. Chi ha dubbi sulla corretta classificazione delle proprie spese sanitarie, in particolare sulle voci più complesse come le altre spese sanitarie, farebbe bene a verificarle con attenzione prima di procedere all’invio definitivo. Cosa si intende per altre spese sanitarie nella precompilata 2026?Con questa dicitura il Sistema Tessera Sanitaria raggruppa spese non riconducibili alle voci ordinarie, come dispositivi medici, protesi, apparecchi acustici, occhiali da vista e spese collegate a patologie esenti o a situazioni di disabilità.La franchigia di 129,11 euro si applica anche alle patologie esenti?Sì: le spese collegate a patologie esenti restano soggette alla detrazione del 19% sulla parte che supera la franchigia di 129,11 euro. Fanno eccezione le spese mediche generiche e di assistenza specifica necessarie nei casi di grave e permanente invalidità o menomazione, che sono deducibili dal reddito complessivo senza franchigia in base all’articolo 10, comma 1, lettera b), del TUIR.Cosa fare se manca lo scontrino parlante o la fattura di una spesa sanitaria?Senza un documento idoneo la spesa non può essere dimostrata in caso di controllo. È quindi fondamentale conservare sempre scontrini parlanti e fatture relativi alle spese sanitarie sostenute durante l’anno.Il farmacista o il medico non ha trasmesso una spesa al Sistema TS: la detrazione è persa?No, la detrazione non è persa. Se il contribuente dispone dello scontrino parlante o della fattura può comunque inserire la spesa manualmente nella dichiarazione precompilata, conservando il documento come prova in caso di richiesta da parte dell’Agenzia delle Entrate.Entro quando bisogna presentare il modello 730 o Redditi 2026?Il modello 730 precompilato 2026 è disponibile dal 30 aprile 2026 e va trasmesso entro il 30 settembre 2026. Chi presenta il modello Redditi Persone Fisiche ha tempo fino al 30 novembre 2026.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.Settembre 25, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-25 18:00:002026-09-19 10:32:00Altre spese sanitarie nella precompilata 2026: cosa controllare
NOTIZIEPermessi 104 per più familiari: rischio restituzione dello stipendioUn lavoratore che assiste più familiari con disabilità grave può, in determinate condizioni, cumulare i permessi 104 retribuiti previsti dalla Legge 104/1992. Ma attenzione: il cumulo dei permessi 104 per più familiari non è automatico e richiede il rispetto di requisiti precisi. Quando un lavoratore fruisce di permessi per più persone senza rispettare i requisiti di legge — in particolare il grado di parentela richiesto e il divieto di sovrapposizione nello stesso giorno tra più aventi diritto per lo stesso assistito — rischia di vedersi richiedere la restituzione dello stipendio percepito per le giornate fruite indebitamente. È un rischio concreto soprattutto per chi assiste contemporaneamente più persone, ad esempio entrambi i genitori o un genitore e il coniuge, situazioni che la legge ammette solo a determinate condizioni: per questo è importante capire bene come funziona il sistema dei permessi 104 più familiari prima di richiederli in azienda.Indice dei contenutiCosa prevede l’articolo 33 della Legge 104 sui permessi retribuitiPermessi 104 per più familiari: quando è ammesso il cumuloIl rischio restituzione dello stipendio se si supera il tetto dei permessiCome tutelarsi da una richiesta di restituzione dei permessi 104Domande frequenti sui permessi 104 per più familiariCosa prevede l’articolo 33 della Legge 104 sui permessi retribuitiL’articolo 33 della Legge 104/1992 riconosce al lavoratore dipendente che assiste un familiare con handicap in situazione di gravità (riconosciuta ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della stessa legge) il diritto a tre giorni di permesso retribuito al mese. Questi giorni possono essere fruiti in modo continuativo, frazionato oppure, come previsto da tempo dall’INPS, anche a ore, secondo regole di calcolo specifiche legate all’orario di lavoro contrattuale. Per approfondire questo aspetto puoi consultare la nostra guida sui permessi Legge 104 a ore e sul loro frazionamento.Dal 2010 la Legge 183/2010 ha eliminato i requisiti di convivenza, continuità ed esclusività dell’assistenza. Un’altra novità importante è arrivata con il D.Lgs. 105/2022, in vigore dal 13 agosto 2022: è stata soppressa la regola del referente unico, e oggi il diritto ai permessi per la stessa persona con disabilità grave può essere riconosciuto, su richiesta, a più familiari contemporaneamente, che però devono fruirne in via alternativa tra loro (mai nello stesso giorno) e sempre nel limite complessivo di tre giorni al mese per ciascun assistito. Resta invece ferma la condizione che la persona con disabilità non sia ricoverata a tempo pieno, salvo le eccezioni riconosciute dalla prassi INPS. I giorni di permesso sono coperti da contribuzione figurativa; nel settore privato l’indennità è anticipata dal datore di lavoro, che la recupera in conguaglio con i contributi dovuti all’INPS, mentre nel pubblico impiego i permessi sono a carico diretto dell’amministrazione. Permessi 104 per più familiari: quando è ammesso il cumuloIl punto più delicato riguarda proprio i permessi 104 per più familiari. La legge non vieta in assoluto che uno stesso lavoratore assista più persone con handicap grave, ma il cosiddetto cumulo dei permessi doppi non scatta in automatico: va verificato caso per caso, sulla base di condizioni che nel tempo sono state precisate da INPS e giurisprudenza. Abbiamo dedicato un approfondimento specifico a questo tema, che ti consigliamo di leggere prima di presentare domanda: Legge 104 permessi doppi: cosa cambia se si assistono più familiari disabili.In linea generale, per poter cumulare i permessi relativi a più persone occorre che risultino soddisfatte alcune condizioni fondamentali, valutate dall’INPS anche in sede di controllo:il lavoratore deve avere con la persona assistita uno dei legami previsti dalla legge: coniuge, parte di un’unione civile, convivente di fatto, oppure parente o affine entro il primo grado; il legame entro il secondo grado è ammesso solo se i genitori o il coniuge della persona con disabilità grave hanno compiuto 65 anni, sono a loro volta affetti da patologie invalidanti, sono deceduti o mancanti;per la stessa persona con disabilità grave possono essere autorizzati più familiari, ma devono fruire dei permessi in via alternativa tra loro: mai nello stesso giorno, e comunque entro il limite complessivo di tre giorni al mese per ciascun assistito;l’assistenza a ciascuna persona deve essere effettiva e documentabile, non solo formale;se la persona assistita risiede a più di 150 km dal lavoratore, quest’ultimo deve attestare, con titolo di viaggio o altra documentazione idonea, di essersi recato nel luogo di residenza per prestare assistenza.Quando questi elementi non sono rispettati, il cumulo dei permessi rischia di essere considerato non legittimo, anche se formalmente il lavoratore ha presentato domanda per due o più familiari distinti. Il rischio restituzione dello stipendio se si supera il tetto dei permessiIl nodo centrale è proprio questo: quando un lavoratore fruisce di permessi 104 cumulati per più familiari senza il grado di parentela richiesto dalla legge, oppure sovrapponendo permessi nello stesso giorno con un altro familiare autorizzato per la medesima persona assistita, le giornate o le ore fruite in eccesso non risultano coperte né dall’indennità a carico dell’INPS né, di conseguenza, dalla retribuzione anticipata dal datore di lavoro. In caso di accertamento, sia in sede di controllo aziendale sia in sede di verifica ispettiva INPS, l’esito può essere la richiesta di restituzione delle somme percepite per i giorni non correttamente giustificati.Non si tratta solo di un tema economico: un uso improprio dei permessi Legge 104, se accertato, può comportare anche conseguenze disciplinari nel rapporto di lavoro, oltre al recupero contributivo delle somme figurative indebitamente accreditate. È bene ricordare che la finalità dei permessi è quella di garantire un’assistenza reale e non un generico beneficio orario: per questo l’INPS può richiedere in qualunque momento la documentazione a supporto della fruizione, anche a distanza di tempo dai fatti. Come tutelarsi da una richiesta di restituzione dei permessi 104Chi assiste più familiari con disabilità grave dovrebbe innanzitutto verificare, prima di richiedere permessi cumulati, che la propria situazione rientri effettivamente nelle condizioni previste dalla normativa. È utile conservare aggiornata tutta la documentazione medica e amministrativa relativa a ciascuna persona assistita, tenere traccia dei giorni effettivamente utilizzati per ogni familiare e valutare, quando possibile, l’organizzazione dell’assistenza tra più parenti per evitare sovrapposizioni non giustificabili.Per i lavoratori che si trovano a gestire più carichi di cura in famiglia, oltre ai permessi retribuiti esistono anche altre misure di sostegno legate alla conciliazione tra vita professionale e responsabilità familiari. Ne parliamo nella guida dedicata al bonus conciliazione vita lavoro, che può integrare, in alcuni casi, gli strumenti già previsti dalla Legge 104. Domande frequenti sui permessi 104 per più familiari Quanti giorni di permesso 104 spettano per ogni familiare assistito?La legge riconosce fino a tre giorni di permesso retribuito al mese per ciascuna persona con handicap in situazione di gravità assistita, fruibili anche in modo frazionato o a ore secondo le regole di calcolo dell’orario contrattuale. Se per la stessa persona sono autorizzati più familiari, il limite di tre giorni resta complessivo e va condiviso tra loro in via alternativa.È sempre possibile cumulare i permessi 104 per due o più familiari?No. Il cumulo è ammesso solo se il lavoratore ha con ciascuna persona assistita il legame di parentela o affinità richiesto dalla legge (coniuge, unione civile, convivente di fatto o parente/affine entro il primo grado, con estensione al secondo grado in casi particolari) e se, quando più familiari assistono la stessa persona, i permessi vengono fruiti in via alternativa, mai nello stesso giorno.Cosa succede se l’azienda o l’INPS accertano un uso improprio dei permessi 104?Se viene accertato che i requisiti per il cumulo non erano soddisfatti, le somme percepite per i giorni non correttamente giustificati possono essere oggetto di richiesta di restituzione, con possibili conseguenze anche sul piano disciplinare nel rapporto di lavoro.I permessi 104 a ore riducono il rischio di errori nella gestione del cumulo?La fruizione a ore, se ben calcolata, permette una gestione più puntuale del monte permessi disponibile, ma non elimina di per sé i requisiti sostanziali richiesti per assistere più familiari nello stesso periodo.Cosa cambia se durante l’anno cambia la persona da assistere?Ogni variazione nella persona assistita, o nella condizione di gravità dell’handicap, va sempre aggiornata tempestivamente nella documentazione presentata, perché incide direttamente sul diritto a fruire dei permessi e sulla loro eventuale cumulabilità.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.Settembre 25, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2021/02/caregiver-con-mascherina.jpg 470 780 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-25 14:00:002026-09-21 17:38:59Permessi 104 per più familiari: rischio restituzione dello stipendio
NOTIZIESalvini rilancia: un decreto salva Euro5 per le Regioni del Nord. “Bruxelles non rompa le scatole”Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, nonché vicepremier, Matteo Salvini torna a occuparsi del decreto salva Euro5, il provvedimento annunciato con cui il governo punta a rinviare ancora una volta lo stop alla circolazione delle auto diesel più datate nelle Regioni del Nord Italia. L’annuncio arriva a pochi giorni dalla scadenza del 1° ottobre 2026, data in cui in Lombardia sarebbe dovuto diventare strutturale il divieto di circolazione per i veicoli Euro 5.Il leader della Lega ha scelto gli schermi di Canale 5, nel programma Mattino 5, per lanciare la sua nuova battaglia politica contro le limitazioni al traffico previste nella Pianura Padana, rivolgendosi direttamente alle istituzioni europee con una frase destinata a far discutere: “Bruxelles non rompa le scatole”. Secondo quanto riportato da Repubblica, la proroga riguarderebbe in particolare la Lombardia, governata dal centrodestra, ma l’impatto della norma si estenderebbe potenzialmente a tutte le Regioni del bacino padano.Indice dei contenutiIl blocco Euro 5 in Pianura Padana: di cosa si trattaL’annuncio di Salvini: cosa prevede il decreto salva Euro5Il nodo Bruxelles e la qualità dell’aria nel bacino padanoCosa cambia ora per gli automobilisti del NordDomande frequenti sul decreto salva Euro5Il blocco Euro 5 in Pianura Padana: di cosa si trattaDa anni le Regioni della Pianura Padana — Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna — applicano limitazioni stagionali alla circolazione dei veicoli diesel più inquinanti nell’ambito dell’Accordo di Programma per il miglioramento della qualità dell’aria nel Bacino Padano. L’obiettivo dichiarato è ridurre le concentrazioni di polveri sottili (PM10) e ossidi di azoto, particolarmente critiche in questa area geografica per ragioni orografiche: la conca delimitata da Alpi e Appennini favorisce il ristagno degli inquinanti, soprattutto nei mesi autunnali e invernali.Le limitazioni hanno riguardato negli anni progressivamente le classi emissive più vecchie, dagli Euro 0 fino, in alcune Regioni, agli Euro 4. Il passaggio successivo, già programmato da tempo, prevedeva l’estensione dello stop anche ai diesel Euro 5, con decorrenza strutturale dal 1° ottobre 2026 in Lombardia. Una misura che, secondo le stime circolate in questi giorni, avrebbe potuto coinvolgere diversi milioni di veicoli ancora in circolazione tra famiglie e piccole imprese del Nord Italia. L’annuncio di Salvini: cosa prevede il decreto salva Euro5Matteo Salvini ha annunciato l’intenzione di portare in Consiglio dei Ministri un provvedimento che rinvii, ancora una volta, l’entrata in vigore del blocco per i veicoli Euro 5 nelle Regioni del Nord. Non è la prima volta che il governo interviene con una proroga su questo fronte: negli anni passati lo stop alla circolazione dei diesel più vecchi è stato più volte rinviato, tra pressioni delle categorie economiche, proteste degli automobilisti e resistenze politiche locali.Al momento dell’annuncio il testo del decreto salva Euro5 non risulta ancora formalmente approvato né pubblicato: si tratta, per ora, di un’iniziativa politica annunciata dal ministro, che dovrà seguire l’iter previsto per i provvedimenti d’urgenza prima di diventare operativa. Secondo le prime indicazioni circolate, l’obiettivo dell’esecutivo sarebbe quello di garantire una proroga della circolazione dei veicoli Euro 5 almeno per l’intero 2027, evitando che lo stop scatti dal 1° ottobre 2026.Nel suo intervento televisivo, Salvini ha motivato la richiesta di proroga richiamando l’impatto economico e sociale della misura su famiglie e imprese che non hanno ancora potuto sostituire il proprio veicolo, in un contesto di caro-vita e di difficoltà del mercato dell’auto nuova. Una posizione che il ministro ha già espresso in passato, criticando le restrizioni alla circolazione come penalizzanti per i territori del Nord. Il nodo Bruxelles e la qualità dell’aria nel bacino padanoLa frase “Bruxelles non rompa le scatole”, pronunciata da Salvini, richiama un tema che va oltre la singola proroga: l’Italia è da tempo sotto procedura d’infrazione dell’Unione Europea per il superamento dei limiti di qualità dell’aria proprio nel bacino padano, una delle aree più critiche d’Europa per l’inquinamento da polveri sottili. Le limitazioni alla circolazione dei veicoli più inquinanti fanno parte delle misure con cui le Regioni e il governo cercano di rispondere ai rilievi comunitari.Un’eventuale proroga strutturale dello stop agli Euro 5, come quella annunciata, si inserirebbe quindi in un equilibrio delicato tra due esigenze difficili da conciliare: da un lato la tutela economica di famiglie e imprese che utilizzano ancora veicoli diesel di quella classe emissiva, dall’altro gli impegni assunti dall’Italia in sede europea sulla riduzione dell’inquinamento atmosferico. Non è escluso che il tema possa generare nuove tensioni tra Roma e Bruxelles nelle prossime settimane, mano a mano che il provvedimento prenderà forma. Cosa cambia ora per gli automobilisti del NordPer il momento, in attesa che il decreto salva Euro5 venga eventualmente discusso ed eventualmente approvato in Consiglio dei Ministri, restano in vigore le regole già previste dagli Accordi regionali sulla qualità dell’aria. Chi possiede un veicolo diesel Euro 5 nelle Regioni della Pianura Padana dovrà quindi continuare a monitorare gli aggiornamenti ufficiali, sia a livello nazionale sia da parte delle singole Regioni, che restano competenti nell’applicazione concreta delle limitazioni sul proprio territorio.Va inoltre ricordato che le limitazioni alla circolazione, quando in vigore, si applicano tipicamente nei mesi autunnali e invernali e possono prevedere fasce orarie, deroghe ed eccezioni specifiche a seconda della Regione. Le eventuali modifiche introdotte da un futuro decreto dovranno comunque essere recepite dai singoli enti locali, che gestiscono operativamente i provvedimenti di limitazione del traffico sul proprio territorio.Il tema, in ogni caso, è destinato a restare al centro del dibattito politico nelle prossime settimane, complice anche l’approssimarsi della scadenza del 1° ottobre e la necessità per il governo di trovare una soluzione condivisa con le Regioni interessate. Domande frequenti sul decreto salva Euro5Cos’è lo standard Euro 5?È una classe di omologazione ambientale europea per i veicoli, introdotta dal Regolamento (CE) 715/2007: obbligatoria per le nuove omologazioni dal settembre 2009 e per le nuove immatricolazioni dal 2011, ha riguardato le auto immatricolate fino al 2015 circa, quando è subentrato l’obbligo Euro 6. Stabilisce i limiti massimi di emissioni inquinanti (tra cui ossidi di azoto e particolato) consentiti per i motori diesel e benzina.Perché le auto Euro 5 vengono limitate proprio in Pianura Padana? Perché quest’area, per la sua conformazione geografica racchiusa tra Alpi e Appennini, favorisce il ristagno degli inquinanti atmosferici. Le Regioni del bacino padano registrano da anni tra i livelli di PM10 più alti d’Europa, motivo per cui l’Italia è sotto procedura d’infrazione UE sulla qualità dell’aria.Cosa rischia chi circola con un’auto Euro 5 nelle zone di blocco? Quando le limitazioni sono attive, la circolazione dei veicoli non conformi nelle aree e nelle fasce orarie individuate dalle Regioni può comportare sanzioni amministrative, secondo le regole stabilite dai singoli Comuni ed enti locali che applicano l’Accordo sulla qualità dell’aria.Cosa cambierebbe con il decreto annunciato da Salvini? Se approvato, il provvedimento rinvierebbe l’entrata in vigore strutturale dello stop ai diesel Euro 5 nelle Regioni del Nord, evitando il blocco previsto dal 1° ottobre 2026. Al momento si tratta di un annuncio politico, non ancora di un testo normativo approvato.Il decreto è già in vigore? No. Si tratta per ora di un annuncio del ministro dei Trasporti Matteo Salvini. Il provvedimento dovrà essere discusso e approvato in Consiglio dei Ministri prima di poter produrre effetti concreti sulle limitazioni alla circolazione.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti. Settembre 25, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-25 11:00:002026-09-18 18:52:10Salvini rilancia: un decreto salva Euro5 per le Regioni del Nord. “Bruxelles non rompa le scatole”
NOTIZIEBonus 500 Euro di Settembre, Lavorazioni INPS Chiuse: si Attende l’Accredito sul ContoL’INPS ha chiuso le lavorazioni relative al bonus 500 euro settembre INPS, l’indennità mensile prevista dal Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL), la misura che affianca l’Assegno di Inclusione per i beneficiari definiti occupabili. Dopo una prima tornata di accrediti già effettuata a metà mese per le nuove domande e per eventuali arretrati, nei giorni scorsi si è conclusa anche la lavorazione delle rate ordinarie di settembre: l’esito è stato comunicato lunedì 21 settembre 2026 e la disposizione dei pagamenti è avvenuta martedì 22 settembre 2026. Ora i beneficiari attendono l’accredito effettivo sul conto corrente. Vediamo di cosa si tratta esattamente, cosa significa che le lavorazioni sono chiuse e quando arriverà la somma.Indice dei contenutiCos’è il Bonus 500 Euro di Settembre 2026: il Supporto per la Formazione e il LavoroLavorazioni INPS Chiuse: la Doppia Fase di Pagamenti di SettembreQuando Arriva l’Accredito sul Conto: la Data del 27 SettembreCome Verificare lo Stato del Pagamento SFLAltri Pagamenti INPS di Settembre da Tenere d’OcchioDomande Frequenti sul Bonus 500 Euro Settembre INPSCos’è il Bonus 500 Euro di Settembre 2026: il Supporto per la Formazione e il LavoroIl bonus 500 euro settembre INPS di cui si parla in questi giorni corrisponde all’indennità di partecipazione del Supporto per la Formazione e il Lavoro, comunemente indicato con la sigla SFL. Si tratta di una misura pensata per chi, pur avendo i requisiti economici per accedere all’Assegno di Inclusione (ADI), viene inquadrato come occupabile: in pratica persone senza carichi familiari particolari o con carichi ridotti, che l’INPS e i servizi sociali indirizzano verso percorsi di reinserimento nel mondo del lavoro, piuttosto che verso il sostegno al reddito puro.Chi aderisce al Supporto per la Formazione e il Lavoro si impegna a partecipare a un percorso personalizzato, che può consistere in un corso di formazione professionale, un progetto utile alla collettività, un tirocinio oppure un periodo di servizio civile. L’indennità di partecipazione spetta per l’effettiva partecipazione alle attività previste ed è pari a 500 euro al mese: l’importo, originariamente fissato in 350 euro, è stato elevato a 500 euro dalla Legge di Bilancio 2025 (L. 207/2024) a decorrere dal 1° gennaio 2025. La misura può essere erogata per un massimo di 12 mesi, prorogabili di ulteriori 12 mesi se al termine del primo anno il beneficiario sta ancora frequentando un corso di formazione, previo aggiornamento del patto di servizio personalizzato. Lavorazioni INPS Chiuse: la Doppia Fase di Pagamenti di SettembreIl mese di settembre 2026 ha visto due momenti distinti nella gestione dei pagamenti legati al bonus 500 euro settembre INPS. Una prima fase di accrediti si è svolta tra il 14 e il 17 settembre 2026, dedicata soprattutto alle nuove domande accolte e al pagamento di eventuali arretrati maturati dai beneficiari già ammessi alla misura ma non ancora liquidati nei mesi precedenti.La seconda fase, quella più recente, ha riguardato invece le rate ordinarie di settembre, cioè le mensilità che seguono il normale calendario di erogazione del Supporto per la Formazione e il Lavoro. Le lavorazioni si sono svolte tra il 21 e il 23 settembre 2026: l’esito è stato reso noto lunedì 21 settembre, mentre la disposizione dei pagamenti da parte dell’INPS risale a martedì 22 settembre. È proprio a questo secondo blocco di pagamenti che si riferiscono le notizie di questi giorni sulle lavorazioni chiuse. Quando Arriva l’Accredito sul Conto: la Data del 27 SettembreSecondo il calendario diffuso dall’INPS, le rate ordinarie di settembre del bonus 500 euro settembre INPS risultano in pagamento per il 27 settembre 2026. Va però precisato un aspetto pratico che riguarda molti beneficiari: il 27 settembre 2026 cade di domenica, quindi non è un giorno bancario lavorativo.Questo significa che la data indicata va intesa come giorno di disposizione e di valuta contabile del pagamento da parte dell’INPS, ma non necessariamente come il giorno in cui la somma risulterà concretamente disponibile e prelevabile sul conto. Per molti beneficiari, l’accredito effettivo potrebbe quindi rendersi visibile a partire dal lunedì successivo, 28 settembre 2026, oppure con qualche giorno di ulteriore scarto a seconda della propria banca o di Poste Italiane. Si tratta di una dinamica già vista con altre prestazioni INPS erogate a cadenza mensile, dove la data ufficiale di pagamento non sempre coincide con la disponibilità immediata sul conto corrente del beneficiario. Come Verificare lo Stato del Pagamento SFLChi partecipa al Supporto per la Formazione e il Lavoro e vuole controllare a che punto è la propria indennità può farlo consultando il fascicolo previdenziale nell’area riservata del portale INPS, accessibile con SPID, CIE o CNS, oppure tramite l’app INPS Mobile. All’interno dell’area personale è possibile verificare sia lo stato di attivazione del percorso di formazione o lavoro, sia l’eventuale esito dei pagamenti già disposti dall’ente.Restare aggiornati sul calendario generale dei pagamenti INPS può essere utile anche per inquadrare il bonus 500 euro settembre INPS nel contesto più ampio delle altre prestazioni in erogazione nello stesso periodo, come pensioni, NASpI e assegno unico. Altri Pagamenti INPS di Settembre da Tenere d’OcchioIl bonus 500 euro non è l’unica voce in movimento sul fronte INPS in queste settimane. Per un quadro completo delle date relative a pensioni, NASpI, assegno unico e altre prestazioni erogate nel mese, può essere utile consultare il calendario completo dei pagamenti INPS di settembre 2026, che riepiloga le principali scadenze del mese.Chi percepisce anche un reddito da lavoro dipendente, e sta già guardando al mese successivo, può inoltre trovare utile un approfondimento sulle particolarità della busta paga di ottobre 2026, con il doppio pagamento atteso il 4 del mese. Domande Frequenti sul Bonus 500 Euro Settembre INPSDi quale bonus da 500 euro si parla esattamente a settembre 2026?Si tratta dell’indennità di partecipazione del Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL), pari a 500 euro al mese una volta avviato il percorso di formazione, lavoro o servizio civile, riservata ai beneficiari occupabili collegati all’Assegno di Inclusione.Cosa significa che le lavorazioni INPS di settembre sono chiuse?Significa che l’INPS ha terminato i controlli sulle posizioni dei beneficiari e ha disposto il pagamento della rata ordinaria di settembre, avvenuto martedì 22 settembre 2026 dopo la comunicazione dell’esito del giorno precedente.Quando arriva l’accredito della rata di settembre sul conto?La rata ordinaria risulta in pagamento per il 27 settembre 2026, ma poiché questa data cade di domenica, la disponibilità effettiva della somma sul conto potrebbe slittare al lunedì successivo, 28 settembre, o dipendere dai tempi tecnici della propria banca o di Poste Italiane.Come si può controllare lo stato del pagamento del Supporto per la Formazione e il Lavoro?Lo stato della domanda e dei pagamenti può essere verificato accedendo al fascicolo previdenziale sul portale INPS con SPID, CIE o CNS, oppure tramite l’app INPS Mobile.Il bonus 500 euro di settembre riguarda anche i giovani con partita IVA under 35?No. La misura di cui si parla in questi giorni è il Supporto per la Formazione e il Lavoro, rivolto ai beneficiari occupabili collegati all’Assegno di Inclusione ed erogato a rate mensili. È una misura diversa dal bonus destinato ai giovani under 35 che avviano una partita IVA, che segue regole e tempistiche proprie.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.Settembre 25, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-25 09:00:002026-09-23 17:53:14Bonus 500 Euro di Settembre, Lavorazioni INPS Chiuse: si Attende l’Accredito sul Conto
NOTIZIEManutenzione immobili in locazione: quando scattano deduzione e detrazione IVA secondo la CassazioneChi svolge la propria attività in un immobile preso in locazione si trova spesso a dover sostenere spese di manutenzione, ordinaria o straordinaria, per mantenerlo in buono stato o per adeguarlo alle esigenze dell’attività. Una domanda ricorrente riguarda il trattamento fiscale di questi costi: quando sono deducibili dal reddito e quando l’IVA pagata sui lavori può essere detratta? Sul tema è intervenuta la Corte di Cassazione, con un’ordinanza che ribadisce alcuni principi importanti in materia di manutenzione immobili in locazione detrazione IVA. La pronuncia riguarda in particolare i costi sostenuti dal conduttore su un immobile di proprietà di terzi, e i criteri che l’Amministrazione finanziaria deve seguire per valutare la legittimità della deduzione dei costi e della detrazione dell’imposta.Indice dei contenutiCosa ha stabilito la Cassazione sulla manutenzione immobili in locazioneDeduzione spese di manutenzione: il principio di inerenzaDetrazione IVA sui lavori di manutenzione: le condizioni richiesteManutenzione ordinaria e straordinaria: la differenza non è decisivaCosa cambia per proprietari e conduttori di immobili in locazioneCosa ha stabilito la Cassazione sulla manutenzione immobili in locazioneCon l’ordinanza n. 14783 del 18 maggio 2026, la Corte di Cassazione è tornata a occuparsi della rilevanza fiscale delle spese di manutenzione sostenute su immobili non di proprietà diretta di chi le sostiene, ma detenuti in forza di un titolo che ne garantisce la disponibilità, come un contratto di locazione. I giudici hanno ribadito un orientamento ormai consolidato: la deducibilità dei costi e la detrazione IVA non dipendono dalla titolarità formale del bene, ma dalla presenza di un nesso concreto tra la spesa sostenuta e l’attività economica esercitata da chi la sostiene. In pratica, ciò che conta non è essere proprietari dell’immobile, ma dimostrare che l’intervento era funzionale e collegato all’attività svolta. Deduzione spese di manutenzione: il principio di inerenzaIl concetto chiave richiamato dalla Cassazione è quello di inerenza. In parole semplici, una spesa è inerente quando esiste un legame diretto tra il costo sostenuto e l’attività economica o professionale svolta da chi lo sostiene, indipendentemente dal fatto che l’immobile sia di proprietà o condotto in locazione. Secondo i giudici, la deducibilità delle spese di manutenzione non può essere negata soltanto perché i lavori non erano espressamente previsti nel contratto di locazione, oppure perché il conduttore ha effettuato interventi che, in teoria, andavano oltre gli accordi presi con il proprietario. Ciò che l’Amministrazione finanziaria deve valutare è la coerenza economica dell’intervento rispetto all’attività svolta nell’immobile, non il rispetto formale delle clausole contrattuali. Detrazione IVA sui lavori di manutenzione: le condizioni richiesteDiscorso analogo vale per la detrazione IVA. L’imposta sul valore aggiunto pagata per i lavori di manutenzione su un immobile in locazione può essere detratta quando esiste una strumentalità tra il bene e l’attività svolta, cioè quando l’immobile serve concretamente per produrre reddito d’impresa o di lavoro autonomo. La Cassazione ha chiarito che la detrazione resta ammessa anche se il soggetto che sostiene la spesa non è proprietario dell’immobile, purché disponga di un titolo idoneo (come appunto la locazione, ma anche il comodato) e utilizzi il bene in modo funzionale alla propria attività. Questo principio si affianca a quanto già chiarito in altre pronunce sui lavori su immobili di terzi e la detrazione IVA legata alla strumentalità, un tema che negli ultimi anni ha generato non pochi contenziosi tra contribuenti e Fisco. Manutenzione ordinaria e straordinaria: la differenza non è decisivaUn aspetto interessante della pronuncia riguarda la distinzione tra manutenzione ordinaria e manutenzione straordinaria. Nel linguaggio comune, la manutenzione ordinaria comprende interventi di semplice conservazione (ad esempio la tinteggiatura o la riparazione di piccoli guasti), mentre quella straordinaria riguarda opere più incisive, come il rifacimento di impianti o strutture. Ai fini della deducibilità e della detrazione IVA, secondo la Cassazione questa distinzione non è di per sé decisiva: ciò che conta è sempre il collegamento tra la spesa e l’attività esercitata nell’immobile. Un intervento di manutenzione straordinaria può quindi essere deducibile, nei limiti e con le modalità previste dalle regole ordinarie sui costi di manutenzione, se risponde a un’esigenza reale legata all’attività svolta, così come una spesa apparentemente ordinaria potrebbe non essere riconosciuta se manca il requisito dell’inerenza. Cosa cambia per proprietari e conduttori di immobili in locazionePer i conduttori (professionisti o imprese che utilizzano l’immobile per la propria attività) la Cassazione conferma una lettura favorevole: anche chi non è proprietario può dedurre i costi di manutenzione e detrarre l’IVA sui lavori, se dimostra la disponibilità giuridica del bene e la sua funzionalità rispetto all’attività svolta. Diverso è invece il caso del proprietario privato che affitta l’immobile e dichiara un reddito fondiario: in quella situazione le spese di manutenzione non si deducono analiticamente, perché il canone è già assoggettato alla riduzione forfettaria prevista dall’art. 37 comma 4-bis del TUIR e, in caso di opzione per la cedolare secca, non è ammessa alcuna deduzione di spese; il locatore può semmai fruire, se ne ricorrono i presupposti, delle detrazioni edilizie previste per i lavori sugli immobili. Resta comunque fondamentale la corretta gestione documentale, con fatture intestate correttamente e, quando previsto, un riaddebito trasparente delle spese tra le parti nel contratto di locazione o negli accordi integrativi. Una gestione poco chiara della documentazione resta, anche alla luce di questa pronuncia, uno dei motivi più frequenti di contestazione da parte del Fisco. Domande Frequenti su Manutenzione Immobili in LocazioneChi può dedurre le spese di manutenzione su un immobile in locazione?La pronuncia riguarda il conduttore che utilizza l’immobile per la propria attività d’impresa o di lavoro autonomo: in questo caso i costi sono deducibili se è provata l’inerenza rispetto all’attività svolta, anche in assenza della proprietà del bene. Il proprietario privato che affitta l’immobile e dichiara un reddito fondiario, invece, non deduce analiticamente le spese di manutenzione: il canone è già ridotto in misura forfettaria (art. 37 comma 4-bis del TUIR) e con la cedolare secca non è prevista alcuna deduzione.L’IVA sui lavori di manutenzione è sempre detraibile?No. La detrazione IVA è ammessa quando esiste un nesso di strumentalità tra l’immobile e l’attività esercitata da chi sostiene la spesa, indipendentemente dal fatto che sia proprietario o semplice detentore in base a un contratto di locazione o comodato.La distinzione tra manutenzione ordinaria e straordinaria incide sulla deducibilità?Secondo l’orientamento della Cassazione, questa distinzione non è di per sé decisiva. Ciò che conta è la relazione concreta tra la spesa sostenuta e l’attività svolta nell’immobile, a prescindere dalla natura ordinaria o straordinaria dell’intervento.Cosa succede se i lavori non erano previsti nel contratto di locazione?La Cassazione ha chiarito che l’assenza di una previsione specifica nel contratto di locazione non basta, da sola, a negare la deducibilità dei costi o la detrazione IVA, se resta dimostrato il collegamento tra la spesa e l’attività esercitata.Quali documenti servono per non avere problemi con il Fisco?È fondamentale conservare fatture correttamente intestate, contratti di locazione aggiornati e, quando previsto, accordi che regolino in modo trasparente l’eventuale riaddebito delle spese di manutenzione tra proprietario e conduttore.Questo articolo è stato redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Centro Fiscale, che ne è responsabile dei contenuti.Settembre 25, 2026/0 Commenti/da Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2025/12/Notizia-fiscali-.png 924 1640 Team CAF Centro Fiscale https://centrofiscale.com/wp-content/uploads/2023/04/logo-sito.png Team CAF Centro Fiscale2026-09-25 08:00:002026-09-18 18:33:33Manutenzione immobili in locazione: quando scattano deduzione e detrazione IVA secondo la Cassazione